Argentina a rischio default, di nuovo

L’agenzia di rating Fitch ha tagliato il giudizio sull’Argentina, abbassandolo di ben cinque gradini, da B a CC, aggiungendo che è “probabile” un default sui pagamenti.

La notizia non è una sorpresa perché la condizione economica dell’Argentina attualmente è tutt’altro che rosea, con l’economia in forte recessione, caratterizzata da alta inflazione, e valuta debole, cui si somma una carenza di infrastrutture.

Le difficoltà dell’economia argentina non sorprendono ed erano note a molti analisti che avevano giudicato a suo tempo una strada pericolosa quella del default nel 2002. Il concetto di fondo è semplice: se il proprio programma è non ripagare i debiti, la conseguenza diretta è che nessuno è disposto a fare prestiti.

Infatti gli investitori sono poi “fuggiti” dall’Argentina, in seguito al default: qualcuno probabilmente storcerà il naso immaginando paffuti investitori vendicativi e speculatori, ma quello stesso qualcuno non accetterebbe mai di acquistare bond argentini (anzi, forse considererebbe truffaldina la banca che glie li proponesse).

La conseguenza è quindi che lo stato non ha più capacità di indebitarsi, che da un lato può essere positivo perché evita del tutto situazioni patologiche, dall’altro però impedisce anche investimenti (come quelli in infrastrutture).

Dall’altro lato, la debolezza dell’economia e la mancanza di afflussi di capitali rende la valuta debole, che può essere un beneficio per le esportazioni ma rende la vita molto difficile ai consumatori, che soffrono anche di una elevata inflazione.

Insomma, l’Argentina non se la cava per nulla bene, al contrario di quel che (con ignoranza) sembrava pensare qualcuno che suggeriva di “seguire l’esempio dell’Argentina” per risolvere i problemi dell’economia italiana.

Purtroppo, il fatto che una medicina non piaccia non vuol dire che si stia bene. Si parla spesso “di dittatura dello spread” e della finanza: in realtà è vero, queste cose esistono. Ma non perché questi siano degli invasori, ma perché si ha bisogno di loro. Si può certamente vivere in un mondo senza la “dittatura della finanza”, ma come primo passo iniziale bisognerebbe prima smettere di chiedere prestiti e mutui.

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La ripresa cinese dipende dagli USA?

La Cina è orami una delle economie più importanti a livello mondiale, non solo a livello di produzione ma sempre più anche di acquisti, ed è quindi comprensibile come in molti guardino all’andamento dell’economia cinese per capire come possa evolversi la situazione globale.

L’indice PMI (Purchasing Managers’ Index) ha toccato il massimo degli ultimi 13 mesi, superando la soglia dei 50 punti (valore che indica un’espansione del settore, mentre un valore inferiore al 50 indica una contrazione).

Sicuramente sono dati positivi, ma molti analisti ritengono che anche per l’economia cinese sarà determinante il cosiddetto “fiscal cliff”. Chris Williamson, chief economist di Markit (che è la società che calcola l’indice PMI) ha dichiarato che a suo parere “gli USA saranno determinanti per quello che succederà in Cina almeno nei prossimi sei mesi”, poiché l’export rimane l’elemento trainante dell’economia cinese.

A sottolineare ancora di più l’incertezza, e la dipendenza dall’export, c’è il fatto che la domanda interna cinese non è solida in questo momento. Gli analisti di Capital Economics hanno infatti evidenziato un dato importante: “Mentre la componente dei nuovi ordini nel complesso è calata, i nuovi ordinativi dall’estero sono saliti saliti da 46,7 a 52,4, il più grande aumento mensile dal mese di da 2009. Il che vuol dire che la domanda interna si è indebolita”.

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L’unione bancaria europea: una prospettiva concreta?

Una maggiore unione economica e finanziaria dell’area euro è un’esigenza particolarmente sentita  come risposta alla crisi economica e finanziaria degli ultimi anni (o meglio, alle sue cause). Luigi Federico Signorini, Direttore Centrale per l’area Vigilanza Bancaria della Banca d’Italia, è stato sentito alla Commissione Finanze della Camera proprio su questo tema, e ci sembra interessante riportare qualche estratto dell’intervento.

[…]

La decisione di procedere speditamente verso un sistema di supervisione unico (Single Supervisory Mechanism, SSM) è parte di tale processo. Esso è il primo dei tre pilastri sui quali si regge l’Unione bancaria (banking union); gli altri due sono il sistema di risoluzione delle crisi e quello di garanzia dei depositi accentrati a livello europeo. È necessario procedere rapidamente su tutti i fronti. Senza una coerenza tra l’ambito della supervisione e quello delle reti di sicurezza non si consegue, tra l’altro, l’obiettivo di spezzare il legame tra le condizioni delle banche e quelle degli stati sovrani, obiettivo che è uno dei principali motori della proposta.

[…]

La forte interconnessione tra mercati e intermediari, specie quelli con operatività  cross-border, ha dimostrato quanto velocemente i rischi in capo agli  intermediari di un paese possano  contagiare quelli di altri paesi, con ripercussioni negative  sulla stabilità finanziaria dell’Unione. In un mercato integrato, perseguire politiche nazionali  per contrastare situazioni di crisi non conduce alla stabilità finanziaria, poiché le politiche nazionali mirano a massimizzare il benessere interno, senza tener conto delle esternalità  negative che possono coinvolgere altri paesi

[…]

In secondo luogo, un sistema di supervisione  bancaria unitario favorisce un’efficace trasmissione della politica monetaria. […] La crisi finanziaria ha determinato una frammentazione dei mercati lungo i confini nazionali, per effetto di una maggiore percezione del rischio di controparte in capo agli intermediari, determinata da un generale calo di fiducia cross-border tanto sulle condizioni degli intermediari, quanto su quelle delle finanze
pubbliche. Si è registrato un deflusso di capitali dai  paesi periferici a  quelli ritenuti solidi (flight-to-quality). La bassa diversificazione delle attività e degli intermediari – ovvero la loro elevata esposizione verso i paesi sovrani –  ha inficiato la trasmissione della politica monetaria, determinando una distribuzione disomogenea del livello dei tassi di interesse a lungo termine e di quelli sui prestiti bancari tra i paesi dell’area dell’euro.

[…]

In terzo luogo, un sistema di supervisione  bancaria unitario riduce la tendenza degli Stati membri a proteggere i confini finanziari nazionali (ring-fencing), con effetti positivi sul funzionamento del Mercato Unico e sulla crescita economica.

[…]

Vi sono, sulla proposta della Commissione che ho sopra illustrato, posizioni diverse su questioni fondamentali: l’articolazione della vigilanza (dal completo accentramento dei poteri presso la BCE al cosiddetto two tier system); il ruolo dei paesi non euro, i meccanismi di voto sia nel SSM sia nell’EBA, i rispettivi poteri della BCE e delle autorità di vigilanza nazionali in tema di vigilanza macroprudenziale. Il dibattito e il confronto sono ancora aperti.

[…]

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Francia “vittima” dell’Euro?

Come chi ci segue probabilmente ha intuito, se dovessimo scegliere una posizione tra “euro sì – euro no”, sceglieremmo certamente la prima, dato che siamo convinti che l’euro per quanto abbia i suoi limiti e difetti, resta la soluzione “meno peggio” rispetto ad una valuta “locale” che esporrebbe a conseguenze più sfavorevoli (sui fronti dell’inflazione e dei tassi di interesse, ad esempio).

Ma come al solito, è nostra abitudine cercare di dare spazio a tutte le informazioni e per questo motivo ci sembra interessante un articolo di Emerging Markets dove si parla delle opinioni di Eimear Daly, foreign exchange analyst di Monex Europe, che sostiene che il recente downgrade della Francia è “colpa” esclusivamente dell’euro, pubblicando un paper intitolato “France is the euro’s next victim”.

Se la Francia avesse avuto una propria moneta, la sarebbe stata in grado di svalutare e quindi mantenere la competitività che sta danneggiando le sue prospettive economiche”, sostiene Daly.

Moody’s avrebbe ammesso che effettivamente  “l’appartenenza alla zona euro è stata una delle ragioni per il downgrade”, poiché limiterebbe le capacità della Francia di diventare più competitiva a livello internazionale impedendo la svalutazione della sua moneta.

“L’aumento del tasso reale di cambio effettivo della Francia negli ultimi anni, contribuisce a questa erosione di competitività, soprattutto in relazione alla Germania, Regno Unito e Stati Uniti,” ha sottolineato Moody’s in una dichiarazione sulla logica alla base del downgrade rating.

La sfida di restituire competitività dei prezzi attraverso la moderazione salariale e di contenimento dei costi è resa più difficile dalla Francia l’adesione all’Unione monetaria, che elimina il meccanismo di regolazione che la possibilità di svalutare la propria moneta avrebbe fornito”.

Daly ha detto che le nazioni in euro in vigore gestire le proprie economie con una mano legata dietro la schiena, e che la natura dolorosa e estenuante delle riforme strutturali è difficile da digerire per elettori in questi paesi.

“La disciplina monetaria del progetto dell’euro avrebbe dovuto fare tutte le economie più forti per affrontare a testa alta i problemi strutturali della nostra economia, invece di prendere la via dell’allentamento monetario”, ha detto.

Il principio è ottimo, ma la realtà è un disastro.”

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Cos’è il piano ammortamento mutuo e come funziona?

Un cliente bancario che stipula un mutuo ha l’onere di pagare le rate, di norma con cadenza mensile, sulla base di un preciso prospetto noto a priori. Trattasi del cosiddetto piano di ammortamento, un vero e proprio percorso creditizio durante il quale il mutuatario è chiamato a saldare puntualmente le rate pena la morosità e, nei casi più gravi, l’insolvenza.

In Italia le rate del piano di ammortamento sono caratterizzate per importo da una quota relativa al capitale da rimborsare, e dall’altra quota che è rappresentata dagli interessi. E così per un mutuo a tasso fisso il piano di ammortamento è a rate costanti, mentre nel caso di un mutuo a tasso Euribor le rate hanno un importo variabile in quanto il finanziamento ipotecario è indicizzato. Per avere maggiori informazioni è consigliabile consultare http://mutui.com, il portale sui mutui online.

mutui

Ci sono casi in corrispondenza dei quali in termini di durata il piano di ammortamento può subire delle variazioni. Questo accade in particolare quando il mutuo viene sospeso oppure è soggetto ad una rinegoziazione bilaterale. Nel dettaglio, in caso di sospensione il piano di ammortamento si allunga in ragione del numero di mesi in corrispondenza dei quali il pagamento delle rate è stato congelato. Mentre in caso di rinegoziazione il mutuo può variare non solo nella durata del piano di ammortamento ma anche, a discrezione della banca e comunque su richiesta del cliente, per la tipologia di tasso applicato, ad esempio dal tasso fisso al tasso variabile.

Non è detto che un cliente che chiede la rinegoziazione di un mutuo la ottenga dalla banca con cui il finanziamento ipotecario è stato stipulato. In questo caso, a patto di non essere morosi, il mutuo si può rinegoziare solo con la surroga, ovverosia cambiando banca. Ricordiamo che ad oggi per legge la surroga è un’operazione sul mutuo senza costi applicabili al cliente, neanche quelli per saldare la parcella del notaio.

Finanziamenti alle imprese

I privati chiedono credito al sistema bancario per i consumi, spesso per l’acquisto di beni durevoli qual sono ad esempio un’auto, una barca o un camper, ma al circuito creditizio accedono anche le imprese per finanziare la propria crescita o semplicemente per andare ad aumentare le disponibilità finanziarie per progetti futuri, ad esempio possibili acquisizioni. In Italia e non solo le banche propongono un’offerta di finanziamenti differenziata per le imprese rispetto a quelli destinati ai privati.

Questo perché le finalità, ed anche gli importi, sono differenti visto che spesso il credito concesso dalla banca può essere dell’ordine delle centinaia di migliaia di euro rispetto ad un privato che con 15-20 mila euro al massimo può acquistare un’auto. E se il privato ottiene il prestito presentando la busta paga, come lo ottiene l’impresa?

Ebbene, le banche rispetto al passato danno credito solo a quelle imprese che vengono ritenute non solo sane, ma anche con spiccate potenzialità di innovazione e di crescita in un mercato sempre più globale e sempre più competitivo. E se il privato di norma i finanziamenti li stipula a tasso fisso, le imprese italiane invece accedono in prevalenza al credito con la formula indicizzata all’Euribor, ovverosia a tasso variabile. E’ possibile consultare il portale sui prestiti www.prestiti.com per scoprire tutti i dettagli dei finanziamenti adatti alle tue esigenze.

Una banca può concedere credito all’impresa facendo leva anche su garanzie aggiuntive offerte dallo Stato, ad esempio attraverso appositi Fondi di garanzia per le PMI, oppure attraverso i Confidi. I Confidi, detti anche Consorzi Fidi, si fanno garanti di una quota spesso rilevante del finanziamento al fine di promuovere sul territorio l’imprenditoria nel terziario, ovverosia nell’artigianato e nel commercio. Ma non mancano, specie in questi tempi di crisi economica, i casi di finanziamenti alle imprese che non vengono concessi. Questo di norma accade quando l’impresa è eccessivamente indebitata, oppure quando ha dei contenziosi gravi aperti che possono anche incidere sulle prospettive di continuità aziendale.

Oro? Ma quale bolla! Marc Faber alla conferenza della LBMA

Di Adrian Ash – BullionVault

Gli operatori più interessanti sui mercati di oro e argento sono sempre presenti con interventi meritevoli di attenzione alla  conferenza annuale della LBMA , che si è svolta questo anno a Hong Kong e ha visto tra i partecipanti anche  importanti istituzioni asiatiche, come la ICBC e la Banca Popolare Cinese.

“Quando parla la Banca Cinese è bene stare ad ascoltare” si è detto, tirando le somme della conferenza. “Sopratutto quando parla d’oro.”

La star della conferenza per acclamazione è stata però un’altra, ovvero lo svizzero (ora residente in Tailandia) Marc Faber.

Chi lo conosce non ha difficoltà ad immaginare quale possa essere stato il tema, ovvero il “doom & gloom” economico e il boom dell’oro. Partendo, com’è ovvio, dalle conseguenze non volute di una costante ingerenza governativa.

“I continui interventi dei governi con misure monetarie e fiscali, invece di agevolare il ciclo economico hanno piuttosto peggiorato l’instabilità. Gli aggiustamenti a breve termine dei neo-keynesiani hanno avuto un impatto molto negativo, particolarmente negli Stati Uniti.”

Il problema maggiore per Faber è il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke. Anche se “in confronto a molti dei membri della Fed, Bernanke sembra una volpe”. Né ha alcuna importanza chi corra per la Casa Bianca. Perché grazie al budget militare e del welfare “la spesa è fuori controllo, le tasse basse, e la maggior parte delle spese sono obbligatorie.”

Per questa ragione la politica della Federal Reserve è inevitabile, ha continuato Faber, e anche se non abbiamo ancora i tassi di interesse negativi richiesti dal membro della Fed Janet Yellen, abbiamo tassi di interesse reali negativi. Sia gli Stati Uniti che l’Occidente hanno già avuto una situazione di tassi di interesse inferiori all’inflazione negli anni ’70, e anche in quel momento abbiamo assistito ad un boom dei prezzi delle materie prime. È di fondamentale importanza notare però che al giorno d’oggi, a differenza di 40 anni fa, non ci sono i controlli valutari che c’erano invece al tempo:

“Ben Bernanke può far piovere dollari in questa stanza” ha detto durante la conferenza della LBMA ad Hong Kong, “ma non sa come poi questi dollari verranno usati. Non è detto che l’aumento dei prezzi sia uguale in tutti i settori: potrebbe riguardare solo le materie prime, o i metalli preziosi, o i beni finanziari. Sopratutto, le porte di questa stanza dove piovono dollari non sono chiuse, le banconote volano via e hanno un impatto altrove, non in questa stanza.”

Questo altrove negli ultimi anni è stato ovviamente l’Asia emergente, in particolare la Cina. In casa, intanto, i tassi di interesse reali negativi stanno costringendo le persone a speculare, perché devono pur fare qualcosa con il proprio denaro, ha continuato Faber. Tassi artificialmente bassi, molto al di sotto della media degli ultimi 200 anni.

Le conseguenze sono disastrose per i risparmi dei cittadini americani e quindi per i capitali che dovrebbero essere destinati agli investimenti. “Non si diventa ricchi perché si consuma. È necessario formare il capitale” ha detto Faber. Diversamente da un’investimento in una fabbrica per avere profitti e ripagare il prestito, “il credito al consumo è completamente diverso. Lo spendi una volta, e hai soltanto anticipato una spesa futura.”

Finora quindi, le solite previsioni funeste a cui Faber ci ha abituato. Notando che il debito statunitense ammonta al 379% del PIL, “se includessimo i passivi non finanziati la linea di questo grafico salterebbe al quinto piano di questo hotel!” ha detto Faber, direzionando la luce rossa del suo puntatore laser al soffitto. Dopo che il settore privato ha “risposto razionalmente” alla crescita del credito del 20% nel 2006 lasciando collassare il credito negli anni dal 2007 al 2009, il governo USA si è fatto avanti, se non che “il credito del governo è il credito più improduttivo che si possa realizzare.”

In breve, i prestiti facili e i bailout che ci hanno portato fin qui (dal salvataggio ad opera della Fed di Goldman Sachs negli anni ’80 durante la crisi del debito Messicana, fino a quello della LTCM negli anni ’90 e poi lo scoppio della bolla tecnologica) hanno portato gravi conseguenze. “Le bolle sono disastrose da un punto di vista sociale” ha detto Faber. A guardare il grafico dello spostamento della ricchezza generazionale, è impossibile non essere d’accordo (a meno di non essere un membro della Fed).

“Solo quelli della Federal Reserve non mangiano e non guidano!” ha incalzato Faber parlando dell’obiettivo di inflazione della Fed, prodotto dal “Ministero della Verità, il Bureau of Labor Studies: è una frode vera e propria.” Però, anche se le politiche americane ripetutamente sbagliate fanno in modo che le potenze emergenti lo evitino (“Siamo in un mondo nuovo: le esportazioni della Cina verso le nazioni che producono materie prime, come Australia e Brasile, sono maggiori rispetto a quelle verso gli Stati Uniti; le esportazioni dalla Corea del Sud verso le nazioni che producono materie prime sono maggiori rispetto a quelle combinate di Stati Uniti e Europa!”), ci sarà un rallentamento nella domanda di materie prime e un livellamento dei prezzi con il tempo.

“Rimango long sui metalli preziosi piuttosto che sulle materie prime industriali” ha detto Faber, suonando come musica per le orecchie degli operatori della LBMA. Meno piacevole è stato il suggerimento che sarebbe meglio non custodire metalli negli Stati Uniti e nemmeno in Svizzera,  visto che “se è solo una minoranza a possedere oro, allora in caso di crisi il governo lo confischerà.” Eppure lo stesso Faber ha confermato che il 25% della sua proprietà di metalli preziosi è ancora in Svizzera, nonostante egli da 30 anni viva in Asia.

Quando il collasso deflazionario finalmente arriverà (impossibile sapere quando, come confermato da Faber) ci saranno grandi opportunità in asset reali e produttivi. Cosa fare fino a quel momento? E quali sono le considerazioni di Faber per quanto riguarda il prezzo? Eccole: “L’oro non è nemmeno vicino ad una fase di bolla.”

Certo di questi tempi è forte la tentazione a vendere per monetizzare:

“In bagno ho una foto di Bernanke” ha concluso Faber. “Ogni volta che penso di vendere la guardo, e cambio idea!”

Mobile banking: è boom anche in italia

Il grande boom dei dispositivi portatili degli ultimi anni non poteva lasciare indifferente il settore finanziario e in particolare il mondo delle banche. Superata ormai con successo la diffidenza prima nei confronti dell’home banking e poi dei comparatori virtuali di offerte (come ad esempio www.conticorrentiaconfronto.it) adesso è la volta del mobile banking.

Ma cosa si intende per mobile banking? Con questo termine si fa riferimento alla possibilità di accedere al proprio conto corrente tramite smartphone o tablet e fruire, tramite apposite applicazioni, di una serie di servizi: dalla semplice consultazione del saldo e dell’estratto conto alla disposizione di bonifici, ricariche e giroconti per arrivare addirittura in alcuni casi alla possibilità di verificare l’andamento dei propri titoli e investimenti.

Per usufruire di questi servizi è sufficiente installare apposite applicazioni sull’iPhone o sul cellulare con sistema operativo Android; ovviamente la condizione necessaria per accedere a questi operazioni è che la Banca abbia predisposto la possibilità di usufruire di questo servizio. Oggigiorno, anche nel nostro Paese, sono diversi gli istituti bancari che, dopo aver capito l’importanza del mobile banking come fattore discriminante nella scelta del conto, hanno deciso di includere questo servizio nelle loro offerte. Tra i recenti fattori, infatti, a cui i clienti danno sempre più importanza quando non sanno quale banca scegliere emerge l’offerta di servizi mobile.

I dati sul mobile banking in Italia

L’Osservatorio Mobile banking, in collaborazione con Abi Lab e con la School of Management del politecnico di Milano, studiando i risultati emersi dalle ultime survey realizzate, sostiene che nel giro di pochi anni l’utenza del mobile banking potrebbe addirittura superare quella dell’home banking, per via della diffusione smisurata degli smartphone e più in generale di dispositivi mobili nel nostro Paese.

A fine 2011 gli utenti i fruitori dei servizi di mobile banking superavano di poco i 2 milioni, il triplo rispetto all’anno precedente. Le stime parlano di circa 30 milioni di utilizzatori italiani di servizi di mobile banking entro i prossimi 3-4 anni. A favorire l’incremento d’uso contribuirà sicuramente una stretta collaborazione tra operatori telefonici e banche in vista di un abbattimento dei costi per aumentare la base di utenza.

I canali tradizionali non perdono importanza

Se è vero che l’online banking ha registrato in questi anni una crescita esponenziale è altrettanto vero che i servizi “tradizionali” allo sportello mantengono comunque un ruolo fondamentale nella relazione con i clienti. I correntisti, infatti, non sembrano voler abbandonare completamente gli sportelli bancari presenti sul territorio.

Secondo un’interessante analisi dell’Economist, l’internet banking non avrebbe sostituito a 360 gradi i servizi tradizionali ma semplicemente si sarebbe aggiunto agli strumenti tradizionali già offerti dalle banche. Basti pensare che in Italia negli ultimi anni la rete di sportelli bancari ha subito un notevole ampliamento; diversamente quindi da altri settori, come ad esempio quello dei viaggi, in cui il web ha sostituito completamente la rete di distribuzione presente sul territorio, nel settore finanziario i canali di comunicazione tradizionali hanno mantenuto un ruolo determinante anche a causa di una tendenza dei correntisti italiani a privilegiare il rapporto faccia a faccia con gli operatori.

Banche locali: una risorsa fragile?

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è intervenuto un paio di giorni fa in occasione della presentazione del volume “Civiltà dei borghi: culla di cooperazione”, parlando delle banche locali (ed in particolare delle banche di credito cooperativo, soggetti locali per eccellenza).

Il tema è interessante perché le piccole banche hanno sempre avuto come controparti di riferimento le piccole imprese, che rappresentano il cuore dell’economia italiana.

Ma d’altro canto lo scenario economico attuale rende la vita difficile anche per le piccole banche, che necessitano una riorganizzazione che ne assicuri la sostenibilità.

Per poter continuare a sostenere le comunità locali il Credito Cooperativo deve  però rafforzarsi attraverso una nuova fase di cambiamento, che tenda a valorizzare  compiutamente le potenzialità di una rete di banche al servizio del territorio. Alcune linee  di azione appaiono prioritarie per rafforzare le singole BCC, ma la prospettiva evolutiva deve avere un respiro più ampio, ponendosi come obiettivo un assetto di sistema adeguato  a fronteggiare le difficoltà e le incertezze del contesto.

Occorre perseguire la crescita qualitativa del management delle BCC e il miglioramento di processi e strumenti di supporto per le funzioni di governo e controllo e per la gestione dei rischi creditizi e finanziari, che facilitino tra l’altro la definizione di
politiche di rafforzamento strutturale della  liquidità in vista della restituzione dei finanziamenti dell’Eurosistema
. Appaiono altresì necessari interventi di razionalizzazione delle reti di sportelli delle BCC; nelle fasce dimensionali minori, iniziative aggregative possono contribuire a rafforzare le caratteristiche tecnico-organizzative degli organismi più piccoli e innalzarne i livelli di efficienza, a condizione di essere sostenute da adeguati piani industriali e idonei assetti di governance. In coerenza
con tale esigenza, le nuove disposizioni sull’autorizzazione all’attività bancaria, appena poste in consultazione, rafforzano gli incentivi all’ingresso nel mercato di intermediari adeguatamente strutturati sotto il profilo delle risorse patrimoniali, tecniche e umane. 

Per eliminare inefficienze operative non più sostenibili è necessario affiancare a tali azioni la riorganizzazione della rete associativa e di supporto. Sotto questo profilo, l’attivazione del Fondo di garanzia istituzionale può offrire l’occasione per intervenire su alcuni aspetti di debolezza del sistema: la frammentazione di processi e sistemi informativi; la disomogeneità degli standard operativi delle Federazioni locali; la gestione della liquidità del sistema. La Banca d’Italia segue da vicino l’iniziativa; a fine 2011 ha  approvato lo Statuto del Fondo, le cui previsioni tendono ad assicurare la compatibilità dell’operatività del sistema di tutela con le finalità e i compiti della Vigilanza. Nell’ultimo anno il confronto ha riguardato soprattutto il sistema per il controllo e la valutazione del  rischio. Per chiudere questa fase  il Fondo deve completare importanti approfondimenti.   Prima dell’avvio dell’operatività restano da sciogliere alcuni nodi: l’iniziativa deve
tradursi in un tasso di adesione molto elevato; deve essere valutata attentamente la sostenibilità degli impegni assunti dal Fondo in merito all’ampia garanzia offerta agli  Istituti centrali. Il progetto sta prendendo forma in un momento di rapido e profondo  cambiamento del quadro normativo e istituzionale europeo, suscettibile di incidere su funzioni, assetti e interrelazioni dei sistemi di garanzia. Di tali sviluppi il Credito  Cooperativo dovrà tenere conto.

L’evoluzione del contesto di riferimento pone rilevanti sfide alle piccole banche locali. La stessa iniziativa del Fondo, pur innovativa, non deve essere vista come un punto di arrivo. La categoria deve orientarsi con determinazione verso sempre più incisive azioni di miglioramento della rete di supporto alle singole BCC, anche ai fini della qualificazione dell’offerta di prodotti e servizi. Occorre agire per superare i vincoli operativi e dimensionali senza disperdere i tradizionali valori del localismo e della mutualità.

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Famiglie italiane “sempre più digitali”

Abbiamo scritto ieri dell’aumento dei pagamenti con strumenti alternativi al contante, dovuto in particolare all’aumento dei pagamenti online: quello della “digitalizzazione” delle famiglie italiane è un trend sempre più consolidato, anche in termini di acquisti e fruizione di servizi online.

Secondo gli ultimi dati (presentati sempre al convegno “Carte 2012” di ABI) oggi naviga abitualmente su internet il 62% della popolazione nazionale. Ma è interessante vedere come navigano:

Le famiglie italiane usano la rete per le attività più diverse, come cercare luoghi e strade (30,6%), ascoltare musica (23,1%) o guardare un film (11,5%). Ma sono soprattutto i vantaggi e la praticità dell’e-commerce ad attirare un numero sempre maggiore di italiani, che sempre più spesso scelgono il web per fare shopping (15%) o prenotare viaggi (11,5%).

Cresce sensibilmente anche il numero di coloro che preferiscono operare online con la propria banca, comodamente seduti davanti al computer di casa o dell’ufficio, o in “mobilità” da smartphone e tablet. Alla domanda “per cosa usa di più internet”, la percentuale di italiani che ha risposto “consultare il conto corrente”, “comprare e vendere titoli”, “fare bonifici e pagamenti” e così via è cresciuta dal 17% del 2011 al 20% del 2012. Meno diffuso invece è il ricorso alla “burocrazia digitale”, visto che solo il 6,1% degli utenti ha sbrigato le proprie pratiche con gli uffici della pubblica amministrazione via internet.

[…]

La passione degli italiani per la tecnologia ha fatto breccia anche nel modo di pagare gli acquisti, cosa che avviene sempre più spesso con strumenti elettronici – ritenuti comodi e sicuri – rispetto al “vecchio” contante. Negli ultimi anni, infatti, l’uso delle carte di pagamento ha conosciuto una forte crescita e oggi circa il 41% dei pagamenti cashless avviene col denaro di plastica, il 30% tramite bonifico e il 14% attraverso addebiti diretti. Su questo fronte, dunque, l’Italia sta recuperando terreno rispetto agli altri paesi, anche se l’abitudine ai pagamenti in contante è ancora dura a morire.

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I pagamenti “senza contante” crescono del 4%

Secondo gli ultimi dati resi pubblici da ABI al convegno “Carte 2012” gli italiani stanno aumentando i pagamenti effettuati con strumenti dal contante. In particolare, sono in netta crescita le operazioni sul web con carte (+27,6%) e i bonifici online (+20,3%). In totale, nel 2011 sono stati fatti oltre 280 milioni di pagamenti in rete.

Nel 2011 le operazioni fatte con gli strumenti diversi dal contante (cioè carte di credito, carte di debito, carte prepagate,
bonifici, e così via) sono aumentate del 4% circa,
in accelerazione rispetto all’aumento dell’1,4% del 2010.

Anche il numero di carte di pagamento è in crescita, passando dai 77 milioni del 2010  agli 82 milioni del 2011.

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L’inclusione finanziaria degli immigranti

L’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei migranti  ha presentato i risultati dell’indagine compiuta nel corso del suo primo anno di attività. L’Osservatorio è nato dalla collaborazione fra l’Associazione bancaria italiana (ABI) e il Ministero dell’Interno (Fondo Europeo per l’Integrazione  di cittadini di Paesi Terzi), e gestito dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI).  I “migranti” infatti hanno un ruolo sempre maggiore non solo sulla società italiana, ma anche sull’economia e sulla finanza: il tema della “bancarizzazione” riveste secondo gli autori della ricerca un ruolo prioritario nell’inclusione finanziaria dei migranti, essendo un primo passo verso la sua inclusione economica e sociale.

Ne approfittiamo però per esprimere il nostro disappunto su un aspetto linguistico che a qualcuno apparirà secondario ma a noi appare in realtà centrale: stiamo parlando del fatto che vengono spesso usati come sinonimi i termini “migranti”, “immigrati”, “stranieri”, e altri ancora. Il punto è che questi termini hanno significati diversi, e sarebbe importante a nostro parere distinguere (usare i termini giusti è il primo modo per riconoscere le cose) immigrati regolari, migranti in transito, stranieri solo temporaneamente in Italia, o clandestini. Un distorto senso di “egualità” spinge talvolta più di qualcuno a confondere i fenomeni, che hanno ovviamente però nature e logiche completamente diverse, con esiti prevedibilmente deleteri.

Tornando a noi, ecco i principali risultati dello studio:

L’indagine, a carattere innovativo,  condotta su un campione rappresentativo  di residenti immigrati, approfondisce le
strategie della famiglia in quanto “soggetto  di scelte finanziarie”. Se analizziamo la  presenza e la composizione dei conti
correnti in famiglia – intesa come gruppo  di persone “allargato”, composto  dall’intervistato, dai familiari e includendo
anche altre forme di convivenza e  relazione di volta in volta segnalate – il  56% delle famiglie possiede un conto
corrente presso una o più banche; l’11% possiede un solo conto presso BancoPosta; l’8% è titolare di un conto corrente in banca e uno in Banco Posta. Il 17% ha più di un conto corrente.

[…]

Rispetto alle 21 nazionalità considerate, pari all’88% degli immigrati residenti in Italia, a fine 2010  il numero di conti correnti intestati a cittadini migranti presso le banche italiane e BancoPosta  ammonta a 1.782.426 unità. Considerando solamente la popolazione immigrata adulta  (regolarmente residente nel nostro paese) è possibile determinare un indice di  bancarizzazione  pari al 61,2%. Il dato, pur se significativo, risulta però sottostimare la reale inclusione finanziaria degli immigrati in Italia: nel primo anno di attività dell’Osservatorio non è stato infatti possibile  comprendere nell’analisi lo strumento delle carte di debito ricaricabili con IBAN, assimilabili per  funzionalità ai conti correnti bancari tradizionali, di recente introduzione e particolarmente adatte alle esigenze della popolazione immigrata. Pari a 22 la percentuale di correntisti da più di 5 anni.

[…]

7,4 miliardi di euro le rimesse in uscita dal nostro paese nel 2011, con un incremento del 12,5%  rispetto al 2010, secondo i dati Banca d’Italia. Stando all’indagine curata dal CeSPI, l’ammontare  medio inviato (pari a 3.000 euro) mostra che i migranti ricorrono alla banca per invii di importi  superiori ai 1.000 euro, per esigenze e funzionalità diverse dalla rimessa cosiddetta “tradizionale”,  inviata periodicamente ai familiari. Nell’invio tramite bonifico bancario, generalmente è meno  importante la necessità di rapidità, e meno presente è la componente di risposta a emergenze,  mentre crescono le componenti legate all’accumulo del risparmio nel paese di origine per sé o per  i familiari e quelle legate alla sicurezza.

Leggi il comunicato stampa

Pagamenti con il telefonino: presto realtà per tutti?

Si parla da tempo della possibilità di effettuare pagamenti tramite i telefoni cellulari. Fino a pochi anni fa la tecnologia (e la cultura del pubblico) non era ancora pronta, ma adesso iniziano le prime sperimentazioni. Banco Popolare e CartaSi hanno lanciato “la prima applicazione che permette di fare la spesa al supermercato e di pagarla utilizzando il proprio smartphone”, che sarà sperimentata in un ipermercato Auchan di Piacenza: un passo avanti notevole nel mondo del cosiddetto mobile payment, finora sperimentato in contesti molto specifici (soprattutto biglietti per trasporti o eventi).

Concettualmente, il pagamento al supermercato non ha nulla di diverso dall’acquisto di un biglietto, ma culturalmente invece sì, e sarà un test importante per capire se la tecnologia può superare l’iniziale inevitabile diffidenza dei consumatori e ha prospettive concrete di applicazione diffusa.

Il servizio è l’evoluzione di “CassaXpress Mobile”, la soluzione di “smartphone mobile self scanning”, già in uso presso Auchan che consente di leggere i codici a barre dei prodotti in scaffale direttamente col telefonino: ora lo smartphone potrà venir utilizzato anche per procedere al pagamento della spesa. La funzionalità di pagamento, step tecnologico altamente innovativo guidato dal Banco Popolare, è supportata dalle soluzioni di mobile payment di CartaSi.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

No all’austerità. Ma quali sono le alternative?

Ieri si sono svolte in tutta Europa manifestazioni contro “l’austerità”: i tagli alla spesa pubblica stanno infatti mettendo in difficoltà molti settori. Disagio comprensibile, quindi: ma la domanda che bisogna farsi è “quali sono le alternative all’austerità”?

Oltre a dire che sarebbe bello che non ci fossero i tagli e che fossero distribuiti più soldi a tutti, bisognerebbe anche spiegare da dove si pensa di tirare fuori le risorse, altrimenti diventa un discorso inutile: buono per sfogarsi, forse, ma non certo per risolvere i problemi.

E’ inevitabile che la spesa pubblica vada contenuta, ed è inevitabili che voci di spesa massive come le pensioni e l’istruzione ne risentano: il problema italiano semmai è che i tagli vengono sempre fatti “a pioggia”, tagliando i “meritevoli” come gli “spreconi”. Invece bisognerebbe entrare nel merito delle spese, e giudicare se siano utili o meno: se una spesa non è utile, dimezzarla è comunque troppo poco, se invece è utile, tagliarla è un danno. Il fatto è che per entrare nel merito non basta l’autorità, ma serve anche l’autorevolezza: e in Italia è molto diffusa l’autorità, ma manca l’autorevolezza. Il che vuol dire che chi suggerisce tagli, li suggerisce in modo che le sue scelte siano meno contestabili possibile, e non le migliori possibile.

Un’altro aspetto che ci piacerebbe comprendere meglio delle proteste di ieri sono le proteste contro le banche. Sì, lo sappiamo, le banche hanno “causato” la crisi, ma l’hanno creata perché prestavano troppo facilmente denaro a chi non era in grado di restituirlo. Lasciando da parte il fatto che quelli che hanno vissuto oltre le proprie possibilità dovrebbero essere considerati almeno complici, la domanda è “cosa si vorrebbe dalle banche?”. Dovrebbero chiudere, e non concedere più mutui e prestiti? Dovrebbero prestare soldi più facilmente, e incrementare l’instabilità del sistema economico finanziario?

Per chiudere: è inutile lamentarsi dei tagli e dire che hanno portato ad una contrazione dell’economia, se non si considera anche cosa sarebbe successo se non fossero stati fatti i tagli. La scelta non è se andare in pensione un po’ più tardi e con un p0′ meno soldi oppure andare in pensione come prime: la scelta è se andare in pensione un po’ più tardi e con un p0′ meno soldi oppure non andarci affatto.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]