La Srl semplificata diventa protagonista del web

Nonostante il momento politico sia piuttosto particolare, non vanno persi di vista i problemi concreti: ed una delle problematiche spesso sollevate quando si parla dell’economia italiana riguarda la difficoltà di fare impresa.

In quest’ottica, la recente introduzione delle società a responsabilità limitata semplificata permette di semplificare di gran lunga le complessità burocratiche, per gli under 35 che vogliono “fare impresa”. Ad esempio, è sufficiente un capitale sociale di solo 1 euro, e atto costitutivo e iscrizione nel registro delle imprese sono esenti da diritto di bollo e di segreteria e non sono dovuti onorari notarili.

Non è una questione da poco: sono spesso i giovani ad avere idee nuove ed innovative, ma di contro non hanno solitamente i capitali per aprire un’impresa “normale”. Ecco che la srl semplificata può fare nascere una nuova generazione di imprenditori, cosa che sarebbe decisamente utile all’economia perché parliamo spesso della staticità della mentalità del settore pubblico, o del mondo del lavoro, ma è anche vero che molti imprenditori hanno una mentalità che se poteva avere successo  venti o trent’anni fa, oggi fa annaspare.

Inoltre ha un grosso potenziale nella tutela dei lavoratori: infatti, una parte del mondo delle “Partite IVA” potrebbe trasformarsi in srl semplificate, permettendo di distinguere meglio il sottobosco di soggetti che figurano come professionisti/imprenditori ma in realtà sono dipendenti non tutelati.

La Srl Semplificata è uno strumento che però è forse meno noto di quel che dovrebbe e proprio per questo il Governo ha lanciato (qualche tempo fa, ma raggiunge gli “schermi” solo da pochi giorni) una campagna rivolta in modo specifico ai giovani, essendo questi i beneficiari dello strumento della Srl Semplificata.

Ecco dunque nascere una campagna basata sull’ironia, che non è stata affidata ai “soliti” professionisti della televisione, ma a specialisti di comunicazione online, e soprattutto coinvolgendo quattro giovani “star” di YouTube.

Se il chirurgo è ladro, la soluzione non è quella di farsi operare da un vicino di casa

Va dato atto al Movimento 5 Stelle di avere coinvolto i cittadini alla politica, un aspetto importante perché la partecipazione e la condivisione delle scelte è un valore importante. Ma c’è un aspetto che sembra passato  in secondo piano. E cioè la conoscenza della materia.

Noi italiani siamo bravissimi a commentare e criticare cose di cui non sappiamo, ma questa non è  la strada che porta a scelte di cui si possa beneficiare. E’ vero che ognuno ha diritto a esprimere la propria opinione, ma dovrebbe anche avere il dovere di sapere di cosa parla. E questo vale a maggior ragione per la classe politica.

se il primario di chirurgia è ladro, farsi operare dal vicino di casa non è una scelta intelligente

L’onestà viene portata come valore distintivo della nuova “generazione politica”, ma bisogna stare attenti: l’onestà è condizione necessaria, ma non da sola sufficiente per guidare verso buone scelte politiche. Per capirci: se il primario di chirurgia è ladro, farsi operare dal vicino di casa non è una scelta intelligente.

E questa “ingenuità” della nuova classe politica si fa vedere continuamente. Innanzi tutto, a nostro parere, con grossolani errori nell’individuazione delle priorità, dando la precedenza a temi dal significato in realtà prevalentemente simbolico (finanziamento pubblico ai partiti) anziché a problemi più impellenti ma meno localizzabili (crescita economica, disoccupazione, ecc.).

 

 

Ma il prelievo dai conti correnti è peggio che convertirli in altra valuta?

Si sono fatte sentire forti le polemiche sulla proposta (bocciata) di risolvere la crisi economica di Cipro con un prelievo tra il 5 e il 10% dei depositi nei conti correnti. Come detto la proposta ha trovato una solida opposizione ed è stata bocciata.

La domanda che noi ci facciamo però è questa: se in alternativa si fosse ipotizzato di convertire i depositi in una nuova valuta locale, ci sarebbero state le stesse proteste?

Ma allora, ci piacerebbe che qualcuno ci spiegasse in che modo vedere sostituire i propri risparmi con qualcosa che vale il 20 o il 30% in meno (ma nel caso di Cipro potrebbe essere anche il 50%: questo vuol dire quando si parla di “svalutare una  moneta“) sia meglio che vederne “prelevato” il 5-10%. Tanto più che nel primo caso il taglio lo subiscono anche gli stipendi.

PS: Non stiamo dicendo che il prelievo dai conti correnti è una soluzione ideale. Stiamo dicendo che ci sono soluzioni peggiori.

C’è una bolla immobiliare in Italia, oppure no?

Il mercato immobiliare è indubbiamente in difficoltà in questo periodo, con le compravendite di immobili che sono crollate (-25% nel 2012). Eppure i prezzi finora sono scesi relativamente poco, per la nota viscosità dei prezzi delle case: in pratica, spesso chi vende preferisce rimandare la vendita che accettare un prezzo inferiore a quello che sperava di ottenere.

Ma è un processo che non può andare avanti all’infinito, e prima o poi bisogna accettare le proposte di acquisto: se il prezzo iniziale era eccessivo, c’è la possibilità di dover accettare un prezzo notevolmente inferiore alle attese.

Su larga scala, questo è uno dei processi che porta allo scoppio della bolla immobiliare, che al momento appare la preoccupazione di molti: in Italia c’è una bolla immobiliare? E’ destinata a scoppiare, con un crollo dei valori degli immobili? 

Prezzi delle case al metro quadro in Spagna (fonte: Wikipedia)
Prezzi delle case al metro quadro in Spagna (fonte: Wikipedia)

Molti fanno analogie con la situazione di USA e Spagna, ma bisogna tenere conto che la situazione italiana è diversa, non ultimo perché le banche italiane non sono mai state eccessivamente “liberali” nei prestiti (con tanti che dicevano che da noi “per avere un prestito bisogna dimostrare di non averne bisogno“), e di conseguenza è stato  “pompato” di meno il mercato immobiliare (che vive dei prestiti, dato che sono in pochi ad acquistare un immobile solo dopo avere messo da parte il capitale sufficiente per  pagarlo.

A ipotizzare una bolla immobiliare ci sono ad esempio le associazioni consumatori, che evidenziano che nel 2011 servivano 25 anni di stipendio per acquistare un appartamento di 90 metri quadri al centro di una città, denunciano, quando nel 2001 ne bastavano 15.  Le case costano sicuramente tanto, ed è improbabile che assisteremo ad aumenti di prezzi (ma anzi forse una correzione al ribasso) ma allo stesso tempo ipotizzare un crollo drastico dei prezzi è altrettanto improbabile.

Bisogna però anche segnalare che c’è chi vede delle analogie tra l’andamento storico dei prezzi delle abitazioni in Italia e il grafico dell’andamento tipico di una bolla speculativa

 

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Andamento tipico di una bolla speculativa (fonte: Wikipedia)

 

Prezzi immobiliari residenziali 1960-2011 (fonte: monitorimmobiliare.it / Reddy's Group)
Prezzi immobiliari residenziali 1960-2011 (fonte: monitorimmobiliare.it / Reddy’s Group)

 

Commenti stranieri sulla politica italiana: a chi servono?

Capita ogni tanto che politici stranieri esprimano parole che vengono interpretate come “simpatia” verso questa o quell’altra forza politica. Se prima delle elezioni questo poteva essere vero, è bene tenere presente che a volte non si tratta di parole destinate a incoraggiare gli italiani verso una direzione o l’altra, ma anche a tranquillizzare i compatrioti.

E’ il caso, a nostro parere, delle dichiarazioni dell’ambasciatore americano a proposito dell’interesse verso il Movimento 5 Stelle, anche se poi parzialmente smentite su pressione delle altre parti politiche. Perché non va trascurato che dall’estero la situazione politica italiana appare ancora più confusa e piena di contraddizioni e ancor meno  comprensibile di quanto appaia a noi.

Ecco che allora parlare di interesse verso quella che è la forza che spaventa di più all’estero, non necessariamente per i contenuti politici, ma semplicemente per il fatto che è “ignota” ha anche un significato importante non per gli italiani, ma per gli americani (compresi gli investitori).

Significa dire innanzi tutto “sappiamo quel che sta succedendo“, e tranquillizzare lasciando intendere un “siamo comunque amici, andrà tutto bene…

 

Come si può rilanciare l’economia italiana?

Come rilanciare l’economia italiana? Cerchiamo di dare una risposta a questa difficile domanda, dato che spesso (noi compresi) si critica chi propone soluzioni peggiori del male o inapplicabili.

Chi ritiene di avere trovato una soluzione semplice e rapida a un problema complesso ed irrisolto da tempo, molto spesso non ha capito il problema. I problemi dell’Italia non sono nati in pochi mesi ma sono figli di decenni di cattiva gestione economica e politica (che era tollerata quando tutto andava bene, ma al costo di ridurre lo spazio di manovra per quando le cose — come ora — vanno male).  Per cui anche la soluzione non può essere semplice ed immediata.

Chi ritiene di avere trovato una soluzione semplice e rapida ad un problema complesso ed irrisolto da tempo, molto spesso non ha capito il problema.

Per quanto la soluzione non sia rapida, questo non vuol dire che non esistano soluzioni non esistano. Anzi, si può dire che per molti versi siano note da tempo, ma purtroppo è sempre mancata la volontà si perseguirle.

Il primo passo è decidere cosa vuole essere l’Italia nel futuro. Capire cioè quali sono i settori sui cui si vuole puntare, perché si crede che potranno trainare l’economia italiana nel lungo periodo. Si tratta di un passaggio difficile, in primo luogo perché parliamo di orizzonti lunghi (almeno dieci o venti anni), e quindi non è facile capire come potrà evolversi l’economia e la tecnologia. Ma anche perché decidere cosa si vuole essere vuol dire anche decidere cosa non si vuole essere, e quindi togliere supporto a settori che fino adesso sono stati ben “foraggiati”. Ad esempio, l’Italia vuole avere una vocazione “produttiva”? E questo come si combina con il fatto che i giovani di oggi non sono interessati a fare gli operai? Quali sono i settori su cui vogliamo puntare? Moda? Software? Industria pesante?

Sarebbe bello un dibattito in questo senso: qui sì che avrebbe molto senso un’ampia partecipazione dei cittadini. Scegliere il “cosa”, mentre il “come” può (e talvolta deve) essere lasciato a chi ha competenze specifiche: sarebbe meglio che il dibattito fosse su “dove andiamo”, e non solo su “chi guida”.

Scegliere su quali settori puntare è importante perché da quello discendono in modo diretto un gran numero di importanti scelte: quali infrastrutture servono, cosa deve insegnare la scuola, e via così.

Definito il quadro generale, si può pensare più al breve termine. In questo momento quel che più manca è un incoraggiamento all’innovazione, che come investimento incerto per definizione è spesso messa da parte dalle imprese. Il che è grave perché le imprese, già in difficoltà, diventano così sempre meno competitive.

Il meccanismo del credito d’imposta si presta molto bene da questo punto di vista, con la possibilità di per le imprese di “recuperare” in modo automatico i soldi investiti in ricerca e sviluppo (magari in modo differenziato, premiando di più chi collabora con università e centri di ricerca, ma dando la possibilità di beneficiarne anche a chi effettua attività di ricerca internamente). Si tratta di meccanismi che sono già utilizzati, ma vanno armonizzati e strutturati meglio.

Il supporto all’innovazione secondo noi è prioritario anche rispetto alla riduzione del costo del lavoro, perché se i prodotti che un’azienda propone sono “i migliori” sul mercato, allora può permettersi anche di chiedere prezzi più elevati. Al contrario, mettere come priorità il taglio dei costi del lavoro è sinonimo di una gara al ribasso, in cui l’Italia, realisticamente, non può vincere.

Chi guadagnerebbe dall’uscita dall’Euro?

Il tema dell’uscita dall’euro è un tema caldo, e ci sembra giusto approfondire ancora l’argomento, affrontandolo in modo un po’ meno semplificato. Per quanto ovviamente ciascuno possa avere le proprie opinioni, è importante capire una cosa: “uscire dall’euro” non vuol dire riportare i prezzi a quando c’era la lira. 

L’uscita dall’euro serve per svalutare la moneta: il che concretamente vuol dire che i vostri risparmi e i vostri stipendi varrebbero meno. Ora, secondo chi propone (con cognizione di causa) l’uscita dall’euro, questo effetto sarebbe compensato dal vantaggio che i prodotti italiani sarebbero più competitivi sui mercati internazionali, quindi le imprese potrebbero produrre di più, ed assumere di più. Se tutto va bene, l’aumento di occupazione sosterrebbero la domanda interna, e si potrebbe creare un circolo virtuoso che può più che compensare la iniziale svalutazione. 

Uscire dallˊeuro non vuol dire pagare prezzi in lire. Vuol dire ricevere gli stipendi in lire. E pagare prezzi in euro.Ma attenzione: non si tratta di un effetto istantaneo. Non è che domani si esce dall’euro e dopodomani la crescita economica riparte. Inevitabilmente il primo impatto è molto pesante. Appunto perché il primo impatto è quello della svalutazione, non della crescita.

Svalutare la moneta vuol dire infatti che tutti i prodotti importati costerebbero di più. Dai computer alle magliette “made in China”. Inoltre (e questo è uno dei motivi per cui noi non sosteniamo l’uscita dall’euro), anche materie prime e semilavorati costerebbero di più. Già questo, a nostro parere potrebbe fare perdere molti dei potenziali vantaggi.

Ci sono poi dei fattori che possiamo definire “finanziari” che dovrebbero essere tenuti in considerazione. Emettendo debiti in una valuta che può essere facilmente svalutata, il tasso di interesse che si va a pagare è molto più elevato. I tassi di interesse sui Titoli di Stato con la lira negli anni ’90 erano oltre il 10%: il che vuol dire miliardi di spesa pubblica in più. Non solo, in questo caso parliamo di un’uscita dall’euro che dichiaratamente serve per svalutare la moneta: è ovvio che qualunque investitore presterà i suoi soldi solo ad un tasso che includa la svalutazione attesa. Quindi se i mercati si aspettano che la nuova lira si svaluti del 20%, non avrebbero motivo a prestarci soldi ad un tasso che non includa anche tale svalutazione.

Ovviamente si può dire che si può cercare di rinegoziare il debito: ed in effetti non avrebbe molto senso uscire dall’euro senza anche una rinegoziazione del debito (un default insomma). Si può chiaramente fare, ma tenete presente che una volta che ci si è dimostrati dei debitori inaffidabili, è molto difficile farsi prestare ancora soldi. Quindi la domanda è: siamo sicuri che poi riusciamo a gestire i conti pubblici senza dovere ricorrere ad ulteriori prestiti? Già, perché si parla tanto dell’Italia che si piega ai mercati come se fossero dei dittatori, ma non sono i mercati che impongono il loro volere, ma noi che abbiamo disperatamente bisogno dei loro soldi. C’è una piccola differenza.

Non escludiamo a priori che le cose possano andare bene (o anche meglio di adesso) se si tornasse alla lira: ma non è vero che quando c’era la lira tutto era rose e fiori (qui ne parlavamo in tempi non sospetti), anzi.

Quindi si può discutere a lungo, ma una cosa secondo noi deve essere chiara: quando si parla di uscire dall’euro, non si parla di fare tornare i prezzi a quando c’era la lira, mantenendo gli stipendi attuali. Si parla di essere pagati in lire, e di mantenere i prezzi attuali (almeno per i prodotti importati o che hanno una elevata percentuale di componenti/materie prime importate).

A beneficiare dell’uscita dall’euro sarebbero invece immediatamente coloro che hanno i propri capitali all’estero, per i quali l’Italia diventerebbe immediatamente “poco costosa”. Ma non si tratta certo delle fasce basse e medio basse della popolazione: sarebbero invece i ricchi a diventare più ricchi, ed i poveri a diventare più poveri. Anche se da quel che avevamo capito l’obiettivo dichiarato non era questo.

Si può assicurare il proprio investimento per il futuro?

Di Alessandra Pilloni – BullionVault

La situazione politica italiana in questo momento è decisamente “fluida”, e anche se è passato qualche giorno dalle elezioni sembra mancare ancora molto perché “i giochi siano fatti”: In questo momento è interessante cercare di analizzare alcuni possibili scenari futuri. Sappiamo che Grillo e Berlusconi hanno cavalcato il malcontento nei confronti dell’Europa, spesso imputando l’ingresso nella moneta unica come responsabile finale della crisi. Cosa accadrebbe se il programma economico del Movimento 5 Stelle venisse effettivamente attuato, nella specie se fosse veramente svolto un referendum sull’Euro con conseguente ritorno alla Lira? E se il debito italiano fosse realmente ristrutturato? E se le due precedenti ipotesi non si dovessero realizzare, quali altre prospettive si aprono? Vogliamo oggi proporvi quattro differenti scenari, provando a ragionare sulle conseguenze di ciascuno.

 

1. L’Italia sceglie di uscire dall’Euro

Il ritorno alla Lira avrebbe come conseguenza certa la ridenominazione dei risparmi secondo i termini della vecchia moneta, con conseguente svalutazione dei risparmi stessi, che impoverirebbero in termini relativi perdendo potere di acquisto. Del resto il ritorno alla Lira verrebbe scelto proprio per la possibilità di svalutazione che la stessa offre, una volta che l’Italia riacquisisse sovranità monetaria. Verrebbe ridenominato anche il debito? Sembra improbabile, visto che sarebbe difficile convincere i creditori ad accettare una tale condizione, che significherebbe una perdita certa in termini reali. Le conseguenze di mantenere un debito in Euro a fronte di una Lira in svalutazione sono facili da intuire.

 

2. Ristrutturazione del debito

La ristrutturazione del debito è la riorganizzazione delle condizioni di un debito già contratto che di norma avviene come conseguenza di un default. La diminuzione dei tassi di interesse su bond governativi già in essere sarebbe un colpo per tutti quei risparmiatori che hanno investito in questo modo, considerato che il 63% del debito italiano è comunque interno (dati BCE relativi al 2012, via Linkiesta). Inoltre esporrebbe l’Italia all’impossibilità di ottenere nuovi finanziamenti dai mercati, cosa che avrebbe come risultato finale il fallimento della struttura pubblica e il venir meno di servizi fondamentali che oggi sono finanziati dallo Stato.

 

3. Si continua a tirare avanti

Rimanendo nell’Euro e evitando la misura estrema della ristrutturazione del debito, sembra inevitabile il proseguimento, in qualche maniera, delle misure di austerità degli ultimi mesi. L’Italia continuerebbe a ottenere finanziamenti dai mercati, eventualmente con l’aiuto della BCE, ma alla condizione che mostri una qualche assunzione di responsabilità da realizzarsi nel proseguimento delle politiche di austerity e nell’esecuzione delle riforme che dovrebbero in qualche modo favorire la crescita. Lasciamo alla discrezione di chi legge di valutare fino a che punto austerity faccia rima con crescita, ma questo è comunque un altro discorso. Certo è che uno scenario del genere lascerebbe comunque esposti  al rischio che si verifichino i due precedenti (uscita dall’Euro e ristruttuazione del debito), e in questo caso non per scelta bensì come conseguenza estrema del fallimento di tali politiche e quindi dell’impossibilità di mantenere gli impegni presi.

 

4. Perdita o riduzione di sovranità/indipendenza

Dividiamo questo scenario in due sottocategorie, una delle quali vi suonerà familiare…

 

4.A Perdita della sovranità

Mali estremi, estremi rimedi. Non si può escludere l’ipotesi del commissariamento da parte delle autorità europee. Senza voler dare giudizi di merito, l’ingresso di Monti a Palazzo Chigi per risolvere la situazione catastrofica in cui verteva l’Italia nell’autunno di due anni fa ha di fatto tolto all’Italia la sovranità nazionale. Conseguenze della vita in Comunità: se non tutto, molto è ammesso per evitare il contagio. Sembra lecito ritenere che il recente risultato elettorale espone il paese alla possibilità concreta che ciò si ripeta.

 

4.B Più Europa per tutti

Un’altra manifestazione della perdita della sovranità si avrebbe all’altro estremo dello spettro, ovvero nel caso in cui l’unità economica e monetaria europea si dilatasse a comprendere unità politica e fiscale. Nessuno si aspetta uno scenario del genere dopodomani, e sappiamo che sono prima di tutto i diligenti contribuenti tedeschi a non essere eccezionalmente lusingati da una tale prospettiva.

 

 

Ora, c’è modo per un privato cittadino di fare qualcosa che possa proteggere la propria indipendenza e libertà individuale? Certo è che da questa settimana il telefono, qui a BullionVault, ha cominciato a squillare più di frequente, e i clienti italiani espongono le medesime preoccupazioni. “Sono sicuro di non essere l’unico a chiamare per comprare oro in questi giorni” ha esordito G. F. da Napoli, che spiega poi di aver deciso di investire in oro per proteggere i propri risparmi dall’eventualità della disintegrazione o dell’abbandono da parte dell’Italia della moneta unica.

 

Certo è che il possesso di oro fisico sarebbe un enorme vantaggio nel caso in cui i primi due scenari si realizzassero: nel mezzo di una svalutazione facile da prevedere, l’oro manterrebbe potere di acquisto e offrirebbe credibilità e valore internazionale ai propri risparmi.

 

L’oro fisico poi non è un credito: non si può ristrutturare, non soffre rischi di inadempimento. Se la crisi del debito dovesse inasprirsi e diventare ingestibile, chi sarà a pagare? Di certo non i debitori: chi non ha soldi non paga, sembra ovvio. I creditori pagano, o meglio, hanno già pagato e rimangono con un pugno di mosche che rappresenta la responsabilità ultima del rischio assunto in primo luogo.

 

Il prezzo dell’oro è sceso nelle ultime settimane ai livelli minimi da novembre 2011 (€38.574/kg toccati il 14 febbraio), oscillando attualmente attorno ai €39.000 dopo il massimo storico raggiunto a fine settembre ad oltre i €44.300/kg. È comprensibile che chiunque abbia interesse ad acquistare un’assicurazione contro scenari che potrebbero rivelarsi difficili da gestire colga l’opportunità in questo momento.

 

L’oro è un asset internazionale, non è un credito, non sottosta alle politiche nazionali né monetarie, non si duplica a piacimento né si svaluta con un referendum. È stato storicamente uno strumento in grado di garantire quantomeno la sovranità e l’indipendenza finanziaria individuale, e l’autonomia di scelta, movimento ed azione.

 

Non stupisce quindi che chi teme l’incertezza che sembra almeno in qualche misura inevitabile stia approfittando dell’occasione per stipulare un’assicurazione a prezzi particolarmente convenienti.

Referendum sull’euro? Basta dare la possibilità alla gente di essere pagati in lire, e rifiuterebbero tutti…

Il tema della permanenza dell’Italia nell’euro torna di attualità dato che il Movimento 5 Stelle avrebbe tra i suoi propositi un referendum sull’euro. Chi segue questo blog probabilmente sa già che a nostro parere un’uscita dall’euro sarebbe un disastro per l’economia italiana, dato che il fatto che “si stesse meglio quando c’era la lira” ci sembra una pura illusione.

Ma del resto, crediamo anche che sia giusto che ciascuno faccia le proprie scelte, purché consapevoli. Quindi perché anziché “uscire dall’euro” non affianchiamo la lira (o come vogliamo chiamare la moneta locale) all’euro? Chi lo desidera, potrà essere pagato in lire e convertire i propri risparmi in lire. Chi preferisce l’euro, se li tiene in euro.

I negozi dovrebbero essere obbligati ad accettare le nuove lire, chiaramente senza però nessun vincolo di cambio con l’euro (altrimenti a cosa serve un’altra moneta se ha un cambio fisso?).

La nostra opinione è che ben pochi sceglierebbero di essere pagati in lire anziché in euro, potendo scegliere. Sappiamo tutti che la lira è destinata ad essere una moneta che si svaluterà e che avrà un inflazione più elevata. Può anche darsi che l’introduzione dell’euro non sia avvenuta in modo perfetto, ma accusare l’euro delle difficoltà economiche italiane è cercare un capro espiatorio comodo (non ci si dica che i ridotti investimenti in innovazione, o il mancato sostegno ai settori industriali emergenti sono fattori secondari).

Chi guadagnerebbe da un uscita dell’Italia dall’euro è chi riuscisse ad evitare un cambio dei propri capitali: se la nuova lira si svalutasse del 20%, chi mantenesse l’euro si troverebbe il 20% più ricco (o meglio, tutto quello che compra gli costerebbe il 20% in meno: il risultato è di fatto lo stesso). Ma ad evitare il cambio non sarebbero certo i ceti  bassi e medio-bassi della popolazione. Piuttosto, ci guadagnerebbero i ricchi che hanno i propri capitali all’estero, o che sono in grado di portarli all’estero.

Non sappiamo se ci sarà mai veramente un referendum sull’euro. Però in quel caso ricordate una cosa, quando voterete: la domanda a cui risponderete non è un quesito astratto, ma è semplicemente “volete essere pagati in lire anziché in euro?“. Poi fate la scelta che volete, ma ricordatevi che quello di cui si sta parlando è questo.

Le primarie sono spesso un errore

Ci prendiamo in anticipo, in vista delle prossime elezioni (che comunque rischiano di essere tra non molti mesi), per sottolineare un aspetto importante nella selezione dei candidati.

Il PD si è conquistato molta visibilità con le primarie per la scelta del candidato premier. Adesso però sono in molti a pensare che se invece di Bersani ci fosse stato Renzi, il risultato delle elezioni politiche potrebbe essere stato diverso.

Ma Bersani è quello che ha vinto le primarie, non dovrebbe essere quindi il candidato migliore possibile? In realtà no, perché (uscendo ora dal caso specifico: si tratta di un’osservazione che vale per ogni schieramento) fare scegliere al proprio “nucleo duro” il candidato non è detto sia la cosa migliore. Perché il punto non è convincere chi già ti vota a votarti, ma piuttosto conquistare gli indecisi. Capire chi sia il candidato preferito degli iscritti è interessante ma non assicura la vittoria, perché questa si conquista convincendo gli indecisi. 

E  gli indecisi per definizione non hanno le stesse preferenze dei “decisi”: anzi, potrebbero essere allontanati da una scelta di un candidato troppo “tradizionale” oppure troppo “duro e puro”. Che però sono spesso quelli preferiti dagli iscritti.

 

10 segnali che si sta avvicinando una ulteriore crisi

Non siamo ancora fuori dalla crisi che qualcuno inizia a sostenere che una nuova crisi si sta avvicinando. Il punto è che i problemi di fondo dell’economia e della finanza non sono stati risolti, ma semplicemente “nascosti”, con le banche centrali che hanno inondato di liquidità i mercati e con salvataggi più o meno espliciti delle istituzioni finanziarie, maggiore indebitamento pubblico.

Michael Snyder è uno dei pessimisti, ed ha individuato 10 fattori che segnalerebbero l’avvicinarsi di una nuova crisi finanziaria.

  1. Gli acquisti degli insiders sono ai minimi: andando a vedere le transazioni di chi lavora all’interno di una società quotata le vendite supererebbero di gran lunga gli acquisti, con un rapporto di 50 a 1.
  2. Il reddito personale negli USA a gennaio è sceso del 3,6% rispetto a dicembre: la contrazione più elevata degli ultimi 20 anni.
  3. Il governatore del Michigan  ha incaricato un “manager di emergenza” di gestire gli aspetti finanziari per la città di Detroit: una sorta di curatore fallimentare, di fatto.
  4. La disoccupazione in Italia (11,7%: la più elevata negli ultimi 20 anni) preoccupa non solo noi, ma anche i mercati internazionali, dato che costituisce un problema economico e un elemento di instabilità sociale, anche per il fatto che si concentra soprattutto tra i giovani (il 38,7% è disoccupato).
  5. Anche la disoccupazione in Grecia preoccupa: secondo alcune stime potrebbe arrivare al 30% entro fine anno. Impressionante il dato fra i giovani: il 59,4% è disoccupato.
  6. A livello di Eurozona, la disoccupazione ha raggiunto il livello record dell’11,9%.
  7. Le manifestazioni in Portogallo contro le misure di austerità (una delle manifestazioni più massicce nella storia del paese) sono un segnale che difficilmente il paese potrà avere difficoltà a risanare i conti.
  8. Goldman Sachs segnala che a livello europeo, i depositi bancari sarebbero diminuiti nel corso di gennaio.
  9. La Cina potrebbe iniziare una “guerra di valuta”: secondo le voci  trapelate, questa sarebbe la risposta all’andamento dei cambi dello yen giapponese, che Pechino considererebbe manipolati per rendere più competitivi i prodotti giapponesi.
  10. Gli analisti sono preoccupati della situazione politica italiana, e dei fattori di incertezza legati anche alla possibile volontà di alcune forze politiche di uscire dall’euro o di rinegoziare il debito pubblico, (cosa che però renderebbe molto più difficile ottenere prestiti dai mercati, con possibili ricadute economiche non trascurabili).

Mercati azionari destinati a virare in negativo?

Negli ultimi mesi, i mercati azionari internazionali (specie quelli USA) hanno avuto performance positive. Alcuni analisti (tra cui Stephane DEO di UBS) sono cauti sul proseguimento di questo trend. I motivi che potrebbero portare ad un’inversione di tendenza sono cinque.

  1. Il tetto al debito USA.  Se negli USA non sarà trovato un accordo sul debito pubblico, c’è il rischio concreto di tagli automatici che potrebbero arrivare a “fare chiudere” parte dei servizi e delle attività pubbliche, con ricadute sull’economia in generale.
  2. Fine del Quantitative EasingIl QE dovrebbe essere ridotto nella seconda parte dell’anno, riducendo la liquidità immessa nei mercati e quindi potenzialmente impattando sui prezzi di titoli ed azioni.
  3. Rischi EuropeiL’Italia è sorvegliata speciale, ma non è l’unico Paese che gli analisti considerano economicamente a rischio. Un altro paese che gli analisti tengono d’occhio è Cipro: non tanto per i valori in gioco (briciole rispetto a Spagna e Italia) ma perché la soluzione che sarà adottata darà il polso della capacità di leadership in Europa.
  4. Minori prospettive di crescita dell’economia. A livello globale, l’economia mondiale dovrebbe crescere del 3% quest’anno, ma quel che preoccupa alcuni analisti è che nessuno si aspetta nuove sorprese positive (chiaramente, essendo sorprese non possono essere note a priori, ma sono quelle che interessano dato che tutto ciò che è noto è già incorporato nei prezzi negoziati).
  5. Valori P/E. Il rapporto P/E (Price/Earnings, cioè Prezzo/Utili) è risalito: non si tratta di valori eccezionalmente alti (all’inizio del secolo erano più che doppi, ma c’era una bolla speculativa in corso) però ci si sta avvicinando alla media di lungo periodo, cosa che potrebbe scoraggiare i nuovi acquirenti, togliendo una spinta alla salita dei  prezzi dei titoli.

Il grande crollo dell’oro

Di Adrian Ash – BullionVault

È finito il fascino dell’oro? Il Time ha scritto: “Per cassettisti e speculatori, l’oro ultimamente ha il lustro di una lattina arrugginita.

Sembra valere anche oggi, a febbraio del 2013, ma questo campanello di allarme, intitolato The Great Gold Bust [Il grande crollo dell’oro], e così poco azzeccato da potersi paragonare al famigerato Who Needs Gold When We Have Greenspan [A chi serve l’oro quando abbiamo Greenspan] pubblicato dal New York Times nel maggio 1999. Il grande crollo dell’oro fu scritto in realtà ad agosto 1976, esattamente al nadir del ribasso del 50% del bull market dell’oro degli anni ’70.

 Grande-Crollo-Oro

 “In tre giornate caotiche la scorsa settimana l’oro è caduto di $14 durante il mercato londinese” spiegava il Time 37 anni fa, commentando il crollo dai $198 all’oncia che erano stati raggiunti all’inizio del 1975.

Il minimo di 31 mesi toccato in quei giorni, a $105,50 all’oncia era “un livello disastroso per i goldbugs” si legge nell’articolo, “che non molto tempo fa predicevano un prezzo di $300 o più.”

Vi suona familiare? Un video del Wall Street Journal della scorsa settimana commentava così: “Si tratta di una commodity che si riteneva avrebbe raggiunto e superato i $2000 all’oncia… che ha avuto un rialzo quasi esponenziale… l’oro ha cambiato direzione.

È chiaro che si tratta pur sempre di una possibilità. Quel che è certo è che il bull market dell’oro del XXI secolo sta, per così dire, lasciando l’età dell’innocenza. In effetti fu proprio a febbraio di dieci anni fa che il numero di contratti futures bullish al Comex aperti da trader speculativi superò per la prima volta la soglia di 100.000.

Per celebrare l’anniversario, la scorsa settimana il numero di contratti bearish tenuti dallo stesso gruppo di trader è salito oltre i 90.000 per la prima volta dalla metà del 1999.

 

 Scommesse-Contro-Oro

 Come si vede dal grafico, la metà del 1999 (in concomitanza con l’articolo sul New York Times in lode di Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve) fu in effetti l’unico altro momento in cui i contratti short al Comex, in pratica scommesse speculative contro il prezzo dell’oro, raggiunsero la misura della scorsa settimana.

Allora, come ricorderà lo zoccolo duro dei goldbugs, Gordon Brown riuscì nell’impresa di far crollare il prezzo dell’oro al minimo ventennale, ovvero al di sotto dei $255 all’oncia, annunciando l’intenzione di vendere la metà delle riserve d’oro del Regno Unito esattamente nello stesso momento in cui la Svizzera aveva deciso di vendere buona parte delle proprie enormi riserve auree.

L’oro ha fatto da allora molta, moltissima strada. E gli speculatori e i cassettisti?

Gli investitori stanno mostrando un ottimismo rispetto all’oro che è ai livelli minimi dalla fine del 2008” scrive Commerzbank, commentando la posizione cosidetta “net long”, che calcola il rapporto netto tra contatti bullish meno contratti bearish aperti al Comex dai trader non commerciali (hedge funds e altri trader che gestiscono capitali). E infatti…

 Meno-Scommesse-Oro

 Quale è allora la vera ragione della crisi del metallo giallo? In verità, una crisi la si aspettava da 18 mesi, come confermano le analisi di Credit Suisse e Goldman Sachs, che prendono in considerazione il massimo storico raggiunto 18 mesi fa, appena un anno e mezzo dopo il massimo precedente. Il prezzo dell’oro non raggiunge nuovi massimi? Deve allora essere necessariamente vero che la crisi dell’Eurozona è finita (o quasi),  e così anche la crisi finanziaria globale. Di certo la Federal Reserve è in procinto di innalzare i tassi di interesse, molto prima quindi di quando ci si sarebbe aspettato, e il ruolo dell’oro come efficace mezzo di risparmio è compromesso, visto che i soldi in banca ricominceranno presto a fruttare interessi positivi.

È davvero così? Vediamo altri dati, per esempio la posizione net long dei trader non commerciali nel mercato dei futures, ridottasi del 43% negli ultimi 3 mesi fino a raggiungere il livello più basso dopo quello raggiunto immediatamente dopo il collasso di Lehman nel 2008. Un cambiamento più veloce di questo lo si è visto soltanto 10 volte negli ultimi dieci anni.

Durante queste 10 volte, la media di cambiamento del prezzo nei successivi tre mesi è stato di un succoso 7,8% (analisi di BullionVault), e per 7 volte su 10  il prezzo ha visto un ritorno positivo ai 3 mesi. Le 3 volte su 10 in cui il prezzo è sceso, la riduzione è stata comunque contenuta al 2,1%.

È vero comunque che lo scorso decennio è stato il decennio del bull market dell’oro, e se i ribassi delle scorse settimane proseguiranno oppure no lo sapremo solo vivendo. Nel frattempo il carrozzone ribassista potrebbe già aver perso una ruota: il risultato elettorale in Italia e l’ultimo discorso di Bernanke, in cui nega di voler porre termine alle politiche di quantitative easing prima del previsto, non sono particolarmente in linea con le aspettative dei ribassisti.

Un fuoco di paglia, forse, eppure sono segnali che di certo non rendono ragionevole aspettarsi che il prezzo crolli sul lungo termine. Il che non è necessariamente una buona notizia per i cassettisti, che per comprare ad un prezzo più conveniente magari speravano in un crollo ulteriore, simile a quello già avvenuto tra il 1975 e il 1977.