Le donne “reagiscono meglio alla crisi”

Secondo la ricerca di ING Direct sul Benessere Finanziario, le donne sembrano reagire meglio alla crisi, o almeno si percepiscono in una situazione migliore che gli uomini.

Secondo le rilevazioni, infatti, l’Indice di Benessere Finanziario medio per le donne è pari a 45, contro il 41 dei maschi. L’Indice di Benessere Finanziario (IBF) di ING Direct misura su una scala da 0 a 100 il livello di comfort percepito relativo alla finanza personale (risparmi, mutui, debiti a breve termine, investimenti, reddito e spese correnti).

In particolare, le donne si sentirebbero meglio in grado di gestire il budget a disposizione, riducendo gli sprechi ed ottimizzando le risorse finanziarie a disposizione. Tagliati per primi sono le cene fuori e i divertimenti in generale (tagliate nell’80% dei casi), cui seguono moda e abbigliamento (68%), auto e benzina (67%). Il 27% cerca di risparmiare anche sul cibo.

A livello complessivo (uomini e donne) si evidenzia il calo dell’IBF, che a settembre 2012 era sceso a 43,0 dal 45,2 di giugno 2012, e al 47,5 di dicembre 2011 (a marzo però aveva toccato i 43,4), ad evidenziare un crescente disagio degli italiani nell’affrontare le problematiche finanziarie quotidiane.

Quali prospettive per l’economia dopo il risultato delle elezioni?

La cosa più sorprendente delle elezioni è la sorpresa di tutti di fronte ai risultati. Che però sono tutt’altro che sorprendenti: il fatto che ci sia una grossa fetta della popolazione delusa dalla politica attuale non è certo una novità.

Così come non è una novità che ci sia ostilità di fronte all’austerità: la colpa del governo Monti a nostro parere è stata, come abbiamo discusso in passato, il non avere comunicato bene il “perché” delle misure adottate. La necessità di risanare i conti (anche con sacrifici) può apparire ovvia a chi ne comprende le implicazioni, ma inevitabilmente risulta un sacrificio pesante e incomprensibile (magari per assecondare interessi esterni) agli altri.

A questo punto la situazione politica appare confusa: l’incertezza non piace ai mercati, e quindi c’è da aspettarsi una loro discesa nell’immediato, con aumento dello spread e aumento del costo del debito pubblico.

Le prospettive politiche però sono abbastanza scontate: un tentativo di alleanza di qualche tipo tra PD e Movimento 5 Stelle.  Non ci sono infatti alternative: un’alleanza PD-PDL sarebbe un suicidio politico per entrambi i partiti, che potrebbero magari anche governare, ma pagherebbero poi caro “l’inciucio”. Il ritorno immediato alle elezioni non è probabile, primo perché il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere negli ultimi sei mesi di mandato, secondo perché non c’è da aspettarsi che ci sarebbero stravolgimenti in grado di dare ad una parte la certezza di governare.

L’andamento successivo dipende poi dai contenuti dell’alleanza: un “governo di programma” è considerato da qualcuno ipotizzabile ma una sorta di “governo di Serie B”. Al contrario, a nostro parere una situazione del genere potrebbe essere molto gradita ai mercati finanziari, proprio per l’estrema chiarezza che comporta.

Ovviamente la questione rimane di quali saranno i contenuti del programma, che dovrà essere in grado di rilanciare l’economia italiana: su questo pesa l’incognita di una campagna elettorale che a molti è basata più sugli slogan che sui contenuti.

La vittoria del Milan sul Barcellona “guidata” da motivi elettorali?

In Italia la dietrologia appare ormai d’obbligo, quando si parla di elezioni. Qualche giorno fa avevamo sottolineato come alcuni analisti sostenevano che l’acquisto di Balotelli da parte del Milan fosse stato motivato dalla campagna elettorale, e che il su arrivo “valesse circa due punti per il PDL“.

Per quanto da parte nostra non possiamo che esprimere disappunto, se davvero la gente si fa guidare da questi elementi per le scelte per il proprio futuro, se però prendiamo per buone queste conclusioni allora dobbiamo ipotizzare che che anche la vittoria del Milan sul Barcellona porti voti al PDL.

E dunque, la domanda da dietrologia che sembra inevitabile qualcuno si farà è questa: la vittoria è stata in qualche modo “guidata”? (con “incentivi extra” o in altri modi).

Anche se noi ripetiamo la domanda che ci eravamo già fatti: ma gli italiani si fanno davvero influenzare in modo significativo da questi fattori nelle scelte di voto?

Diminuiscono i prestiti: colpa della congiuntura economica o delle banche?

Secondo i dati dell’ultimo rapporto mensile di ABI, emerge come negli ultimi mesi siano diminuiti i prestiti a famiglie ed imprese. La variazione anno su anno dei prestiti alle famiglie e società non finanziarie è del -3,26% a gennaio 2013 (1.467  miliardi di euro contro  gli 1.516 di un anno fa).

Ma qual è l’interpretazione  da dare a questo dato? Nel rapporto ABI, questo viene ricondotto alla congiuntura: “L’andamento è in linea
con l’evoluzione delle principali grandezze macroeconomiche
”. In altre parole: è “colpa” di imprese e famiglie, che non investono e quindi non hanno neppure bisogno di prestiti per investire (quindi preferiscono tenere i soldi nei depositi, che al contrario sono aumentati del 2,54%). Tanto più che “i tassi di interesse sui prestiti sono in assestamento e sempre su livelli contenuti”.

Se andiamo ad analizzare i dati in modo un po’ diverso, lo scenario che emerge è a nostro parere un po’ diverso. In particolare, va guardato non solo l’andamento generale dei tassi di interesse, ma anche lo spread con i tassi di riferimento, che rappresenta il “ricarico” della banca (motivato da diversi fattori, non ultimo il rischio percepito).

Se andiamo a vedere il grafico dell’andamento dei tassi (basato su quanto riportato dalla tabella 4 del comunicato dell’ABI) effettivamente i tassi sono scesi.

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Se però andiamo a vedere lo spread tra il tasso applicato sui nuovi prestiti per acquisto di abitazioni e il tasso Euribor, si vede che la questione è decisamente diversa. (NB: ovviamente lo spread è significativo fino ad un certo punto, dato che il tasso Euribor e il riferimento per i mutui variabili — e neppure tutti — e non per quelli fissi, ma rappresenta comunque il riferimento per la maggior parte dei mutui, per cui ci sembra un confronto pienamente significativo).

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In altre parole, le banche (pur con tutte le possibili “buone” ragioni) stanno scoraggiando i nuovi prestiti.

A questo si aggiungerebbe una maggiore rigidità “qualitativa”, secondo quanto riportato da diverse famiglie di imprese: si tratta insomma di una maggiore rigidità nell’applicazione dei parametri di “eleggibilità” per la concessione del prestito o del mutuo. Si sarebbe passati da un eccesso all’altro: mentre prima della crisi i criteri erano applicati in modo a dir poco superficiale (tanto da scatenare la crisi) adesso sarebbero applicati in modo pedissequo, rendendo difficile l’ottenimento di un prestito.

Si tratta, probabilmente, anche della conseguenza delle nuove regolamentazioni, che sembrano riflettersi nell’economia: non dimentichiamo che un sistema economico senza prestiti è un sistema dove le imprese non possono investire per crescere e le famiglie non possono comprare casa.

Secondo i dati dell’ultimo rapporto mensile di ABI, emerge come negli ultimi mesi siano diminuiti i prestiti a famiglie ed imprese. La variazione anno su anno dei prestiti alle famiglie e società non finanziarie è del -3,26% a gennaio 2013 (1.467  miliardi di euro contro  gli 1.516 di un anno fa).

Ma qual è l’interpretazione  da dare a questo dato? Nel rapporto ABI, questo viene ricondotto alla congiuntura: “L’andamento è in linea
con l’evoluzione delle principali grandezze macroeconomiche
”. In altre parole: è “colpa” di imprese e famiglie, che non investono e quindi non hanno neppure bisogno di prestiti per investire (quindi preferiscono tenere i soldi nei depositi, che al contrario sono aumentati del 2,54%). Tanto più che “i tassi di interesse sui prestiti sono in assestamento e sempre su livelli contenuti”.

Se andiamo ad analizzare i dati in modo un po’ diverso, lo scenario che emerge è a nostro parere un po’ diverso. In particolare, va guardato non solo l’andamento generale dei tassi di interesse, ma anche lo spread con i tassi di riferimento, che rappresenta il “ricarico” della banca (motivato da diversi fattori, non ultimo il rischio percepito).

Se andiamo a vedere il grafico dell’andamento dei tassi (basato su quanto riportato dalla tabella 4 del comunicato dell’ABI) effettivamente i tassi sono scesi.

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Se però andiamo a vedere lo spread tra il tasso applicato sui nuovi prestiti per acquisto di abitazioni e il tasso Euribor, si vede che la questione è decisamente diversa. (NB: ovviamente lo spread è significativo fino ad un certo punto, dato che il tasso Euribor e il riferimento per i mutui variabili — e neppure tutti — e non per quelli fissi, ma rappresenta comunque il riferimento per la maggior parte dei mutui, per cui ci sembra un confronto pienamente significativo).

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In altre parole, le banche (pur con tutte le possibili “buone” ragioni) stanno scoraggiando i nuovi prestiti. 

A questo si aggiungerebbe una maggiore rigidità “qualitativa”, secondo quanto riportato da diverse famiglie di imprese: si tratta insomma di una maggiore rigidità nell’applicazione dei parametri di “eleggibilità” per la concessione del prestito o del mutuo. Si sarebbe passati da un eccesso all’altro: mentre prima della crisi i criteri erano applicati in modo a dir poco superficiale (tanto da scatenare la crisi) adesso sarebbero applicati in modo pedissequo, rendendo difficile l’ottenimento di un prestito.

Si tratta, probabilmente, anche della conseguenza delle nuove regolamentazioni, che sembrano riflettersi nell’economia: non dimentichiamo che un sistema economico senza prestiti è un sistema dove le imprese non possono investire per crescere e le famiglie non possono comprare casa.

Ratio oro/argento: cosa succede nel mercato dei metalli preziosi

Miguel Perez-Santalla – BullionVault

Secondo molti, l’argento sarebbe significativamente sottovalutato se comparato all’oro, negli ultimi periodi. La conseguenza e che il rapporto (la ratio) tra i prezzi di oro e argento sarebbe destinata a diminuire significativamente in breve tempo.

Molti analisti e commentatori amano prendere in considerazione tale rapporto storico tra oro e argento. Alcuni commenti in merito risalgono addirittura a migliaia di anni fa. L’argento era molto più vicino all’oro in valore rispetto a oggi, una ratio di 3:1 nel Giappone medievale e 2:1 nell’antico Egitto, a causa della mancanza di miniere d’argento interne in quei regni.

In effetti, l’argento potrebbe essere stato più prezioso dell’oro per lunghi periodi di tempo nella storia, e non solo in quei luoghi in cui la fornitura era scarsa. Poiché l’argento era comunque più diffuso, i popoli nel tempo hanno imparato a farne oggetti più utili. Oro e argento sono stati utilizzati abbondantemente per creare oggi da adorno per case, templi e reggie così come oreficeria.

Man mano che l’oro iniziò ad essere meno raro, e le capacità di lavorazione dei metalli si facevano più raffinate, l’oro superò l’argento in quanto metallo più prezioso. Una delle ragioni è che l’oro può essere battuto e allungato mantenendo comunque intatta la propria bellezza, ma la ragione fondamentale, che è anche la proprietà più importante dell’oro, è che non ossida. Tale fattore è di chiara importanza per un oggetto artistico e di bellezza, e ancora oggi è un vantaggio indiscutibile dell’oro rispetto all’argento nella creazione di gioielli.

Tornando alla ratio, la stessa si misura dividendo il prezzo dell’oro con quello dell’argento. Oggi sarebbe quindi di circa 53 ($1610/$31) ovvero nella media degli ultimi 45 anni. Storicamente, partendo dalla base sopra menzionata, man mano che le monete di oro e di argento si diffondevano nell’Europa medievale i prezzi dei due metalli salirono a una ratio di 10:1, con picchi di 14:1, prima di stabilizzarsi attorno a 12:1.

Nel tempo l’argento continuò ad essere trovato in maggiori quantità rispetto all’oro. Man mano che tale fatto divenne più rilevante, il differenziale continuò ad ampliarsi e all’inizio del XVIII secolo la Zecca Reale di Londra fissò la ratio a 15,5:1 (che è approssimativamente anche la ratio geologica di oro e argento nella crosta terreste). Recentemente, ovvero durante il secolo scorso, la ratio oro/argento è stata di 20:1, quando l’argento veniva coniato in monete da un dollaro e l’oro in monete da venti.

 

La ratio attuale di 53 sembra alta se si osservano le statistiche storiche, ma c’è da essere cauti visto che il prezzo dell’oro fu liberalizzato appena 40 anni fa.

Si noti anche il minimo della ratio a gennaio 1980. Fu il momento in cui i fratelli Hunt manipolarono il mercato dell’argento portandolo a una ratio molto bassa, molto breve e artificiale. Nel 1991 la ratio ha raggiunto il massimo di 100, quando l’oro toccava i $412 all’oncia e l’argento rimaneva attorno al livello dei $4. Negli ultimi 10 anni è rimasta in un range tra 80 e 31,60.

 

La ratio è un buon barometro per prevedere i prezzi di oro e argento? Per quanto si tratti di due metalli preziosi, e per quanto l’argento si trovi spesso dove si trova l’oro, i due metalli non sono comunque parenti stretti. L’argento viene estratto in grandi quantità come prodotto secondario di altre estrazioni, per esempio zinco e rame. Secondo un report preparato per il Silver Institute dall’agenzia di consulenza GFMS della Thomson Reuters, circa i due terzi della produzione annuale di argento è come sottoprodotto di altre estrazioni.

Lo stesso report indica che in anni recenti la produzione mineraria d’argento è cresciuta del 25% mentre l’oro diventa invece relativamente più raro, con una crescita di solo il 6% all’anno calcolata in un periodo di dieci anni. Nonostante il prezzo più alto l’oro non riesce a stare al passo con l’argento. Dal punto di vista di domanda e offerta sembrebbe quindi che l’argento sarà in proporzione sempre più disponibile.

Perché allora in tanti ritengono che l’argento abbia migliori opportunità di crescita rispetto all’oro? Da dove deriva tale considerazione?

La domanda d’argento certamente non cessa, e per quanto i raggi x e la fotografia che un tempo ne erano le industrie di riferimento stiano sparendo, ci sono ora nuove applicazioni e utilizzi. Il fotovoltaico, un settore di ampio consumo per l’argento, continua a crescere anche se è diminuito significativamente rispetto  ai massimi del 2011, che comunque non raggiunsero il consumo annuale d’argento da parte dell’industria della fotografia ad inizio secolo.

Per dirla tutta, sul report del GFMS si legge che la domanda è crollata dell’8% durante il 2012. Secondo il 2011 Minerals Yearbook del USGS (US Geological Survey) il consumo totale di argento negli Stati Uniti aveva già perso il 5% nel 2011 rispetto al 2010.

È quindi l’investimento in argento che ha coperto il fosso. Nello stesso report leggiamo che il consumo di monete e medaglie è salito nel 2011 del 19% in tutto il mondo rispetto all’anno precedente. Gli ETC sull’argento sono cresciuti fino a comprendere al momento 623 milioni di once mentre il fantasma della svalutazione monetaria continua ad aleggiare nelle menti della gente.

Pure con queste informazioni possiamo essere certi che l’argento ha più spazio per crescere? È in realtà una domanda molto difficile: ritengo personalmente che la classe dei metalli preziosi continuerà a performare bene nel futuro prossimo, almeno per ulteriori 5 anni mentre l’economia globale arranca. I problemi di credito in tutto il mondo non sono stati risolti. La crisi dell’Unione Europea porterà probabilmente, prima o poi, a una qualche forma di espansione della liquidità, o allentamento monetario.

Per quanto riguarda i costi fondamentali di produzione, il Silver Institute indica un costo di $7,25 all’oncia per il 2011. Utilizzando questo come base, è possibile che in molti ritengano che l’argento sia sopravvalutato al prezzo odierno di $30. Il prezzo di costo però non indica quello del prodotto finale, pronto al consumo. Non abbiamo tutti i dati necessari per saperlo, ed effettuare quindi una decisione informata. Ecco perché l’argento non viene scambiato a quei valori.

In un interessante articolo dal titolo Silver Deceptions: Large Surplusses & Low Production Cost, Steve St. Angelo di SilverSeek scrive che il costo attuale di produzione per estrarre l’argento è molto più alto. Utilizzando il suo metodo di calcolo, per il 2011 il costo di produzione dovrebbe essere $28,02 all’oncia e per l’oro $1359,80. Significherebbe quindi che l’argento ha un premio di poco più del 10% mentre l’oro di oltre il 20%.

Gli investitori che ritengono che l’argento abbia più potenziale partono quindi dal 10% di differenza tra i due metalli rispetto al costo di produzione. Vale quindi bene la pena tenere d’occhio la crescita dell’argento.

     

Le tangenti all’estero? Non dovrebbe essere un problema dei magistrati italiani

Fa scandalo “l’affaire Finmeccanica”, dove una fornitura di elicotteri militari è stata “favorita” da tangenti. Un fatto sicuramente deprecabile (a dir poco) dal punto di vista etico.

Dal punto di vista prettamente “cinico” però, non si può fare finta che l’uso di tangenti sia una prassi consolidata in molti paesi “emergenti”, anche ovviamente non ammessa (anche se a volte qualcuno si lascia sfuggire qualcosa).

Inoltre, sempre dal punto di vista “cinico”, si tratta di una situazione che ha favorito i lavoratori e le imprese fornitrici di Finmeccanica: non si tratta infatti di un vantaggio personale dell’amministratore delegato, ma del beneficio complessivo dell’impresa.

Ora resta certamente il fatto che dal punto di vista etico non è certamente un fatto encomiabile: ma ad indagare dovrebbero essere i magistrati indiani sui funzionari che si sono fatti corrompere (o che hanno chiesto un “regalino”), piuttosto che la magistratura italiana ad indagare sul corruttore.

Non dimentichiamo che l’illegalità delle tangenti deriva dall’obiettivo di garantire le “pari opportunità” delle imprese che vendono i propri prodotti o servizi: anche se è brutto a dirsi, questa parità si ottiene se è impossibile “farsi corrompere”, non se una parte delle imprese “non può  corrompere” (perché abbiamo dubbi che tutti gli altri Paesi si facciano gli stessi scrupoli).

Obama fa causa a S&P, ma per la SOPRAVVALUTAZIONE

Il governo USA ha annunciato l’intenzione di fare causa all’agenzia di rating Standard & Poor’s per “avere contribuito a creare la crisi” economica e finanziaria.

Ma è importante sottolineare che (come abbiamo sottolineato più volte in passato) la colpa delle agenzie di rating è quella di sopravvalutare  i titoli, non si sottovalutarli come qualcuno sostiene quando arriva qualche giudizio negativo.

In parole estremamente semplici: il succo della crisi è che quando credevamo di essere ricchi, non lo eravamo, non che siamo diventati improvvisamente poveri….

La sindrome giapponese

 

Il Giappone ha recentemente stupito i mercati, con il nuovo governo che ha lanciato una clamorosa “scommessa” economica, con cui il nuovo primo ministro Shinzo Abe rovescia l’approccio economico dominante nel resto del mondo, nel tentativo di fare uscire il Giappone da una situazione difficile che dura da decenni. Ce ne parla Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera, Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi.

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1. Cosa sta accadendo nelle ultime settimane in Giappone?

Nelle scorse settimane il neo-eletto primo ministro Shinzo Abe ha rovesciato in modo clamoroso l’impostazione di politica economica dominante nel resto del mondo. Nonostante l‘enorme debito pubblico (236% del Pil nel 2012), ha annunciato che aumenterà la spesa pubblica, varando un imponente programma di opere pubbliche e di investimenti in tecnologie avanzate e ricerca (pari a ben 170 miliardi di euro). Il governo ha anche annunciato che la Banca centrale dovrà “creare inflazione”, attraverso il finanziamento del debito pubblico con moneta.

L’obiettivo è tirare fuori l’economia giapponese dal “buco nero” della deflazione in cui è sprofondata negli ultimi 15 anni. La scossa giapponese è destinata a lasciare il segno. Se l’esperimento fallirà, potrà aprirsi una nuova falla nei fragili equilibri dell’economia mondiale. Se, invece, avrà successo nel rianimare l’asfittica economia giapponese, il Giappone ridefinirà ancora una volta l’intero paradigma delle politiche economiche occidentali.

2. Cos’è cambiato in Giappone dagli anni ’80?

Nei lontani anni ’80, l’economia giapponese appariva imbattibile. Poi però –tra il 1989 ed il 1990- il miracolo giapponese si è spezzato d’un colpo e si è aperto quasi un ventennio ininterrotto di depressione e di deflazione.

Studiando l’improvviso collasso giapponese, gli economisti hanno scoperto il potenziale devastante delle “bolle”, cioè di valori contabili (di terreni, fabbricati e attività finanziarie) che si gonfiano sempre di più e che, autoalimentandosi sull’abbrivio dell’euforia, generano l’illusione di un successo senza limiti. Ad un certo punto però le “bolle finanziarie” scoppiano senza preavviso, collassando semplicemente perché si sono dilatate troppo.

3. Cosa succede all’economia quando scoppiano le bolle finanziarie?

Quando le bolle scoppiano rimangono sul terreno molti “morti” , cioè le società che falliscono, e molti “feriti” cioè le società che sopravvivono, ma si ritrovano a gestire enormi perdite nei propri bilanci perché posseggono beni il cui valore è crollato ed è improvvisamente divenuto insufficiente a coprire i debiti accumulati. Sotto il peso dei debiti, le famiglie smettono di consumare, le imprese smettono di investire e le banche smettono di fare credito. L’economia si ammala di depressione e diventa poco reattiva ai normali rimedi.

Da quasi un ventennio il Giappone, da invidiato paradigma di successo, si è trasformato nell’emblema di una malattia economica cronica, refrattaria alle cure. Economisti e governi non hanno saputo ancora trovare rimedi adeguati.

4. Qual è la scommessa del governo di Shinzo Abe?

I governi giapponesi hanno infatti finora perseguito politiche fiscali timide e la politica monetaria non è mai diventata sufficientemente generosa. Il risultato è che il Pil nominale giapponese di oggi è ancora al medesimo livello del 1992 e che, come conseguenza della mancata crescita, le entrate tributarie si sono ridotte, contribuendo ad alimentare la crescita del debito pubblico.

Il nuovo governo di Shinzo Abe tenta quindi oggi un radicale cambio di strategia, cioè rianimare un’economia catatonica con una violenta “terapia d’urto” e trovare la via dell’assorbimento dell’eccesso di debito attraverso una crescita sostenuta e duratura del reddito.

Non è una via inedita (è infatti analoga alla ricetta di Roosvelt per reagire alla crisi degli anni ’30), ma negli anni recenti ha trovato ben poche adesioni. In Europa, ad esempio, i governi e gli economisti “ortodossi” sono inorriditi da una ricetta keynesiana così aggressiva in un paese già ad altissimo debito pubblico e, per questo, paventano futuri disastri finanziari.

Può essere tuttavia incoraggiante che i mercati finanziari abbiano per ora smentito i pronostici, salutando la novità con inatteso ottimismo. L’audace esperimento giapponese merita infatti di essere osservato con grande attenzione perché potrebbe suggerire anche all’Europa la via d’uscita alla propria incipiente “sindrome giapponese”.