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Sono molte le critiche alla cosiddetta spending review effettuata dal Governo Monti: la scuola dovrebbe essere preservata dai tagli, la sanità pure, la giustizia ha già poche risorse così come è. Anche i tagli alle province incontrano resistenze perché “rischiano di aumentare la distanza dei cittadini dalle istituzioni”.

Tutte argomentazioni che hanno un certo fondamento, ma la domanda che a questo punto viene da porsi è: quali tagli dovrebbero essere fatti, allora? Non basta lamentarsi, serve proporre alternative.

A questo si aggiunge che tanti sembrano dimenticare che la premessa è che non ci sono soldi, per cui soluzioni che propongono, di fatto, di “investire a pioggia” dimostrano che non si è colto il problema.

Le alternative devono essere concrete, perché è diventato perfino noioso sentire ripetere “dei tagli ai costi della politica”, e sentire “bisognerebbe diminuire il numero dei parlamentari e/o il loro stipendio”.  A livello simbolico, è una cosa che può avere un significato, ma in concreto è ingenuo (eufemisticamente parlando) pensare che questo porterebbe grossi risparmi.

Ci sembra interessante riportare un grafico interattivo da The Guardian, che è utile per rendersi finalmente conto di come sia suddivisa la spesa pubblica italiana. Le voci di spesa più massicce riguardano pensioni e sanità, seguite dall’amministrazione generale (in cui, in una frazione, rientrano anche i “costi della politica”), e dalla scuola.

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