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Alessandra Pilloni – BullionVault

L’oro delle banche centrali ha occupato di recente i titoli dei giornali in più di un’occasione, prima quando sono stati diffusi i dati sulle acquisizioni eseguite durante il 2012, poi alla decisione della Bundesbank, la banca centrale tedesca, di rimpatriare parte dell’oro custodito all’estero.

I dati del World Gold Council divulgati ad inizio mese e disponibili qui, mostrano che in testa alla classifica delle banche centrali più affamate di metallo giallo si trova la Turchia, che durante il 2012 ha arricchito le proprie riserve per oltre 118 tonnellate di oro. Al secondo posto la  Russia con 54,8 tonnellate, seguita dalle Filippine con 35,4 tonnellate. È interessante notare che l’ammontare complessivo acquisito dalle banche centrali durante l’anno scorso è il massimo degli ultimi 50 anni.

Si noterà una grande assente nella classifica del WGC: la Cina. Non ci sono infatti dati ufficiali sulle acquisizioni di oro da parte della Banca Popolare Cinese visto che, diversamente da quello che sono tenute a fare la maggior parte delle colleghe, non riporta al FMI. Un’ipotesi del Thomson Reuters GFMS dell’anno scorso e relativa all’ultimo trimestre del 2011, e riportata dal Financial Times in questo articolo, stima le importazioni in 227 tonnellate (dati ufficiali dichiarati da Hong Kong, fonte principale delle importazioni di oro in Cina), in 100 tonnellate la produzione mineraria interna per lo stesso periodo e in 191 tonnellate la domanda da parte dei privati. Una quantità stimabile attorno alle 130 tonnellate rimane vagante, ed è lecito supporre che venga assorbita dalla Banca Centrale.

Perché questa corsa all’oro da parte delle banche centrali? È noto che una volta entrato a far parte del tesoretto di una nazione, l’oro viene utilizzato soltanto in occasioni eccezionali. L’Italia in particolare, così come la Germania, si è sempre mostrata particolarmente riluttante a mettere mano alle proprie riserve in metallo giallo. Persino all’inizio dello scorso decennio, quando tutte le altre nazioni europee (furono eccezione solo Italia e Germania) vendettero parte delle proprie riserve auree al momento in cui il prezzo dell’oro toccò i minimi degli ultimi 30 anni. Impressionanti le cessioni della Banca Centrale Svizzera: 20/25 tonnellate al mese dal 2002 fino a Marzo 2005. ( Per i dati completi, si veda il link di cui sopra.)

L’oro dunque si compra poi, nella migliore delle ipotesi, lo si tiene lì a far nulla. Non c’è altro? Avrà un’utilità di qualche tipo, visto che le banche centrali continuano ad accumularne?

Le ragioni per cui una banca centrale vuole possedere oro sono storicamente tre.

1. Diversificazione delle riserve in valuta.

Chi al giorno d’oggi vorrebbe avere il proprio patrimonio diviso tra Dollari e Euro? I dati del World Gold Council relativi al quarto trimestre del 2012 ottenibili qui mostrano che le riserve auree della Cina sono appena l’1,8% del totale. Quelle della Turchia, il maggiore acquisitore nel 2012, il 15,4%, in rialzo rispetto al 13,1% del precedente trimestre. L’Italia? Il 73,2%. L’intera area Euro, BCE inclusa? Il 65%. Torneremo in seguito su questo dato.

2. Liquidabilità.

La seconda ragione per cui le banche centrali amano l’oro è la facilità con la quale il metallo può essere smobilitato. Funzione dell’oro è infatti di garantire liquidabilità in diverse valute. In questo senso si spiega la decisione della Bundesbank di ritirare le riserve auree da Parigi:  le 364 tonnellate attualmente in custodia presso la Banque de France verranno rimpatriate per intero entro il 2020. Si presti attenzione perché non tutto l’oro tedesco viene rimpatriato: il 50% delle riserve auree totali continuerà ad essere custodito tra New York e Londra.

Tale decisione trova fondamento nelle esigenze di liquidabilità del metallo: Londra e New York sono due mercati fondamentali per l’oro (a Londra, tramite la London Bullion Market Association vengono scambiati quotidianamente $240 miliardi in oro fisico, secondo i dati della LBMA del 2011) che garantiscono una liquidità in grado di soddisfare anche le esigenze di una banca centrale in una situazione di emergenza. Parigi non offre le stesse garanzie di liquidabilità, né di diversificazione valutaria, visto che così come la Germania ha in adozione l’Euro.

3. Sicurezza.

L’oro non è emissione di alcun governo o banca centrale. Non sottende alcuna economia e il suo valore non dipende dalle decisioni politiche o dalla autorevolezza di alcuna istituzione. È invece riconosciuto da millenni come strumento credibile per l’accumulo e la conservazione della ricchezza. È chiaro che in questi tempi di crisi ed incertezza anche le banche centrali lo preferiscano ad altre soluzioni che potrebbero non essere considerate altrettanto affidabili.

Appurati questi fatti, rimane un dubbio lecito: a cosa servono cotanti lingotti accatastati, nascosti e coperti di polvere? È possibile rispolverarli, e trovare un utilizzo intelligente all’oro delle nazioni?

Torniamo dalle nostre parti. In Italia, nell’Eurozona. Le riserve auree italiane sono le terze per dimensioni al mondo, un totale di 2.451,8 tonnellate (dati FMI aggiornati a novembre scorso). L’Eurozona possiede in tutto oltre 10.000 tonnellate, che contano per il 65% del totale delle riserve ufficiali.

Se ne può trovare un uso, che allevi la crisi economica e finanziaria in cui versa l’Europa?

La vendita anche totale delle riserve inciderebbe in maniera irrilevante sull’ammontare del debito ed un utilizzo di questo tipo sarebbe comunque contrario alle leggi UE. Sia chiaro quindi che non stiamo considerando la cessione delle riserve auree.

L’alternativa alla cessione sarebbe l’utilizzo del metallo a garanzia parziale per l’emissione di bond collateralizzati con oro fisico. Tale operazione, auspicata tra gli altri dal World Gold Council come si può vedere qui, avrebbe come effetto l’abbassamento del rendito dei bond, alleggerendo il peso del debito alle nazioni in crisi.

Tale soluzione si propone come un’alternativa all’austerità: è lecito infatti prevedere una riduzione dei rendimenti praticamente immediata, che renderebbe meno ingenti le politiche di austerità che ostacolano la ripresa.

Rispetto agli Outright Monetary Ttransactions, lo strumento messo in atto dalla Banca Centrale Europea per abbassare lo spread, avrebbe inoltre il vantaggio di non comportare il rischio di inflazione, visto che tali bond collateralizzati diventerebbero appetibili sul mercato secondario e annullerebbero la necessità di intervento della BCE. Sarebbero anche più efficienti, perché il rischio di perdere il proprio oro rappresenterebbe per gli Stati Membri un incentivo alla crescita e all’implementazione delle riforme strutturali divenute indispensabili.

Rimane da dire che l’utilizzo dell’oro come collaterale è già stato fatto in passato proprio dall’Italia, come da noi già spiegato in questo articolo. Nel 1974 500 tonnellate d’oro furono messe a garanzia di un prestito di $ 2 miliardi a favore dell’Italia da parte della Bundesbank. L’oro non venne venduto, né ceduto, né spostato fisicamente: fu semplicemente utilizzato come collaterale per il prestito.

Perché non ripetere un’operazione simile oggi?