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Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla di com era percepita la finanza prima della crisi del 2007-2008: pochi anni che però sembrano oggi secoli, da tanto che è cambiato per molti il rapporto o con la finanza.

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1. Com’era percepita la finanza prima della crisi del 2007-2008?

Negli anni ’80 e ’90 la finanza era molto celebrata. Molti giovani promettenti emigravano a Londra o a New York attirati dalla prospettiva di impararne i segreti e di condividerne i favolosi guadagni. A cavallo del 2000, l’entusiasmo ha poi assunto carattere epidemico con la bolla dei titoli “dot.com”, contagiando anche grandi masse di piccoli risparmiatori. L’”esuberanza irrazionale” di quegli anni aveva convinto anche i più seri economisti che la finanza fosse la nuova “pietra filosofale”.
La disponibilità di una gamma così ampia di strumenti aveva cioè diffuso l’idea che il rischio fosse diventato un animale domato e “governabile” e che il sistema finanziario fosse immune dagli effetti destabilizzanti dell’incertezza.

Prima della crisi, le banche avevano ad esempio imparato a liberarsi del rischio sui propri crediti e a trasferirlo in società specializzate che a loro volta li impacchettavano in titoli vendibili sul mercato. Il rischio di credito-che tradizionalmente rimaneva concentrato nei bilanci delle banche- poteva così spalmarsi su una platea molto vasta di investitori, i quali – a loro volta- avevano la possibilità di “assicurarsi” contro il rischio di insolvenza attraverso l’utilizzo di una nuova generazione di strumenti derivati (chiamati CDS).

Sembrava l’”uovo di Colombo”: da sempre in finanza si sa che la concentrazione dei rischi è il peggiore dei mali e che la possibilità di distribuirli e di diversificarli è un potente antidoto contro l’instabilità.

2. Qualcosa però è andato storto… Di che si tratta?

La crisi del 2007-08 ha tuttavia brutalmente rivelato che esiste anche un “rovescio della medaglia. L’intreccio di nuovi strumenti e di nuovi intermediari si è ramificato spesso al di fuori delle aree tradizionalmente controllate dalle autorità di vigilanza, formando quello che è stato battezzato il “sistema bancario ombra” (shadow banking system).

Al di là delle suggestioni mediatiche, il termine “sistema ombra” non è però sinonimo di “oscuro” e, tanto meno, di “illegale”: esso identifica semplicemente l’insieme delle attività nuove che si sono sviluppate al di fuori del circuito bancario tradizionale e che richiedono oggi di essere censite e adeguatamente regolate.
Un recente rapporto del Financial Stability Board (un organismo ufficiale creato per monitorare i rischi di instabilità finanziaria a livello mondiale), ha stimato che le attività del “sistema ombra” nei 20 principali paesi del mondo ammontavano -a fine 2011- a ben 67 trilioni (cioè 67 mila miliardi) di dollari: circa 1/4 dell’intero sistema finanziario e pari al 111% del Pil aggregato dei paesi considerati.

Il “sistema bancario ombra” è cioè diventato troppo grande per essere considerato una devianza: esso è ormai una componente costitutiva dell’organismo, che si è arricchito di nuovi vasi sanguigni e di nuovi terminali nervosi, ma che per questo è diventato vulnerabile a nuove patologie.

3. Cosa implica la crescita di tale sistema?

Quanto più un sistema è ricco di interconnessioni complesse, tanto più esso diventa fragile. In condizioni normali, vasi sanguigni e terminali nervosi sono veicoli di stimoli vitali, ma in situazioni di crisi possono trasformarsi in canali di diffusione dei virus.

La crisi finanziaria ha mostrato in modo drammatico ed impietoso che le innervature del “sistema bancario ombra”, gli strumenti derivati e le tecniche di risk management sono efficaci in condizioni normali (perché trasferiscono il rischio a qualcun altro, che si presume più capace di sopportarlo), ma che, al contrario, quando tutti gli operatori entrano in crisi contemporaneamente, il “sistema ombra” si trasforma in un potente canale di contagio. Non immunizza più i singoli operatori sani, ma li espone all’infezione.
Il rischio sistemico agisce cioè come una malattia autoimmunitaria, in cui i meccanismi di difesa dell’organismo- originariamente progettati dalla natura per isolare e neutralizzare singoli shock esterni- finiscono invece per interagire tra loro in modo perverso ed imprevisto, divenendo essi stessi patologia.

Anche se tardivamente, la crisi finanziaria ha dotato le autorità del microscopio. Ora la vera sfida è che sappiano trovare rapidamente antidoti efficaci.