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La regolamentazione di Basilea 3 è stata messa a punto con l’obiettivo di dare maggiore stabilità al sistema bancario: di contro, come abbiamo spesso sottolineato, si ha però che “una banca più solida è una banca che presta meno e meno facilmente”. In altre parole, dire che le banche devono essere meno esposte al rischio vuol dire che le banche devono prestare meno, e richiedere più garanzie: uno scenario che inevitabilmente mette in difficoltà specie le fasce più deboli, andando a confermare ancora di più l’idea che “per farsi prestare soldi da una banca, serve dimostrare di non averne bisogno”.

È ampio il dibattito se siano maggiori i benefici di un sistema bancario più “sicuro” o invece gli svantaggi per l’economia conseguenti alla stretta sul credito che di fatto viene a crearsi.

Uno studio economico ha approfondito gli effetti macroeconomici del pacchetto “Basilea 3” evidenziando come il costo sia non trascurabile ma neppure elevatissimo (fino allo 0,1% del PIL), ma che molto dipende da come le banche implementano la riforma: la tentazione semplicemente di alzare il costo dei prestiti infatti è forte, ma se porta benefici (per le banche) nel breve periodo, danneggia le prospettive a medio-lungo termine.

Utilizzando un modello dinamico neo-keynesiano dell’area dell’euro che include una rappresentazione stilizzata degli intermediari creditizi, il lavoro valuta gli effetti della principale innovazione introdotta dalla riforma, l’aumento dei requisiti patrimoniali.

L’attenzione si concentra sui costi della riforma, in termini di minor crescita economica; limiti dell’apparato analitico non consentono di quantificarne i benefici, in termini di maggiore stabilità finanziaria.

Si ipotizza che le banche possano scegliere fra tre diverse opzioni – mutualmente esclusive nel modello – per far fronte all’aumento dei requisiti patrimoniali:

1 – raccogliere nuovo capitale di rischio;

2 – diminuire i dividendi distribuiti;

3 – aumentare i margini di profitto sui prestiti erogati.

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Nel primo anno di attuazione della riforma vi è un impatto negativo transitorio in tutti e tre i casi, che toglie tra 6 e 10 punti base al tasso di crescita del PIL.

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L’effetto negativo sul livello del prodotto di lungo periodo differisce tuttavia a seconda delle strategie di reazione adottate delle banche: esso è relativamente elevato nel caso (3), più contenuto nei casi (1) e (2).

Le strategie di reazione (1) e (2), con conseguenze macroeconomiche più modeste, potrebbero essere quelle meno appetibili per gli intermediari, soprattutto nel medio-lungo periodo. Esse comportano infatti una minore redditività, diversamente dalla strategia (3).

Questo risultato razionalizza le restrizioni poste dalle autorità di vigilanza alle politiche di ricapitalizzazione delle banche: agli intermediari sottocapitalizzati è stato richiesto di ricorrere prioritariamente alla riduzione dei dividendi distribuiti, a politiche di contenimento delle remunerazioni, alla raccolta di capitale sul mercato.

Gli effetti depressivi iniziali dell’aumento dei requisiti minimi di capitale sono significativamente ridotti se la riforma è annunciata con sufficiente anticipo rispetto alla sua effettiva implementazione, così come effettivamente successo con Basilea 3.

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Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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