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Nei giorni scorsi Salvatore Rossi, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, è intervenuto al convegno dell’ADEIMF sul tema della crisi europea e delle politiche per la stabilità finanziaria. Vale la pena riportare qualche passaggio del suo intervento, visto che il tema è di pressante attualità dato che nonostante il risultato pro-euro delle elezioni greche, le borse non sembrano avere reagito positivamente come molti si aspettavano.

Il primo passaggio è quello in cui Rossi ricorda come sia nata la crisi, dato che la nostra impressione è che in molti sembrano esserselo dimenticato.

La storia inizia nell’estate del 2007, sulle prime  quasi inavvertita. Fino ad  allora, gli Stati Uniti hanno goduto di politiche monetarie molto accomodanti,  abbondante liquidità, bassi tassi d’interesse reali, condizioni macroeconomiche  lungamente favorevoli. Investitori e intermediari paiono scivolati in una specie di  anestesia nei confronti del rischio, assumendone quantità crescenti.

Le istituzioni finanziarie, in particolare le grandi banche d’investimento,  hanno creato un “sistema bancario ombra”, sfuggente a requisiti contabili e prudenziali, con un capitale trascurabile e un disallineamento estremo di scadenze tra attivo e passivo. Si è gonfiata una bolla  immobiliare, i mutui per l’acquisto di abitazioni concessi a clientela rischiosa sono cartolarizzati in frammenti reinseriti in complessi prodotti strutturati, poi acquistati, con la benedizione delle agenzie di rating, dagli investitori di tutto il mondo. I rischi che si vanno cumulando sono a lungo sottovalutati da tutti gli attori del mercato, dai regolatori, dai supervisori.

Quando, in un contesto di tassi di interesse in rialzo, la caduta dei prezzi delle abitazioni comincia a determinare crescenti insolvenze sui mutui immobiliari, il  castello di carte crolla. Il mutamento nella percezione del rischio è improvviso e si estende repentinamente ad altri segmenti di mercato.

[…]

Ma, sempre più chiaramente, sono le  incompletezze e le incoerenze della costruzione europea a essere nel mirino degli investitori e dei mercati finanziari internazionali, i quali si chiedono quanto sia veramente salda la volontà dei cittadini e dei governi europei di preservare la moneta unica. A questi dubbi occorre dare una
risposta decisa, concorde, tempestiva.

Il secondo passaggio interessante riguarda gli insegnamenti della crisi, ed in particolare il valore della stabilità finanziaria e delle politiche “macroprudenziali”

La crisi globale ha insegnato, sta insegnando, molte lezioni. Innanzitutto, il valore della stabilità del sistema finanziario, inteso in sé e non come sommatoria degli intermediari e dei mercati di cui si compone. Questa stabilità va perseguita con politiche apposite, macroprudenziali, volte a contenere il rischio sistemico. Questo ha almeno due dimensioni: una temporale,  dovuta all’accumulazione di squilibri macroeconomici ciclici; una settoriale, dovuta alla concentrazione di rischi specifici in singoli intermediari di rilevanza sistemica.

Sotto il primo profilo, la politica macroprudenziale deve contrastare la prociclicità del sistema finanziario; sotto il secondo, deve intervenire con strumenti regolamentari che rendano il sistema finanziario il più possibile refrattario ai contagi di una sua parte sulle altre. La sfida diviene allora sapere identificare  ex ante, e misurare, i rischi; quindi, applicare efficacemente le politiche macroprudenziali in tutti i loro aspetti operativi.

Il panorama internazionale delle autorità macroprudenziali che sono state create in questi ultimi anni è vario: mi limito a ricordare il Financial Stability Oversight Council (FSOC) costituito negli Stati Uniti con l’approvazione del Dodd-Frank Act; il Financial Policy Committee (FPC) nel Regno Unito, il Comitato europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board, ESRB) nell’Unione europea, su cui tornerò più avanti. Queste autorità si affiancano a organismi globali come il Financial Stability Board (FSB) e lo stesso Fondo Monetario Internazionale.

In generale, non emerge un  modello unico di vigilanza macroprudenziale in grado di rispondere con la stessa efficacia alle eterogeneità dei quadri istituzionali pre-esistenti, ma nella maggior parte dei paesi le banche centrali vi giocano un ruolo essenziale.

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