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Il “perfido” spread è finito di nuovo sotto attacco verbale, questa volta da Berlusconi in quello che tutti hanno definito l’inizio della sua  campagna elettorale.

L’ex-presidente del Consiglio ha sostenuto alcune tesi molto “popolari” (populiste, direbbe qualcuno), dichiarando che non dovrebbe importarci dello spread, che è una sorta di “inganno”.

Affrontiamo dunque la questione: dello spread ci deve interessare o no? Chiaramente, è vero: ci si può disinteressare completamente del giudizio dei mercati. A patto però di non avere bisogno dei mercati stessi. In altre parole, c’è il solito equivoco: non sono i mercati che impongono il loro volere all’Italia, è l’Italia che ha bisogno dei soldi dei mercati per mantenere la spesa pubblica, e quindi ha bisogno di essere considerata affidabile.

E’ ovvio che un debitore i cui rappresentanti vanno in giro a dire che non si interessano di quelli a cui deve dei soldi, non è uno a cui si prestano soldi volentieri. Il che vuol dire che o non glie ne si prestano oppure glie li si presta ad un tasso più elevato.

C’è poi un ulteriore discorso, e cioè dell’effetto dello spread sul costo del debito pubblico italiano. Ogni punto di spread è una frazione di percentuale in più di costo di debito pubblico.

In valori assoluti, il debito dell’Italia non è trascurabile, avvicinandosi ormai ai 2.000 miliardi di euro. Il che vuol dire che anche piccole variazioni sugli interessi hanno costi importanti.

Facendo qualche semplice calcolo,  ogni singolo punto base di interessi in più (ogni singolo punto di spread, se volete) costa alle casse italiane quasi 200 milioni di euro all’anno. 10 punti di spread costano 2 miliardi all’anno. 100 punti di spread costano 20 miliardi all’anno. Già questo fa dire a molti che è bene tenere d’occhio lo spread.

E come qualcuno ha osservato, questa crisi di governo, con i timori che comporta per i mercati, è già costata un salto in avanti dello spread di quasi 60 punti: 12 miliardi di euro all’anno.

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