Indicatore €-coin sempre negativo, ma in risalita

A ottobre l’indicatore €-coin ha raggiunto il valore di  -0,29%, a indicare che il momento recessivo continua, ma in risalita  rispetto al -0,32% di settembre e il -0,33% in agosto. L’indicatore €-coin fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro, espresso in termini di tasso di crescita trimestrale del PIL depurato dalle componenti più erratiche.

Nonostante il contributo positivo derivante dall’andamento dell’attività manifatturiera, il risultato negativo è dovuto all’accentuarsi del pessimismo rilevato dalle inchieste congiunturali.

Trend positivo per i poli tecnologici del Lazio

Abbiamo da poco parlato dei distretti veneti: un’altra ricerca prodotta dal Servizio Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo approfondisce i poli tecnologici del Lazio. Quel che ne emerge è interessante perché emerge una crescita forte, a dimostrazione che i settori a maggiore valore aggiunto reggono meglio la crisi e hanno potenzialità di crescita superiore.

È cresciuto del +25,4% l’export nel secondo trimestre 2012 dei Poli tecnologici laziali: spicca in particolare il polo farmaceutico con un incremento del +31,3%. La crescita però non si accompagna ancora con una ripresa del mercato del lavoro, nel quale la situazione resta ancora critica.

Il secondo trimestre conferma il trend positivo già evidenziato nel primo trimestre con una crescita tendenziale dell’export dei poli tecnologici laziali del 25,4%, risultato che si conferma migliore rispetto al dato nazionale dei poli hi-tech (+6,1%). A trainare la performance della regione continua ad essere il polo farmaceutico (+31,3%); bene però anche il polo dell’aereonautica che registra un aumento del 7,9% dopo la performance negativa del primo trimestre. In territorio positivo anche l’ICT romano (2,1%), in controtendenza rispetto alla media nazionale (-8,7%).

[…]

Meno confortanti i dati che emergono dal distretto della ceramica di Civita Castellana che, specializzato nella ceramica sanitaria, sta scontando le difficoltà di ripresa del settore immobiliare dei principali partner commerciali Spagna e Regno Unito. Nel secondo trimestre l’export registra una contrazione del 14%. Hanno contribuito a questo risultato le performance negative osservate in Spagna (-50,3%), Regno Unito (-14,6%), Germania (-7,5%) e Russia (-48%). Da segnalare però il dato positivo sul mercato francese, terzo sbocco commerciale dell’area.

[…]

Nonostante il buon andamento dell’export regionale la situazione occupazionale resta critica: nei poli tecnologici laziali le ore di cassa integrazione guadagni autorizzate nei primi otto mesi del 2012 sono aumentate del 48,6% in controtendenza rispetto al trend nazionale (in calo del 7,2%).

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Distretti del triveneto: export in contrazione, ma si rafforza il surplus commerciale

Il Servizio Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha pubblicato il Monitor dei distretti industriali del Triveneto, realizzato per conto dei principali soggetti del gruppo che operano sul territorio (Cassa di Risparmio del Veneto, Carive, CariFvg e Banca di Trento e Bolzano) .

Si tratta di un quadro che esprime la complessità del momento economico attuale, che si può indubbiamente definire a “luci e ombre”. Infatti l’andamento cambia da distretto a distretto, con circa la metà dei distretti in crescita e la metà in difficoltà sui mercati esteri.

Molto differenziato anche l’andamento delle esportazioni nei principali sbocchi commerciali. Al calo accusato nei paesi europei più colpiti dalle manovre di austerity (Grecia e Spagna), si è aggiunta la frenata accusata in due importanti motori dell’export triveneto, la Francia e la Germania. Al contempo, però, le esportazioni sono tornate a crescere a ritmi sostenuti su due importanti mercati avanzati come gli Stati Uniti e il Giappone.

In sintesi, questi i principali dati sull’andamento dei distretti del triveneto

Resistono i poli tecnologici del Triveneto in crescita del 5,7%.

In Friuli Venezia Giulia calano componentistica, termoelettromeccanica e mobile di Pordenone ma tengono prosciutto di San Daniele, coltelli e forbici di Maniago ed elettrodomestici di Pordenone.

Nel Trentino Alto Adige arretrano le mele del Trentino, ma tengono gli altri distretti della regione (mele dell’Alto Adige, vini di Bolzano e di Trento, porfido di Val di Cembra e legno e arredamento dell’Alto Adige).

In Veneto su ventidue distretti oltre la metà aumentano le vendite estere. In evidenza alcuni distretti della moda, dell’agro-alimentare e del sistema casa. Arretrano, invece, la calzatura sportiva di Montebelluna, le materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova e la meccanica strumentale di Vicenza.

Calano le esportazioni verso i paesi europei più colpiti dalle manovre di austerity (Grecia e Spagna) a cui si è aggiunta la frenata accusata in due importanti motori dell’export triveneto, la Francia e la Germania. Al contempo, però, è tornato a crescere l’export verso Stati Uniti e Giappone.

 

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I risultati del Rapporto dell’Osservatorio del Risparmio

Dato l’interesse che si è guadagnato l’argomento, torniamo ai dati del Rapporto dell’Osservatorio del Risparmio promosso da UniCredit e Pioneer Investments. Abbiamo già detto delle difficoltà di risparmio per gli italiani, ma vale probabilmente la pena approfondire la questione, con ulteriori dati e  informazioni.

Il calo dei redditi disponibili comprime la capacità di risparmio

Le famiglie italiane risparmiano sempre meno e, nella maggior parte dei casi, non per scelta ma perché stanno subendo una graduale erosione dei redditi. Il saggio di risparmio lordo delle famiglie italiane è infatti passato dal 21,9% nel 1995 al 12% a fine 2011; e anche per il 2012 si prevede una riduzione all’11,3%. Negli ultimi 5 anni, il calo sembra essere stato causato principalmente dall’assenza di crescita e dalla conseguente compressione dei redditi disponibili, mentre le spese ineludibili sono viceversa aumentate.

Pur essendosi ridotto nel tempo, il saggio di risparmio lordo delle famiglie italiane a fine 2011 risulta comunque ancora in media con quelli delle principali economie sviluppate. Tra i paesi più industrializzati la Germania è la nazione che presenta nel 2011 il saggio di risparmio lordo più elevato (16,7%), mentre il Regno Unito presenta il dato più basso, pari al 7,7%

In Italia, la contrazione del risparmio ha coinvolto sia la parte non finanziaria che quella  finanziaria, con un impatto più evidente per la seconda a partire dal 2008, anno in cui si è sviluppata la crisi. Inoltre, la riduzione del risparmio nazionale è stata accompagnata dal 2002 in poi da un deficit della parte corrente della bilancia dei pagamenti. Secondo gli autori del rapporto, la strada per un ritorno al riequilibrio passa necessariamente attraverso una riduzione dei gap in produttività e competitività delle imprese nazionali. Da qui la necessità di insistere sul rilancio dell’export, in grado di riequilibrare i conti con l’estero ma anche di fornire la prima scossa al motore della crescita economica.

Anche dal lato famiglie si può comunque fare di più. Per portare un maggior numero di persone a risparmiare, si potrebbe cominciare a incentivare e sviluppare una cultura del risparmio, anche attraverso iniziative specifiche volte a rendere il piccolo risparmio più semplice, conveniente e magari automatico. Anche interventi finalizzati a migliorare la cultura finanziaria generale sarebbero auspicabili, in quanto individui più coscienti delle conseguenze delle proprie scelte finanziarie potrebbero gestire meglio le risorse a loro disposizione.

La seconda questione riguarda la “ricchezza accumulata”: si torna ancora una volta sul risparmio gestito (che in Italia non ha una penetrazione elevata) e sul tema dei fondi pensione che hanno una penetrazione sostanzialmente irrisoria.

Le famiglie italiane risultano ancora ben posizionate rispetto ai maggiori paesi europei e agli Stati Uniti in termini di ricchezza accumulata. In particolare, lo stock di ricchezza al netto delle passività finanziarie appare ancora ragguardevole: 8.500 miliardi di euro – circa 140 mila euro pro capite – pari a oltre 7,8 volte il reddito lordo disponibile e 5,4 volte il PIL.

E’ importante assicurarsi che questa ricchezza venga preservata, non perda valore nel tempo ma anzi che possa diventare un volano di crescita per l’economia, nonché un’integrazione al reddito delle famiglie in tempi di crisi.

Guardando alla composizione degli stock di ricchezza finanziaria, si evidenzia una penetrazione molto bassa di prodotti di risparmio gestito (20% del portafoglio), meno della metà di quanto rilevato non solo in USA o nel Regno Unito, ma anche in Francia e Germania. In particolare, è molto bassa la diffusione dei fondi pensione, che rappresentano solo il 2% del portafoglio medio contro il 26% degli Stati Uniti e il 14% della Germania.

In termini di composizione media dei portafogli, il percorso da compiere in Italia appare ancora lungo, ma può essere supportato da servizi di consulenza forniti da esperti e professionisti. Da questo punto di vista le banche e i gestori di patrimoni dovranno essere pronti a raccogliere la sfida e a rilanciare un patto con i risparmiatori che deve essere basato sulla trasparenza e fiducia.

Un altro dato rilevante è come la ricchezza sia detenuta prevalentemente dalle fasce d’età più mature: pur nelle difficoltà che questo comporta per i giovani (come abbiamo visto, buona parte deve chiedere aiuto ai genitori per comprare casa), il dato non è sorprendente dato che i più anziani hanno avuto tutta la vita per accumulare risparmio: anzi, lo si può considera un segno dell’atteggiamento “formica” degli italiani, che mettono continuamente qualcosa da parte. Per certi versi, se un 55enne avesse la stessa ricchezza di un 25enne, sarebbe un fatto preoccupante.

Il rapporto dell’osservatorio fornisce poi indicazioni relative alla distribuzione della ricchezza tra le generazioni. In particolare, analizzando i dati relativi a un campione rappresentativo di clienti UniCredit, si evidenzia la sostanziale polarizzazione della ricchezza nelle mani degli ultra 55enni, che a fine 2011 detenevano il 70% della stessa, mentre i clienti con meno di 34 anni possedevano poco meno del 4% del totale degli asset finanziari.

La sproporzione tra l’ammontare di risorse finanziarie a disposizione delle generazioni più giovani e quelle più anziane trova conferma dalla Banca d’Italia, che nella relazione annuale 2012 segnalava anche un sostanziale peggioramento di tale situazione negli ultimi 10 anni.

I giovani risultano detenere portafogli decisamente meno diversificati e per lo più investiti in attività liquide. Per la parte di clienti più giovani caratterizzata da portafogli più complessi, il fondo comune risulta essere lo strumento più utilizzato, fungendo da base per la costituzione di un portafoglio via via più diversificato. Se oltre alle attività finanziarie guardiamo alle attività reali, il quadro non cambia in maniera sostanziale. La differenza tra le diverse generazioni viene confermata e, anzi, ne esce rafforzata.

Uno sforzo per liberare maggiori risorse da dedicare al capitale umano e alla nuove iniziative imprenditoriali dei giovani appare quantomeno doveroso, sia come antidoto per uscire dalla crisi attuale che come investimento per il futuro. Un nuovo patto tra generazioni potrebbe dare maggiori opportunità di sviluppo per i giovani e rappresenterebbe nuova benzina per la crescita economica del nostro Paese.

Si registrano notevoli differenze a livello di aree geografiche italiana per quanto riguarda l’andamento del risparmio: contrariamente a quelle che potrebbero essere le aspettative, nel Sud il risparmio è aumentato negli ultimi anni.

A livello territoriale, si conferma una generale contrazione del risparmio nel triennio 2010-2012, caratterizzato da un ridimensionamento esteso a tutte le aree, fatta eccezione per il Nord Est, dove un modello di sviluppo economico fortemente basato sull’export ha contribuito a sostenere il reddito e dunque il risparmio.

Tuttavia, se si amplia lo sguardo agli ultimi cinque anni, le regioni del Nord hanno subito una contrazione del tasso di risparmio, in particolare il Nord Ovest è passato dal 12,8% del 2006 al 5,0% del 2011, mentre il Nord Est è passato dall’11,1% al 9,6% del 2011.

Al contrario, le regioni del Sud hanno registrato una crescita significativa, passando dal già comunque elevato 17% del 2006 al 18% del 2011. Un’analisi più approfondita mostra tuttavia come ciò sia imputabile soprattutto a minori livelli di consumo, con le famiglie meridionali che stanno contraendo le voci di spesa rinviabili. La propensione al consumo delle famiglie del Sud potrebbe essere stata influenzata inoltre da diversi fattori, tra cui la percezione di una maggiore incertezza sulle prospettive future che alimenta forme di accumulo a scopo precauzionale.

Relativamente agli stock, la ricchezza finanziaria in Italia rimane concentrata nelle regioni del Nord, che detengono una quota del totale stabilmente superiore al 60%. Questo aspetto consente di comprendere in maniera più profonda anche i comportamenti di consumo; difatti, il maggiore stock di ricchezza accumulato nelle regioni settentrionali rappresenta una forma di integrazione di altre tipologie di reddito e contribuisce a mantenere più stabile il livello di spesa anche in momenti meno favorevoli del ciclo economico.

Per quanto riguarda la composizione della ricchezza finanziaria si nota la forte propensione che il Sud manifesta per investimenti legati alla liquidità. Ne risulta un’esposizione di portafoglio complessiva orientata verso strumenti finanziari semplici con un profilo di rischio contenuto ma conseguentemente anche poco remunerativi. Nei portafogli dei risparmiatori del Nord Ovest è invece maggiore il peso degli strumenti professionali di gestione del risparmio e ciò dovrebbe garantire un rendimento del capitale più adeguato su un orizzonte di tempo di medio lungo periodo.

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4 europei su 10 chiedono aiuto ai genitori per comprare casa

Le difficoltà dei giovani italiani ad acquistare casa con le proprie forze è cosa nota: ma contrariamente a quello che molti pensano, non è un problema solo degli italiani né solo odierni.

Secondo i dati dell’ultima Ricerca Internazionale di ING su mutui e casa, il 40% degli europei si fa aiutare dai genitori nell’acquisto della casa. Una percentuale comunque un po’ più bassa di quella del nostro paese, dove il 50% degli italiani si fa aiutare nell’acquisto della casa.

Del resto l’80% degli italiani considerano le abitazioni “care”: una percentuale seconda solo al Lussemburgo. Una percentuale sopra la media: il 70% circa degli europei considera le abitazioni care. Spicca il dato dell’Olanda, dove questa percentuale scende “solo” al 50%.

In Italia spicca anche una certa incertezza sul trend dei prezzi delle abitazioni:

Le aspettative di prezzo per il futuro non sono rosee per tutti, tuttavia meno della metà dei risparmiatori europei ritiene che i prezzi saliranno nel prossimo anno. Le più pessimiste sono Austria e Turchia, rispettivamente con un 78% e 77% di persone che si aspettano un rincaro, seguite da Lussemburgo, Belgio e Germania. Divisa l’opinione in Italia, dove il 33% sostiene che i prezzi saliranno e un 31% che scenderanno. Solo in Olanda e Spagna i risparmiatori vedono più probabile un caduta dei prezzi invece che un loro aumento (oltre il 50% prevede una diminuzione dei prezzi, contro un 18% e 11% di sostenitori del rincaro).

Nonostante le difficoltà che comporta, gli Italiani  continuano a preferire l’acquisto all’affitto (il 70% lo considera desiderabile e una scelta finanziaria migliore). Il 67% degli italiani ha acquistato una casa di proprietà, una percentuale inferiore solo alla Polonia (69%). L’unico Paese in cui l’affitto supera il possesso di abitazione è la Germania, dove invece meno di 4 tedeschi su 10 sono proprietari.

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Rendimax riduce i tassi sui conti di deposito

Banca IFIS ha annunciato che ridurrà i tassi applicati sul conto di deposito Rendimax, in tutte le sue varianti (deposito libero, deposito vincolato e rendimax like).

I nuovi tassi entreranno in vigore dal 1° novembre per i nuovi depositi e i nuovi vincoli. La buona notizia per chi è già cliente è per i conti in essere (a vista e like) la riduzione dei tassi sarà posticipata al 1° gennaio 2013.

Per i conti vincolati già avviati invece i tassi non subiscono alcuna variazione e rimangono invariati fino a scadenza.

Gli italiani non riescono a risparmiare

L’Italia si è sempre caratterizzata per essere una nazione di risparmiatori, con l’italiano medio che ha sempre avuto una attenzione elevata al futuro, ben diversa dal vivere alla giornata o quasi delle economie anglosassoni.

Ma il declino dell’economia italiana degli ultimi quindici anni è stato anche accompagnato da un declino nel risparmio: del resto, un rapporto tra stipendi e costi della vita più sfavorevole, e un aumento del costo delle case (che vuol dire una maggiore percentuale dello stipendio che “va via” per il mutuo) rende difficile mettere qualcosa da parte.

Secondo i dati dell’osservatorio del risparmio promosso da Unicredit e Pioneer Investments, gli italiani nel 1995 avevano messo via il 16,8% del reddito disponibile, contro il 3,2% previsto per il 2012. In valore la discesa è da 172 miliardi a 93.

Chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno sottolinea che comunque il valore del risparmio è positivo, il che vuol dire che nonostante la difficile crisi, le famiglie in media sono riuscite a mettere da parte comunque qualcosina.

Nel confronto internazionale, il risparmio italiano si caratterizza per una strutturazione diversa dagli altri Paesi: spicca in particolare il fatto che solo il 2% del patrimonio è dedicato ai fondi pensione (su cui gli italiani continuano ad essere diffidenti) rispetto al 14% della Germania o al 26% degli USA.

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Dal 1° novembre 2012 in vigore il Regolamento europeo sullo short selling

Dal 1° novembre 2012 entrerà in vigore il Regolamento europeo sullo short selling (regolamento (UE) n. 236/2012): il regolamento introduce l’obbligo di segnalare posizioni “short” sopra una soglia prefissata, introducendo inoltre alcune limitazioni sulle vendite allo scoperto di alcuni strumenti finanziari.

In particolare, dovranno essere segnalate alle autorità competenti le posizioni ribassiste per che abbiano valore superiore allo 0,2% del capitale sociale dell’emittente, e dovranno essere comunicate al pubblico quando superino lo 0,5%

Per i titoli di Stato e i CDS sul debito sovrano il predetto Regolamento introduce:

a) l’obbligo di segnalazione alle autorità competenti di posizioni nette corte individuali su debito sovrano di importo rilevante (art. 7);

b) il divieto di effettuare vendite allo scoperto in assenza della disponibilità dei titoli, nonché il divieto di assumere posizioni uncovered su credit default swap su emittenti sovrani (artt. 13, 14);

c) l’esenzione dalle predette regole per le attività svolte dai market maker e dai primary dealer in titoli di Stato (art. 17), previa notifica alle autorità competenti.

Da parte nostra, ripetiamo il dubbio che abbiamo già sollevato in passato, e cioè che bisogna stare attenti a non confondere il sintomo con il problema: tentare di dare la colpa agli “speculatori” delle difficoltà finanziarie dei paesi europei, anziché a decenni di cattiva gestione, è a dir poco fuori luogo.

Inoltre, la speculazione c’è sicuramente al ribasso, ma anche e soprattutto al rialzo: non si può a nostro parere riconoscere l’esistenza del problema solo in una direzione.

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Grafici: il clima di fiducia è in leggera ripresa ma rimane basso

Stando agli ultimi dati della Banca d’Italia, il clima di fiducia dei consumatori ha avuto una leggerissima risalita, ma il livello rimane in assoluto molto basso, parecchi punti sotto rispetto ai valori degli ultimi quattro anni.

Vi proponiamo qualche grafico dall’ultimo allegato al bollettino statistico della banca d’Italia su produzione industriale e tendenza degli ordini, Clima di fiducia dei consumatori, Indici dei prezzi al consumo e alla produzione (NB: fate attenzione alla presenza di due diverse scale nel grafico)

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La rivincita dell’homo heuristicus

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA, in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla dei princìpi più importanti della finanza comportamentale, di cosa la caratterizza e dell’homo heuristicus confrontato con l’homo oeconomicus.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=07s8VfvZmMs[/youtube]

1. Quali sono i princìpi più importanti della finanza comportamentale?

Come nel famoso romanzo di Jane Austen, spesso nella vita “ragione e sentimento” non vanno d’accordo. Anche i mercati finanziari, – anziché muoversi secondo i canoni di efficienza e di razionalità – sempre più spesso sono preda di pulsioni emotive. Basta ricordare l’”esuberanza irrazionale”, che nel 2000 aveva spinto alle stelle le quotazioni azionarie dei titoli internet, oppure, più di recente, la fuga degli investitori internazionali dai titoli di Stato italiani.

Sull’onda delle violente fluttuazioni dei mercati, si è anche consolidata una influente scuola di pensiero (detta finanza comportamentale), che cerca di spiegarne le ragioni, osservando i modi in cui le persone normali prendono decisioni. Nel 2002, lo psicologo Daniel Kanheman ha vinto il Nobel per l’economia, dimostrando che, nel prendere qualunque decisione, noi in realtà violiamo in continuazione i postulati di razionalità alla base della teoria finanziaria ortodossa.

2. In che cosa si distingue la finanza comportamentale?

La teoria finanziaria ortodossa presume che –prima di prendere qualunque decisione- ciascun agente economico razionale: valuti tutte le alternative disponibili; associ a ciascuna di esse una probabilità; confronti questo risultato con la sua personale avversione al rischio e, fatti tutti i calcoli, prenda infine la decisione.

Al contrario, secondo la finanza comportamentale gli individui non riescono a tenere conto di tutte le alternative possibili e si accontentano di selezionarne arbitrariamente solo alcune, sulla base del contesto o della propria esperienza passata. Ancor meno le persone riescono ad associare a ciascuna eventualità una stima di probabilità e si limitano invece a valutare ognuna delle poche alternative che hanno preselezionato sulla base dell’importanza relativa che ad esse associa la loro memoria.
Secondo la finanza comportamentale quindi, gli individui non si comportano quasi mai razionalmente, perché la mente umana soffre in modo sistematico di quelle che gli psicologi chiamano distorsioni “cognitive” ed “euristiche”: le prime hanno con i modi in cui percepiamo la realtà; le distorsioni “euristiche” sono invece i processi mentali semplificati attraverso cui elaboriamo le informazioni disponibili.

Per la finanza comportamentale, la mente umana non è in grado di prendere decisioni “perfettamente razionali” e si affida quindi a processi mentali stilizzati (le “euristiche”): le “euristiche” sono cioè i piccoli “trucchi” che ci consentono di prendere comunque decisioni in condizioni di incertezza. Decisioni che magari non sono “ottimali”, ma che sono pur sempre “accettabili”. Per la finanza comportamentale la mente umana soffre di “difetti”, ma bisogna accontentarsi.

3. L’homo heuristicus è dunque inferiore all’homo oeconomicus?

Di recente questa visione pessimistica è stata ribaltata clamorosamente. Lo psicologo Gert Gingerenzer ha infatti scoperto che, in moltissimi casi, le “euristiche” portano a previsioni sistematicamente migliori di quelle di modelli complessi [Cfr. G.Gingerenzer-H.Brighton, “Homo Heuristicus: Why Biased Minds Make Better Inferences”, in Topic in Cognitive Science (2009)].

In uno degli esperimenti condotti, dove si trattava di predire quale città avesse il maggior numero di abitanti, l’applicazione di sofisticati modelli demografici si è rivelata meno efficace di una semplice “euristica”. Un gruppo di ragazzi ha infatti elencato correttamente le città usando un’informazione sola e apparentemente banale: per loro le città principali erano quelle la cui squadra di calcio militava in serie A. L’esperienza suggeriva infatti ai ragazzi che solo città sufficientemente grandi hanno in genere squadre forti.

Il rovesciamento di prospettiva appare clamoroso: le “euristiche” non sono “difetti” della mente, ma rappresentano la capacità della mente di scegliere (sulla base dell’esperienza) solo le informazioni davvero rilevanti e di usarle in modo efficace e rapido. Nel decidere, la mente è cioè più efficiente del computer e l’”uomo razionale” non è affatto più intelligente dell’”uomo euristico”.

Come nel famoso romanzo di Jane Austen, la “ragione” non suggerisce sempre e necessariamente la scelta migliore.

Titoli di stato in circolazione

I titoli di stato (e lo spread) sono ormai da tempo un argomento principale non solo delle pagine economiche, ma anche di quelle di cronaca.

Ecco qualche grafico sui titoli di stato in circolazione, sulla base dei dati resi pubblici dalla Banca d’italia aggiornati al 17 ottobre 2012. Il valore totale è di 1.574.605 milioni di Euro

Il primo grafico che vi proponiamo riguarda la tipologia di titoli di Stato: la grossa parte del valore è costituita dai BTP (alle varie scadenze) che rappresentano 1.087 miliardi di euro sui 1.574 totali.

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Una seconda coppia di grafici interessante riguarda le scadenze dei vari importi: il primo visualizza il valore dell’importo in scadenza nei prossimi anni, l’altro la percentuale del debito in scadenza: entro il 2013 è in scadenza il 23,7% dei titoli di stato, il 57.51% entro il 2017 e l’80,40% entro il 2022.

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Il portafoglio di investimento? Deve funzionare quando le cose non vanno come previsto

Quando si costruisce un portafoglio nel quale viene distribuito il proprio investimento, si parte da una serie di presupposti impliciti o espliciti su come ci si aspetta che si sviluppi lo scenario economico e finanziario. In base a questi presupposti, si sceglie il bilanciamento tra azioni, obbligazioni e liquidità, e più in dettagli si scelgono gli specifici titoli su cui investire.

Se le premesse su cui ci si era basati si dimostrano vere, si ottiene un guadagno: ma questo non è in realtà nulla di sorprendente.

Creare un portafoglio di investimento che funziona perfettamente quando si verificano le ipotesi su cui ci si era basati è facile. Il difficile però è farne uno che funziona abbastanza bene anche quando le ipotesi si dimostrano completamente errate.

Valutare bene cosa succederebbe se i presupposti e le previsioni su cui ci si è basati fossero sbagliate è una cosa che in realtà in pochi fanno, ma sarebbe un “esercizio” molto utile per avere una maggiore consapevolezza di quel che si sta facendo, e comprendere bene i rischi che si stanno prendendo.

Tanto più che è oggettivamente raro che le cose vadano esattamente come ci si aspetta. In generale è bene avere una strategia solida che possa reggere anche se le cose non vanno come previso, piuttosto che cambiare strategia di punto in bianco perché si vede che non funziona: cambiare strategia comporta spesso costi molto più elevati di quel che si può credere a prima vista.

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Grafico: rendimenti dei titoli di stato guida, ottobre 2012

Dall’ultimo Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia, dedicato al Mercato finanziario, pubblichiamo il grafico relativo ai rendimenti dei titoli di stato guida (CCT, CTZ, BTP decennali e BTP trentennali). Dopo il picco di fine 2011, e quello prima dell’estata, il rendimento dei titoli di stato sembra normalizzarsi, pur rimanendo a livelli assoluti relativamente alti a causa della situazione economica internazionale ancora incerta.

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Sviluppo: è possibile coniugare lo sviluppo dei paesi ricchi con quello dei paesi poveri?

La crescita economica dei paesi occidentali, Italia per prima, si è basata almeno in parte sui paesi emergenti. Ad esempio, l’importazione di prodotti low-cost dalla Cina e la delocalizzazione della produzione ha permesso di contenere l’inflazione negli anni di espansione economica.

Oggi la sfida dello sviluppo globale è forse ancora più difficile, dato che alle difficoltà note dei paesi più poveri si uniscono quelle dei paesi a reddito medio e dei paesi ricchi. Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è intervenuto proprio su questo tema all’incontro annuale del Development Committee, tenutosi a Tokyo il 13 ottobre.

Secondo le ultime stime per il 2012 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro , il numero complessivo dei disoccupati è di 200 milioni, circa 30 milioni in più rispetto al 2007. Allo stesso tempo, la quota di popolazione occupata in età lavorativa è scesa al 60,3% rispetto al 61,2% del 2007. Questo scenario dovrebbe rimanere sostanzialmente  invariato nei prossimi anni e potrebbe essere ottimistico, se si materializzassero alcuni dei rischi al ribasso temuti.

[…]

Secondo il World Development Report (WDR) 2013, è compito del  settore privato creare posti di lavoro economicamente e socialmente sostenibili, e de governo di fornire un ambiente macroeconomico stabile, un clima economico favorevole agli investimenti, una certezza del diritto e un mercato del lavoro regolamentato in modo equilibrato.

[..]

La strategia che mira ad eliminare la povertà assoluta nei paesi poveri e raggiungere la ricchezza sostenibile e inclusiva nei paesi a reddito medio merita di essere sostenuta. Le risorse finanziarie devono essere indirizzati in via prioritaria verso i paesi che non hanno accesso al mercato ad un costo ragionevole. Al contrario, attualmente circa il 50 per cento dell’esposizione complessiva IBRD (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) è destinato ai paesi con reddito pro capite superiore ai 2.900 dollari USA, e il 30 per cento è destinato a i paesi che potrebbero prendere in prestito dal mercato con uno spread di non più di 150 punti base sopra il corrispondente del Tesoro statunitense.
  
Il reindirizzamento delle risorse finanziarie ai paesi meno sviluppati non deve implicare l’abbandono dei paesi a medio reddito.  Deve essere definita una nuova strategia basata sul secondo pilastro del mandato: aumentare prosperità. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede soluzioni di conoscenze e pratiche, che sono in qualche modo scarse. Dovrebbe essere fornito a questi paesi ciò che non possono trovare sul mercato.

La  Knowledge Bank dovrebbe essere un gestore di conoscenza attiva in grado di mobilitare le proprie competenze, il know-how e di informazioni per fornire soluzioni su misura ai problemi specifici di ogni singolo “cliente”.

[…]

i prodotti della conoscenza hanno un valore aggiunto per i paesi a reddito medio. Questa strategia consentirebbe di liberare capacità di prestito sufficiente della IBRD per soddisfare le esigenze dei membri più poveri dell’istituzione, senza danneggiarne il bilancio.

Tuttavia, devono essere anche mantenuti i costi sotto controllo. Aumentare l’efficienza della Banca Mondiale attraverso il già avviato processo di modernizzazione è della massima importanza. A medio termine, è necessario rivalutare se l’attuale
struttura basata su quattro organizzazioni (IBRD, IDA, IFC, MIGA) è ancora la più adatta a servire i clienti del 21 ° secolo, o se si tratta di un retaggio del passato che deve essere riorganizzata in modo più efficiente.

[…]

 

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