È solo una questione di tempo…

Di Miguel Perez-Santalla – BullionVault

Miguel Perez-Santalla è uno che cerca di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno: mantenendo un atteggiamento positivo, anche in periodi di difficoltà. Ma nonostante questo, ” una cosa è avere un atteggiamento positivo, un’altra è esagerare nell’enfatizzare risultati positivi”, ed quello che a suo parere sta succedendo in Europa, con le recenti aste del debito.

Si è parlato molto delle ultime aste di bond perché hanno venduto bene, con rendimenti contenuti. I bond spagnoli decennali, per esempio, sono stati venduti al 5%, il tasso più basso da marzo 2012. Possiamo considerarlo un segnale credibile di ripresa?

Molti ritengono che la BCE e anche la Federal Reserve siano state coinvolte nelle aste bond della settimana scorsa, con il fine di tenere i rendimenti bassi. Anche ammesso che si tratti soltanto di dicerie, non riteniamo comunque prudente illudersi che la crisi sia miracolosamente finita.

Il tasso di disoccupazione in Spagna è al 26%, l’economia in contrazione per un ulteriore 1,7% all’anno secondo gli ultimi dati disponibili. In Grecia, i tassi di interesse a 10 anni sono scesi di oltre 23 punti percentuali rispetto all’anno scorso, ma il governo dipende ora più che mai dal supporto dell’Eurozona e del FMI. Cipro è praticamente fallita e ha bisogno di un bailout. Le cose non vanno meglio nel Regno Unito, che sia avvia alla terza fase di recessione consecutiva, con una crescita praticamente a zero.

La cosa importante è che questi dati influenzano poi la vita delle persone: le difficoltà che stanno affrontando le rendono sempre più difficili da gestire.

Nell’ambito dell’Unione Europea, la Germania sembra essere l’unica nazione con dati positivi. Saranno in grado, e vorranno, trainare il resto dell’Unione? Italia e Francia sono in difficoltà per la crescita del tasso di disoccupazione, cosa che suscita perplessità rispetto alle possibilità di successo dei programmi di UE e BCE.

I dati dagli Stati Uniti nel frattempo mostrano una leggera crescita dell’occupazione, anche se quelli della scorsa settimana relativi alle vendite delle nuove case (meno 7,3% quando ci si attendeva un incremento del 2,1%) indica che chiunque faccia le previsioni economiche non sembra aver miglior fortuna dei metereologi. Se non fosse per il QE della Fed i dati sarebbero stati sostanzialmente peggiori.

È vero chei mercati azionari stanno raggiungendo nuovi massimi. Eppure, come già considerato prima, ciò dipende in buona parte dalla svalutazione del dollaro e dalla crescita costante della base monetaria in seguito ai programmi della Fed. Si aggiunga a questo il fatto che i tassi di interesse vengono tenuti forzosamente bassi, per fare in modo che i soldi vengano tenuti ovunque tranne che fermi nei conti bancari. A meno che qualcuno non abbia come strategia quella di perdere potere d’acquisto sul lungo termine!

Il punto del mio ragionamento è che fino a quando avremo banche centrali che aumentano la base monetaria e manipolano i tassi di interesse a livelli innaturali è solo una questione di tempo: qualcosa scoppierà. È come costruire una diga per contenere un fiume senza pensare a come ridirezionare la pressione.

Fino a quando i tassi di disoccupazione saranno a tali livelli in tutto il mondo, gli stratagemmi serviranno solo a ritardare le difficoltà. Ritengo che l’oro, anche ai livelli attuali, debba essere una parte importante nel portafoglio di investimento di qualsiasi investitore. Chi ha dei fondi dei quali intende proteggere il valore, l’oro si dimostrerà come uno dei pochi strumenti in grado di farlo.

Balotelli vale 2 punti per il PDL?

Non ci piace parlare troppo di politica, come abbiamo già evidenziato in passato. Ma la notizia che secondo alcuni “dietrologi” (alcuni attribuiscono la stima all’entourage dello stesso PDL) l’acquisto di Balotelli da parte del Milan sposterebbe il 2% delle preferenze a favore del PDL, ci sembra un po’ inquietante.

Il fatto che 400.000 persone in Italia scelgano il futuro del  proprio Paese in base ad una squadra di calcio, spiega probabilmente molto sul perché si è arrivati ad una certa situazione economica e sociale.

Un’alternativa all’austerity

Alessandra Pilloni – BullionVault

L’oro delle banche centrali ha occupato di recente i titoli dei giornali in più di un’occasione, prima quando sono stati diffusi i dati sulle acquisizioni eseguite durante il 2012, poi alla decisione della Bundesbank, la banca centrale tedesca, di rimpatriare parte dell’oro custodito all’estero.

I dati del World Gold Council divulgati ad inizio mese e disponibili qui, mostrano che in testa alla classifica delle banche centrali più affamate di metallo giallo si trova la Turchia, che durante il 2012 ha arricchito le proprie riserve per oltre 118 tonnellate di oro. Al secondo posto la  Russia con 54,8 tonnellate, seguita dalle Filippine con 35,4 tonnellate. È interessante notare che l’ammontare complessivo acquisito dalle banche centrali durante l’anno scorso è il massimo degli ultimi 50 anni.

Si noterà una grande assente nella classifica del WGC: la Cina. Non ci sono infatti dati ufficiali sulle acquisizioni di oro da parte della Banca Popolare Cinese visto che, diversamente da quello che sono tenute a fare la maggior parte delle colleghe, non riporta al FMI. Un’ipotesi del Thomson Reuters GFMS dell’anno scorso e relativa all’ultimo trimestre del 2011, e riportata dal Financial Times in questo articolo, stima le importazioni in 227 tonnellate (dati ufficiali dichiarati da Hong Kong, fonte principale delle importazioni di oro in Cina), in 100 tonnellate la produzione mineraria interna per lo stesso periodo e in 191 tonnellate la domanda da parte dei privati. Una quantità stimabile attorno alle 130 tonnellate rimane vagante, ed è lecito supporre che venga assorbita dalla Banca Centrale.

Perché questa corsa all’oro da parte delle banche centrali? È noto che una volta entrato a far parte del tesoretto di una nazione, l’oro viene utilizzato soltanto in occasioni eccezionali. L’Italia in particolare, così come la Germania, si è sempre mostrata particolarmente riluttante a mettere mano alle proprie riserve in metallo giallo. Persino all’inizio dello scorso decennio, quando tutte le altre nazioni europee (furono eccezione solo Italia e Germania) vendettero parte delle proprie riserve auree al momento in cui il prezzo dell’oro toccò i minimi degli ultimi 30 anni. Impressionanti le cessioni della Banca Centrale Svizzera: 20/25 tonnellate al mese dal 2002 fino a Marzo 2005. ( Per i dati completi, si veda il link di cui sopra.)

L’oro dunque si compra poi, nella migliore delle ipotesi, lo si tiene lì a far nulla. Non c’è altro? Avrà un’utilità di qualche tipo, visto che le banche centrali continuano ad accumularne?

Le ragioni per cui una banca centrale vuole possedere oro sono storicamente tre.

1. Diversificazione delle riserve in valuta.

Chi al giorno d’oggi vorrebbe avere il proprio patrimonio diviso tra Dollari e Euro? I dati del World Gold Council relativi al quarto trimestre del 2012 ottenibili qui mostrano che le riserve auree della Cina sono appena l’1,8% del totale. Quelle della Turchia, il maggiore acquisitore nel 2012, il 15,4%, in rialzo rispetto al 13,1% del precedente trimestre. L’Italia? Il 73,2%. L’intera area Euro, BCE inclusa? Il 65%. Torneremo in seguito su questo dato.

2. Liquidabilità.

La seconda ragione per cui le banche centrali amano l’oro è la facilità con la quale il metallo può essere smobilitato. Funzione dell’oro è infatti di garantire liquidabilità in diverse valute. In questo senso si spiega la decisione della Bundesbank di ritirare le riserve auree da Parigi:  le 364 tonnellate attualmente in custodia presso la Banque de France verranno rimpatriate per intero entro il 2020. Si presti attenzione perché non tutto l’oro tedesco viene rimpatriato: il 50% delle riserve auree totali continuerà ad essere custodito tra New York e Londra.

Tale decisione trova fondamento nelle esigenze di liquidabilità del metallo: Londra e New York sono due mercati fondamentali per l’oro (a Londra, tramite la London Bullion Market Association vengono scambiati quotidianamente $240 miliardi in oro fisico, secondo i dati della LBMA del 2011) che garantiscono una liquidità in grado di soddisfare anche le esigenze di una banca centrale in una situazione di emergenza. Parigi non offre le stesse garanzie di liquidabilità, né di diversificazione valutaria, visto che così come la Germania ha in adozione l’Euro.

3. Sicurezza.

L’oro non è emissione di alcun governo o banca centrale. Non sottende alcuna economia e il suo valore non dipende dalle decisioni politiche o dalla autorevolezza di alcuna istituzione. È invece riconosciuto da millenni come strumento credibile per l’accumulo e la conservazione della ricchezza. È chiaro che in questi tempi di crisi ed incertezza anche le banche centrali lo preferiscano ad altre soluzioni che potrebbero non essere considerate altrettanto affidabili.

Appurati questi fatti, rimane un dubbio lecito: a cosa servono cotanti lingotti accatastati, nascosti e coperti di polvere? È possibile rispolverarli, e trovare un utilizzo intelligente all’oro delle nazioni?

Torniamo dalle nostre parti. In Italia, nell’Eurozona. Le riserve auree italiane sono le terze per dimensioni al mondo, un totale di 2.451,8 tonnellate (dati FMI aggiornati a novembre scorso). L’Eurozona possiede in tutto oltre 10.000 tonnellate, che contano per il 65% del totale delle riserve ufficiali.

Se ne può trovare un uso, che allevi la crisi economica e finanziaria in cui versa l’Europa?

La vendita anche totale delle riserve inciderebbe in maniera irrilevante sull’ammontare del debito ed un utilizzo di questo tipo sarebbe comunque contrario alle leggi UE. Sia chiaro quindi che non stiamo considerando la cessione delle riserve auree.

L’alternativa alla cessione sarebbe l’utilizzo del metallo a garanzia parziale per l’emissione di bond collateralizzati con oro fisico. Tale operazione, auspicata tra gli altri dal World Gold Council come si può vedere qui, avrebbe come effetto l’abbassamento del rendito dei bond, alleggerendo il peso del debito alle nazioni in crisi.

Tale soluzione si propone come un’alternativa all’austerità: è lecito infatti prevedere una riduzione dei rendimenti praticamente immediata, che renderebbe meno ingenti le politiche di austerità che ostacolano la ripresa.

Rispetto agli Outright Monetary Ttransactions, lo strumento messo in atto dalla Banca Centrale Europea per abbassare lo spread, avrebbe inoltre il vantaggio di non comportare il rischio di inflazione, visto che tali bond collateralizzati diventerebbero appetibili sul mercato secondario e annullerebbero la necessità di intervento della BCE. Sarebbero anche più efficienti, perché il rischio di perdere il proprio oro rappresenterebbe per gli Stati Membri un incentivo alla crescita e all’implementazione delle riforme strutturali divenute indispensabili.

Rimane da dire che l’utilizzo dell’oro come collaterale è già stato fatto in passato proprio dall’Italia, come da noi già spiegato in questo articolo. Nel 1974 500 tonnellate d’oro furono messe a garanzia di un prestito di $ 2 miliardi a favore dell’Italia da parte della Bundesbank. L’oro non venne venduto, né ceduto, né spostato fisicamente: fu semplicemente utilizzato come collaterale per il prestito.

Perché non ripetere un’operazione simile oggi?

Perché tutta questa attenzione al voto degli studenti in Erasmus?

C’è molta attenzione, in questi giorni alla questione del voto degli studenti all’estero per il programma Erasmus (con anche la Commissione Europea intervenuta chiedendo di garantire il loro voto).

La domanda che viene da farsi però è “perché questa attenzione adesso?”

La premessa infatti è che non è che adesso gli studenti all’estero non possono votare (se non tornado in Italia), ma è sempre stato così. Ma ovviamente, si tratta di un problema e come tale andrebbe affrontato. Con la giusta priorità però: perché non sono solo gli studenti all’estero che possono avere difficoltà a votare. Ci sono anche quelli in Italia, che studiano lontano dal luogo di residenza, di cui sembra ci si sia completamente e totalmente dimenticati.

Solo che mentre gli studenti in Erasmus sono circa 19.000, gli studenti fuori sede sono quasi un milione. E alla lista degli impossibilitati a votare “non degni di nota” dovremmo aggiungere anche i lavoratori che nei giorni delle elezioni sono in trasferta lontano dal luogo di residenza.

Non a caso, anche gli organizzatori dell’associazione “Io Voto Fuori Sede” che da anni cerca di avviare iniziative per consentire il voto agli studenti fuori sede, non sembrano per nulla entusiasti dell’attenzione al problema dei soli studenti in Erasmus.

Keynes, il moltiplicatore fiscale e l’austerità

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla del  “moltiplicatore fiscale” e di cosa rappresenta per i “keynesiani”. In particolare, si parla di perché, secondo i keynesiani, l’austerità ha aggravato la crisi in Europa. Ci sono però anche teorie che la vedono in modo diverso, come  la “teoria delle restrizioni espansive”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=OZB-WnrbQ4A[/youtube]

1. Cos’è il “moltiplicatore fiscale” e cosa rappresenta per i keynesiani?

Ha fatto molto scalpore tra gli addetti ai lavori uno studio del Fondo Monetario Internazionale dedicato agli “errori di previsione sulla crescita” e ai “moltiplicatori fiscali”. Lo studio non ha attirato il clamore dei media, ma la questione è decisiva per il futuro di tutti. Il “moltiplicatore fiscale” è infatti uno di quegli strumenti attorno a cui gli economisti si dividono in scuole contrapposte e da cui dipende il concreto orientamento delle politiche economiche dei governi.

Il “moltiplicatore fiscale” misura l’intensità con cui il reddito (o prodotto interno lordo) di un paese reagisce alla politica fiscale e rappresenta uno degli architravi della teoria keynesiana. Per i keynesiani il moltiplicatore fiscale è tipicamente maggiore di 1: la riduzione della spesa pubblica (o l’aumento di tasse) di 1 euro provoca cioè una caduta del reddito molto più grande di 1 euro, e viceversa..

2. Per quale motivo, secondo i keynesiani, l’austerità ha aggravato la crisi in Europa?

Da quattro anni l’Europa è sottoposta alla cura dell’austerità, cioè più tasse e meno spesa pubblica. Eppure i debiti pubblici sono aumentati di più proprio dove più severa è stata l’applicazione della cura. In molti paesi si è cioè innestato un meccanismo perverso: le politiche fiscali restrittive, deprimendo l’attività economica e generando disoccupazione, abbattono ancor più le entrate fiscali (legate al minore reddito prodotto). L’austerity aggrava cioè la situazione, anziché risolverla.

Questo effetto perverso sarebbe facilmente spiegabile sulla base della teoria keynesiana. Se il moltiplicatore è maggiore di 1 (come sostengono i keynesiani), per risolvere il problema del debito bisognerebbe fare esattamente il contrario delle politiche di austerità: bisognerebbe cioè ridurre le tasse e aumentare la spesa pubblica, perché la crescita multipla del reddito che ne deriverebbe genererebbe poi il gettito fiscale aggiuntivo necessario a risanare le finanze pubbliche.

3. Cosa postula invece la “teoria delle restrizioni espansive”?

Le politiche economiche europee più recenti sono state però ispirate dalla “teoria delle restrizioni espansive”, secondo la quale il moltiplicatore non esiste o, se esiste, è di entità molto modesta: secondo questa impostazione, la politica fiscale non ha cioè impatti significativi sul Pil.

Per questa scuola di pensiero, le decisioni di consumo e di investimento non sono legate soltanto al loro reddito disponibile oggi, ma anche al reddito disponibile che ci si attende nel futuro. Per cui, se vengono aumentate le tasse oggi, ci si aspetta potranno essere ridotte domani perché il debito si è ridotto. Gli individui quindi non reagiscono all’aumento di tasse diminuendo i propri consumi, come postulato dai keynesiani, e domanda e reddito rimangono invariati o addirittura aumentano. Con consumatori “che guardano avanti” politiche di austerità anche molto severe possono quindi essere perseguite senza provocare particolari effetti recessivi.

In altre parole: poiché i comportamenti degli operatori sono indifferenti alla politica fiscale, gli effetti della politica fiscale sul Pil sono molto deboli.

Finora le politiche economiche europee si sono basate proprio su questa ipotesi, cioè sull’assunto che il moltiplicatore fosse minore di 1: le politiche economiche in particolare sono state impostate sulla previsione che per ogni taglio di 1% del disavanzo pubblico, il Pil si sarebbe ridotto meno dello 0,5%.

Ed è su questo punto che il recente studio del Fondo Monetario ha puntato il dito. L’FMI ha infatti stimato che nel 2010-2011, il moltiplicatore è stato in realtà di 1,5: l’impatto recessivo delle politiche di austerità è stato cioè ben tre volte più ampio di quanto previsto.

Keynes amava dire che “gli uomini pratici (cioè i politici) sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. È un vero peccato che per i governi europei l’”economista defunto” di riferimento non sia stato finora proprio Keynes.

Perché il valore delle azioni di Apple non può salire ancora

L’andamento delle azioni di Apple hanno deluso le aspettative degli analisti che si aspettavano che il valore sarebbe continuato a salire in modo indefinito. Ci sono ragioni legate al mercato, che abbiamo già sottolineato in passato.

C’è però anche un aspetto puramente finanziario che rende difficile immaginare grandi crescite del valore di Apple.

market-cap-percent-spx1

Il problema, come sottolinea Barron’s, è che il valore di Apple aveva raggiunto (quando le sue azioni erano quotate vicino ai 700 dollari) quasi il 5% del valore complessivo di tutto il S&P500. Un valore importante, che rende difficile trovare altri acquirenti.

Il punto è che gli investitori, specie professionisti (cioè quelli che anche investono i capitali maggiori, di solito), puntano a diversificare il proprio portafoglio. E difficilmente qualcuno investe più del 6-7% del proprio capitale di investimento su un singolo titolo.

Il fatto che Apple rappresenti quasi il 5% dell’S&P500 vuol dire sostanzialmente che chi era interessato a comprare azioni Apple le ha già comprate (non dimentichiamo che ovviamente c’è chi non è interessato ad acquistare Apple), e ci sono pochi possibili nuovi acquirenti. Il che limita le possibilità di ulteriore crescita del titolo.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Si rimpatri l’oro tedesco!

di Alessandra Pilloni – BullionVault

È recente la notizia che la Bundesbank avrebbe deciso di fare tornare in patria  una parte delle riserve auree attualmente detenute  all’estero, ed in particolare in Francia e negli USA: ne ha parlato il quotidiano tedesco Handelsblatt, lo stesso che ad  ottobre aveva dato la notizia che la Banca Centrale Tedesca aveva programmato un audit sull’oro della Germania in custodia nelle camere blindate della Federal Reserve di Manhattan.

Secondo le stime del World Gold Council, l’organizzazione mondiale per lo sviluppo del mercato dell’oro, le riserve totali della BuBa ammontano a 3.391 tonnellate. La Germania costruì le riserve negli anni del boom seguiti alla Seconda Guerra, evitando di ridurle sia quando a cavallo tra i due millenni il prezzo toccò il minimo ventennale (momento in cui la maggior parte delle banche centrali, con eccezione della Germania e dell’Italia, ridussero le proprie riserve) né quando circa dieci anni fa il prezzo cominciò ad aumentare. L’unica eccezione è dell’anno scorso, ma la cessione non corrisponde a una vendita: nel 2012 8 tonnellate della Banca Centrale tedesca furono utilizzate per la creazione di monete commemorative.

Quanto dell’oro tedesco è al momento custodito all’estero? Il 45% si trova a New York, presso la Fed. La Banque de France di Parigi ne custodisce l’11%. A Londra, presso la Bank of England, se ne trova invece il 13%.

Entro il 2020, la Bundesbank intende custodire metà delle riserve in camere blindate proprie situate in Germania” si legge sul sito web della banca centrale.

Le riserve custodite a New York si ridurranno gradualmente al 37%, ovvero di 300 tonnellate. La quantità totale in custodia oltreoceano diventerebbe quindi di 1.236 tonnellate.

Le 450 tonnellate di riserve londinesi invece rimarranno invariate. Del resto, la capitale inglese è in grado di fornire il mercato dell’oro fisico più liquido al mondo ($240 miliardi al giorno di giro d’affari, secondo i dati del 2011 della London Bullion Market Association) e la possibilità in caso di emergenza di liquidare lo stesso in Sterline, un’importante valuta di riserva diversa da Dollaro ed Euro.

Il rimpatrio completo dell’oro da Parigi va visto infatti in quest’ottica. Dichiara la Bundesbank: “Questo nuovo piano di custodia è finalizzato a soddisfare i due scopi principali delle riserve auree: costruire fiducia e credibilità in ambito nazionale, e la possibilità di scambiare oro per valuta estera presso uno dei mercati dell’oro esteri in un lasso di tempo ridotto. […] Considerato che la Francia ha in adozione l’Euro così come la Germania, la Bundesbank non vede l’utilità di Parigi come centro finanziario in cui poter cedere oro in favore di una valuta di riserva internazionale.”

Rimangono da discutere le ragioni e le eventuali conseguenze di tale decisione, che ha focalizzato l’attenzione degli addetti a lavori nei giorni scorsi per quanto un semplice trasferimento di metallo non è in grado di influenzarne o muoverne il prezzo. Ma si sa: quando si parla dell’oro delle Banche Centrali sembra non si parli mai solo dell’oro delle Banche Centrali…

Torniamo nel merito. Due considerazioni in merito alla mossa tedesca: essendo proprio l’oro di Parigi ad essere messo maggiormente in discussione, sembra ironico che tale trasferimento venga deciso proprio mentre la Merkel predica agli altri Stati Membri la necessità di avere “più Europa”.

D’altra parte si consideri che la Germania andrà al voto quest’anno. I più cinici potrebbero pensare che è una mossa, di sicura efficacia, atta ad ingraziarsi gli elettori.

 

Partire dal presupposto che la gente evade, favorisce l’evasione fiscale

Il redditest, lo strumento di misurazione della congruità fiscale predisposto dall’Agenzia dell’Entrate, è finito nuovamente “sotto accusa”. Questa volta non si tratta di accuse da “Grande Fratello”, di essere uno strumento che viola la privacy dei cittadini in modo sistematico, ma piuttosto il fatto di essere uno strumento controproducente.

Il punto è che è uno strumento che parte dal presupposto che la gente evada il fisco. Il che può essere anche un fatto vero, ma quando uno strumento parte da un presupposto del genere, spinge di fatto anche la gente ad adattarsi al presupposto.

Il nodo centrale è il concetto stesso di “congruità”: se uno è onesto e dichiara tutto al fisco, allora il redditest non ha senso, dato che (congruo o non conguro) il reddito è quello. L’analisi della congruità ha senso esclusivamente se uno evade il fisco, per capire se sta evadendo troppo. In pratica il redditest è uno strumento dell’Agenzia delle Entrate a supporto degli evasori fiscali.

Inoltre, il redditest si presta ad essere usato anche in modo inverso, e cioè uno lo potrebbe usare per capire se sta evadendo troppo poco. Cioè, date le spese per fisse, può utilizzare lo strumento per capire qual è il reddito minimo da dichiarare per non destare sospetti, disincentivando una dichiarazione del reddito reale: se dichiarando un reddito di 40.000 euro anziché di 50.000 uno risulta comunque “congruo”, perché dichiarare di più, e pagare più tasse?

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Investitori ancora alla ricerca di protezione nell’oro

Di Ben Traynor – BullionVault

L’oro rappresenta una sorta di assicurazione contro le crisi monetarie o finanziarie: in questo senso, chi si sentisse ottimista sulle  prospettiva dell’economia per il 2013  non avrebbe forse interesse a comprare oro.

Come mercato principale per lo scambio di oro fisico tra gli investitori privati ,BullionVault rappresenta un osservatorio privilegiato, e quello che abbiamo visto durante lo scorso mese è che gli investitori privati sono sempre più preoccupati dall’alto livello del debito e dalle politiche monetarie espansionistiche delle Banche centrali. Questi trend potrebbero portare ad un’innalzamento dell’inflazione, e l’acquisto di oro va visto come protezione contro tale rischio.

GII-Jan-13

Il Gold Investor Index si basa sulle transazioni effettive eseguite su BullionVault, mercato online per la compravendita di oro fisico utilizzato ora da 44.000 utenti privati. Il GII traccia il numero di utenti che incrementano, riducono o decidono di mantenere invariata la propria posizione.

Un dato pari a 50 indicherebbe un bilanciamento perfetto tra il numero di utenti che hanno incrementato e il numero di utenti che hanno ridotto la propria posizione. Un dato oltre i 50 indica un numero maggiore di acquirenti netti. Il Gold Investor Index di BullionVault ha chiuso il 2012 a 58,3, in crescita per il quinto mese consecutivo e rispetto al 56,5 di novembre, toccando il livello più alto da dicembre 2011.

Perché questi dati sono importanti? L’oro negli ultimi 10 anni ha trasformato il proprio status da reliquia barbarica ad asset in grado di sovraperformare tutte le classi di investimento. È stato il protagonista dei titoli dei giornali dall’inizio della crisi finanziaria fino ad oggi. È chiaramente diventato un punto di riferimento per gli investitori e i piccoli risparmiatori di tutto il mondo occidentale. Visto che l’investimento in oro è chiaramente un modo per tracciare la fiducia e le aspettative dei consumatori, il Gold Investor Index, basato esclusivamente sulle transazioni effettivamente realizzate sulla piattaforma principale per lo scambio di oro fisico tra privati, offre un’indicazione preziosa del sentiment economico più in generale.

Come nota Bloomberg, il 90% degli utenti di BullionVault vive negli Stati Uniti o in Europa. Quindi, nonostante il vantaggio realizzato da asset più tradizionali durante il 2012 (sopratutto il mercato azionario statunitense, che ha realizzato un +13% l’anno scorso) gli investitori privati continuano a temere il futuro finanziario che ci attende.

Visto che la crisi finanziaria dura ormai da 5 anni, non c’è da stupirsi che un numero crescente di privati continuano a proteggersi contro tale timore comprando oro fisico.

 

Il Fondo Monetario Internazionale fa (forse) retromarcia: mea culpa sull’Austerity, ha fatto danni?

È quasi un colpo di scena, o almeno così lo hanno interpretato diversi analisti, l’ultimo documento pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, che analizza i dati fino ad ottobre 2012 sull’andamento dell’economia mondiale. Va premesso che il documento è un paper di ricerca e quindi è ben specificato che “non deve essere interpretato come espressione delle opinioni del FMI”. Ma il tema è comunque interessante perché “rompe l’unanimità” sul tema dell’austerità, almeno l’unanimità che c’era ai “piani alti” della politica economica e finanziaria.

Il punto di interesse, per chi ha voglia di leggersi il documento (che trovate incorporato qua sotto) è il Box 1.1., da pagina 41 del documento, che parla di una “sottostima dei moltiplicatori fiscali nel breve termine”: dal punto di vista statistico sarebbe emerso che errori nelle previsioni di crescita (specie nei casi in cui risultano inferiori alle attese) sono correlate all’implementazione di programmi di consolidamento finanziario, e alla loro “aggressività”.

In altre parole: l’austerità non risolverebbe i problemi, ma anzi li aggraverebbe. La spiegazione è facile da intuire: la domanda di servizi / prodotti / lavoro da parte dello Stato non è trascurabile, e quindi l’impatto sull’economia è considerevole, e l’effetto moltiplicatore che può avere la spesa pubblica è stato sottovalutato.

Va però evitato di cadere nell’eccesso opposto: il fatto che “troppa austerità” faccia male, non vuol dire che non bisogna prestare attenzione ai conti. Resta però il fatto che, come abbiamo evidenziato in passato, l’esigenza non è quella di spendere meno, ma piuttosto di spendere meglio.

 

IMF: Coping with High Debt and Sluggish Growth

 

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

5 previsioni economiche per il 2013

Il 2013 si presenta come un anno incerto per l’economia e la finanza. Gli analisti si stanno concentrando soprattutto sull’economia e la finanza USA, dato che anche se a livello di “motore” economico gli Stati Uniti stanno venendo sempre più sostituiti dalla Cina, resta il fatto che è quello americano il mercato che viene sempre ancora guardato come riferimento.

  1. Molti si aspettano che anche gli USA introducano una tassa sulle transazioni finanziarie,  sulla scia di quanto sta avvenendo lentamente in Europa con la Tobin Tax, specie allo scopo di limitare il trading automatizzato.
  2. Allo stesso tempo, molti analisti si aspettano che questa tassa sulle transazioni sia strutturata in modo da esentare importanti soggetti (come i market maker e chi opera in futures). Il che non solo rischia di rendere la tassa inutile, ma di introdurre nuove distorsioni nei mercati finanziari.
  3. Un altra “delusione” attesa riguarda la “dark liquidity”, cioè la liquidità raccolta dagli intermediari finanziari al di fuori dei mercati regolamentati: la SEC da tempo vuole introdurre regole per una maggiore trasparenza su questo genere di operazioni, in quanto può impattare in modo non trascurabile sui mercati e sulla finanza globale. Molti però dubitano che le regolamentazioni saranno efficaci.
  4. Anziché ridursi, il trading automatizzato (o High-Frequency Trading, HFT) si svilupperà ancora e diverrà sempre più invasivo della finanza “normale”: c’è chi scommette che potrebbero venire alla luce degli scandali nel 2013 in relazione a legami ed interferenze fin troppo strette.
  5. Per quanto riguarda l’andamento dei mercati finanziari, Tom Lee (Equity Stategist di JP Morgan) si attende un 2013 a due facce: nella prima parte dell’anno si attende un andamento negativo, a causa delle incertezze economico-politiche in Europa e negli USA. Incertezze che però dovrebbero dipanarsi nella seconda parte dell’anno, ed unirsi ad una ripresa degli acquisti di beni durevoli, che potrebbe rilanciare in modo significativo la domanda.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]