WoW CheBanca! il primo wallet bancario che apre al pagamento delle soste

Prima tappa: Bologna. Questa la destinazione scelta per la partenza del nuovo servizio di pagamento delle soste su strisce blu lanciato da CheBanca!, la banca digitale e retail del Gruppo Mediobanca, e Smarticket.it, il nuovo hub di pagamento da smartphone di servizi pubblici locali promosso da Opentech, la fintech company che con CheBanca! ha creato WoW.

Il nuovo sistema è aperto anche a chi non è cliente CheBanca!, basta disporre di una carta di credito MasterCard o VISA.

Inoltre per la prima volta in Italia è possibile pagare la sosta senza dover acquistare del credito prepagato (la classica ‘ricarica a forfait’) ma si paga la singola sosta direttamente da WoW in maniera rapida e sicura.

Come funziona: per attivare una sosta su strisce blu basta inserire il codice dell’area in cui si desidera sostare, la targa del veicolo e la durata prevista; ci penserà Smarticket.it a ricordare all’utente quanto manca al termine della sosta, consentendo di estenderla o terminarla anticipatamente con un semplice tocco sul proprio smartphone. Direttamente dall’app WoW è inoltre possibile consultare in qualsiasi momento lo storico dei pagamenti e delle soste effettuate e richiedere una fattura.

Il servizio è disponibile anche sul neo arrivato Apple Watch, con un’app completamente ottimizzata che consente di gestire in modo semplice e veloce le proprie soste in corso. La soluzione è il primo caso italiano di mobile payment su dispositivo wearable.

Per il futuro è prevista l’apertura del servizio alle principali città italiane e ad altri servizi di trasporto pubblico locale.

 L’integrazione di Smarticket.it in WoW è il primo caso in Italia di servizi di pagamento della sosta all’interno di un wallet bancario ed è frutto della partnership ormai consolidata tra Opentech e CheBanca!.

L’Italia non ama chi ha successo

C’è un interessante intervista a Brian Cohen sul Corriere della Sera, che vi invito a leggere: si parla della cultura italiana, dove manca la cultura del fallimento, ma anche e soprattutto quella del successo.

Ecco un passaggio interessante, su cui riflettere, che  sintetizza molto dell’intervista:

“vi manca la cultura del fallimento. Pochi provano. Troppa paura di sbagliare: da voi chi fallisce è marchiato a vita. Qui, invece, riparte subito: riprova, mette a frutto la lezione appresa con l’insuccesso. Ma, più ancora di questo, a voi manca la cultura del successo: se vinci la tua sfida e guadagni parecchio non vieni celebrato, vieni avvolto dal sospetto: chi sta soffrendo per colpa tua? A chi hai fatto del male mettendoti in tasca tutti quei soldi? Pensi di meritarli? Non dovresti darli a chi ne ha bisogno? Un giovane imprenditore che ha successo deve quasi nasconderlo”

“Io sto con il popolo greco”: allora perché non comprate i loro titoli di Stato?

Si fanno molte chiacchiere intorno alla situazione greca, spesso basate sull’ideologia e le simpatie più che sui fatti.

E molti sostengono di essere dalla parte dei Greci, e non manca chi grida al complotto.

A questi facciamo una semplice domanda: perché non andate in banca e comprate titoli di stato greci? La Grecia è nella situazione in cui è perché i privati non li comprano più perché non si fidano, e quindi è dovuta intervenire la famosa troika.

Se pensate che questa mancanza di fiducia sia un complotto, allora perché non acquistate i loro titoli di stato? Il 15% di rendimento lo darebbero ovviamente anche a voi, mica solo alle banche tedesche. Salvereste un paese e guadagnereste un sacco di soldi. Altro che BOT italiani o Buoni Postali.

Oppure non lo fate perché pensate che i soldi spesi per acquistare titoli di stato greci non li rivedrete mai più? Nel qual caso, perché altri dovrebbero accettare di regalare soldi? Semplicemente perché credete che non siano soldi vostri?

 

PS: ovviamente, questo non vuol dire che la politica economica della UE di fronte alla crisi sia stata perfetta, ma di fronte ad una soluzione non ottimale serve proporre una soluzione migliore (tenendo presente che nella realtà bisogna accontentarsi del meno peggio, il meglio non esiste purtroppo) ed è semplicemente inutile lamentarsi della soluzione “che non va”.

Cambia la società, si sviluppano le polizze Long term care e Dread Disease

Sono polizze di ultima generazione che il nostro Paese ha messo sul mercato da pochi anni. Si chiamano Long term care e Dread Disease.

Polizze nate per coprire rischi che derivano dal progressivo allungamento della vita media di ciascuno di noi.

Gli italiani, lo ha sottolineato anche un’indagine del Censis, non temono l’invecchiamento ma la paura di perdere l’autonomia e di non essere più autosufficienti. Ed è proprio dall’incapacità di svolgere anche le più elementari azioni di vita quotidiana che è nato il ramo Long term care.

L’obiettivo è quello di offrire una rendita o rimborsare le spese che l’assicurato, non più autosufficiente, deve affrontare.

Di norma si stipulano non prima dei 40 anni per poter guardare alla vecchiaia con più tranquillità.

La polizza considera ai fini assicurativi una serie di attività, nel dettaglio:

  •  muoversi, alzarsi e mettersi a letto o seduti su una sedia
  •  lavarsi e mantenere un livello accettabile di igiene personale
  • vestirsi e svestirsi
  • bere e mangiare autonomamente
  • essere continenti
  • capacità di parola o di udito.

Il cambiamento della società ha portato anche alla nascita delle polizze Dread Disease, da poco inserite nel nostro mercato assicurativo.

Garantiscono una copertura complementare, di norma affiancata ad una assicurazione sulla vita. I beneficiari si vedranno coprire i danni economici che derivano dall’insorgenza di una malattia di particolare gravità.

Nell’elenco delle patologie, che possono essere coperte da questa tipologia di polizza troviamo:

 

malattie quali l’infarto del miocardio, problematiche che diano luogo a interventi di chirurgia cardiovascolare (by-pass, altro), ictus cerebrale, tumore o neoplasia maligna, insufficienza renale irreversibile, e tutta quella serie di problematiche che comportano la necessità di trapianti di organi.

Sono invece escluse a priori malattie, o conseguenze delle stesse, di cui l’assicurato era già a conoscenza prima della sottoscrizione della polizza, ma anche alcolismo, abuso di psicofarmaci o stupefacenti se collegabili a dipendenza, interventi chirurgici angioplastici. Esclusa anche qualsiasi forma patologica collegabile in modo diretto o indiretto al virus HIV.

La sottoscrizione di questa tipologia di polizza è prevista anche per i giovani per la fascia di età compresa esclusivamente fra i 2 ed i 15 anni.

La polizza Dread Disease è nata nel 1983 in Sudafrica ha trovato ampio spazio e sviluppo nei mercati assicurativi del Regno Unito, in Cina, Malesia, Corea del Sud e Singapore. In Italia il prodotto non è ancora molto conosciuto.

 

L’equivoco sulla democrazia diretta

Il referendum greco viene citato da alcuni come “un grande esempio di democrazia diretta”. In realtà non è assolutamente così.

La democrazia c’è quando le persone prendono decisioni consapevoli in merito a qualcosa. In questo caso, non è assolutamente così: la sensazione è che la maggior parte dei greci abbia in realtà molto poco chiaro su cosa è chiamata a votare, e sulle conseguenze del voto.

Questo sia perché l’economia in generale è per molti un tema “misterioso”, e molte persone hanno le idee confuse anche su concetti di base.  Per inciso, è stupefacente il fatto che non venga insegnata economia tra le materie fondamentali a scuola, data l’importanza che ha nella vita quotidiana, ma la spiegazione è forse che finora tenere le persone nell’ignoranza ha fatto comodo a molti perché permetteva di promuovere ideologie e dogmi, e approfittare dell’ignoranza delle persone.

Ma c’è anche il fatto che nello specifico sembra che ai greci siano state date informazioni molto distorte sul voto, tanto che molti osservatori internazionali lo hanno già bollato come irregolare. Un problema tra tanti: il poco tempo per esaminare il complesso quesito referendario e cercare di farsi un’opinione consapevole.  E torniamo così al tema iniziale: comunque sia l’esito finale, farsi forza di un voto dettato dall’ignoranza non è un vanto, e quella di domenica in Grecia si può chiamare in molti modi, ma non democrazia.

Debiti nazionali (e non solo): un errore di fondo

Fa notizia in queste ore la “proposta” (anche non formalizzata) del governo greco che prevede un taglio del 30% del debito ed un suo “congelamento” per 20 anni.

Ma in generale, è l’occasione per parlare di tutte quelle opinioni che sostengono che il debito pubblico non dovrebbe essere pagato, in tutto o in parte, per i motivi più vari.

C’è infatti un “non detto” di fondo in questi ragionamenti, che rappresenta un  errore grossolano e sostanziale.

Il concetto è molto semplice. Supponiamo di non ripagare il debito (e che sia debito pubblico, o un mutuo, o un prestito di qualunque tipo non importa). C’è una conseguenza ovvia e diretta: nessuno ci presterà più nulla in futuro.

Per cui, nel caso nella Grecia, la questione non è tanto sul debito in sé, quanto sul deficit: la Grecia è in grado di mantenere un avanzo, o almeno un pareggio di bilancio, per il futuro? Dove “futuro” non vuol dire l’anno prossimo o i prossimi tre, ma almeno i prossimi 20 o 30.

Se la risposta è “sì”, allora l’idea di non pagare il debito è solo una questione di etica, ma può portare dei vantaggi. Se la risposta è “no”, allora è un idea insostenibile, che porterà conseguenze molto più drammatiche e gravi in breve tempo.

L’idea è che in realtà, a scapito del populismo, la risposta in realtà sia “no”, se non altro perché praticamente nessuno Stato negli ultimi secoli è riuscito ad avere un costante avanzo di bilancio,