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Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera, Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi, ci parla del fiscal cliff, un rischio che preoccupa alcuni analisti per quanto riguarda l’economia americana, ora che Obama è stato rieletto, ma con un parlamento ostile.

 

1. Quali sono le cause che portarono nel 2011 al downgrading dei titoli USA?

Nell’estate del 2011 i titoli del Tesoro degli Stati Uniti avevano subito l’onta del downgrading, perdendo la tripla A di Standard&Poor’s. Per molti questo era un chiaro segno del declino dell’egemonia economica americana. Tuttavia, da allora, i rendimenti dei titoli del Tesoro USA, anziché salire, sono scesi ai loro minimi storici e i mercati finanziari americani non hanno perso lo status di “safe heaven” (“porto sicuro”).

In realtà, il downgrading faceva seguito alla particolare normativa istituzionale vigente negli Stati Uniti, che impone che il Congresso non solo approvi annualmente il budget (cioè l’equivalente della nostra ex “Legge Finanziaria”, oggi “Legge di stabilità”), ma prevede che il Congresso fissi con votazione separata anche il tetto massimo dell’ammontare di debito (cioè l’ammontare di titoli) che il Tesoro americano può emettere ogni anno.

Ai primi di agosto del 2011 quel tetto era stato ormai toccato, ma Democratici e Repubblicani non avevano ancora raggiunto l’accordo necessario per alzarlo. Se il Congresso non si fosse accordato per tempo, il Tesoro non avrebbe più potuto emettere titoli e sarebbe stato costretto a sospendere tutti i suoi pagamenti, compresi quelli relativi agli interessi sul debito in essere ed al rimborso dei titoli in scadenza. Il mancato accordo stava cioè costringendo il Tesoro americano a dichiararsi “tecnicamente” insolvente. Era quest’eventualità che aveva spinto Standard&Poor’s al downgrading.

2. Che cos’è e che cosa comporta il fiscal cliff?

Il 6 novembre gli americani hanno confermato Obama, ma hanno anche confermato un Congresso che gli è ostile. La paralisi dei veti incrociati degli ultimi anni potrebbe quindi riprodursi. Ed è proprio il cosiddetto ‘fiscal cliff’, o “precipizio fiscale”, uno dei rischi più difficili che Barack Obama dovrà superare.

Il “precipizio fiscale” origina dal difficile compromesso che –nell’estate del 2011- Democratici e Repubblicani avevano sottoscritto per dare il proprio via libera all’aumento del tetto di indebitamento del Tesoro e scongiurare il “default” tecnico.
Quel compromesso prevedeva infatti di rinviare ogni decisione su tagli di spesa e/o aumenti di tasse all’inizio del 2013 (dopo le presidenziali ed il rinnovo del Congresso). L’intento originario era solo guadagnare tempo per raggiungere nel frattempo un accordo, ma –a scanso di equivoci-prevedeva anche una clausola di salvaguardia molto severa: se un accordo non fosse stato raggiunto entro la data prevista (cioè gennaio-febbraio 2013), sarebbero scattati automaticamente sia i tagli di spesa sgraditi ai Democratici (spese sociali e sanitarie), sia gli aumenti di tasse (per gli alti redditi) sgraditi ai Repubblicani.

L’intento della clausola era quello di dare a entrambi i due partiti un forte incentivo a raggiungere per tempo un accordo che, però, non è stato nel frattempo raggiunto.

3. Quali sono i rischi per l’economia?

L’impatto delle misure automatiche di bilancio sarebbe estremamente traumatico: si stima infatti che l’economia americana verrebbe risospinta violentemente in recessione (con un Pil in caduta verticale del 4% nel primo trimestre del prossimo anno). E l’onda d’urto potrebbe colpirebbe anche il resto del mondo e soprattutto l’Europa, le cui prospettive di crescita sono già precarie.

Verificheremo molto presto se la politica americana saprà alla fine evitare di cadere in questo metaforico, ma inquietante baratro.

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