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Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla del  “moltiplicatore fiscale” e di cosa rappresenta per i “keynesiani”. In particolare, si parla di perché, secondo i keynesiani, l’austerità ha aggravato la crisi in Europa. Ci sono però anche teorie che la vedono in modo diverso, come  la “teoria delle restrizioni espansive”.

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1. Cos’è il “moltiplicatore fiscale” e cosa rappresenta per i keynesiani?

Ha fatto molto scalpore tra gli addetti ai lavori uno studio del Fondo Monetario Internazionale dedicato agli “errori di previsione sulla crescita” e ai “moltiplicatori fiscali”. Lo studio non ha attirato il clamore dei media, ma la questione è decisiva per il futuro di tutti. Il “moltiplicatore fiscale” è infatti uno di quegli strumenti attorno a cui gli economisti si dividono in scuole contrapposte e da cui dipende il concreto orientamento delle politiche economiche dei governi.

Il “moltiplicatore fiscale” misura l’intensità con cui il reddito (o prodotto interno lordo) di un paese reagisce alla politica fiscale e rappresenta uno degli architravi della teoria keynesiana. Per i keynesiani il moltiplicatore fiscale è tipicamente maggiore di 1: la riduzione della spesa pubblica (o l’aumento di tasse) di 1 euro provoca cioè una caduta del reddito molto più grande di 1 euro, e viceversa..

2. Per quale motivo, secondo i keynesiani, l’austerità ha aggravato la crisi in Europa?

Da quattro anni l’Europa è sottoposta alla cura dell’austerità, cioè più tasse e meno spesa pubblica. Eppure i debiti pubblici sono aumentati di più proprio dove più severa è stata l’applicazione della cura. In molti paesi si è cioè innestato un meccanismo perverso: le politiche fiscali restrittive, deprimendo l’attività economica e generando disoccupazione, abbattono ancor più le entrate fiscali (legate al minore reddito prodotto). L’austerity aggrava cioè la situazione, anziché risolverla.

Questo effetto perverso sarebbe facilmente spiegabile sulla base della teoria keynesiana. Se il moltiplicatore è maggiore di 1 (come sostengono i keynesiani), per risolvere il problema del debito bisognerebbe fare esattamente il contrario delle politiche di austerità: bisognerebbe cioè ridurre le tasse e aumentare la spesa pubblica, perché la crescita multipla del reddito che ne deriverebbe genererebbe poi il gettito fiscale aggiuntivo necessario a risanare le finanze pubbliche.

3. Cosa postula invece la “teoria delle restrizioni espansive”?

Le politiche economiche europee più recenti sono state però ispirate dalla “teoria delle restrizioni espansive”, secondo la quale il moltiplicatore non esiste o, se esiste, è di entità molto modesta: secondo questa impostazione, la politica fiscale non ha cioè impatti significativi sul Pil.

Per questa scuola di pensiero, le decisioni di consumo e di investimento non sono legate soltanto al loro reddito disponibile oggi, ma anche al reddito disponibile che ci si attende nel futuro. Per cui, se vengono aumentate le tasse oggi, ci si aspetta potranno essere ridotte domani perché il debito si è ridotto. Gli individui quindi non reagiscono all’aumento di tasse diminuendo i propri consumi, come postulato dai keynesiani, e domanda e reddito rimangono invariati o addirittura aumentano. Con consumatori “che guardano avanti” politiche di austerità anche molto severe possono quindi essere perseguite senza provocare particolari effetti recessivi.

In altre parole: poiché i comportamenti degli operatori sono indifferenti alla politica fiscale, gli effetti della politica fiscale sul Pil sono molto deboli.

Finora le politiche economiche europee si sono basate proprio su questa ipotesi, cioè sull’assunto che il moltiplicatore fosse minore di 1: le politiche economiche in particolare sono state impostate sulla previsione che per ogni taglio di 1% del disavanzo pubblico, il Pil si sarebbe ridotto meno dello 0,5%.

Ed è su questo punto che il recente studio del Fondo Monetario ha puntato il dito. L’FMI ha infatti stimato che nel 2010-2011, il moltiplicatore è stato in realtà di 1,5: l’impatto recessivo delle politiche di austerità è stato cioè ben tre volte più ampio di quanto previsto.

Keynes amava dire che “gli uomini pratici (cioè i politici) sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. È un vero peccato che per i governi europei l’”economista defunto” di riferimento non sia stato finora proprio Keynes.

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