“Obama socialista”?

Una delle accuse della destra USA più radicale ad Obama è di essere un “socialista”.  L’assicurazione sanitaria obbligatoria, che ha introdotto un abbozzo di tutela sanitaria obbligatoria, o la presunta forte interferenza dello stato nelle attività economiche e sociali è uno degli argomenti spesso avanzati dai detrattori di Obama.

Eppure, i  dati riportati dall’Economist forniscono un quadro interessante e completamente diverso. Infatti, nei 4 anni di presidenza Obama i dipendenti del governo americano sono diminuiti. Al contrario, i presidenti sotto i quali il governo è diventato più “invasivo” (almeno, secondo la definizione che spesso ne dà la destra USA) sono stati Bush padre e Bush figlio.

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Insomma, tra “parole e fatti” spesso c’è una differenza notevole: ed è dunque importante guardare bene a cosa i politici fanno, non solo a quello che promettono.

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Smembrare le banche troppo grandi, torna la richiesta

Una delle criticità maggiori emerse nel corso della crisi economica è che ci sono (specie negli USA) divere banche “troppo grandi per fallire”, nel senso che un loro fallimento avrebbe conseguenze particolarmente gravi sul sistema finanziario. Questa situazione genera alcune conseguenze non trascurabili: in primo, queste banche tendono ad approfittare della situazione, e proprio grazie alla consapevolezza che se saranno in grossa difficoltà “arriverà una mano” tendono ad assumersi rischi maggiori.In secondo luogo, soggetti troppo grandi distorcono il mercato, che finisce per somigliare di più ad un oligopolio, e a funzionare in maniera meno trasparente.

Inoltre, le banche “troppo grandi per fallire” sono anche troppo grandi per essere salvate, dato che i costi di un salvataggio spesso sarebbero fuori dalle capacità di spesa di un singolo Paese.

Una soluzione che era stata proposta in passato è quella di limitare le dimensioni delle banche, costringendo le banche più grandi a “smembrarsi” (come era stato fatto con la Standard Oil nel 1911). L’idea sembrava essere stata messa un po’ da parte, ma ultimamente sta raccogliendo molti consensi anche da parte dello stesso settore finanziario: il numero di economisti e di finanzieri che appoggiano l’idea si allarga di continuo e comprende, giusto per citare qualche nome, gli ex-CEO di Citi (Sandy Weill e John Reed, più l’ex presidente Richard Parsons), Merryll Lynch (David Komansky) e Morgan Stanley  (Philip Purcell), e diversi premi Nobel per l’economia (Joseph Stiglitz, Ed Prescott e Paul Krugman).

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Analisti americani dubbiosi sulla BCE “pronta a fare tutto quello che serve”

Nonostante la settimana scorsa si sia conclusa con un elevato apprezzamento dei mercati di fronte alle dichiarazioni di Draghi che assicurava che la BCE farà “tutto quel che serve“  per salvare l’euro, oltreoceano c’è chi non condivide questo entusiasmo.

Le dichiarazioni di Draghi hanno fatto schizzare in alto le borse e in basso gli spread tra rendimenti dei bonos spagnoli e dei btp italiani contro i bund tedeschi. Anche l’Euro ha riguadagnato sul dollaro.

Ma la critica che arriva da oltreoceano è che le dichiarazioni sono sostanzialmente vaghe, che infatti hanno lasciato spazio a molti commenti su cosa farà la Banca Centrale Europea. Acquisterà titoli delle nazioni più deboli? In che misura? Interverrà direttamente sui mercati per mettere un tetto allo spread?

Per questo motivo, alcuni analisti americani sono diffidenti, e “accusano” Draghi di aver fatto delle dichiarazioni che puntavano sull”effetto annuncio” più che su contenuti concreti. E qualcuno (citiamo tra gli altri Barry Ritholtz) commenta: “Se sapessero cosa fare, lo farebbero, anziché promettere che lo faranno…”.

Da parte nostra, non siamo così negativi: è chiaro che la BCE da sola non può risolvere la crisi, così come non si può pensare che i tedeschi siano disposti a coprire i costi di anni di malgoverno nei paesi ora più a rischio.

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Indicatore €-coin in ulteriore calo a luglio

Nel mese di luglio l’indicatore €-coin registra un ulteriore calo, scendendo a -0,24% rispetto al -0,17% di giugno, a conferma delle tensioni per l’economia dell’area dell’Euro, e soprattutto delle preoccupazioni di consumatori ed imprese (giusto qualche giorno fa parlavamo del calo della fiducia dei consumatori): infatti, sul peggioramento dell’indicatore ha influito principalmente l’esito negativo delle inchieste congiunturali presso le imprese e le famiglie.

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L’Ilva e il difficile compromesso tra interessi immediati e benessere collettivo

Il caso dell’Ilva di Taranto, con i giudici che hanno ordinato la chiusura degli stabilimenti perché gravemente nocivi alla salute pubblica, evidenzia molte delle contraddizioni del modo di pensare italiano. Si tratta a nostro parere della dimostrazione evidente che la cose non sono mai “o bianche o nere” come molti semplicisticamente insistono a voler pensare. Mancare di comprendere la complessità dei problemi porta spesso a lasciarli irrisolti quando non a peggiorarli.

Il caso dell’Ilva, dicevamo, offre molti spunti di riflessione.

  • La vita e la salute umana alla fine evidentemente ha un prezzo. Si dice spesso che per salvare anche una sola vita si dovrebbe essere disposti a tutto e a sostenere qualunque costo. Non sembra che la reazione sia di questo tipo: forse (come spesso accade) gli altri dovrebbero essere disposti a tutto.
  • Ci sono sempre forti preconcetti nell’affrontare i problemi. Sarebbe intellettualmente onesto dire che il problema dell’inquinamento va affrontato con tempi più lunghi, dato che si sono molteplici interessi in gioco. E’ però assurdo negare il problema, sulla base che “per molte persone sarebbe meglio che non fosse così, per cui non è così“.
  • Bisogna stare attenti ai precedenti che si creano, perché non si può sempre usare due pesi e due misure. E’ necessario stare attenti alle soluzioni “facili” su misura. Un imprenditore che non si preoccupi della salute dei suoi dipendenti o dell’inquinamento per interessi personali è (giustamente) messo alla gogna. Se però togliamo la parola “imprenditore”, il caso non è concettualmente diverso da quello dell’Ilva in cui gli operai per tutelare il proprio reddito protestano contro la chiusura dell’impianto. Dove è il confine tra interessi che meritano di essere tutelati?
  • L’attività “fuorilegge” ha un indotto che non si può trascurare o negare. Avevamo scritto tempo fa che bisogna stare attenti a proporre soluzioni facili (o anche ad attribuire semplicisticamente le “colpe”) dato che ci sono molti soggetti tipicamente considerati “deboli” che beneficiano della situazione, e l’esempio che facevamo era quello di chi lavorava per aziende che evadono il fisco o che comunque non rispettano le leggi: questo è proprio il caso.
  • Attenzione agli effetti indiretti. Un altro elemento di attenzione è agli effetti indiretti di una eccessiva tutela di situazioni dannose per la salute. Dovrebbe essere evidente che un’impresa concorrente alla Ilva, che però si fosse preoccupata degli effetti su salute ed ambiente, avrebbe dovuto sostenere costi maggiori, trovandosi di fronte ad una concorrenza sleale e quindi di fatto incoraggiando a disinteressarsi di salute ed ambiente.

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Ripresa solo nel 2014, consumi in calo anche nel 2013

L’ABI ha pubblicato il Rapporto di previsione AFO-Financial Outlook 2012-2014, che analizza il quadro congiunturale per l’economia europea nel prossimo biennio, con un occhio particolare alle banche.

Il quadro internazionale in deterioramento contribuisce ad appesantire l’andamento dell’economia italiana. Mentre i nodi trascurati dell’economia mondiale stanno venendo al pettine, la debole governance europea, con segnali contrastanti, scelte rinviate e decisioni non prontamente implementate, sta ponendo in seria discussione il futuro dell’euro. Per l’Italia il risultato  prevedibile è un -2% nel 2012, ancora in riduzione, anche se marginalmente, nel 2013, risalendo  di soli pochi decimi sopra lo zero nel 2014.

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I consumi delle famiglie si ridurranno: dopo la marcata contrazione prevista per l’anno in corso (-2%), la variazione dei consumi proseguirà la sua marcia in territorio negativo, anche se a un ritmo meno pronunciato. Per quanto riguarda il reddito disponibile, a causa di redditi da lavoro quasi  fermi e tassazione in aumento, dopo una riduzione pari al 3,5% per l’anno in corso, si stima una successiva contrazione dell’1,2% per il 2013 e dello 0,2% per il 2014.

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In questo contesto l’operatività delle banche continuerà ad essere sottoposta a notevoli tensioni. In particolare sotto il profilo della raccolta bancaria, che continua ad essere il principale canale di trasmissione della crisi sovrana all’attività delle banche. In quest’ottica l’intervento della Bce, con le due aste di rifinanziamento è risultato tempestivo e soprattutto efficace a colmare il gap tra livelli di raccolta e impieghi. Sotto altra prospettiva, ulteriori pressioni sull’attività bancaria verranno dalla recessione in corso, che agisce sul costo del credito: se il tasso di decadimento degli impieghi rimarrà stabilmente su livelli più elevati di 8 decimi di punto rispetto ai dati precrisi, il rapporto sofferenze/impieghi dovrebbe aumentare fino al 7,2% nel 2014, valore superiore di 1,8 p.p. rispetto al 2011.

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Il Return on Equity dell’attività bancaria dovrebbe segnare alla fine della previsione un livello del 3,5%, contenuto nel confronto storico. Piuttosto dinamico l’andamento del margine di interesse che dovrebbe garantire flussi di reddito per 4 mld di euro. Più complessa la dinamica degli altri ricavi che dopo una ulteriore riduzione attesa per quest’anno, in seguito dovrebbero generare flussi reddituali aggiuntivi per quasi 7 mld di euro. A limitare la crescita della redditività concorrerà principalmente l’alto volume di accantonamenti a protezione del rischio di credito; il controllo dei costi continuerà d’altra parte ad essere la leva principale a difesa della redditività. Grazie a tale opera di contenimento, e all’aumento dei ricavi, potrebbe determinarsi una significativa riduzione del cost income ratio, su un livello di poco inferiore al 58% a fine 2014.

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Conto Arancio, fine di un’epoca: ora il bollo è a carico del cliente

Si tratta, per molti versi, di una vera e propria fine di un’epoca per i conti di deposito: Conto Arancio, il conto che ha introdotto l’idea del conto “zero spese” infatti cambia regime e l’imposta di bollo sarà ora a carico del cliente, e non più della banca. La comunicazione sta giungendo in questi giorni a tutti i clienti.

La motivazione sta nella natura della nuova imposta di bollo sui conti di deposito, che avevamo definito una “mini-patrimoniale“, dato che la tassazione è infatti proporzionale al capitale depositato: per il 2012, l’importo è pari allo 0,1% del deposito (con minimo 34,20€ e max 1.200€, dal 2103 in poi l’importo sarà pari allo 0,15% con minimo 34,20% e senza limite massimo.

Mentre in precedenza questi costi erano a carico della banca, ora ING Direct li ha trasferiti a carico del cliente: si tratta in realtà di un costo relativamente marginale (soprattutto se consideriamo che è stato contemporaneamente ridotta l’aliquota fiscale sugli interessi dal 27% al 20%), ma è un fatto notevole a livello “simbolico”.

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R&S e ICT, che impatto hanno sulla produttività delle imprese italiane?

Il ridotto investimento in ricerca e sviluppo (R&S) e nelle cosiddette “tecnologie dell’informazione” (ICT) sono riconosciute tra le cause primarie del ritardo delle imprese italiane (ma anche europee in generale) sul fronte della produttività.

Proprio per questa crucialità, ricerca e sviluppo e ICT sono spesso studiate anche dagli economisti, e recentemente una ricerca ha approfondito il rapporto tra R&S e ICT. L’idea di base è interessante: secondo i ricercatori, la spesa in R&S, misura lo “sforzo innovativo” interno all’impresa, mentre l’investimento in ICT rappresenta invece l’innovazione “acquisita dall’esterno”. In realtà, a nostro parere, c’è un altro aspetto che non è stato sottolineato dai ricercatori, e cioè che la R&S può essere considerata come la “madre” dell’innovazione di prodotto, mentre l’ICT di quella di processo. In altre parole, l’acquisizione dall’esterno di un software non modifica (in generale) il prodotto/servizio che l’azienda mette sul mercato ma il come lo vende. Partendo da questo presupposto, i risultati della ricerca sono secondo noi molto più contestualizzati.

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I risultati indicano che sia l’investimento in R&S che quello in ICT si associano positivamente alla capacità innovativa e alla produttività delle imprese, attraverso modalità che sono tuttavia differenti. La R&S risulta essere più rilevante per l’innovazione, mentre l’ICT incide direttamente sulla produttività. La combinazione di alti rendimenti stimati di R&S e ICT, quando considerati congiuntamente, e di bassa produttività suggerirebbe livelli di investimento sub-ottimale.

Il lavoro cerca poi di valutare se la spesa in R&S e l’investimento in ICT siano complementi o sostituti, informazione utile per capire se eventuali politiche di sostegno all’una o all’altra forma di investimento si rafforzino o possano avere effetti, indesiderati, di spiazzamento. Secondo una serie di test di complementarietà, le due tipologie di investimento risultano sostanzialmente indipendenti.

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Il “debito inventato”

Capita di vedere su facebook condivisioni polemiche che sostengono che il debito pubblico sarebbe “inventato” e quindi non dovrebbe essere ripagato.

Ora, è ovvio che quando c’è un problema il diniego è una delle forme più comuni per affrontarlo, ma qualcuno dovrebbe spiegarci come si può arrivare a sostenere che il debito pubblico sia “un’invenzione”. Si può davvero negare che l’Italia abbia speso negli anni scorsi più di quanto potesse permettersi? I 385 miliardi di euro spesi ogni anno in pensioni e sanità (per citare spese che qualcuno ritiene “non andrebbero toccate”) sono “un’invenzione?”.

Ad ogni modo, ciascuno è libero di pensare ciò che vuole, ma deve essere coerente nel suo pensiero: liberi di pensare che il debito non vada ripagato, ma la conseguenza minima è che uno poi viva senza farsi fare prestiti, si a livello di singolo che a livello di collettività.

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Crolla la fiducia dei consumatori italiani (grafico)

Secondo i dati del supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia, La fiducia dei consumatori italiani è letteralmente crollata negli ultimi mesi, specie tra maggio e giugno, con una netta inversione di tendenza rispetto ai mesi precedenti che invece sembravano vedere un trend di recupero. Del resto, la “pesantezza” del clima di fiducia si percepisce in modo evidente guardandosi attorno.

Tutto questo nonostante altri indicatori non siano così negativi: se si va a vedere ad esempio la tendenza degli ordini, si nota una ripresa nell’ultimo periodo. Peraltro, mentre la fiducia supera ampiamente (in negativo) i minimi degli ultimi quattro anni, sia produzione industriale che tendenza degli ordini hanno toccato invece il minimo nei primi mesi del 2009.

 

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La parola più vigliacca dell’economia: “attacco”

Il Corriere della Sera titola “Madrid e Milano sotto attacco: – 5%“. Come abbiamo già scritto in passato, “attacco” è una delle parole più fuori luogo quando si parla di finanza.

Per un sacco di motivi, il primo è che dimostra di voler scaricare la colpa su altri, come a dire “noi siamo a posto sono gli altri che ci aggrediscono”. Comprensibile volersi auto-assolvere, ma l’economia italiana non è al punto che è per caso, ma per anni (se non decenni) di cattiva gestione, e per una cultura in cui ciascuno guarda solo al suo possibile beneficio immediato.

Secondo, fa sembrare i “mercati” come un soggetto unico e unitario, con intenzioni precise. In parte (a causa delle distorsioni presenti) è vero, ma sopravvalutare l’intenzionalità dei mercati è un errore. Ma se volete, questo lo concediamo come errore veniale.

Terzo, e più importante, bisognerebbe usare gli stessi termini anche quando ci sono i rialzi: è comodo convincersi che quando i mercati finanziari vanno su è tutto ok, mentre quando vanno giù è colpa di “misteriosi cattivoni”. La speculazione, prima di tutto, è al rialzo: più che essere che “cose” di valore vengono ora sottovalutate, è che cose che valevano poco o niente erano clamorosamente sopravvalutate, e ora il valore “inesistente” è andato perso.

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Al mondo 21 trilioni di dollari nascosti al fisco

Il problema dell’evasione fiscale non è solo italiano, ma è un tema che si sta guadagnando sempre più attenzione a livello mondiale. E ora sta tornando di estrema attualità, dopo che uno studio di McKinsey ha calcolato che a livello mondiale il valore dei capitali “nascosti” in paradisi fiscali raggiunga i 21 trilioni di dollari. Un valore enorme, pari al PIL degli Stati Uniti e del Giappone messi insieme. Ma si tratta nonostante questo di una stima conservativa: il valore, secondo l’ex chief economist di McKinsey, James Henry, potrebbe arrivare a 32 trilioni. E nella stima è calcolato solo il capitale finanziario, non comprendendo le proprietà (ad esempio gli yatch, che spesso battono bandiera di qualche paradiso fiscale).

Non sempre la presenza di questi capitali all’estero è legata a forme di evasione o elusione fiscale: in diversi casi l’esportazione dei capitali è fatta secondo la legge. Ma è indubbio che si pone il problema delle asimmetrie fiscali che sono presenti nel mondo e che sono sempre più problematiche in un contesto che ormai è globalizzato, e che necessiterebbe di maggiore coordinamento non solo a livello europeo, ma mondiale.

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Shock petroliferi e area euro: quali rischi?

Il prezzo del petrolio è una variabile critica “per eccellenza” sull’economia di qualunque Paese. A parte le “buone intenzioni” sulle energie rinnovabili, è indubbio che le economie di tutto il mondo siano per molti versi dipendenti dal petrolio.

Le probabilità di “shock” di qualche tipo nei prossimi anni, sull’offerta o sulla domanda di petrolio, non sono trascurabili, considerato anche la complessità anche geopolitica del mercato del petrolio, e sono molte le analisi che cercano di capire cosa succederebbe a seguito di un rialzo dei prezzi.

Una recente ricerca evidenzia un aspetto interessante: non conta solo se il prezzo “sale o scende”, ma soprattutto perché sale o scende.

Un rincaro del petrolio connesso con una riduzione dell’offerta mondiale avrebbe effetti negativi sull’attività economica e favorirebbe un aumento dei prezzi al consumo nell’area dell’euro. Il saldo della bilancia commerciale registrerebbe un disavanzo in virtù del peggioramento del saldo energetico.

Un incremento del prezzo del petrolio dovuto a un aumento della domanda aggregata nel resto del mondo avrebbe invece effetti inflazionistici, ma non recessivi, perché i fattori responsabili del rincaro del greggio favorirebbero simultaneamente l’accelerazione delle esportazioni. Il saldo di bilancia commerciale registrerebbe un avanzo.

L’analisi di episodi storici recenti mostra che l’aumento del prezzo del petrolio nel periodo 2004-2008 non avrebbe indotto effetti recessivi sull’economia dell’area dell’euro, essendo stato determinato da un aumento della domanda aggregata nel resto del mondo. La successiva discesa del prezzo del greggio nella seconda metà del 2008, inoltre, non avrebbe avuto effetti espansivi sull’attività economica in quanto connessa con la pronunciata riduzione della domanda mondiale.

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Prezzo dell’oro: oggi come un anno fa

Di Adrian Ash – BullionVault

Lo scorso Venerdì 13 è stata una giornata che molti investitori si ricorderanno, dato che è accaduta una cosa che era successa solo altre 7 volte negli ultimi 11 anni: il prezzo dell’oro infatti è tornato allo stesso livello di 12 mesi prima. Per un investitore chi avesse comprato oro in dollari il 13 luglio 2011,  il guadagno un anno dopo sarebbe stato zero. Il valore sarebbe stato identico, almeno in termini di dollari, secondo il fixing di Londra di venerdì mattina a $1579 all’oncia.

Per dirla tutta, da quel momento ad oggi chiunque avesse comprato oro, per assicurare il proprio capitale o per speculazione, avrebbe probabilmente pagato un prezzo più alto rispetto a quello di venerdì o di un anno fa.

Negli ultimi dodici mesi infatti il prezzo dell’oro in dollari è stato più alto rispetto ai $1597 di venerdì mattina per 227 giorni. La metà durante il 2011, l’altra metà nel 2012. Soltanto per 25 giorni l’oro aveva invece un prezzo più basso rispetto a quello di venerdì. Persino il breve exploit a $1595 ha lasciato l’oro ben al di sotto delle medie dell’ultimo anno.

Se paragoniamo il prezzo dell’oro in dollari con il prezzo in euro, si nota che in euro il prezzo è stato più alto soltanto per 45 giorni. Considerando il fixing a €1.300 all’oncia di venerdì pomeriggio, l’oro ha guadagnato il 16% per gli acquirenti dell’Eurozona negli ultimi 12 mesi.

Perché questa differenza? Prima di tutto c’è da considerare quanto l’euro abbia perso contro il dollaro. Come conseguenza, un investimento il cui valore è rimasto invariato per gli statunitensi, è invece salito per gli italiani, i francesi, i tedeschi, e tutti gli altri che provengono dagli altri 14 stati membri. Gli elementi che hanno provocato la perdita dell’euro evidenziano sia le ragioni per le quali gli investitori europei stiano comprando oro, sia in che modo lo stesso sarà in grado di offrire loro la protezione che cercano.

La crisi dell’Eurozona potrebbe peggiorare ulteriormente il rallentamento dell’economia mondiale. Un vero e proprio default sovrano o un’uscita dall’Euro probabilmente spargerebbero il panico in maniera simile a quanto visto nel 2008 dopo il fallimento di Lehman Brothers, se non peggio. Fino a quel momento il punto focale di queste tensioni crescenti rimarrà all’interno dell’area euro. E chi sta comprando oro per proteggersi da quel tipo di crisi, chiede forse troppo se pretende di trovare protezione anche contro altri tipi di crisi.

La caduta rapida del dollaro dal 2002 al 2008, per esempio, accese dibattiti e preoccupazioni relativamente al ruolo della divisa statunitense come valuta di riserva. Lasciò però il prezzo dell’oro in euro praticamente immobile, almeno fino a quando la crisi finanziaria, che sembrava localizzata al settore immobiliare e dei mutui in USA, si rivelò invece per quella che era, ovvero una crisi internazionale.

Allo stesso modo, l’innalzarsi della temperatura in Europa al giorno d’oggi, quella che Marcus Grubb del World Gold Council definisce come la “temperatura ambiente” di un’emergenza permanente, potrebbe in futuro rivelarsi altrettanto calda per chi abbia investito in dollari, sterline o yen. Nel frattempo, il prezzo dell’oro è vicino al record di sempre per i cittadini europei. È un chiaro segno che sia la temperatura ambiente che le invisibili radiazioni di questa crisi sono pericolosamente forti.

Cosa accadrebbe se il punto focale dell’emergenza si espandesse fino ad includere il dollaro, o si spostasse agli Stati Uniti del fiscal cliff, dei tassi di interesse a zero, della bancarotta strutturale a lungo termine? Dall’estate del 2001, Il prezzo dell’oro in dollari è rimasto invariato anno su anno, allo stesso modo di quanto accade oggi, in 7 occasioni. Comprare in quel momento si è poi dimostrata una mossa vincente.

Il ritorno minimo dopo ulteriori 12 mesi è stato del 25%. In media, comprare oro in un momento in cui il prezzo era invariato, o addirittura sceso di qualche punto percentuale rispetto all’anno precedente, ha prodotto in un anno il 33% per chi ha investito in dollari.