Si grida all’inciucio perché si punta ad occupare le poltrone?

Uno dei temi di attualità della politica, che però sta di fatto bloccando anche le scelte economiche, è il tema del dialogo tra le forze politiche, con il M5S che “non vuole alleanze con nessuno” e una buona parte della base del PD che dice “assolutamente no” ad un accordo con il PDL.

Vorrei portare la vostra attenzione al fatto che però questi atteggiamenti sono figli di una cultura politica dove quel che conta è come sono spartite le poltrone (e sì, dire che dovrebbero essere occupate da persone diverse da quelle che le hanno occupate fino adesso è comunque attenzione a come sono divise). Manca, insomma, la cultura politica in cui l’attenzione è ai contenuti: se le forze politiche avessero veramente delle idee o dei programmi, non dovrebbe esserci problema a trovare punti condivisi con altri.  Per capirci: se all’assemblea di condominio sia io che il mio vicino di casa (che magari mi è antipatico) pensiamo che vada riparato il cancello, si decide assieme di riparare il cancello.

Rifiutare un accordo su punti che si condividono non è coerenza, è un gioco di potere, o al massimo pura stupidità.

Certamente, si può obiettare che le forze politiche hanno per lo più proclami, che proposte concrete, e forse è proprio questo che rende difficile gli accordi.

Chi dovrebbe pagare le grandi opere?

Abbiamo appena letto questa dichiarazione da parte di un esponente politico (non diciamo di che parte politica):

“Siamo assolutamente contrari allo strumento del project financing , che praticamente rovescia sugli utenti e quindi sui cittadini il costo di queste grandi opere”

La domanda dobbiamo farla per forza: ma perché, se fosse pagato solo da fondi pubblici (e quindi dalle tasse) su chi ricadrebbe il costo?

Non siamo in questa sede a dire se sia meglio una o l’altra strada, ma ci lascia molto perplessi il fatto che alcuni sembrano convinti che le risorse possano apparire magicamente da questa o quest’altra “fonte”. Alla fine il peso è sempre sui cittadini, è assurdo pensare che non sia così. Quel che cambia è solo la forma: prezzi, tariffe, tasse, o inflazione. Non ci sono pasti gratis.

La pia illusione che il peso dei sacrifici possa non ricadere sui più poveri

Spesso qualcuno ripete che il peso dei sacrifici non dovrebbe ricadere sulle classi più povere: sarebbe giusto che i sacrifici venissero chiesti a chi se lo può permettere, piuttosto che a chi fatica ad arrivare a fine mese.

Un discorso logico, ma in realtà non realizzabile. Perché il peso dei sacrifici finisce sempre in qualche modo sui più deboli, o almeno anche su di loro. Che non vuol dire che bisogna “feregarsene”, ma esserne consapevoli e capire che l’effetto negativo può essere limitato ma non annullato.

Il motivo è molto semplice: immaginate di mettere una tassa che colpisca solo i ricchi. Cosa succede? Semplicemente che i ricchi ridurranno di conseguenza i loro consumi, e di conseguenza diminuirà al domanda di prodotti, ed andrà ad aumentare la disoccupazione: e chi è che rimarrà disoccupato? Tipicamente, i più deboli. (Questo effetto è particolarmente vero in Italia, dove la produzione interna punta – deve puntare – sulla qualità e alle fasce alte del mercato).

Spostiamo il peso sulle imprese? Anche qui il discorso è identico: le imprese saranno meno competitive e quindi ne risentirà l’occupazione.

Sulle banche? Vuol dire che saranno in grado di concedere meno prestiti e mutui, e ne risentirà chi ne ha più bisogno, cioè sempre le classi più basse.

Sullo stato? Allora diminuiscono i servizi (e/o la loro qualità), e anche in questo caso ne risentono le classi più deboli (un “ricco” può tranquillamente andare in un ospedale privato, ad esempio, e non ha problemi di pensione).

Come dicevamo prima, questo non vuol dire che bisogna dire “pazienza, i più poveri comunque sono condannati”: ma servirebbe essere consapevoli che l’economia è una “coperta corta”, ma strettamente interconnessa, e  non si può sperare di spostare il peso da un posto all’altro senza conseguenze.

L’economia è un sistema che funziona se funziona nel suo complesso: sarebbe bello che qualcuno proponesse soluzioni che guardassero al totale, anziché cercare di accontentare ora quello, ora quell’altro.

In Italia manca il concetto di responsabilità?

Si parla molto di “responsabilità” in politica, di questi giorni. Ma la sensazione è che in Italia manchi non solo il senso, ma il concetto stesso di responsabilità.

Un esempio dalla cronaca: a Reggio Calabria sono stati denunciati diversi dipendenti del Comune per assenteismo. Un caso non certo unico, ma la domanda che nasce è, analogamente a tutti gli altri casi, un’altra: perché in questi casi di cattiva gestione i dirigenti non vengono adeguatamente sanzionati? Perché non vengono loro attribuite le responsabilità che dovrebbero avere, e per cui sono pagati?

Se un dipendente “fa il furbo” può sembrare logico punirlo, ma se non è stato il dirigente a segnalare il cattivo comportamento dovrebbe essere quest’ultimo ad essere punito. Le questioni sono due: o il dirigente è connivente con queste prassi, oppure non sa cosa stanno facendo le persone di cui è responsabile. E questo neppure in termini di quantità di lavoro che sono in grado di sostenere: perché assenze e ritardi sistematici sono cose che normalmente si notano sulla coda di lavoro. Oppure effettivamente lavoro non c’è (e quindi nessun lavoro che si accumula per colpa delle assenze), ma la colpa a questo punto è di chi ha organizzato gli uffici, sovradimensionandoli così tanto rispetto alle esigenze reali.

Sarebbe ora che parole come “responsabile”, “dirigente” o “manager” venissero valorizzate per quel che significa: un dirigente deve dirigere, un responsabile deve avere la responsabilità, un manager deve gestire. Se lo fanno male (al punto che se la gente che lavora per loro c’è o meno al lavoro, non cambia nulla) allora dovrebbe essere il caso che se ne prendano la responsabilità.

Va bene la tutela del posto di lavoro, però se proprio non si vuole introdurre la possibilità di licenziare chi lavora male, dovrebbe essere almeno (in generale) la possibilità di demansionare dirigenti e responsabili, e fare occupare i ruoli a chi è più capace. Ne guadagnerebbe di molto l’efficienza delle amministrazioni (e lo stesso concetto si può applicare anche ai privati, comunque).