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baby boomers, la generazione dei nati nel secondo dopoguerra quando appunto c’è stato un boom di nascite, sono spesso accusati di “avere rubato il futuro alle generazioni successive“, impostando la loro vita economica al di sopra delle proprie possibilità e secondo un modello non sostenibile: basti pensare alle nuove generazioni che sentono sempre più il peso di pagare contributi previdenziali per “pagare” la pensione a molti andati in pensione relativamente giovani, mentre loro “in pensione non ci andranno mai“.

L’Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani – 2012, realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo, fornisce un quadro un po’ diverso di questa generazione, che invece sembra preferire il risparmio (quando può), ritenendo di “doverlo ai figli”, quasi come una forma di compensazione per i debiti lasciati in eredità. 

Il problema, chiaramente, nasce dal fatto che mentre quanti hanno genitori che risparmiano per loro possono beneficiare di questa compensazione, mentre chi non ha questo beneficio si trova di fatto doppiamente penalizzato.

Venendo ai risultati, circa il 30% dei baby boomers definisce il risparmio come “un lusso che non ci si può permettere”, ed in effetti i risparmiatori hanno toccato il minimo storico dal 1983 ad oggi: il 61,3% del campione totale (tutte le età) non riesce a mettere da parte niente, in netto aumento rispetto al il 52,8% del 2011.

In particolare difficoltà (purtroppo, non è una sorpresa) la fascia dei ventenni. In generale, si notano alcuni trend rilevanti sul fronte del risparmio: il primo è l’aumento dell’approccio attendista, con un aumento della liquidità del proprio capitale (cioè mantenuto sempre di più su conto corrente e simili). Sono il 15% delle famiglie ad avere tutto il proprio capitale liquido, contro il 9% del 2011.

Continua l’allontanamento dal risparmio gestito, che però ha ragioni non solo legate alla crisi. Interessante invece notare come se da un lato diminuisce la percentuale di italiani che considera le obbligazioni un investimento sicuro, chi ha investito in questo tipo di asset continua a dichiararsi soddisfatto.

Quasi la metà (47,3 per cento) del campione dichiara che investire è diventato più difficile rispetto all’anno precedente: al primo posto (25,7 per cento) la difficoltà a comprendere il rischio legato ai diversi impieghi. Per questo, il principale obiettivo è la sicurezza (53 per cento, contro il 34 nel 1988). Seguono il rendimento immediato (16,6 per cento, segno della necessità di cedole e dividendi in anni difficili) e la liquidità (15,8 per cento). Trascurabile l’obiettivo di crescita del capitale a medio-lungo termine (7 per cento), sia perché subordinato agli obiettivi prudenziali, sia perché nel passato recente le promesse degli investimenti di lungo termine non sono state sempre mantenute.

Il 21,7 per cento degli intervistati è possessore di obbligazioni, che si confermano il principale impiego finanziario degli italiani (in calo tuttavia, la quota era del 24,6 per cento nel 2011). Del resto, la crisi dei debiti sovrani ha lasciato tracce: scendono dal 23,7 al 17,8 per cento coloro che giudicano le obbligazioni un investimento sempre sicuro e salgono al 28,5 per cento coloro che lo giudicano molto rischioso. La quota dei patrimoni investita in obbligazioni è del 24,2 per cento, senza variazioni significative per età.

Le obbligazioni sono l’investimento preferito dei piccoli risparmiatori (32,2 per cento) e, nel complesso, soddisfano la maggior parte degli investitori (73,7 per cento). Il saldo tra soddisfatti e insoddisfatti (+57,3 per cento) è il più elevato fra quelli relativi agli impieghi finanziari.

Gli investitori in azioni negli ultimi cinque anni sono il 12,5 per cento del campione (valore identico al 2011). Si tratta di esperti che amministrano personalmente e attivamente l’esposizione al rischio, più numerosi della media fra laureati (32 per cento), imprenditori e liberi professionisti (31,2), individui con reddito superiore a 2.500 euro mensili (30,8). Gli investitori nel risparmio gestito sono il 10,9 per cento, in lieve calo sul 2011: da sempre la dinamica del settore ha risentito delle oscillazioni dei mercati, e così è avvenuto anche quest’anno. Tra i possessori, il 18,3 per cento è un nuovo sottoscrittore. Le due ragioni principali di sottoscrizione sono affidare i propri risparmi a esperti (27 per cento) e ridurre i rischi degli investimenti (26,1 per cento).

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