L’indicatore €-coin scende ancora ad agosto 2012

In agosto l’indicatore  €-coin (che fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro) è sceso a -0,33%, rispetto al -0,24% di luglio. Si tratta del nuovo minimo degli ultimi tre anni: per trovare un valore inferiore bisogna infatti risalire a luglio 2009.

Va però detto che il peggioramento dell’indicatore è causato soprattutto dal pessimismo crescente di famiglie e imprese, mentre al contrario i corsi azionari spingono (in parte) l’indicatore verso l’alto, contenendone così la caduta.

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Guardare alla storia aiuta veramente a capire il futuro?

Per aiutarsi nelle scelte di investimento, viene spesso consigliato di guardare al passato. È una buona regola, ma bisogna stare attenti: guardare al passato è utile quando si guarda ai trend macroeconomici, può essere fuorviante.

La storia, in generale, non si ripete: ma come ha detto una volta Mark Twain la storia non si ripete, ma parla in rima”. Dalla storia si può imparare molto ma solo per quanto riguarda le linee generali: per queste può valere la regola “Questa volta potrebbe essere diverso, ma probabilmente non lo è”. Ma più si va in dettaglio, più è errato aspettarsi una ripetizione precisa del passato.

Questo è particolarmente vero quando si dice che “i risultati passati non sono garanzia di risultati futuri”: anzi, non solo non sono una garanzia ma i non possono neanche essere considerati un indicatore dei risultati futuri. Questo perché i mercati “incorporano” tutte le informazioni note, e quindi una ipotetica certezza di risultati futuri sarebbe immediatamente attualizzata e quindi anticipata ad oggi. I risultati passati spesso hanno più che altro il ruolo di sostegno “psicologico” alle scelte, ma bisogna stare attenti affinché non diventino una sirena che conduce fuori rotta.

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I fondi pensione e i coefficienti di trasformazione in rendita

Si tratta di un tema di cui avevamo già parlato diverso tempo fa, ma dato che è riemerso tra le righe trattando degli investimenti semplici e complessi, vale la pena spendere nuovamente qualche parola.

Stiamo parlando dei fondi pensione, ed in particolare di un aspetto ad essi connesso, cioè i coefficienti di trasformazione in rendita. Si tratta di un parametro forse per molti poco noto, ma assolutamente fondamentale quando si parla di una forma di pensione integrativa.

Il funzionamento dei fondi pensione si basa sul consentire al lavoratore di accumulare una parte del suo reddito nel corso degli anni, che gli viene poi “restituito” come pensione integrativa al momento concordato (che può essere quando il lavoratore va in pensione, ma anche ad una certa età).

Ma come avviene questa “restituzione”? In pratica, nel corso degli anni è stato un capitale, che al momento dell’erogazione viene “convertito in rendita”, cioè in un insieme di pagamenti periodici (tipicamente mensili) anziché essere erogato in un unica soluzione all’inizio del periodo. L’importo dei pagamenti mensili è calcolato sulla base di coefficienti di conversione (appunto i coefficienti di trasformazione in rendita) che dipendono principalmente dalla vita attesa residua dell’investitore, ma che non sono “universali” bensì variano da polizza a polizza.

Si può comprendere quindi come questo sia il nocciolo della questione: a parte tutti i ragionamenti sulla performance dei fondi pensione, il rapporto tra i pagamenti periodici e il capitale accumulato diventa determinante per capire se l’investimento sia vantaggioso o no.

Il punto chiave a nostro parere è che il coefficiente di trasformazione in rendita è relativamente basso (può partire dal 4-4,5% annui): il che rende l’investimento confrontabile con forme alternative. Immaginiamo una persona che a “fine lavoro” sia riuscito ad accumulare 100.000 euro di capitale per la pensione. Se quei soldi sono in un fondo pensione, ipotizzando un tasso di conversione in rendita del 4,5% vuol dire un rendimento vicino a quello che potrebbe probabilmente essere ottenibile con ad esempio un conto di deposito vincolato (tanto più se immaginiamo di erodere il capitale nel corso del tempo).

Il fondo pensione può essere vantaggioso perché “costringe” il lavoratore a risparmiare ed impedisce poi di “mangiarsi” il capitale in troppo poco tempo, ma non è scontato che in assoluto sia una scelta migliore. Ecco perché diventa fondamentale leggere molto bene i contratti di questi fondi, prestando molta attenzione anche ai coefficienti di trasformazione in rendita e di come la compagnia assicurativa si propone di aggiornarli nel tempo.

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Ricerche Frequenti:

  • coefficiente di conversione fondi pensione
  • coefficiente di conversione fondo pensione
  • il capitale come viene convertito in rendita

Banca IFIS lancia Contomax

Banca IFIS ha ufficializzato il lancio del conto corrente low cost che affiancherà rendimax, di cui avevamo dato alcune anticipazioni prima dell’estate.

Il nuovo conto si chiamerà contomax e sarà operativo a partire da fine anno: nasce con l’obiettivo di creare un conto corrente che combini alto rendimento con la comodità della gestione online, ma soprattutto chiarezza e semplicità.

Banca IFIS sta “costruendo” contomax sulla base dei suggerimenti del web, sulla scia del successo dello sviluppo di rendimax like, ed anche in questo caso è stato condotto un ampio sondaggio su internet che ha raccolto 12.000 volti ed ha permesso di raccogliere le preferenze degli utenti, continuando così a puntare sul dialogo e la partecipazione che finora hanno portato fortuna a Banca IFIS.

Da qui al lancio del conto corrente i navigatori saranno ulteriormente coinvolti per le ultime fasi di messa a punto di contomax.

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Gli investimenti semplici sono meglio di quelli complicati

Quando si parla di investire i propri risparmi ci sono molte scelte da fare. Sia che lo scopo dell’investimento sia quello di proteggere il capitale contro l’inflazione, che quello di “speculare” e cercare di ottenere un guadagno, c’è sempre una regola generale che bisogna tenere presente: gli investimenti semplici sono meglio di quelli complicati.

Questo perché innanzi tutto è sempre bene evitare di mettere i propri soldi “dove non si capisce”, perché aumenta la consapevolezza delle scelte ed è più facile capire se l’investimento faccia al nostro caso oppure no. Non ci sono infatti

Inoltre, a volte capita di trovare degli investimenti difficili da capire ma che sembrano quasi “miracolosi” perché sembrano combinare tutti i possibili lati positivi. Quel che però più realisticamente accade è che non si riesce a comprendere in modo evidente quelli che sono invece i lati negativi, con il rischio (spesso molto concreto) di incontrarli inaspettatamente e di trovarsi in difficoltà.

L’ampio sviluppo che hanno avuto ultimamente i conti di deposito ci sembra da questo punto di vista un fatto positivo: non tanto perché i conti di deposito siano per forza un investimento migliore (chiaramente, la valutazione va fatta in base alle esigenze e agli obiettivi del risparmiatore), ma perché molti li scelgono perché “capiscono meglio” questa forma di risparmio, ad evidenziare una volontà del risparmiatore-investitore ad avere una maggiore controllo dei propri risparmi.

Allo stesso modo, la complessità dell’investimento è quella che fa essere molti risparmiatori diffidenti verso i fondi pensione, che per molti (specie chi magari è meno “preparato” in materia finanziaria) spesso sono una sorta di “scatola nera” in cui non si sa cosa succeda.

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Da quando c’è l’euro, i prezzi sono saliti del 24%: un confronto con il decennio precedente

L’ufficio studi della CGIA di Mestre ha approfondito l’evoluzione dei prezzi in 10 anni di Euro. Il dato che ha avuto più pubblicità è quello relativo all’inflazione, che nel decennio 2002-2011 ha raggiunto cumulativamente un valore del 24%.

Non sono mancate quindi le  voci che rimpiangono la vecchia lira: vale dunque di fare un piccolo confronto.

Innanzi tutto, è sbagliato pensare che i prezzi se fosse rimasta la lira sarebbero rimasti fermi al 2002: sarebbero cresciuti ugualmente, anche se in modo diverso. Ma di quanto sarebbero cresciuti? Questo non si può dire con certezza, dato che i fattori in gioco sono molti.

Si può però fare un confronto andando a vedere l’inflazione negli anni precedenti all’introduzione dell’euro, per vedere se la lira sia da rimpiangere o no. Andando a vedere i dati, sembrerebbe decisamente di no, dato che in realtà l’ultimo decennio è quello in cui l’inflazione è stata più bassa dal dopoguerra ad oggi.

Andando a vedere l’inflazione decennale ecco qualche dato:

  • 2002-2011 : +24%
  • 1990-1999 : +46%
  • 1980-1989 : +146%
  • 1970-1979 : +245%
  • 1960-1969 : +42%
  • 1950-1959 : +36%

L’euro  appare avere portato una decisa stabilizzazione dei prezzi (gli effetti si notano già da quando sono stati “congelati” i cambi tra le valute locali e l’euro): la svalutazione della lira, usata sia per annacquare il debito pubblico che per rendere più competitivi i prodotti italiani sui mercati esteri, evidentemente gioca anche un ruolo sull’inflazione a causa del costo crescente delle merci importate.

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Ovviamente si può discutere su quanto sia descrittiva l’inflazione, ad esempio, del costo della vita, ma sicuramente appare un po’ fuori luogo ripetere che se avessimo la lira anziché l’euro sarebbero tutte rose e fiori.

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“Diciamo sì alla vivisezione…”

Adesso che con il titolo probabilmente abbiamo catturato la vostra attenzione, possiamo parlare: non vogliamo discutere tanto sul sì o no alla vivisezione, quanto sul modo in cui è affrontato il problema. 

E’ perfettamente legittima la campagna a tutela degli animali, ma c’è un punto che ci sembra importante sottolineare: il fatto che i test sugli animali “non piacciano” non vuol dire che non siano utili. In altre parole, è perfettamente legittimo sostenere che il benessere degli animali è prioritario rispetto alla ricerca medica, e quindi si deve tutelare i primi a scapito della seconda.

Ma allo stesso modo vorremmo evitare di sentire discorsi del tipo “i test sugli animali non servono” oppure che, come abbiamo sentito in alcuni spot “impediscono l’uso di tecniche scientifiche più avanzate”, perché questa è un’affermazione semplicemente stupida. Innanzi tutto, notate che stiamo “confondendo” vivisezione con test sugli animali dato che il confine non è certo netto (in altre parole, fare venire ad una cavia l’Alzheimer, per poi iniettarle una cura, per poi sopprimerla, non sarà tecnicamente vivisezione ma non è poi tanto diverso).

Per quanto riguarda il perché, innanzi tutto il fatto è che i test non possono essere “simulati” al computer come qualcuno suggerisce: il problema è che la simulazione si basa sui presupposti e le ipotesi fatte, e quindi non permette di verificarle. In altre parole, l’unico risultato possibile è del tipo “se le cose funzionano come crediamo, allora le cose funzionano come crediamo”. Ma il senso della ricerca è proprio quello di verificare quando e perché le cose funzionano in modo diverso.

Inoltre, spesso viene contestato che, essendo il metabolismo degli animali solo in parte uguale a quello dell’uomo, i test sugli animali “non sono predittivi per l’uomo”. Il punto però è che sono una prima approssimazione: sarebbe altrimenti preferibile fare i test direttamente sull’uomo? (e su chi, in questo caso? Volontari? Gente estratta a sorte? Anziani?)

Come detto, si può certamente decedere di sacrificare l’avanzamento della ricerca per tutelare maggiormente tutti gli esseri viventi, ma serve avere il coraggio di ammettere che si stanno facendo delle scelte. E’ inevitabile dovere rinunciare a qualcosa per avere qualcos’altro, e quindi decidere che si vuole avere A rinunciando a B: ma è che, come in molti campi, molti preferiscano convincersi che si possono avere solo i lati positivi. E francamente spesso sembra che sia questo il problema italiano di fondo, e crisi o disoccupazione siano solo conseguenze.

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La surroga del mutuo

Il mutuo è un impegno da prendere con molta attenzione: ci legherà per un periodo molto lungo della nostra vita sia all’oggetto del prestito stesso (solitamente la casa, ma anche un’attività commerciale o simili), sia all’istituto creditizio. Il mutuo può, però, durare anche per decadi, e nell’arco di trenta, quarant’anni possono succedere tante cose: in questa pagina troverete tutte le informazioni utili che cercate sui mutui e il loro funzionamento.

Avverranno cambiamenti a livello personale magari, oppure cambiamenti economici esterni che possono far si che il nostro vecchio mutuo non sia più adatto a noi. Potremmo aver avuto un sensibile miglioramento delle condizioni lavorative ad esempio, e voler estinguere il debito più rapidamente. Per situazioni come queste esiste il concetto di surroga mutuo.

Se il cliente si rende conto che esiste un mutuo presso un istituto creditizio più vantaggioso o semplicemente più adatto alle proprie necessità, egli ha la possibilità di surrogare ( cliccate qui per vedere in cosa consiste la surroga mutuo ) la vecchia banca.

In base al cosiddetto Decreto Bersani la surroga non ha spese di sorta per il cliente, che quindi non dovrà affrontare alcuna penale della vecchia banca per l’estinzione del vecchio mutuo, nessuna imposta sostitutiva ( 0,25% per la prima casa, 2% per la seconda casa ), nessuna istruttoria ed incasso rata, avrà il completo rimborso delle spese notarili e dell’eventuale perizia, in caso questa sia necessaria. Semplicemente, al nuovo istituto viene trasferito come garanzia l’immobile o il bene che era stato utilizzato originariamente, senza una nuova iscrizione ipotecaria.

Ci sono alcuni vincoli alla surroga del mutuo però: ipoteca di primo grado formale, impossibilità di richiedere un prestito che ecceda il debito residuo precedentemente accumulato, necessità della medesima intestazione degli intestatari. In cambio, ed è qui che troviamo il vantaggio sostanziale di una surroga del mutuo, tutte le caratteristiche possono cambiare: la durata del mutuo, la tipologia del tasso d’interesso, lo spread (della banca creditrice rispetto all’indice europeo), il piano d’ammortamento e la periodicità delle rate.

Per combattere l’evasione fiscale serve non essere ipocriti

Si parla molto, e giustamente, del problema dell’evasione fiscale in Italia. Ci sembra il caso di sottolineare nuovamente un aspetto che abbiamo già discusso in passato, che ci sembra particolarmente importante.

La questione è che, anche se non piace a nessuno ammetterlo, l’unica strada per combattere efficacemente l’evasione fiscale è quella di sanzionare i clienti degli evasori fiscali. Il motivo è che il cliente è quello che può meglio controllare che il prodotto/servizio che gli viene venduto sia fatturato. Una volta che il servizio “finale” è fatturato diventa molto più difficile evadere.

Inoltre, è ora di smettere di pensare che chi non fa la fattura è un “criminale” ma che chi non se la fa fare sia uno “che fa bene”. Il cliente che non si fa fare la fattura ha un guadagno (*), e pertanto va punito. Sennò tutti i discorsi sull’evasione fiscale sono ipocrisia pura.

(*) Si può obiettare che non sempre c’è un guadagno: ma nel caso in cui al cliente non cambi nulla nell’avere la fattura/scontrino o non averla, non c’è proprio nessun motivo per cui non dovrebbe pretenderla.

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Facebook perde in borsa: per qualche analista serve un nuovo CEO, ma il problema è il modello di business

Il caso della quotazione di Facebook è estremamente interessante, perché mostra in modo evidente come spesso le analisi siano distorte sulla base di preconcetti decisamente forti. In questo caso l’assunto da cui nessuno riesce a staccarsi è “Facebook è famoso quindi deve andare bene in borsa”.

Ecco che quindi se le performance non sono quelle che dovrebbero si cercano “scuse”. L’ultima è il fondatore (e attuale CEO), Mark Zuckerberg, che sarebbe troppo giovane e non rassicurerebbe con la sua immagine gli investitori, e quindi dovrebbe cedere la gestione della parte amministrativa a qualcuno di più competente  e preparato.

Il problema di facebook però è tutt’altro: è il modello di business che non è solido. E’ il classico problema della “bolla di internet” di ormai dieci anni fa: avere molti visitatori non vuol dire essere in grado di monetizzare questo traffico. E la natura stessa di facebook rende difficile la monetizzazione. Inoltre, facebook è forse già oltre il suo picco, ed è destinato a ridimensionarsi notevolmente, anziché a crescere.

Per quanto riguarda il primo aspetto, come avevamo accennato qualche tempo fa, la resa pubblicitaria su Facebook non potrà mai essere elevata, perché la gente non va su Facebook con l’idea di fare acquisti o di cercare informazioni su prodotti da acquistare. E se lo fa, chiede informazioni ad amici e parenti, e non è ricettiva verso informazioni “terze” (ad esempio, banner pubblicitari). Per confronto, il caso di Google è diverso perché è ben più verosimile che un utente cerchi informazioni tramite il motore di ricerca su prodotti che desidera acquistare, ed è quindi in uno stato mentale più favorevole per prestare attenzione ai banner. Il che, in altre parole, vuol dire che per chi fa pubblicità c’è un ritorno (diretto o indiretto) più elevato.

Il secondo punto è forse più grave per gli investitori: facebook sta passando di modaGli utenti passano meno tempo su facebook, anche perché molti si sono resi conto che molte fotografie o idee è meglio non gettarle in pasto alla rete, e questo però vuol dire che anche chi magari andava su facebook per leggere gli aggiornamenti degli amici trova molti meno contenuti. Risultato: visiterà facebook ancora meno.

A scoraggiare ulteriormente l’utilizzo di facebook a nostro parere anche la “guerra” portata a chi utilizzava un alias anziché il proprio vero nome ed in generale ai “falsi profili”. La ricerca di qualità è di per sé positiva, ma molti utenti preferiscono garantirsi un certo grado di anonimato, sia per riservatezza che per evitare altri oltre ai conoscenti stretti possano trovare facilmente foto o informazioni. Che però è l’obiettivo su cui facebook sta invece puntando.

Il problema di facebook è a nostro parere che trascura un fatto fondamentale della natura umana: le persone non sono “univoche”, ma indossano “maschere” diverse a seconda del contesto. C’è come è uno in ufficio, come è con gli amici, con i genitori, con la moglie, con i figli. Si tratta sempre della stessa persona, eppure sempre di persone diverse (a volte anche in modo significativo), che non possono essere mescolate: non ci si può comportare con i figli come se fossero colleghi di ufficio. Non solo, ma in genere le persone vogliono tenere ben separate queste “maschere”: ad esempio, è frequente che uno magari non voglia fare sapere ai colleghi (non a tutti, almeno) come si comporta alle feste con gli amici. Facebook ha raggiunto una massa tale che non permette più di mantenere dei compartimenti stagni tra queste “maschere”, e per questo a nostro parere è destinato ad essere un po’ alla volta abbandonato da molti utenti.

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La domanda di oro rallenta in Cina, ma è un calo temporaneo

A cura di BullionVault

L’ultimo trimestre ha visto un calo della domanda di oro in Cina: un calo che però dovrebbe essere una “situazione momentanea” secondo l’opinione di Cameron Alexander,  esperto del settore.

Anche se i dati ufficiali di Hong Kong (il paese principale importatore di oro fisico in Cina) indicano un incremento del 700% anno su anno durante i primi cinque mesi del 2012, gli stessi potrebbero non rimandare un quadro accurato della domanda sottostante, ha dichiarato Cameron Alexander, senior analyst della Thomson Reuter GFMS, scrivendo nell’ultima newsletter.

Le informazioni che abbiamo raccolto da diverse fonti indicano che i volumi indicati da Hong Kong sono stati gonfiati perché sono stati calcolati più volte nelle movimentazioni avanti e indietro tra Cina e Hong Kong” scrive Alexander.

Le aziende in Cina hanno usato l’oro per operazioni di arbitraggio che coinvolgono valute e tassi di interesse.”

Alexander ha di recente visitato la Cina per incontrare rappresentanti dell’industria nell’ambito delle ricerche sul mercato dell’oro, e ha trovato dei segnali di un calo di interesse nei confronti degli acquisti di oro.

Abbiamo scoperto che il mercato dell’oro ha rallentato durante il secondo trimestre di quest’anno, e riteniamo che sia il settore orafo che quello da investimento dimostreranno un calo anno su anno” si legge sulla newsletter.

Una delle ragioni fondamentali è stata la mancanza di direzione del prezzo dell’oro nei mesi recenti, fatto che ha impattato negativamente sul sentiment dei consumatori.”

Il prezzo ufficiale dell’oro è rimasto in un range tra i $1550 e i $1640 all’oncia per la maggior parte del periodo dall’inizio di maggio, alternando settimane positive e settimane negative.

Riteniamo che il calo della domanda durante il secondo trimestre sia una situazione temporanea piuttosto che l’inizio di un declino del trend” prosegue Alexander.

Se il prezzo dell’oro riacquista slancio nella seconda metà del 2012, ci aspettiamo che i consumatori recupereranno presto la fiducia nei confronti dell’oro.”

Alexander aggiunge anche che lo sviluppo economico della Cina potrebbe spingere gli acquisti di oro.

Nonostante i recenti tagli all’outlook economico, la Cina incrementerà il PIL anche quest’anno, e il reddito disponibile aumenterà anche esso, e quindi la domanda cinese di oro sia nel settore orafo, che in quello industriale e da investimento arriverà a un volume approssimativo di 900 tonnellate nel 2012.”

I dati del World Gold Council indicano che la Cina ha superato l’India come mercato più importante per l’oro nell’ultimo trimestre del 2011 e nel primo del 2012. La domanda complessiva della Cina nei primi tre mesi di quest’anno ha raggiunto le 255,2 tonnellate.

Considerando il 2012 per intero, Alexander ha detto che ci sono “buone possibilità che la Cina supererà l’India come maggiore consumatore di oro durante il 2012.”

Investire in Apple: guadagno sicuro o suicidio finanziario?

Il caso di Apple è molto interessante perché sono in molti ad aspettarsi che il valore delle azioni di una società così famosa e da molti considerata simbolo di successo sia destinato a salire costantemente.

Riportiamo una interessante e completa infografica da SplatF, che illustra in modo molto chiaro quella che è la situazione attuale di Apple. Nonostante sia innegabile il fatto che Apple sia sicuramente un “pezzo grosso”, ci sono alcune cose che saltano all’occhio.

  • Il tasso di crescita anno su anno è in riduzione
  • Gran parte dei ricavi arrivano da un singolo prodotto (l’iPhone), che ora però sta vedendo ridursi le vendite.

Il tema dell’iPhone è sicuramente il punto chiave delle prospettive di Apple: gli “ottimisti” sottolineano che è una flessione naturale, dato che come tipo di prodotto probabilmente tende a concentrare le vendite al momento del lancio, e quindi le vendite torneranno a salire con il lancio del nuovo iPhone 5 a settembre.

Di contro, però, viene da notare anche come molti analisti e commentatori tendano un po’ a dimenticare il fatto che Apple non da sola sul mercato, e si moltiplicano gli smartphone ed i tablet in grado di fare concorrenza ai prodotti di Apple (e a superarli da molti punti di vista). Si tratta a nostro parere di una distorsione americano-centrica del punto di vista degli analisti, che molto spesso tendono a dare per scontato che il resto del mondo funzioni esattamente come gli USA. Così non è, e se è vero che l’Asia è il continente dove i ricavi di Apple sono cresciuti di più, allo stesso tempo è vero che i mercati come Asia ed Europa sono forse più “sensibili” alla concorrenza portata da produttori quali ad esempio Samsung: e forse qualche analista trascura che la gran parte dei ricavi di Apple arrivano da fuori dagli USA.

 

 

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Da 9to6Mac: ripartizione dei ricavi di Apple per continente:

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La Cina controlla il 97% delle terre rare

Le cosiddette terre rare sono sono un gruppo di 17 elementi chimici (scandio, ittrio e il gruppo dei lantanoidi) che costituisce un cardine per l’alta tecnologia, indispensabili per superconduttori, catalizzatori, motori ibridi e apparecchiature optoelettriche.

La richiesta di questi elementi è crescente anche come conseguenza dell’evoluzione tecnologica: per dare un’idea, una turbina eolica può richiedere anche un paio di tonnellate di neodimio. E’ chiaro che la rilevanza economica di questi elementi è enorme, e che chi controlla questi elementi è destinato ad avere un peso crescente sull’economia mondiale.

Chi “controlla” dunque le terre rare? Probabilmente molti non saranno sorpresi dalla risposta: la Cina, che dispone di un terzo delle riserve mondiali ma controlla il 97% circa delle estrazioni.

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[via: wikipedia]

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[Via: Buckyballs rare earth metals]

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I crimini con arma da fuoco costano agli USA 100 miliardi di dollari all’anno

Si è riacceso il dibattito sul controllo delle armi negli USA, dopo i recenti eventi di cronaca nera. La lobby delle armi americana, si sa, è fortissima, anche sulla base del secondo emendamento della costituzione americana, che protegge il diritto dell’individuo ad avere armi.

I gruppi a favore della libertà di circolazione delle armi sostengono che il controllo è inutile e dannoso perché toglie agli individui la capacità di proteggersi, sorvolando deliberatamente sulle statistiche che mettono gli USA nella top-ten degli omicidi con armi da fuoco con un tasso di 2,97 morti per 100.000 abitanti, quasi triplo del primo paese europeo (la Svizzera, con 0,56 morti ogni 100.000 abitanti).

Per quanto possa apparire cinico, negli USA cresce anche la preoccupazione relativa ai costi della circolazione libera delle armi: le stime parlando di 100 miliardi di dollari all’anno, quasi lo 0,7% del PIL Usa (lo studio è stato realizzato dal prof. Phillip J. Cook, della Duke Sanford School of Public Policy). La gran parte dei costi sarebbe dovuta alle cure mediche per i feriti.

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