Tale padre, tale figlio: nepotismo, oppure i figli di genitori capaci sono più capaci?

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Si parla molto di “nepotismo”, con posizioni di prestigio (sia in ambito pubblico che privato) che vengono spesso occupate da qualcuno che ha qualche parente, magari i genitori, che occupano posizioni analoghe, anche se magari non nella stessa azienda.

Ovviamente, è innegabile che in qualche caso vi siano degli abusi, ma bisogna stare attenti anche a non generalizzare, perché alla base non c’è sempre necessariamente malafede, ma piuttosto un meccanismo sociologico che abbastanza intuitivo.

I sociologi spiegano infatti che le differenze nei livelli di istruzione e nei salari conseguiti hanno una componente intergenerazionale, in altre parole che guardando lo status socio-economico della famiglia di origine si ha solitamente una buona probabilità di prevedere i risultati conseguiti dai figli. Un meccanismo che, va aggiunto, non è però in assoluto un bene perché non è vero che chi ha origini più umili sia meno capace, ma piuttosto “punta più in basso”, il che implica che vi siano spesso capacità inespresse (che a livello macro hanno effetti anche sul quadro economico, da cui l’interesse degli economisti per il problema).

Il modello assume che l’abilità cognitiva sia distribuita in modo casuale fra la popolazione (non esiste quindi trasmissione ereditaria di tale abilità) e che sia ignota all’individuo. Ciò che viene invece trasmesso dai genitori ai figli è l’autostima. L’idea di fondo è che, sulla base dell’osservazione dello status socioeconomico dei genitori, i figli formino delle aspettative circa la propria abilità.

Persone provenienti da background più svantaggiati saranno quindi caratterizzate da più bassi livelli iniziali di autostima.

L’autostima gioca un ruolo importante perché in base a essa gli individui scelgono i propri percorsi di istruzione, ovvero quanto investire in capitale umano. Percorsi più impegnativi forniranno, in caso di successo, più elevati livelli di capitale umano; tuttavia, essendo appunto più impegnativi, non saranno scelti da persone con bassa autostima. L’autostima, inoltre, evolve nel tempo: osservando i risultati delle scelte intraprese, gli individui “aggiornano” le loro aspettative circa la propria abilità cognitiva.

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La nostra analisi suggerisce che politiche mirate a fornire al più presto segnali accurati circa le abilità cognitive dei bambini possono essere efficaci nel ridurre l’impatto del contesto familiare, evitando in particolare che individui molto abili non investano a sufficienza nel proprio capitale umano a causa di influenze negative della famiglia di origine.

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