Verità, “versioni interessanti” e fatti

Avevamo scritto qualche tempo fa come delle ricerche scientifiche abbiano evidenziato come la gente tenda a credere non alle informazioni vere ma a quelle più “interessanti”. Un dato grave, dicevamo, dato che se si parla di democrazia e di partecipazione civile è necessario che le opinioni siano basate su conoscenza dei fatti e delle relazioni tra di essi.

Per capirsi, se si sta male e si ha bisogno di una cura, una cosa è fare discutere medici specialisti, una cosa molto diversa è organizzare un’assemblea di condominio. Non basta insomma che ci sia un gruppo di persone dove ognuno dice la propria per arrivare alla scelta giusta.

Una ulteriore dimostrazione di come la gente sia attratta dalle versioni interessanti e non dalla verità è il “dibattito” che si è sviluppato intorno al video di un bambino “rapito” da un’aquila: video giudicato “improbabile” dagli etologi, “finto” dagli esperti di effetti speciali, ed ora che gli autori hanno ammesso che si trattava di un lavoro per un concorso di computer grafica, il pubblico si divide tra chi “l’aveva sempre detto” e chi pensa che l’ammissione della falsità del video sia in realtà un complotto per tranquillizzare la popolazione e non fare temere gli attacchi delle aquile…

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=tecgXDWYH1A[/youtube]

 

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Quando i governi “rubano” l’oro

di Adrian Ash – BullionVault

Le scorse settimane sono state di vendite per l’oro, nel timore di un innalzamento “punitivo” delle tasse negli Stati Uniti, almeno secondo i timori di molti investitori e le voci nelle sale di trading. C’è paura, insomma, che nel 2013 il governo Obama potrebbe “prendere di mira”  coloro che  investito in metalli preziosi.

In realtà una mossa del genere da parte del governo americano sembra improbabile. In previsione degli accordi super partes riguardo il cosiddetto fiscal cliff e il tetto del debito, tale decisione manifesterebbe invece una politica decisamente di parte che non agevolerebbe gli accordi detti in precedenza. Certo non tutti gli investitori in oro sono repubblicani, ma nella nostra esperienza ben pochi sono democratici. Oltre tutto, l’oro già fornisce alle casse degli USA una tassazione sulla plusvalenza del 28%, la più alta negli Stati Uniti, visto che viene considerato come un bene da collezione. Sarebbe più facile aumentare la tassazione sulla plusvalenza, scoraggiando chiunque intenda risparmiare con i metalli preziosi e generando così più introiti.

Eppure i rumor evidenziano un punto chiave sull’oro, il fatto che, per quanto si abbia memoria, ha sempre goduto di un trattamento di sfavore da parte di tutti i governi. In Occidente i privati non hanno potuto possedere oro, se non in forma di gioielli, per oltre 30 anni dopo la seconda guerra. Nei 20 anni precedenti, l’oro è stato nazionalizzato, fatto cedere obbligatoriamente e rubato.

Non soltanto l’oro da investimento, e non solo quello in possesso di cittadini privati.

1935: Mussolini requisisce 35 tonnellate di fedi nuziali

La confisca dell’oro avvenuta nel 1933 da parte degli Stati Uniti è fatto conosciuto (chi possedeva oro fu costretto a venderlo a $20,67 all’oncia, prima che il prezzo fosse portato a $35). Non fu però l’unico governo interessato ad acquisire il metallo giallo in maniera più o meno onesta.

Nel dicembre 1935 Mussolini fece appello al patriottismo delle mogli italiane, invitandole a donare la propria fede d’oro in cambio di un anello d’acciaio. Mercoledì 18 dicembre La Stampa dedicò l’intera prima pagina all’evento. Ecco i titoli:

L’altissimo rito della “fede” accomuna in eroica volontà tutte le donne d’Italia

La Sovrana depone l’anello nuziale sull’Altare della Patria

La superba e commovente offerta delle donne torinesi

Mussolini raccolse in questo modo 35 tonnellate d’oro. Sulla volontarietà del patriottico gesto ognuno faccia le considerazioni che preferisce.

1939: la Germania nazista ruba l’oro ceco a Londra

Non soltanto i privati, né solo coloro che lo conservavano a casa rischiavano di perdere il proprio oro negli anni ’30. Per quanto poco se ne parli al giorno d’oggi, il furto dell’oro della Cecoslovacchia da parte dei Nazisti occupò così tanto spazio nei giornali inglesi nell’estate del 1939 che l’opinione pubblica non si sorprese quando a settembre la Germania invase la Polonia.

Nel 1930 fu fondata la Banca dei Regolamenti Internazionali, con l’intento di gestire uno standard aureo in caduta libera. Con sede in Svizzera, territorio neutrale, fu fondata come organismo indipendente e al di sopra della politica: anche se la gestione della banca era nelle mani di banchieri basati nelle rispettive nazioni di provenienza, si rispettava una sorta di codice d’onore di rispetto e mutuo supporto. Così come oggi, i banchieri non venivano eletti, e si ritenevano al di sopra e indipendenti dagli affari sporchi legati alle questioni di democrazia e dittatura.

Il 20 marzo 1939, subito dopo che i Nazisti entrarono a Praga, fu inviato un messaggio alla BRI apparentemente dalla Banca Centrale Cecoslovacca. Il messaggio richiedeva che la Banca d’Inghilterra (anche allora, come oggi, il più importante centro di smistamento per l’oro fisico) spostasse il metallo custodito nel conto n.2 alla BRI al conto n. 17.

Non servì che la Cecoslovacchia avesse già avvisato che qualsiasi istruzione sarebbe stata data sotto coercizione e pertanto sarebbe dovuta essere ignorata. Non servì che il parlamento inglese avesse già congelato tutti gli asset cechi per difenderli da un tentativo di furto dei nazisti. E non servì che la Banca d’Inghilterra sapesse che il conto BRI n.2 conteneva oro ceco e il n.17 era a nome della Reichbank tedesca. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, era anche governatore dell’indipendente BRI: nello spirito spiegato poco sopra, avrebbe fatto qualsiasi cosa per difendere la nobiltà super partes delle banche centrali, e finse di non sapere di chi fosse l’oro nei due conti BRI.

Il trasferimento fu eseguito prima che chiunque al di fuori del circuito delle banche centrali ne sapesse alcunché, e l’oro fu poi venduto nel giro di 10 giorni. La vicenda venne allo scoperto a maggio, quando i 6 milioni di sterline di ricavato si erano già volatilizzati.

1966: la Gran Bretagna vieta la circolazione di monete d’oro

Venti anni dopo la fine della seconda guerra, e 35 anni dopo che la Gran Bretagna aveva abbandonato lo standard aureo, la politica operava ancora un’attività di ingerenza contro gli investimenti in oro. La sterlina crollava e i risparmiatori compravano oro, inviando fondi all’estero e così danneggiando una bilancia dei pagamenti già precaria, e di conseguenza svalutando la sterlina.

Per cercare di mettere fine a questa spirale verso il basso, il governo bloccò le importazioni di monete d’oro, e proibì il possesso di più di 4 monete d’oro a ciascun cittadino. Chiunque avesse una collezione maggiore avrebbe dovuto darne comunicazione alla Banca d’Inghilterra, che avrebbe poi giudicato ciascun singolo caso, decidendo se si trattasse di un vero collezionista o di uno speculatore.

A giugno del 1966, il parlamentare conservatore Terence Higgins chiese perché il governo avesse deciso di attaccare l’oro: “I cittadini lo acquistano perché non hanno fiducia nelle politiche del governo per quanto riguarda la stabilità del costo della vita e la capacità di limitare l’inflazione. Verranno prese ulteriori azioni contro altri beni specifici che sono considerati come una protezione contro l’inflazione?” (I privati in India probabilmente vorrebbero porre queste stesse domande al proprio governo al giorno d’oggi.)

Eppure la legge fu approvata, e 4.847 investitori si sottoposero allo scrutinio della Banca d’Inghilterra, e iniziò la persecuzione legale. Il controllo dei cambi sull’oro fu poi eliminato dalla prima finanziaria del primo governo Thatcher nel ‘79.

Quale è la morale di queste storie? Visto che l’oro non è più necessario alle banche centrali per il sistema monetario odierno, il rischio di confisca è in realtà un fenomeno che al giorno d’oggi sembra riguardare il secolo scorso. Le cose però potrebbero cambiare. Un controllo dei cambi come quello avvenuto in Inghilterra negli anni ’70, e che in Italia durò fino al 2000, sono invece più probabili. I cittadini, così come i governi, vogliono possedere oro quando temono l’inflazione e crisi politiche e finanziarie. Custodirlo privatamente può esporre al rischio di furto o coercizione. Se si decide di avere oro all’estero, è importante considerare che la piena proprietà legale è un requisito richiesto per entrarne in possesso fisico anche nell’ambito di una giurisdizione democratica e sicura.

È quindi consigliabile tenerne conto se si sta decidendo di operare un investimento in oro.

Chi ha paura della finanza ombra?

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla di com era percepita la finanza prima della crisi del 2007-2008: pochi anni che però sembrano oggi secoli, da tanto che è cambiato per molti il rapporto o con la finanza.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=hXKMosFnz0A[/youtube]

1. Com’era percepita la finanza prima della crisi del 2007-2008?

Negli anni ’80 e ’90 la finanza era molto celebrata. Molti giovani promettenti emigravano a Londra o a New York attirati dalla prospettiva di impararne i segreti e di condividerne i favolosi guadagni. A cavallo del 2000, l’entusiasmo ha poi assunto carattere epidemico con la bolla dei titoli “dot.com”, contagiando anche grandi masse di piccoli risparmiatori. L’”esuberanza irrazionale” di quegli anni aveva convinto anche i più seri economisti che la finanza fosse la nuova “pietra filosofale”.
La disponibilità di una gamma così ampia di strumenti aveva cioè diffuso l’idea che il rischio fosse diventato un animale domato e “governabile” e che il sistema finanziario fosse immune dagli effetti destabilizzanti dell’incertezza.

Prima della crisi, le banche avevano ad esempio imparato a liberarsi del rischio sui propri crediti e a trasferirlo in società specializzate che a loro volta li impacchettavano in titoli vendibili sul mercato. Il rischio di credito-che tradizionalmente rimaneva concentrato nei bilanci delle banche- poteva così spalmarsi su una platea molto vasta di investitori, i quali – a loro volta- avevano la possibilità di “assicurarsi” contro il rischio di insolvenza attraverso l’utilizzo di una nuova generazione di strumenti derivati (chiamati CDS).

Sembrava l’”uovo di Colombo”: da sempre in finanza si sa che la concentrazione dei rischi è il peggiore dei mali e che la possibilità di distribuirli e di diversificarli è un potente antidoto contro l’instabilità.

2. Qualcosa però è andato storto… Di che si tratta?

La crisi del 2007-08 ha tuttavia brutalmente rivelato che esiste anche un “rovescio della medaglia. L’intreccio di nuovi strumenti e di nuovi intermediari si è ramificato spesso al di fuori delle aree tradizionalmente controllate dalle autorità di vigilanza, formando quello che è stato battezzato il “sistema bancario ombra” (shadow banking system).

Al di là delle suggestioni mediatiche, il termine “sistema ombra” non è però sinonimo di “oscuro” e, tanto meno, di “illegale”: esso identifica semplicemente l’insieme delle attività nuove che si sono sviluppate al di fuori del circuito bancario tradizionale e che richiedono oggi di essere censite e adeguatamente regolate.
Un recente rapporto del Financial Stability Board (un organismo ufficiale creato per monitorare i rischi di instabilità finanziaria a livello mondiale), ha stimato che le attività del “sistema ombra” nei 20 principali paesi del mondo ammontavano -a fine 2011- a ben 67 trilioni (cioè 67 mila miliardi) di dollari: circa 1/4 dell’intero sistema finanziario e pari al 111% del Pil aggregato dei paesi considerati.

Il “sistema bancario ombra” è cioè diventato troppo grande per essere considerato una devianza: esso è ormai una componente costitutiva dell’organismo, che si è arricchito di nuovi vasi sanguigni e di nuovi terminali nervosi, ma che per questo è diventato vulnerabile a nuove patologie.

3. Cosa implica la crescita di tale sistema?

Quanto più un sistema è ricco di interconnessioni complesse, tanto più esso diventa fragile. In condizioni normali, vasi sanguigni e terminali nervosi sono veicoli di stimoli vitali, ma in situazioni di crisi possono trasformarsi in canali di diffusione dei virus.

La crisi finanziaria ha mostrato in modo drammatico ed impietoso che le innervature del “sistema bancario ombra”, gli strumenti derivati e le tecniche di risk management sono efficaci in condizioni normali (perché trasferiscono il rischio a qualcun altro, che si presume più capace di sopportarlo), ma che, al contrario, quando tutti gli operatori entrano in crisi contemporaneamente, il “sistema ombra” si trasforma in un potente canale di contagio. Non immunizza più i singoli operatori sani, ma li espone all’infezione.
Il rischio sistemico agisce cioè come una malattia autoimmunitaria, in cui i meccanismi di difesa dell’organismo- originariamente progettati dalla natura per isolare e neutralizzare singoli shock esterni- finiscono invece per interagire tra loro in modo perverso ed imprevisto, divenendo essi stessi patologia.

Anche se tardivamente, la crisi finanziaria ha dotato le autorità del microscopio. Ora la vera sfida è che sappiano trovare rapidamente antidoti efficaci.

La scomparsa della classe media negli USA

La società americana si sta sempre più polarizzando ai due estremi tra ricchi e poveri: sono in molti a guardare con preoccupazione alla scomparsa della middle class, che secondo qualche commentatore sembra essere stata negli ultimi anni sacrificata “a favore dei ricchi e dei poveri”.

La polarizzazione della società americana è particolarmente evidente in un interessante grafico realizzato da reuters, che evidenzia la variazione da 1989 e 2010 della distribuzione dei redditi.

disuguaglianza-USA

Alcuni mettono sotto accusa le lobby che hanno premuto per il sostegno ai più ricchi, sacrificando appunto la classe media, anche se guardando al grafico altri evidenziano come il grosso spostamento sia stato verso l’alto, più che verso il basso: in altre parole, è sì diminuita la fascia di quanti guadagnavano da 30 a 80 mila dollari, ma per la maggior parte sembra che questi soggetti si siano spostati nella fascia di chi guadagna oltre 100 mila dollari, piuttosto che in quella di chi guadagna meno di 30 mila dollari.

Certamente però una frattura così netta tra lavori altamente retribuiti e lavori sottopagati preoccupa, perché potrebbe non essere “fluido” il passaggio da uno all’altro (in altre parole, passare da un lavoro pagato 30 mila ad uno pagato 40 mila si può pensare sia “più facile” che passare da uno pagato 20 mila ad un altro pagato 120 mila). Il che rischia veramente di creare delle caste sociali, che porterebbero inevitabilmente a tensioni sociali sempre più difficilmente gestibili.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Lo spread importa? No… se non avessimo bisogno di prestiti.

Il “perfido” spread è finito di nuovo sotto attacco verbale, questa volta da Berlusconi in quello che tutti hanno definito l’inizio della sua  campagna elettorale.

L’ex-presidente del Consiglio ha sostenuto alcune tesi molto “popolari” (populiste, direbbe qualcuno), dichiarando che non dovrebbe importarci dello spread, che è una sorta di “inganno”.

Affrontiamo dunque la questione: dello spread ci deve interessare o no? Chiaramente, è vero: ci si può disinteressare completamente del giudizio dei mercati. A patto però di non avere bisogno dei mercati stessi. In altre parole, c’è il solito equivoco: non sono i mercati che impongono il loro volere all’Italia, è l’Italia che ha bisogno dei soldi dei mercati per mantenere la spesa pubblica, e quindi ha bisogno di essere considerata affidabile.

E’ ovvio che un debitore i cui rappresentanti vanno in giro a dire che non si interessano di quelli a cui deve dei soldi, non è uno a cui si prestano soldi volentieri. Il che vuol dire che o non glie ne si prestano oppure glie li si presta ad un tasso più elevato.

C’è poi un ulteriore discorso, e cioè dell’effetto dello spread sul costo del debito pubblico italiano. Ogni punto di spread è una frazione di percentuale in più di costo di debito pubblico.

In valori assoluti, il debito dell’Italia non è trascurabile, avvicinandosi ormai ai 2.000 miliardi di euro. Il che vuol dire che anche piccole variazioni sugli interessi hanno costi importanti.

Facendo qualche semplice calcolo,  ogni singolo punto base di interessi in più (ogni singolo punto di spread, se volete) costa alle casse italiane quasi 200 milioni di euro all’anno. 10 punti di spread costano 2 miliardi all’anno. 100 punti di spread costano 20 miliardi all’anno. Già questo fa dire a molti che è bene tenere d’occhio lo spread.

E come qualcuno ha osservato, questa crisi di governo, con i timori che comporta per i mercati, è già costata un salto in avanti dello spread di quasi 60 punti: 12 miliardi di euro all’anno.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

L’errore del governo Monti? La comunicazione

L’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti appare dunque destinata a chiudersi, aprendo alle preoccupazioni internazionali circa l’affidabilità dell’Italia e del governo che sostituirà questo.

Infatti, c’è una pressione populistica è forte per rimettere in discussione sia le nuove entrate che i tagli che erano stati programmati (di veda la questione delle Province, ad esempio). Il timore concreto è che più di qualche candidato proponga soluzioni non sostenibili.

Il grave errore del governo Monti è stato a nostro parere quello della comunicazione: è difficile chiedere sacrifici senza al contempo spiegare il perché. Ed è ancora più difficile se si considera che gli italiani hanno una cultura economica scarsa, così come è scarsa la capacità di guardare oltre il breve (quando non brevissimo) periodo.

Ad esempio, all’accusa di avere pensato di più alle banche che ai cittadini, anziché aggirare la risposta, sarebbe stato più efficace dire chiaramente “sì, perché senza banche non ci sono mutui, non ci sono vendite a rate, non ci sono prestiti alle imprese”.

 

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Il vino traino del Made in Italy: l’est nuova frontiera

Il vino è uno dei traini del Made in Italy, tanto che l’area Research di MPS ha creato addirittura il MPS Wine Index per misurarne la competitività.

Come è il caso di molti settori che resistono alla crisi, è l’export che sostiene il settore: interessante notare che a presentare volumi di crescita degni di nota sono i paesi dell’est (Bulgaria, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lituania, Lettonia), paesi emergenti (Brasile, Argentina e Messico) e estremo oriente (India, Corea del Sud e Thailandia).

Si tratta di una lezione interessante per tutti i settori, che mostra come sia ora di imparare che i paesi che finora sono stati considerati solo potenziali concorrenti sul fronte della produzione dovrebbero sempre più essere presi in considerazione come potenziali mercati di sbocco.

La ricerca realizzata dalla Research di BMps e da Ismea fotografa l’andamento del mercato mondiale del vino, sfuso e imbottigliato, per volume e valore, rilevando come per l’Italia, a fronte della riduzione dei consumi interni, l’export sia il principale driver di sviluppo. L’Italia produce il doppio della domanda interna e il consumo pro capite cala di un litro all’anno (ora si attesta fra i 35 e i 37 litri, negli anni Settanta arrivava a 100). La ricerca mostra come solo il 14% delle aziende che non esportano continua a crescere. Il dato invece quasi triplica (43%) per le imprese che operano sui mercati internazionali. Le aziende italiane che esportano (sono il 70% del campione) raccolgono mediamente fuori dai confini nazionali circa il 37% del proprio fatturato.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Piccole imprese: possono davvero essere efficienti?

Unicredit ha presentato il suo Rapporto sulle piccole imprese italiane, un tema importante perché le PMI rappresentano il cuore del tessuto economico italiano.

Le PMI sono sempre state caratterizzate da elevata flessibilità e spesso buona capacità di innovazione (una buona idea corre meno i rischi di rimanere impigliata nella burocrazia interna), ma di contro hanno sempre sofferto di un limite che è quello delle ridotte dimensioni, che vuol dire innanzi tutto minori economie di scala (e quindi meno efficienza) e a volte minore capacità di aggredire tutti i potenziali mercati nel modo corretto. Oggi poi c’è anche un problema di capacità di innovazione, dato che è sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo (e valido), ed è necessario spesso unire competenze che le PMI non hanno tutte al loro interno. La collaborazione con centri di ricerca e università è sempre più una necessità ma non sempre è facile per una piccola azienda gestire questa tipologia di relazione.

Dal rapporto di Unicredit però emerge un aspetto interessante, e cioè che “la digitalizzazione ha profondamente cambiato l’interazione tra sistema scientifico-tecnologico e apparato produttivo, sempre più imperniata su due risorse immateriali: l’informazione e la conoscenza. Grazie alle loro caratteristiche di pervasività, le tecnologie digitali hanno mutato il modo di produrre, di scambiare e di comunicare, investendo orizzontalmente tutti i settori di attività economica e avendo come potenziali destinatarie le imprese di qualsiasi dimensione”.

Proprio sulla base di questo il rapporto di Unicredit ha cercato di approfondire la differenza tra imprese “digitalizzate” e “non digitalizzate”, e cercare di capire le differenze nella digitalizzazione tra piccole, medie e grandi imprese.

E differenze ce ne sono: ad esempio, l’indice di fiducia delle piccole imprese digitalizzate è di 6 punti superiore a quello delle “non digitalizzate” (per le medie, questa differenza sale a 7 punti). In particolare, è l’e-commerce che sembra dare fiducia (la spiegazione potrebbe essere che in molti casi permette di diversificare i mercati di sbocco).

image

 

Sul fronte delle innovazione, sono le medie e le grandi che risultano fare innovazione (specie di processo, alla ricerca di una migliore efficienza), ma va anche detto che mentre le medie e le grandi imprese tendono a strutturare e tracciare l’attività di ricerca e sviluppo, nelle PMI spesso questa viene sottostimata.

 

image

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Portabilità dei mutui più semplice grazie alla tecnologia

La tecnologia promette di semplificare la portabilità dei mutui, grazie ad una nuova piattaforma digitale interbancaria (denominata “Mutui Connect”) che permetterà di interfacciare le banche ed i notai. Finora, infatti, per trasferire un mutuo era necessario uno spostamento fisico di documenti tra cliente, notaio, banca nuova, banca vecchia. Era ora, si potrebbe dire.

Si tratta a nostro parere di un classico esempio che dimostra come molte inefficienze e disservizi siano causati dal ridotto uso della tecnologia, che non vuol dire “fare l’operazione online” (in questo caso ad esempio questa piattaforma non interagisce direttamente con il cliente finale) ma piuttosto un suo utilizzo nel backoffice.

Tornando alla piattaforma Mutui Connect, è interessante notare come questa sia nata anche in risposta alla tempistica massima dell’operazione di surroga introdotta recentemente dalla legge (10 giorni di calendario), tra le proteste di molte banche che però si sono trovate come conseguenza costrette a rimuovere quelle che di fatto erano gravi inefficienze organizzative.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]