Il debito delle amministrazioni locali

La Banca d’Italia ha pubblicato gli ultimi dati sul debito delle amministrazioni locali, un dato che a nostro parere ha meno attenzione di quella che merita.

Alla fine del 2012 il debito delle Amministrazioni locali (115,3 miliardi) era pari al 5,8 per cento del debito complessivo delle Amministrazioni pubbliche; il rapporto tra il debito delle Amministrazioni locali e il PIL era pari al 7,4 per cento (fig. 1). Nel 2012 il debito delle Amministrazioni locali è diminuito di 2,4 miliardi di euro (fig. 2). L’incidenza sul PIL è rimasta invariata rispetto all’anno precedente. In rapporto al prodotto delle rispettive aree geografiche il debito delle Amministrazioni locali era pari al 6,2 per cento nel Nord ovest, al 4,7 nel Nord est, al 9,4 nel Centro e al 9,8 nel Mezzogiorno (fig. 3)4. La dinamica del debito nelle singole regioni, nell’ultimo quadriennio, è riportata in fig. 4.

 

Sempre alla fine del 2012, il 41,9 per cento del debito delle Amministrazioni locali riguardava enti del Nord del Paese (il 27,5 per cento nel Nord ovest e il 14,5 per cento nel Nord est), il 27,4 per cento riguardava il Centro e il 30,7 per cento il Mezzogiorno (fig. 5A). Il 42,3 per cento del debito era stato contratto dai Comuni, il 35,6 dalle Regioni e il 7,7 dalle Province; il 14,5 per cento riguardava gli Altri enti, prevalentemente del settore sanitario (fig.5B).

 

Con riferimento alla ripartizione per strumento, nel 2012 il 28,4 per cento del debito delle Amministrazioni locali eracostituito da prestiti erogati da istituzioni finanziarie monetarie (IFM) residenti, il 37,9 per cento da prestiti della Cassa depositi e prestiti spa (CDP)5 e il 2,6 per cento da prestiti erogati da intermediari non residenti (fig. 5C). Le obbligazioni emesse all’estero rappresentavano il 14,2 per cento del totale, quelle emesse in Italia il 7,2 per cento. Il 9,8 per cento del debito derivava da altre operazioni (si tratta principalmente dei debiti commerciali ceduti a intermediari finanziari con clausola pro soluto e delle operazioni di cartolarizzazione).

 

Audizione preliminare all’esame della manovra economica per il triennio 2014-2016

La Banca d’Italia ha pubblicato il testo dell’intervento del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini per l’audizione preliminare all’esame della manovra economica per il triennio 2014-2016. Ecco le conclusioni.

Nonostante l’ulteriore caduta del prodotto nel 2013, il Governo ha confermato l’impegno a mantenere anche quest’anno il disavanzo entro il 3 per cento del PIL, intervenendo all’inizio di ottobre con ulteriori misure correttive pari allo 0,1 per cento del prodotto. Rispettare la soglia prevista dalle regole europee è necessario per rafforzare la fiducia dei mercati ed evitare il rischio di essere nuovamente sottoposti in futuro alla Procedura per disavanzi eccessivi. Le nostre analisi suggeriscono la necessità di un attento controllo della spesa nei mesi finali dell’anno.

Le regole europee richiedono che il disavanzo si collochi, sia a consuntivo sia nei programmi, entro la soglia del 3 per cento del prodotto; in presenza di uno scostamento, la procedura per i disavanzi eccessivi non si avvia solo se lo sconfinamento è limitato e temporaneo. Quest’ultima condizione richiede che nelle previsioni della Commissione europea lo scostamento venga riassorbito già nell’anno successivo. La procedura può essere avviata anche qualora il livello o la traiettoria per il debito nelle stesse previsioni non siano conformi alle regole.

Per il prossimo quadriennio, il profilo programmatico delineato nella Nota di aggiornamento è sostanzialmente coerente con le regole di bilancio europee, che per i paesi con un disavanzo inferiore alla soglia del 3 per cento del Pil sono incentrate sull’andamento strutturale dei conti pubblici e sulla dinamica del debito.

Il Patto di stabilità e crescita richiede una correzione del saldo di bilancio strutturale in rapporto al PIL dello 0,5 per cento ai paesi che non hanno raggiunto il loro obiettivo di medio termine (per l’Italia, questo è il pareggio strut18 turale). Il saldo strutturale programmato rispetta le condizioni stabilite dal Patto in tutti gli anni con l’eccezione del 2014, anno in cui esso si riduce di 0,1 punti allo 0,3 per cento del PIL (il pareggio viene raggiunto nel 2015 e mantenuto successivamente). Lo scostamento nel 2014 rispetto al pareggio potrà essere consentito se l’Italia beneficerà dell’introduzione di un margine di flessibilità a fronte delle spese nazionali per investimenti cofinanziate dall’Unione europea; per fruire di questa flessibilità occorre però che la Commissione verifichi il rispetto sia della regola sul disavanzo sia di quella sul debito.

La Nota di aggiornamento del DEF prevede una rapida ripresa dell’attività economica. Per l’anno in corso e per il 2014, la dinamica del prodotto non si discosta molto dalle previsioni della Banca d’Italia pubblicate lo scorso luglio. Per gli anni successivi la crescita attesa è più elevata di quella indicata nel DEF di aprile e delle previsioni disponibili. Essa presuppone il pieno dispiegarsi degli effetti delle riforme strutturali, i cui tempi sono incerti. L’ipotesi di una forte riduzione dello spread contrasta con le attese incorporate attualmente negli indicatori di mercato; affinché essa si concretizzi sarà essenziale la fiducia degli agenti economici nella stabilità del quadro interno, nei progressi nell’attuazione delle riforme strutturali e nel riequilibrio dei conti pubblici.

Il Governo si propone di continuare sulla strada del contenimento della spesa primaria corrente. Nell’ultimo biennio la spesa primaria corrente si è ridotta per la prima volta in termini nominali dal dopoguerra. Si è trattato di uno sforzo eccezionale, reso necessario dalla dinamica troppo sostenuta della spesa nel decennio precedente la crisi (in media del 4,4 per cento), che aveva contribuito a una insufficiente riduzione del debito pubblico. Tra il 1997 e il 2007, la spesa primaria corrente era aumentata di 1,4 punti in rapporto al PIL, mentre si riduceva di 2 punti nella media degli altri paesi dell’area dell’euro.

Nel quadro programmatico delineato dal Governo, la spesa primaria corrente torna a crescere in termini nominali, seppure meno dell’inflazione; continua quindi a ridursi in termini reali. Tra il 2013 e il 2016 la sua incidenza sul prodotto scende di oltre due punti, raggiungendo il 40,7 per cento. Il contenimento della spesa primaria corrente è un percorso necessario per ridurre il debito e recuperare spazio per gli investimenti. Escludendo l’impatto del provvedimento di accelerazione dei pagamenti di debiti commerciali, nel 2014 aumenta sensibilmente la spesa in conto capitale. Nel biennio successivo essa torna a cadere; è auspicabile che siano reperite risorse per evitarlo.

La riduzione del cuneo fiscale, che è elevato nel confronto internazionale, risponde all’esigenza oggi prioritaria di privilegiare il lavoro e la produzione. La dimensione dell’intervento non è elevata; essa riflette i limitati margini di manovra disponibili e la scelta di utilizzarli per intervenire anche in altri ambiti.  Sono in linea con l’esigenza di privilegiare il lavoro e la produzione anche il potenziamento dell’ACE, al fine di favorire la capitalizzazione delle imprese, l’aumento della dotazione del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese e l’avvicinamento della normativa italiana sulla deducibilità per le banche delle svalutazioni su crediti a quella vigente nei principali paesi, che riduce una situazione di svantaggio per i nostri intermediari.

L’alleggerimento degli oneri fiscali sulla prima casa è programmato nell’ambito di una complessa riforma della fiscalità immobiliare. La scelta, confermata, di attribuire alla responsabilità dei governi locali la tassazione immobiliare e di metterne in evidenza il collegamento con i servizi resi dalle amministrazioni è coerente con i principi del federalismo fiscale. Come ho avuto modo di osservare, il disegno dell’intervento è suscettibile di miglioramenti per alcuni aspetti.

Il finanziamento delle riduzioni di imposta è affidato prevalentemente, per il primo anno, a incrementi di gettito temporanei. Nel 2015 e nel 2016 gran parte della copertura degli sgravi è demandata a un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che potrà variare le aliquote d’imposta e ridurre i regimi di favore fiscale. Darebbe maggiore certezza al quadro programmatico la definizione di una clausola di salvaguardia che intervenga in modo automatico. Ma per scongiurare ulteriori aumenti del carico fiscale non vi è alternativa a un’azione più intensa per il contenimento della spesa corrente. Va in questa direzione la decisione di rafforzare il campo d’azione e i poteri del Commissario straordinario per la spending review. La revisione della spesa, basata su una valutazione approfondita delle priorità e dei fabbisogni, potrà essere efficace se coinvolgerà pienamente le amministrazioni interessate, con meccanismi tali da facilitare non solo la definizione, con la loro partecipazione, di razionali piani di risparmio, ma anche e soprattutto la loro coerente applicazione nel tempo. Sarà utile valutare caso per caso la possibilità di attribuire al mercato servizi che possono essere svolti da privati, sotto il controllo pubblico, con minori costi per la collettività.

In Italia le aliquote della tassazione sono nettamente superiori alla media degli altri paesi dell’area dell’euro anche per l’esigenza di compensare il mancato gettito causato dalle attività irregolari e dall’evasione fiscale. Quest’ultima penalizza i contribuenti onesti, non giova all’efficienza allocativa del sistema economico, ostacola il perseguimento di uno sviluppo solido e duraturo. Il disegno di legge delega per la riforma del sistema fiscale, già approvato dalla Camera dei Deputati, è l’occasione per dotare il nostro Paese di una normativa fiscale più moderna e di una struttura delle imposte meno distorsiva per la concorrenza. Sono importanti la chiarezza e certezza delle norme e la minimizzazione dei costi di adempimento sia per il contribuente, sia per l’amministrazione.

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La fiducia degli investitori, interni e internazionali, è un elemento fondamentale per la ricostruzione di un clima economico favorevole alla ripresa. Per rafforzarla è necessario il puntuale rispetto dei parametri europei; ancor più è necessario che si percepisca un chiaro disegno di fondo, un’azione stabile, determinata e coerente per il consolidamento della finanza pubblica e per il miglioramento delle condizioni strutturali dell’economia.

Il quadro programmatico attuato dal disegno di legge di stabilità ha tra suoi presupposti l’attesa di una ulteriore, significativa riduzione dei tassi di interesse. Affinché quest’ultima si possa realizzare è indispensabile perseguire gli obiettivi indicati in modo rigoroso, attuando gli interventi normativi previsti senza ritardo e prevedendo, per il caso in cui gli andamenti fossero meno favorevoli di quelli ipotizzati, azioni compensative.

Il merito di credito dello Stato non si riflette soltanto sull’onere che il contribuente sostiene per il servizio del debito della Repubblica: incide anche sul costo del funding per le imprese che si rivolgono al mercato internazionale e per le banche; contribuisce quindi a determinare direttamente o indirettamente le condizioni di finanziamento dell’intera economia. Il suo miglioramento allarga in prospettiva i margini di manovra disponibili per l’uso della finanza pubblica in funzione anticiclica e a sostegno dello sviluppo.

La riduzione dei rendimenti dei BTP decennali e l’uscita, in giugno, dalla Procedura per i disavanzi eccessivi avviata nel 2009 hanno riconosciuto e ricompensato il notevole sforzo di consolidamento compiuto dal nostro Paese negli ultimi anni, in condizioni economiche e finanziarie difficili. Il clima congiunturale europeo si va rischiarando e può favorire l’irrobustirsi dei primi, per ora fragili, segni di inversione ciclica anche in Italia. Le condizioni finanziarie nell’area dell’euro si mantengono in questo periodo distese. Perseverando nel percorso di risanamento e riforme l’occasione può essere colta.

 

Indice di Benessere Finanziario delle famiglie: dopo l’estate un segnale di ripresa

Il comfort finanziario percepito dalle famiglie italiane mostra in autunno un segnale di ripresa, dopo il minimo storico toccato la scorsa primavera. L’ultima rilevazione dell’Indice di Benessere Finanziario (IBF) ING DIRECT arriva infatti a 41,2 punti, in leggera risalita rispetto ai 40,8 punti dello scorso trimestre.

L’Indice di Benessere Finanziario (IBF) ING DIRECT, lo ricordiamo, è l’indicatore sintetico che misura il benessere (o comfort) percepito in relazione alle sei dimensioni della finanza personale (risparmio, reddito, bollette e spese, investimenti, debito a lungo termine e a breve termine), su una scala da 0 a 100, dove 100 = massimo comfort,  50 = medio comfort e 0= massimo disagio.

La dimensione più positiva è quella relativa agli investimenti che mostra un miglioramento, risalendo da 54,2 punti a 55,3, un dato coerente con la relativa stabilità dei mercati finanziari della scorsa estate. Si conferma ai minimi storici invece la dimensione del risparmio, a quota 37,8 punti, sostanzialmente stabile rispetto alla scorsa primavera.

La preoccupazione sul fronte dei risparmi si lega alle dimensioni del livello di reddito e del pagamento delle bollette, sostanzialmente ferme ai minimi registrati negli oltre due anni di rilevazione dell’IBF (rispettivamente a quota 42 e 43,5).

In diminuzione, invece, la soddisfazione sull’indebitamento a lungo termine, corrispondente ai mutui, che perde 2,5 punti passando da un IBF di 39,3 della scorsa primavera agli attuali 36,8 e raggiunge il minimo storico nei due anni di rilevazione dell’Indice.

Questo dato trova riscontro anche nell’ultima Indagine Internazionale ING su Mutui e Case, condotta a livello europeo su oltre 10.000 risparmiatori, secondo la quale il 46% degli italiani trova difficile pagare la rata mensile di mutuo o affitto, seconda percentuale più alta d’Europa dopo la Spagna. Inoltre l’indagine vede un aumento degli italiani che si aspettano un calo dei prezzi delle abitazioni nel prossimo futuro (il 37,8% se lo aspetta, rispetto al 27% media europea e al 30% dello scorso anno).

“L’attuale livello dell’IBF – commenta Paolo Pizzoli, Senior Economist ING – corrisponde a una moderata insoddisfazione degli italiani verso la propria situazione finanziaria ed è coerente all’attuale contesto economico, caratterizzato da difficoltà sul fronte del mercato del lavoro, alto tasso di disoccupazione in primis, e da un’economia che sta iniziando solo ora a prospettare qualche segno di lieve miglioramento”.

In ottobre €-coin si conferma su valori positivi

  • In ottobre €-coin è salito a 0,20 (da 0,12 in settembre), attestandosi su livelli positivi per il secondo mese consecutivo.

  • Oltre che del buon andamento dei corsi azionari, l’indicatore ha beneficiato del miglioramento della produzione industriale e dell’interscambio con l’estero.

  • €-coin – sviluppato dalla Banca d’Italia – fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro. €-coin esprime tale indicazione in termini di tasso di crescita trimestrale del PIL depurato dalle componenti più erratiche (stagionalità, errori di misura e volatilità di breve periodo). €-coin è pubblicato mensilmente dalla Banca d’Italia e dal CEPR.

  • Le prossime date di pubblicazione di €-coin saranno venerdì 29 novembre e martedì 24 dicembre (da confermare)

Il lato oscuro del microcredito: bengalesi vendono i propri reni per ripagare i debiti

Il microcredito doveva, secondo qualcuno, risolvere il problema della povertà nelle aree svantaggiate del mondo. Per quanto il microcredito, e la microfinanza in generale, di per sé sia sicuramente un’evoluzione interessante ed importante, ha avuto anche un lato oscuro che non può essere trascurato.

In Bangladesh, secondo un’inchiesta della BBC sarebbero sempre di più le persone che avrebbero venduto un rene per ripagare parte dei debiti contratti tramite il microcredito. In Bangladesh infatti sarebbero oltre 34 milioni (quasi il 20% della popolazione totale) i cittadini che hanno acceduto a finanziamenti dal microcredito dal 1997 (quando è iniziata la registrazione dei dati in merito) al fine 2011, e di questi 34 milioni, oltre 26 vivono sotto la soglia della povertà. Si capisce quindi la difficoltà a ripagare i debiti che porta a conseguenze estreme.

Il problema ha la sua origine nel fatto che la microfinanza è stata presentata ai bengalesi (e non solo) come una strada per uscire dalla povertà, ma c’è stato un comune equivoco di fondo su quello che dovrebbe essere un prestito.

Un prestito è un’operazione con cui si anticipa ad oggi il consumo di redditi futuri: oggi ho 10, domani avrò 100, oggi mi serve spendere 50 e ricorro ad un prestito. Va bene dunque per un investimento, o comunque quando ci sono prospettive di poter “riguadagnare” quello che si ha chiesto in prestito. Un prestito non può avere in nessun modo lo scopo di colmare una lacuna strutturale del reddito: se fatico ad arrivare a fine mese, e domani continuerò a faticare ad arrivare a fine mese, un prestito non fa che aggravare la situazione.  L’idea di offrire prestiti a persone che non avevano  i requisiti per accedere a prestiti bancari è sicuramente lodevole, ma l’eccesso di apertura (un po’ come è capitato con i mutui subprime)  rischia di avere conseguenze estremamente negative.

Se da un lato è chiaro che il sistema bancario e finanziario non ha funzionato (e non funziona) nel migliore dei modi possibili, non è semplicemente cambiando il cappello che l’economia inizia a funzionare in modo superbo.

Intesa Sanpaolo blocca i servizi di home banking a causa di bug del sistema

Intesa Sanpaolo ha temporaneamente bloccato i servizi di home banking: stamattina decine di correntisti accedendo al servizio di home banking via internet con le proprie credenziali si sono trovati dirottati il profilo di altri clienti.

Un problema grave, per i quali i dirigenti della banca hanno spiegato che comunque “Si tratta di un problema tecnico interno al sistema. Sono in corso gli interventi necessari per ripristinare il prima possibile la piena operatività“.

È però da decidere se questa natura interna del problema sia un’attenuante, come sembrano sperare in Intesa Sanpaolo, o un’aggravante: soprattutto, mette il dubbio che il sistema sia esposto ad ulteriori criticità ed errori, che potrebbero compromettere la sicurezza dei conti.

Vivisezione: ignoranza o inganno? Le verità scomode che non vi dicono

Negli ultimi mesi si è parlato molto di vivisezione, anche in seguito alla raccolta di firme lanciata dall’iniziativa “Stop Vivisection”. Nonostante questa attenzione mediatica, però, c’è molta poca chiarezza sul tema, e la sensazione è che molti non abbiano capito la questione, e ci sembra pertanto giusto parlarne, anche se si allontana (almeno in parte) dalle tematiche che solitamente affrontiamo in questo blog.

Innanzi tutto, cos’è la vivisezione?

  • Una definizione non è così facile, soprattutto se si volesse distinguere la vivisezione dalla sperimentazione sugli animali. L’iniziativa Stop Vivisection, in quest’ottica, non vuole abolire la vivisezione ma la sperimentazione sugli animali in toto. C’è quindi confusione tra i due termini.
  • In senso stretto, la vivisezione non viene più praticata da anni, dato che non solo causa sofferenze all’animale, ma queste sofferenze possono alterare anche il risultato scientifico (è successa una certa cosa per causa di un certo agente patogeno, oppure perché l’animale stava soffrendo). Se invece parliamo di sperimentazione sugli animali, la questione è diversa.

Cosa dice la direttiva sulla ricerca scientifica, che si vuole abolire?

  •  La direttiva e le leggi attuali (così come le “buone prassi” scientifiche) dicono che ogni qualvolta si può utilizzare un metodo alternativo, altrettanto efficace, alla sperimentazione su animali, questo va obbligatoriamente utilizzato.
  • Per definizione quindi, la raccolta firme chiede di non utilizzare la sperimentazione su animali quando questa è l’unico metodo possibile. Dovrebbe essere quindi chiaro che non è vero che non ci sono effetti negativi sulla ricerca medica e scientifica: per “cancellare la vivisezione”, o più correttamente la sperimentazione su animali, è sufficiente presentare l’esistenza di metodi alternativi, se questi esistessero veramente. Non serve nessuna raccolta firme: questi già adesso dovrebbero essere obbligatoriamente usati.

È vero che gli scienziati chiedono di abolire la vivisezione perché è superata?

  • Anche in questo caso c’è molta confusione, fatta forse per ignoranza (qualcuno accusa che sia fatto per inganno). La vivisezione (cioè il sezionamento dell’animale cosciente) è una cosa che non si fa più da tempo. La sperimentazione su animali però è unanimemente riconosciuta come necessaria dalla comunità scientifica. Peraltro, come scrivevamo prima, se non lo fosse, e ci fossero metodi equivalenti non si potrebbe nemmeno effettuare.

È vero che la sperimentazione su animali causa loro “indicibili e illimitate sofferenze“?

  • Al contrario, la sperimentazione su animali cerca di causare meno sofferenza possibile: a parte le questioni etiche, se l’animale è stressato o inutilmente dolorante questo  falsa i risultati dell’esperimento.

Si può sostituire la sperimentazione con simulazioni?

  •  E’ possibile solo in parte, nell’analisi dei dati: una simulazione non è altro che un qualcosa che, in base a certi dati di ingresso, utilizza un algoritmo, una formula più o meno complessa, che simula la realtà (sulla base di quello che si sa). Quindi, in parole povere, è come dire: se succede questo, allora in base a quello che sappiamo succede quest’altro. E’ chiaro che questo non può portare a nessuna nuova scoperta, dato una scoperta riguarda invece quello che non si sa e che quindi non può essere compreso sulla simulazione.

Si possono fare gli esperimenti su esseri umani?

  •  La raccolta firme di fatto, per evitare la “vivisezione” obbliga a fare la sperimentazione direttamente sugli esseri umani. Ma a parte la questione etica, la ricerca sugli esseri umani è inefficace, perché non vivono in un laboratorio. Anche supponendo di voler utilizzare assassini, stupratori (come suggerisce) o volontari per la ricerca, è impossibile ottenere risultati efficaci, dato che non sono esposti ad un solo “agente”: se un essere umano si ammala non si può dire con certezza se è causato di quello che si sta testando, oppure da qualcos’altro che ha fatto, magari anni prima. Le cavie di laboratorio invece vengono allevate in ambienti sani e controllati.
  • Oltre a questo, c’è il fatto che il ciclo vitale ha durate diverse, quindi facendo test sugli esseri umani bisognerebbe spesso aspettare decine di anni per avere avere risultati.

Ma la vivisezione è il problema principale per gli animali?

  • Quanti animali muoiono per la ricerca scientifica? Se ci si preoccupa della vita degli animali “a tutti i costi”, allora non ci si dovrebbe occupare solo di quelli “vittime” della ricerca, ma di quelli che vengono uccisi in generale. Un topo ucciso fuori da un laboratorio ha forse meno diritto di vivere rispetto ad uno che era tenuto in laboratorio?
  • Non solo buona parte degli animali uccisi in Italia sono uccisi a scopo alimentare, ma la grandissima parte sono uccisi a scopo di “sanificazione del territorio”. Per esempio, nella sola Milano si stima che ci siano 12 milioni di topi, che vengono continuamente e sistematicamente assassinati a scopo di derattizzazione.
  • Perché ci si preoccupa tanto della vita dei topi di laboratorio, e non di quelli in strada?

Ma quindi è giusto firmare l’appello o no?

  • Questa è una cosa che sta alla coscienza di ognuno: la cosa importante è che questo avvenga consapevolmente.
  • Se ritenete che tutelare gli animali sia più importante che curare il cancro ed altre malattie, siete liberi di continuare a pensarlo (ricordatevene quando avrete bisogno dei risultati delle ricerche, però).
  • Siate consapevoli però che state firmando contro la ricerca medica, e che i favoleggiati “metodi alternativi” non esistono.

 

 

 

 

 

Il “caso” evasione fiscale di Sophia Loren: lo scandalo di un processo durato 30 anni

È notizia di questi giorni la conclusione della “battaglia” con il fisco di Sophia Loren, relativa ad una evasione fiscale del 1974 che sarebbe stata condonata nel 1982. L’argomento ha fatto discutere con alcuni che accusano la giustizia di avere una disparità di trattamento verso i VIP, o altri che fanno analogie con le vicende di Silvio Berlusconi.

La questione che dovrebbe però veramente destare scandalo, in realtà, sembra non essere balzata all’occhio, e cioè il fatto che questa è una vicenda giudiziaria che si trascina da 30 anni, relativa a fatti avvenuti quasi 40 anni fa. Come nel caso di Berlusconi, solo poche settimane fa condannato in via definitiva per cose che risalgono a dieci anni fa.

Lasciando completamente da parte la questione se queste sentenze siano giuste o no (non abbiamo certo noi gli elementi per valutarlo, immaginiamo li abbiamo avuti i giudici), è allucinante (non ci sono altre parole) che un processo si possa protrarre per anni e anni. Questo non vale solo per i casi fiscali ma è un grave problema generalizzato della giustizia italiana, che per arrivare anche alle condanne penali in casi di cronaca nera impiega anni per arrivare a una sentenza. Nel resto del mondo, questi processi si chiudono al massimo in un paio di mesi dall’arresto.

Queste cose non solo confondono l’opinione pubblica (che confonde gli indagati con i condannati, e non capisce perché gente “arrestata” per crimini gravi sia rimessa in libertà, quando il motivo semplicemente è che sono solo indagati e non condannati, e ovviamente l’esecuzione della condanna — qual’è il carcere — non può avvenire prima della condanna stessa), ma scoraggia gli stranieri ad avere a che fare con gli italiani.

Pensate ad un’impresa straniera: come può sentirsi motivata ad aprire una filiale o uno stabilimento in Italia, sapendo che di fatto non può fare valere i suoi diritti (banalmente, un fornitore che consegna beni non conformi o un cliente che non paga delle fatture)? Perché tale è vedere i propri diritti riconosciuti dopo anni, o anche vedere “sciogliere l’incertezza”, dato che l’incertezza può essere ancora peggio di una sentenza sbagliata.

Box auto, addio: crisi dell’auto e costi eccessivi fanno scendere i prezzi fino al 12%

Un tempo era un bene irrinunciabile, oggi gli italiani lo vedono come un costo insostenibile. Questa la maggiore evidenza dell’indagine condotta da Immobiliare.it (www.immobiliare.it) secondo cui in tutte le città d’Italia l’offerta dei box in vendita cresce con percentuali che arrivano fino al 6% per la vendita e al 9% per gli affitti; di pari passo, la domanda è in netto calo, cosa che spinge ad abbassare i prezzi fino al 5% per la vendita e fino al 12% per la locazione. 

«Complice la crisi economica, non solo molti italiani hanno rinunciato alla propria auto, ma anche i veicoli circolanti sono mediamente più vecchi che in passato – dichiara Carlo Giordano, Amministratore Delegato di Gruppo Immobiliare.ite raramente ha senso custodirli in un box privato. Gli effetti di questo ragionamento sono ormai visibili nelle dinamiche del mercato, soprattutto nei grandi centri urbani». 

Sono molti i fattori che hanno portato i prezzi di compravendita del mercato dei box a diminuire in maniera così netta. Oltre alla crisi economica di cui si è detto, va considerato che le nuove costruzioni prevedono obbligatoriamente un garage per ciascuna unità abitativa e che nei centri urbani, sempre più spesso caratterizzati da Zone a Traffico Limitato o con accesso a pagamento, si usano sempre meno le automobili private, preferendo i mezzi pubblici o quelli di condivisione come il bike o car sharing.

Le maggiori oscillazioni riguardano le grandi città

È Milano la città italiana che ha visto crescere più di tutte l’offerta, segnando un +5,7% di box in vendita e un +9,3% di affitti. A Roma il trend è lo stesso: il mercato dei box auto offre in vendita il 5,3% di immobili in più rispetto al 2012 (mentre i prezzi si sono abbassati del 4,3%); addirittura registriamo il 7,2% in più riguardo all’offerta di box in affitto, con prezzi più bassi di oltre l’8%. Caso a sé rappresentano i garage che si trovano in vie o in stabili prestigiosi: nonostante il calo generalizzato, mantengono costi fino a tre volte superiori alla media. Anche Torino e Bologna registrano l’aumento dell’offerta, rispettivamente del 4,5% e del 4,8% per la vendita e del 6% e del 5,8% per l’affitto.

Per quel che concerne i prezzi, i cambiamenti più evidenti si registrano a Genova, dove i prezzi degli affitti sono scesi del 12,2%, e a Bologna, in cui questi calano del 10,9%.

Giornalisti superficiali ed informazioni approssimative: come può il pubblico farsi un’opinione sui fatti se non li conosce?

Abbiamo già scritto in passato che se è vero che la democrazia richiede la partecipazione di tutti, è necessaria che questa partecipazione sia informata. In altre parole: bisogna sapere di cosa si sta parlando. Altrimenti, è scontato che le decisioni che si prendono tutti assieme siano sbagliate (se avete un dolore al petto, fare un’assemblea di condominio non è detto sia una buona idea).

Tralasciando chi ha un concetto distorto della democrazia, ed è convinto che “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza“, rimane il grosso problema che per “sapere di cosa si sta parlando”, su qualunque argomento (dall’economia a quel che volete voi), la maggior parte delle persone non possono fare affidamento sull’esperienza diretta, ma deve fare riferimento agli organi di informazione.

E qui viene la nota dolente, perché la qualità dell’informazione in Italia è purtroppo molto scarsa. Con frequente confusione di concetti completamente diversi (es. sospettato / indagato / arrestato / condannato), che rendono difficile capire i problemi (si pensi anche la confusione tra straniero / immigrato / extracomunitario / migrante / clandestino) e di conseguenza risolverli.

Un ultimo caso “innocente” è quello della notizia di una mancata collisione tra due aerei nei cieli della Scozia, in cui viene scritto che i due Boeing 747 erano a “30 metri di distanza l’uno dall’altro” e quindi è stata sfiorata una tragedia. In realtà, la notizia (che peraltro riguarda un fatto accaduto il 23 giugno scorso) è ben diversa: è stata sì condotta un’inchiesta su due aerei che si sono avvicinati troppo rispetto alle prescrizioni, ma non erano a 30 metri di distanza l’uno dall’altro, ma nel momento di massima vicinanza a 30 metri di differenza di altitudine e a 3 miglia nautiche di distanza. Probabilmente il giornalista ha compiuto un errore di traduzione delle fonti originali e ha scritto una notizia che non solo non corrisponde alla realtà, ma genera una serie di commenti e “prese di posizione” che sono totalmente ingiustificate.

lo screenshot della notizia errata

Mutui: solo il 5,3% dei mutui concessi in Italia è sottoscritto dal popolo delle partite IVA

Il “popolo delle partite iva” conta ormai di più di tre milioni di persone di cui una percentuale sempre maggiore è rappresentata, più che da veri e propri imprenditori, da lavoratori precari costretti alla professione autonoma dal bisogno di lavorare. Anche per questo motivo, per loro, l’acquisto di una casa è un percorso arduo. Secondo Mutui.it (www.mutui.it) solo il 5,3% dei mutui concessi in Italia vede tra gli intestatari un autonomo con partita iva. L’indagine, svolta in collaborazione con Facile.it (http://www.facile.it/mutui-prima-casa.html), è partita dall’analisi di oltre 6.000 domande di mutuo e relative erogazioni concesse in Italia da gennaio ad agosto 2013, e ha evidenziato come chi ottiene un finanziamento ci riesce perché disposto a finanziare solo una piccola parte del valore dell’immobile.

«Quando chi chiede un mutuo è un soggetto autonomo con partita iva – dichiara Lorenzo Bacca, responsabile business unit mutui dell’azienda sa già che dovrà affrontare maggiori difficoltà rispetto ad altri lavoratori: le banche sono più propense ad erogare un mutuo solo a fronte di una cospicua liquidità. Questo è il motivo per cui il loan to value medio scende sotto la soglia “psicologica” del 50%.»

Effettivamente, la percentuale del valore dell’immobile acquistato col mutuo erogato agli autonomi si ferma a poco più del 40%; l’importo medio erogato ammonta a circa 123.000 euro e con questo si finanzia, nel 71% dei casi, l’acquisto della prima casa. La durata del mutuo che si riesce ad ottenere è di 20 anni mentre l’età media del primo firmatario è di 44 anni: segno che occorre aver messo da parte parecchi risparmi prima di essere certi di ottenere un finanziamento. Per quanto riguarda i tassi, la preferenza assoluta va al tasso variabile, scelto dal 68% dei mutuatari con partita iva.

Sintomatica della difficoltà di molti autonomi ad avere accesso al mutuo è la differenza tra le domande e le concessioni: nello stesso periodo considerato, tra le richieste di mutuo inviate alle banche gli autonomi rappresentano ben il 12% del totale, mentre le erogazioni vedono questa categoria di lavoratori come marginale (5,3%).

Da notare che l’immobile acquistato ha un valore medio ben più alto del mutuo tipo italiano: circa 300.000 euro, a riprova che i protagonisti della compravendita sono perlopiù imprenditori con una buona disponibilità economica.

Banca centrale e governo in un modello di attacchi speculativi

Uno studio condotto da Giuseppe Cappelletti (Banca d’Italia) e Lucia Esposito (Banca d’Italia) presenta un modello teorico per studiare come la politica monetaria e la politica fiscale possono fronteggiare il rischio di un attacco speculativo.

Il lavoro impiega un modello teorico, nel quale le decisioni di politica monetaria e politica di bilancio influenzano i fondamentali dell’economia e sono osservabili dagli investitori, per analizzare le condizioni in cui può verificarsi un attacco speculativo sul debito pubblico.

Lo studio si inserisce nel filone di letteratura che analizza come le politiche economiche possono fronteggiare il rischio di un attacco speculativo. Nei modelli sin qui sviluppati è presente la sola autorità di politica monetaria.

In questo lavoro viene invece considerata anche l’interazione tra quest’ultima e l’autorità di politica fiscale. Gli investitori, osservando le decisioni di politica monetaria e fiscale, ottengono informazioni sullo stato dell’economia.

La banca centrale, variando il tasso d’interesse, modifica non solo il costo opportunità per gli investitori di effettuare un attacco speculativo ma anche il costo del servizio del debito, e di conseguenza, il suo livello e la sua sostenibilità. Il debito riflette, altresì, le decisioni del governo in merito alla politica fiscale e in particolare al livello dell’avanzo primario. L’analisi mostra che il modello è caratterizzato da equilibri multipli che si differenziano per la probabilità con cui può avvenire un attacco speculativo. La probabilità di successo di un attacco speculativo è minore laddove si realizzi un’azione simultanea delle politiche fiscale e monetaria: il governo persegue un

miglior saldo dei conti pubblici e la banca centrale fissa un tasso di policy più elevato.

 

High Frequency Trading: una panoramica

Un articolo pubblicato tra gli “Occasional Paper” della Banca d’Italia analizza i sistemi di trading ad alta frequenza (Hft).

Il fenomeno ha avuto origine e si è sviluppato sul mercato azionario statunitense, ma, nel corso degli ultimi anni si sta progressivamente espandendo alla maggioranza delle asset class sui principali mercati finanziari globali.

L’analisi si compone di un approfondimento delle attuali strutture regolamentari e tecnologiche dei mercati, di una definizione delle inefficienze e dei vantaggi informativi che gli Hfts cercano di sfruttare e delle diverse strategie utilizzate.

 

Il lavoro termina con una valutazione degli impatti positivi e negativi per la qualità complessiva dei mercati finanziari derivanti dalla presenza di tale, nuova tipologia di player.

L’analisi delle conseguenze che la presenza di trader ad alta frequenza potrebbe esercitare sulla struttura dei mercati è oggetto di un recente filone di ricerca accademica; la maggioranza dei lavori appare concorde nell’identificare i seguenti come i principali vantaggi derivanti dalla presenza dell’Hft:

i. aumento della liquidità a disposizione dei partecipanti al mercato;
ii. diminuzione del bid – ask spread medio;
iii. diminuzione dei costi di transazione;
iv. aumento dell’efficienza informativa dei prezzi;
v. aumento dei collegamenti intermarket;

 

[…]

 

La maggior parte della letteratura accademica appare concorde nel raggiungere conclusioni per lo più positive circa l’effetto della presenza degli Hfts sui mercati. Spesso, però, tali conclusioni stridono con gli attacchi della stampa specializzata e degli operatori non Hft, nonché di alcuni accademici, che ritengono che le pratiche più aggressive utilizzate da molti Hfts si spingono fino a creare artificiosamente situazioni in cui la probabilità di market inefficiency sia alta, in modo da aumentare le opportunità di guadagno.

Di seguito si cercherà di analizzare tutti gli effetti potenzialmente distorsivi della presenza degli Hfts sulla struttura del mercato.
I maggiori impatti negativi che i sistemi ad alta frequenza potrebbero esercitare sono i seguenti:

i. Asimmetria informativa
ii. Selezione avversa
iii. Front running
iv. Liquidità ombra
v. Flash crashes (cascading effect)