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Il Corriere della Sera in queste ore sta dedicando ampio spazio al “declino dell’economia italiana”: il nostro Paese, infatti, nel corso degli anni è scivolato indietro sul fronte della produttività, degli stipendi e del PIL. Il problema decisamente non è nuovo, dato che sono in molti a sottolinearlo da anni (spesso venendo ignorati). E

non è neppure un problema sorprendente, dato che è figlio diretto della cultura italiana. Certo, si può attribuire le cause all’assenza di politica industriale, o alla scarsa lungimiranza degli imprenditori: ma anche questi sono effetti di un problema più generale della cultura italiana.

La questione di fondo, a nostro parere, è che gli italiani (o almeno la maggior parte) hanno sempre scelto la stabilità, cioè il non-cambiamento. La stabilità, è ovvio, è più rassicurante, ma facendo sempre le stesse cose al massimo si possono ottenere sempre gli stessi risultati. In molti casi, si finisce con l’ottenere risultati peggiori, dato che il resto del mondo non è fermo e quindi ci si trova sempre più schiacciati all’indietro.

Cosa vuol dire stabilità? Vuol dire ad esempio scegliere di tutelare le aziende esistenti anziché favorire la creazione di nuove ed innovative. Vuol dire tutelare i posti di lavoro esistenti anziché favorire la creazione di nuovi: il rischio che una persona perda il lavoro è sempre stato considerato più grave del fatto che una persona che non ha lavoro non lo trovi. Una situazione aggravata dal fatto che in questo modo si tutelano ambiti in cui le nuove generazioni non vogliono lavorare.

Per quanto possa essere una banalizzazione del problema, se tutti i soldi che nel corso degli anni sono stati spesi per impedire la chiusura di aziende in crisi e “senza un futuro”, fossero stati spesi per favorire la nascita di imprese innovative, viene da chiedersi se il livello di produttività e di occupazione sarebbero molto, molto più alti. Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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