I risultati del Rapporto dell’Osservatorio del Risparmio

By | 10/27/2012
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Dato l’interesse che si è guadagnato l’argomento, torniamo ai dati del Rapporto dell’Osservatorio del Risparmio promosso da UniCredit e Pioneer Investments. Abbiamo già detto delle difficoltà di risparmio per gli italiani, ma vale probabilmente la pena approfondire la questione, con ulteriori dati e  informazioni.

Il calo dei redditi disponibili comprime la capacità di risparmio

Le famiglie italiane risparmiano sempre meno e, nella maggior parte dei casi, non per scelta ma perché stanno subendo una graduale erosione dei redditi. Il saggio di risparmio lordo delle famiglie italiane è infatti passato dal 21,9% nel 1995 al 12% a fine 2011; e anche per il 2012 si prevede una riduzione all’11,3%. Negli ultimi 5 anni, il calo sembra essere stato causato principalmente dall’assenza di crescita e dalla conseguente compressione dei redditi disponibili, mentre le spese ineludibili sono viceversa aumentate.

Pur essendosi ridotto nel tempo, il saggio di risparmio lordo delle famiglie italiane a fine 2011 risulta comunque ancora in media con quelli delle principali economie sviluppate. Tra i paesi più industrializzati la Germania è la nazione che presenta nel 2011 il saggio di risparmio lordo più elevato (16,7%), mentre il Regno Unito presenta il dato più basso, pari al 7,7%

In Italia, la contrazione del risparmio ha coinvolto sia la parte non finanziaria che quella  finanziaria, con un impatto più evidente per la seconda a partire dal 2008, anno in cui si è sviluppata la crisi. Inoltre, la riduzione del risparmio nazionale è stata accompagnata dal 2002 in poi da un deficit della parte corrente della bilancia dei pagamenti. Secondo gli autori del rapporto, la strada per un ritorno al riequilibrio passa necessariamente attraverso una riduzione dei gap in produttività e competitività delle imprese nazionali. Da qui la necessità di insistere sul rilancio dell’export, in grado di riequilibrare i conti con l’estero ma anche di fornire la prima scossa al motore della crescita economica.

Anche dal lato famiglie si può comunque fare di più. Per portare un maggior numero di persone a risparmiare, si potrebbe cominciare a incentivare e sviluppare una cultura del risparmio, anche attraverso iniziative specifiche volte a rendere il piccolo risparmio più semplice, conveniente e magari automatico. Anche interventi finalizzati a migliorare la cultura finanziaria generale sarebbero auspicabili, in quanto individui più coscienti delle conseguenze delle proprie scelte finanziarie potrebbero gestire meglio le risorse a loro disposizione.

La seconda questione riguarda la “ricchezza accumulata”: si torna ancora una volta sul risparmio gestito (che in Italia non ha una penetrazione elevata) e sul tema dei fondi pensione che hanno una penetrazione sostanzialmente irrisoria.

Le famiglie italiane risultano ancora ben posizionate rispetto ai maggiori paesi europei e agli Stati Uniti in termini di ricchezza accumulata. In particolare, lo stock di ricchezza al netto delle passività finanziarie appare ancora ragguardevole: 8.500 miliardi di euro – circa 140 mila euro pro capite – pari a oltre 7,8 volte il reddito lordo disponibile e 5,4 volte il PIL.

E’ importante assicurarsi che questa ricchezza venga preservata, non perda valore nel tempo ma anzi che possa diventare un volano di crescita per l’economia, nonché un’integrazione al reddito delle famiglie in tempi di crisi.

Guardando alla composizione degli stock di ricchezza finanziaria, si evidenzia una penetrazione molto bassa di prodotti di risparmio gestito (20% del portafoglio), meno della metà di quanto rilevato non solo in USA o nel Regno Unito, ma anche in Francia e Germania. In particolare, è molto bassa la diffusione dei fondi pensione, che rappresentano solo il 2% del portafoglio medio contro il 26% degli Stati Uniti e il 14% della Germania.

In termini di composizione media dei portafogli, il percorso da compiere in Italia appare ancora lungo, ma può essere supportato da servizi di consulenza forniti da esperti e professionisti. Da questo punto di vista le banche e i gestori di patrimoni dovranno essere pronti a raccogliere la sfida e a rilanciare un patto con i risparmiatori che deve essere basato sulla trasparenza e fiducia.

Un altro dato rilevante è come la ricchezza sia detenuta prevalentemente dalle fasce d’età più mature: pur nelle difficoltà che questo comporta per i giovani (come abbiamo visto, buona parte deve chiedere aiuto ai genitori per comprare casa), il dato non è sorprendente dato che i più anziani hanno avuto tutta la vita per accumulare risparmio: anzi, lo si può considera un segno dell’atteggiamento “formica” degli italiani, che mettono continuamente qualcosa da parte. Per certi versi, se un 55enne avesse la stessa ricchezza di un 25enne, sarebbe un fatto preoccupante.

Il rapporto dell’osservatorio fornisce poi indicazioni relative alla distribuzione della ricchezza tra le generazioni. In particolare, analizzando i dati relativi a un campione rappresentativo di clienti UniCredit, si evidenzia la sostanziale polarizzazione della ricchezza nelle mani degli ultra 55enni, che a fine 2011 detenevano il 70% della stessa, mentre i clienti con meno di 34 anni possedevano poco meno del 4% del totale degli asset finanziari.

La sproporzione tra l’ammontare di risorse finanziarie a disposizione delle generazioni più giovani e quelle più anziane trova conferma dalla Banca d’Italia, che nella relazione annuale 2012 segnalava anche un sostanziale peggioramento di tale situazione negli ultimi 10 anni.

I giovani risultano detenere portafogli decisamente meno diversificati e per lo più investiti in attività liquide. Per la parte di clienti più giovani caratterizzata da portafogli più complessi, il fondo comune risulta essere lo strumento più utilizzato, fungendo da base per la costituzione di un portafoglio via via più diversificato. Se oltre alle attività finanziarie guardiamo alle attività reali, il quadro non cambia in maniera sostanziale. La differenza tra le diverse generazioni viene confermata e, anzi, ne esce rafforzata.

Uno sforzo per liberare maggiori risorse da dedicare al capitale umano e alla nuove iniziative imprenditoriali dei giovani appare quantomeno doveroso, sia come antidoto per uscire dalla crisi attuale che come investimento per il futuro. Un nuovo patto tra generazioni potrebbe dare maggiori opportunità di sviluppo per i giovani e rappresenterebbe nuova benzina per la crescita economica del nostro Paese.

Si registrano notevoli differenze a livello di aree geografiche italiana per quanto riguarda l’andamento del risparmio: contrariamente a quelle che potrebbero essere le aspettative, nel Sud il risparmio è aumentato negli ultimi anni.

A livello territoriale, si conferma una generale contrazione del risparmio nel triennio 2010-2012, caratterizzato da un ridimensionamento esteso a tutte le aree, fatta eccezione per il Nord Est, dove un modello di sviluppo economico fortemente basato sull’export ha contribuito a sostenere il reddito e dunque il risparmio.

Tuttavia, se si amplia lo sguardo agli ultimi cinque anni, le regioni del Nord hanno subito una contrazione del tasso di risparmio, in particolare il Nord Ovest è passato dal 12,8% del 2006 al 5,0% del 2011, mentre il Nord Est è passato dall’11,1% al 9,6% del 2011.

Al contrario, le regioni del Sud hanno registrato una crescita significativa, passando dal già comunque elevato 17% del 2006 al 18% del 2011. Un’analisi più approfondita mostra tuttavia come ciò sia imputabile soprattutto a minori livelli di consumo, con le famiglie meridionali che stanno contraendo le voci di spesa rinviabili. La propensione al consumo delle famiglie del Sud potrebbe essere stata influenzata inoltre da diversi fattori, tra cui la percezione di una maggiore incertezza sulle prospettive future che alimenta forme di accumulo a scopo precauzionale.

Relativamente agli stock, la ricchezza finanziaria in Italia rimane concentrata nelle regioni del Nord, che detengono una quota del totale stabilmente superiore al 60%. Questo aspetto consente di comprendere in maniera più profonda anche i comportamenti di consumo; difatti, il maggiore stock di ricchezza accumulato nelle regioni settentrionali rappresenta una forma di integrazione di altre tipologie di reddito e contribuisce a mantenere più stabile il livello di spesa anche in momenti meno favorevoli del ciclo economico.

Per quanto riguarda la composizione della ricchezza finanziaria si nota la forte propensione che il Sud manifesta per investimenti legati alla liquidità. Ne risulta un’esposizione di portafoglio complessiva orientata verso strumenti finanziari semplici con un profilo di rischio contenuto ma conseguentemente anche poco remunerativi. Nei portafogli dei risparmiatori del Nord Ovest è invece maggiore il peso degli strumenti professionali di gestione del risparmio e ciò dovrebbe garantire un rendimento del capitale più adeguato su un orizzonte di tempo di medio lungo periodo.

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