L’indicatore €-coin scende ancora a giugno

Nel mese di giugno l’indicatore €-coin ha registrato un ulteriore calo, scendendo a -0,17, evidenziando un ulteriore acutizzarsi delle difficoltà della congiuntura economica.  A incidere sull’andamento i dati delle inchieste congiunturali su imprese e famiglie, e (anche se in misura minore) l’andamento delle borse (anche se in misura minore).

Va segnalato che in giugno è stato rivisto il valore di maggio, corretto a -0,03 rispetto al precedente -0,13 comunicato, nell’ambito di una revisione della banca dati di €-coin per tenere conto della della nuova metodologia di calcolo dei Composite Leading Indicators (CLI) introdotta dall’OCSE lo scorso aprile: poiché questa nuova metodologia comporta un ritardo nella pubblicazione di alcune statistiche, €-coin utilizza ore la serie CLI versione Amplitude Adjusted dell’OCSE (che è disponibile in anticipo rispetto alla versione Trend Restored utilizzata in precedenza).

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Il prezzo dell’oro? Inaspettatamente forte

Di Adrian Ash – BullionVault

Di frequente, ultimamente, i giornali danno spazio a notizie relative al calo del prezzo dell’oro. Ma ad un’analisi più attenta, dal nostro punto di vista, evidenzia al contrario come  il prezzo dell’oro sia stato sorprendentemente forte nel 2012, quantomeno fino ad oggi.

Ci sono alcune considerazioni da fare. Prima di tutto diamo un’occhiata al mercato dei futures. I contratti futures di solito non implicano la consegna fisica, però contribuiscono a determinare i prezzi del fisico sul breve termine. Questo perché il prezzo dell’oro per consegna futura ovviamente influenza le decisioni di oggi sul prezzo.

Il prezzo dei futures, deciso dagli hedge funds e subito dagli investitori privati, è una scommessa fatta con soldi presti in prestito. Il credito quindi è un elemento fondamentale. Come accadde dopo il collasso di Lehman, il credito è sparito dagli orizzonti degli investitori dalla scorsa estate, il momento dell’ultimo picco nel prezzo dell’oro.

Vediamo poi cosa accade ad uno dei fattori chiave per l’acquisto di oro fisico: gli acquirenti privati in India. Oramai superati dalla Cina come acquisitori netti, i privati in India comprano poco durante questo periodo dell’anno (non ci sono festività importanti, e la stagione che segue il raccolto, propizia per i matrimoni e durante la quale si celebra la festività del Diwali, arriverà tra 4 mesi). Sia detto che la politica portata avanti da Nuova Delhi nel 2012, finalizzata a scoraggiare le importazioni d’oro, in combinazione con il record del prezzo dell’oro in termini di rupie causato dall’indebolimento della valuta indiana, hanno ridotto del 30% questo mercato, che è considerato un supporto fondamentale per la domanda globale.

È un impatto enorme per il mercato dell’oro fisico, che è ancora basato a Londra, più di 80 anni dopo l’abbandono dello standard aureo da parte della Gran Bretagna. La domanda di investimento fisico da parte delle grandi istituzioni ha chiaramente avuto anche essa un calo.

Il grafico indica il turnover quotidiano medio delle bullion banks di Londra relativamente agli scambi effettuati tra di loro. Per avere il totale indicativo del volume di scambio mondiale si moltiplichino le cifre per 5.

Come si nota, il volume in termini di valore è ridotto di un terzo rispetto al picco della scorsa estate. Eppure il prezzo dell’oro ha perso soltanto l’11% di media mensile. È possibile che il gap verrà chiuso. Alcuni trader speculativi nel mercato dei futures e delle opzioni lo ritengono probabile, e pensano che accadrà perché i prezzi cadranno ancora.
Si noti la linea rossa nel primo grafico. I trader speculativi non hanno manutenuto una posizione short sull’oro così importante da quando il prezzo era a circa $400 all’oncia. Eppure, considerati questi 3 fattori fondamentali che lo stanno influenzando negativamente, il prezzo sta resistendo bene. Chi vende si rifiuta di abbassare ulteriormente il prezzo, e i nuovi acquirenti sono ancora disposti a pagare prezzi storicamente alti per acquisire oro.

Fortunamente per chi ha ancora interesse a comprare, l’oro, un mix unico che mette al sicuro sia in caso di inflazione che di default, è al momento più conveniente di quanto lo fosse 12 mesi fa.

L’eGovernment è la strada per ridurre la spesa pubblica?

Il contenimento della spesa pubblica è sicuramente uno dei problemi principali che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni: la burocrazia farraginosa infatti comporta spesso costi elevati oltre a penalizzare spesso gli utenti che subiscono frequenti disservizi.

Piuttosto che parlare di meri “tagli” della spesa, sarebbe meglio puntare ad una maggiore efficienza della spesa stessa: in questo senso, l’eGovernment è una strada decisamente interessante.

E’ indubbio che passare dalla carta al digitale può potenzialmente comportare notevoli risparmi ed incrementi di efficienza, senza peraltro dover necessariamente modificare le procedure burocratiche (che bisogna essere coscienti non si possono stravolgere da un giorno all’altro): forse non l’ottimo, ma quantomeno un notevole passo in avanti.

La difficoltà sta sicuramente nella scarsa cultura informatica degli italiani, che rende le cose difficili dato che né gli utenti né probabilmente dipendenti e dirigenti sono sufficientemente preparati. Il risultato è che finora gli investimenti fatti non hanno sempre raggiunto gli obiettivi che si proponevano.

In ogni caso, è inevitabile che la frontiera sia quella dell’informatizzazione, e non a caso le banche italiane si stanno già muovendo per accompagnare questa transizione, in primo luogo sul fronte dei modi di pagamento di tasse e tributi, anche se l’innovazione non è rapida a diffondersi:

esaminando, ad esempio, il settore dei pagamenti pubblici, appare che solo il 47% degli enti locali italiani permette di pagare tributi e/o tasse tramite i propri portali web e la grande maggioranza dei pagamenti dei cittadini viene ancora effettuato tramite gli uffici postali, molto spesso ancora in contanti. E ciò nonostante la maggioranza dei cittadini è propensa a interagire su vari canali, chiedendo anche che cresca la interoperabilità e comunicazione tra di essi.

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Si usano troppo le carte di credito?

Ha fatto un certo scalpore il blocco da parte di Barclays delle carte di credito intestate a residenti in aree colpite dal terremoto,  con la motivazione che il terremoto poteva avere messo a rischio la capacità degli intestatari di restituire il debito. Dopo le proteste, Barclays avrebbe rimosso i blocchi (ma mancati funzionamenti sono stati segnalati anche successivamente).

Lo spunto però è interessante per una riflessione sulle carte di credito: se ne fa forse un uso eccessivo? Il punto, infatti, è che la carta di credito rappresenta comunque una forma di indebitamento: spesso il debito è ripagato in un’unica soluzione il mese successivo, ma in altri casi è previsto un rimborso a rate (spesso con tassi di interesse non ridottissimi).

Per questo motivo, l’uso della carta di credito dovrebbe essere prudente: è sempre buona regola mantenere sotto controllo le proprie spese (e di avere la certezza di potersele permettere), e l’uso eccessivo della carta di credito rischia di fare perdere di vista il quadro generale delle spese.

In molte situazioni, sarebbe forse preferibile l’impiego della carta di debito (il buon vecchio bancomat) o il rinvio della spesa. La carta di credito può essere una alternativa comoda, ma non può essere un’alternativa indispensabile: se  non si riesce a fare a meno della carta di credito, si tratta di un campanello d’allarme che segnala una situazione di pericoloso disequilibrio finanziario.

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Presto pagamenti più facili per l’e-commerce

Mentre si parla spesso di ipotetiche (ed improbabili) uscite dall’euro, entro il primo febbraio 2014 dovrà essere completata la migrazione al mercato armonizzato per i pagamenti elettronici in euro. Con il passaggio alla cosiddetta SEPA (Single European Payment Area) non ci sarà più differenziazione tra pagamenti nazionali e transnazionali.

I clienti potranno così fare e ricevere pagamenti in euro con un unico conto corrente, indipendentemente dal Paese in cui si trovano, ed alle stesse condizioni di base previste per i pagamenti nazionali, godendo degli  stessi diritti e sottostando ai medesimi obblighi.

Il termine del 2014 sembra distante, ma la complessità è elevata e richiede di coordinare numerosi soggetti: ABI ha avviato da tempo un programma di migrazione che adesso sta entrando nelle sue fasi finali, che comprendono anche un piano di comunicazione al pubblico delle novità per imprese e consumatori, oltre che una serie di attività procedurali e tecniche che dovranno essere implementate in tempi stretti.

La creazione di un mercato integrato per i pagamenti, senza distinzione tra nazionali e transfrontalieri, è necessaria per un mercato interno che sia effettivamente tale, superando alcuni limiti della situazione di “unione separata” che è stata spesso criticata anche recentemente.

A trarre vantaggio della SEPA saranno probabilmente anche gli acquisti tramite commercio elettronico, che in questi giorni vede partire anche la fase pilota del progetto “MyBank” (messo a punto da EBA Clearing e sostenuto dalle principali banche italiane, e dalle principali aziende italiane che operano nelle vendite online), che sta sviluppando una soluzione di pagamento elettronico per gli acquisti su internet a livello paneuropeo, per consentire ai clienti di pagare i propri acquisiti online tramite bonifico Sepa dal loro abituale home o la loro applicazione per i pagamenti (ad esempio su smartphone, tablet).

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Il risparmio in tempo di crisi

baby boomers, la generazione dei nati nel secondo dopoguerra quando appunto c’è stato un boom di nascite, sono spesso accusati di “avere rubato il futuro alle generazioni successive“, impostando la loro vita economica al di sopra delle proprie possibilità e secondo un modello non sostenibile: basti pensare alle nuove generazioni che sentono sempre più il peso di pagare contributi previdenziali per “pagare” la pensione a molti andati in pensione relativamente giovani, mentre loro “in pensione non ci andranno mai“.

L’Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani – 2012, realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo, fornisce un quadro un po’ diverso di questa generazione, che invece sembra preferire il risparmio (quando può), ritenendo di “doverlo ai figli”, quasi come una forma di compensazione per i debiti lasciati in eredità. 

Il problema, chiaramente, nasce dal fatto che mentre quanti hanno genitori che risparmiano per loro possono beneficiare di questa compensazione, mentre chi non ha questo beneficio si trova di fatto doppiamente penalizzato.

Venendo ai risultati, circa il 30% dei baby boomers definisce il risparmio come “un lusso che non ci si può permettere”, ed in effetti i risparmiatori hanno toccato il minimo storico dal 1983 ad oggi: il 61,3% del campione totale (tutte le età) non riesce a mettere da parte niente, in netto aumento rispetto al il 52,8% del 2011.

In particolare difficoltà (purtroppo, non è una sorpresa) la fascia dei ventenni. In generale, si notano alcuni trend rilevanti sul fronte del risparmio: il primo è l’aumento dell’approccio attendista, con un aumento della liquidità del proprio capitale (cioè mantenuto sempre di più su conto corrente e simili). Sono il 15% delle famiglie ad avere tutto il proprio capitale liquido, contro il 9% del 2011.

Continua l’allontanamento dal risparmio gestito, che però ha ragioni non solo legate alla crisi. Interessante invece notare come se da un lato diminuisce la percentuale di italiani che considera le obbligazioni un investimento sicuro, chi ha investito in questo tipo di asset continua a dichiararsi soddisfatto.

Quasi la metà (47,3 per cento) del campione dichiara che investire è diventato più difficile rispetto all’anno precedente: al primo posto (25,7 per cento) la difficoltà a comprendere il rischio legato ai diversi impieghi. Per questo, il principale obiettivo è la sicurezza (53 per cento, contro il 34 nel 1988). Seguono il rendimento immediato (16,6 per cento, segno della necessità di cedole e dividendi in anni difficili) e la liquidità (15,8 per cento). Trascurabile l’obiettivo di crescita del capitale a medio-lungo termine (7 per cento), sia perché subordinato agli obiettivi prudenziali, sia perché nel passato recente le promesse degli investimenti di lungo termine non sono state sempre mantenute.

Il 21,7 per cento degli intervistati è possessore di obbligazioni, che si confermano il principale impiego finanziario degli italiani (in calo tuttavia, la quota era del 24,6 per cento nel 2011). Del resto, la crisi dei debiti sovrani ha lasciato tracce: scendono dal 23,7 al 17,8 per cento coloro che giudicano le obbligazioni un investimento sempre sicuro e salgono al 28,5 per cento coloro che lo giudicano molto rischioso. La quota dei patrimoni investita in obbligazioni è del 24,2 per cento, senza variazioni significative per età.

Le obbligazioni sono l’investimento preferito dei piccoli risparmiatori (32,2 per cento) e, nel complesso, soddisfano la maggior parte degli investitori (73,7 per cento). Il saldo tra soddisfatti e insoddisfatti (+57,3 per cento) è il più elevato fra quelli relativi agli impieghi finanziari.

Gli investitori in azioni negli ultimi cinque anni sono il 12,5 per cento del campione (valore identico al 2011). Si tratta di esperti che amministrano personalmente e attivamente l’esposizione al rischio, più numerosi della media fra laureati (32 per cento), imprenditori e liberi professionisti (31,2), individui con reddito superiore a 2.500 euro mensili (30,8). Gli investitori nel risparmio gestito sono il 10,9 per cento, in lieve calo sul 2011: da sempre la dinamica del settore ha risentito delle oscillazioni dei mercati, e così è avvenuto anche quest’anno. Tra i possessori, il 18,3 per cento è un nuovo sottoscrittore. Le due ragioni principali di sottoscrizione sono affidare i propri risparmi a esperti (27 per cento) e ridurre i rischi degli investimenti (26,1 per cento).

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EFSM, EFSF, ESM…. cosa sono i fondi salva-stati?

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera, Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi, risponde ad alcune domande che i molti si fanno in questi giorni: Che cosa sono i fondi salva-stati? Qual è la differenza tra EFSM e EFSF? Perché i governi non hanno dotato fin da subito l’EFSF di risorse abbastanza ampie da scoraggiare la speculazione? Che cos’è l’ESM?[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=LP4VighQKvU[/youtube]

1. Che cosa sono i fondi salva-stati? Da quattro anni ormai l’Europa cerca una via d’uscita dalla propria crisi. Economisti ed esperti elaborano senza sosta nuove proposte che vengono presentate come risolutive e su cui poi per mesi si intrecciano complesse trattative. Nella concitazione delle continue emergenze, sono nati e si sono consolidati strumenti di intervento e sostegno finanziario a stati in crisi che hanno consentito di tamponare le falle e di evitare il peggio. Questi strumenti vengono ormai identificati solo con acronimi che li rendono quasi indistinguibili. Si tratta dell’EFSM (l’European Financial Stabilization Mechanism), dell’EFSF (l’European Financial Stability Facility) e dell’ESM (l’European Stability Mechanism). I primi due sono nati nel maggio del 2010 per reagire al contagio che già allora dalla Grecia si era esteso all’Irlanda ed al Portogallo. L’ESM è operativo dalla primavera del 2012. Tutti e tre gli organismi sono stati concepiti per finanziare attraverso prestiti i paesi dell’area Euro in difficoltà. Per questo sono spesso battezzati fondi “salva-stati”. 2. Qual è la differenza tra EFSM e EFSF? L’EFSM è molto più piccolo (60 miliardi contro 440 dell’EFSF), è amministrato autonomamente dalla Commissione Europea e i titoli emessi sono garantiti solo dal bilancio dell’Unione Europea (che è molto piccolo). L’EFSM ha processi decisionali immediati e diretti, ma anche un piccola dimensione che lo rende quasi irrilevante. L’EFSF si finanzia emettendo titoli garantiti pro-quota da tutti i singoli stati: dietro ci sono cioè i bilanci di tutti gli stati dell’Eurozona. è quindi uno strumento intergovernativo, soggetto alla decisione unanime di tutti gli stati membri. E’ molto più grande, ma anche molto poco maneggevole. L’EFSF è diventato negli ultimi due anni il principale strumento di “salvataggio” dei paesi in difficoltà, ma la sua attivazione e “dotazione” finanziaria sono state oggetto di estenuanti trattative, per la sistematica opposizone della Germania a procedure di salvataggio da essa considerate “troppo generose”. Inizialmente la sua capacità erogativa è stata limitata ai 250 miliardi di euro necessari per salvare la sola Grecia e la speculazione ha risposto attaccando il Portogallo. Lo stesso copione si è ripetuto nel 2011, quando la Germania ha acconsentito ad aumentare la capacità dell’EFSF a 440 miliardi. Tuttavia, per garantire che paesi come l’Italia e la Spagna fossero immuni da contagio, ce ne sarebbero voluti almeno 2500. Anche in questa occasione, la speculazione ha concluso che l’Europa non aveva intenzione di garantire Italia e Spagna e nell’estate del 2011 li ha attaccati.. 3. Perché i governi non hanno dotato fin da subito l’EFSF di risorse abbastanza ampie da scoraggiare la speculazione? L’EFSF finanzia i propri prestiti emettendo titoli sul mercato. Questi titoli sono garantiti dai singoli governi, ma non godono di nessuna priorità di rimborso in caso di insolvenza del paese finanziato. Per le regole contabili vigenti in Europa i governi devono contabilizzare come parte del loro debito pubblico la quota del fondo salva-stati che garantiscono. Ogni volta che per salvare altri paesi europei si aumenta la dotazione del fondo, gli stessi paesi europei aumentano il loro debito pubblico e mettono a rischio se stessi. Questo spiega la resistenza della Germania 4. Che cos’è l’ESM? L’ESM è una vera e propria istituzione permanente abilitata ad intervenire a salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona. È regolato da leggi internazionali (come ad esempio il FMI) e, a partire dal 2013, è destinato a sostituire i predecessori EFSM e EFSF, ai quali si affianca per un anno a partire dal prossimo luglio. Il nuovo fondo “salva-stati” con ogni probabilità diventerà infatti operativo nel luglio 2012 e il suo primo test -il salvataggio delle banche spagnole- è già in corso. Per quanto riguarda la sua governance, l’ESM avrà un proprio Consiglio di amministrazione composto dai Ministri delle Finanze degli Stati membri, il quale su alcune questioni potrà decidere a maggioranza qualificata, (anziché all’unanimità. Diversamente dall’EFSF, gli stati non offriranno al nuovo organismo garanzie sulle sue emissioni obbligazionarie, ma ne saranno veri e propri azionisti. Con questo capitale (inizialmente di 700 miliardi), l’ESM potrà indebitarsi emettendo titoli per poi dare assistenza finanziaria agli Stati in difficoltà. I titoli emessi dall’ESM avranno inoltre priorità di rimborso sui titoli di debito nazionali degli stati finanziati: ne deriva che i titoli di questo nuovo fondo “salva-stati” saranno meno rischiosi di per sé e non perché coperti da garanzia altrui. Per questo, le emissioni dell’ESM non comportano alcun parallelo aumento dei debiti pubblici dei paesi azionisti. Sarebbe auspicabile, come qualcuno ha proposto, conferire all’ESM lo status di banca, in modo che –all’occorrenza- possa accedere al finanziamento illimitato della Banca Centrale Europea. Questa possibilità non è stata per ora concessa, ma al nuovo fondo “salva-stati” ESM sono state attribuite funzioni che alla BCE sono invece vietate dai Trattati (come ad esempio sottoscrivere sul mercato primario titoli degli Stati in difficoltà oppure ricapitalizzarne le banche). Il che ne amplia enormemente le possibilità di intervento. Dopo un lungo percorso, il fondo “salva-stati” ha forse trovato la sua giusta configurazione. Sapremo presto se l’avrà trovata anche “in tempo”.

Secondo ABI “i decreti sulle energie rinnovabili vanno nella giusta direzione”

La “green economy” è uno dei potenziali motori dell’economia a livello mondiale, prospettandosi come uno dei pochi settori in espansione in un contesto in cui invece molti altri appaiono vicini alla saturazione. Il tema è stato toccato anche da ABI nel forum “Green Energy 2012: nuova energia alle energie rinnovabili” svoltosi nei giorni scorsi a Roma.

La green economy è un comparto su cui è necessario puntare per far ripartire la crescita nel nostro Paese. Infatti, durante la crisi, il settore che ha realizzato maggiori investimenti sul territorio è stato proprio quello delle energie rinnovabili, andando in controtendenza sull’andamento generale della congiuntura economica.

Nel 2011 si è registrato un forte incremento: secondo le stime più recenti diffuse dal GSE (su dati Terna/GSE), la potenza efficiente lorda nel 2011 ha superato 41.000 MW, pari a una produzione lorda complessiva di oltre 84.000 GWh.

L’ABI ha dichiarato apprezzamento per l’operato del Governo, che secondo l’associazione trova un compromesso tra la necessità di ridurre il peso degli incentivi sulla bolletta, pur continuando a favorire lo sviluppo del settore.

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Cala il benessere finanziario degli italiani

La crisi colpisce sempre di più le famiglie italiane, negli ultimi mesi: a confermare le difficoltà anche l’indice di benessere finanziario (IBF) sviluppato da ING Direct, che tocca il valore di  43,3,  calando di 3 punti rispetto ad un anno fa, ma addirittura di 4 punti rispetto a dicembre 2011, quando l’indice aveva avuto una ripresa. L’indice di benessere finanziario (che misura il comfort delle famiglie sul fronte delle finanze personali, su una scala da 0, massimo disagio, a 100, massimo comfort) tocca così il minimo storico dalla data di sua introduzione. A preoccupare gli italiani soprattutto una minore sicurezza riguardo alla capacità di pagare le rate del mutuo: sempre di più le famiglie attingono ai risparmi per pagare bollette e spese ordinarie, a causa di un crescente disallineamento tra reddito e spese.  A soffrire particolarmente le donne (con un indice di benessere finanziario di 41,3 contro il 46,7 dei maschi) a causa sia di una retribuzione spesso minore che di un livello di occupazione più basso. Per far fronte alla situazione difficile, gli italiani fanno sempre più attenzione ai risparmi, dimostrandosi più attenti rispetto alla media europea: il 76% degli italiani monitora infatti costantemente il bilancio familiare, controllando tutte le entrate e le uscite, contro il 62% della media europea. Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Quali politiche per la stabilità finanziaria?

Nei giorni scorsi Salvatore Rossi, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, è intervenuto al convegno dell’ADEIMF sul tema della crisi europea e delle politiche per la stabilità finanziaria. Vale la pena riportare qualche passaggio del suo intervento, visto che il tema è di pressante attualità dato che nonostante il risultato pro-euro delle elezioni greche, le borse non sembrano avere reagito positivamente come molti si aspettavano.

Il primo passaggio è quello in cui Rossi ricorda come sia nata la crisi, dato che la nostra impressione è che in molti sembrano esserselo dimenticato.

La storia inizia nell’estate del 2007, sulle prime  quasi inavvertita. Fino ad  allora, gli Stati Uniti hanno goduto di politiche monetarie molto accomodanti,  abbondante liquidità, bassi tassi d’interesse reali, condizioni macroeconomiche  lungamente favorevoli. Investitori e intermediari paiono scivolati in una specie di  anestesia nei confronti del rischio, assumendone quantità crescenti.

Le istituzioni finanziarie, in particolare le grandi banche d’investimento,  hanno creato un “sistema bancario ombra”, sfuggente a requisiti contabili e prudenziali, con un capitale trascurabile e un disallineamento estremo di scadenze tra attivo e passivo. Si è gonfiata una bolla  immobiliare, i mutui per l’acquisto di abitazioni concessi a clientela rischiosa sono cartolarizzati in frammenti reinseriti in complessi prodotti strutturati, poi acquistati, con la benedizione delle agenzie di rating, dagli investitori di tutto il mondo. I rischi che si vanno cumulando sono a lungo sottovalutati da tutti gli attori del mercato, dai regolatori, dai supervisori.

Quando, in un contesto di tassi di interesse in rialzo, la caduta dei prezzi delle abitazioni comincia a determinare crescenti insolvenze sui mutui immobiliari, il  castello di carte crolla. Il mutamento nella percezione del rischio è improvviso e si estende repentinamente ad altri segmenti di mercato.

[…]

Ma, sempre più chiaramente, sono le  incompletezze e le incoerenze della costruzione europea a essere nel mirino degli investitori e dei mercati finanziari internazionali, i quali si chiedono quanto sia veramente salda la volontà dei cittadini e dei governi europei di preservare la moneta unica. A questi dubbi occorre dare una
risposta decisa, concorde, tempestiva.

Il secondo passaggio interessante riguarda gli insegnamenti della crisi, ed in particolare il valore della stabilità finanziaria e delle politiche “macroprudenziali”

La crisi globale ha insegnato, sta insegnando, molte lezioni. Innanzitutto, il valore della stabilità del sistema finanziario, inteso in sé e non come sommatoria degli intermediari e dei mercati di cui si compone. Questa stabilità va perseguita con politiche apposite, macroprudenziali, volte a contenere il rischio sistemico. Questo ha almeno due dimensioni: una temporale,  dovuta all’accumulazione di squilibri macroeconomici ciclici; una settoriale, dovuta alla concentrazione di rischi specifici in singoli intermediari di rilevanza sistemica.

Sotto il primo profilo, la politica macroprudenziale deve contrastare la prociclicità del sistema finanziario; sotto il secondo, deve intervenire con strumenti regolamentari che rendano il sistema finanziario il più possibile refrattario ai contagi di una sua parte sulle altre. La sfida diviene allora sapere identificare  ex ante, e misurare, i rischi; quindi, applicare efficacemente le politiche macroprudenziali in tutti i loro aspetti operativi.

Il panorama internazionale delle autorità macroprudenziali che sono state create in questi ultimi anni è vario: mi limito a ricordare il Financial Stability Oversight Council (FSOC) costituito negli Stati Uniti con l’approvazione del Dodd-Frank Act; il Financial Policy Committee (FPC) nel Regno Unito, il Comitato europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board, ESRB) nell’Unione europea, su cui tornerò più avanti. Queste autorità si affiancano a organismi globali come il Financial Stability Board (FSB) e lo stesso Fondo Monetario Internazionale.

In generale, non emerge un  modello unico di vigilanza macroprudenziale in grado di rispondere con la stessa efficacia alle eterogeneità dei quadri istituzionali pre-esistenti, ma nella maggior parte dei paesi le banche centrali vi giocano un ruolo essenziale.

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Oro: i fondamentali

Di Adrian Ash – BullionVault

Mentre le conseguenze dell’esito delle votazioni in Grecia sono ancora in corso di analisi, l’Europa rimane a rischio deflazione: una situazione che si può sintetizzare dicendo che mille miliardi di euro non comprano più quello che avrebbero comprato due anni fa. Lo scorso inverno, la Banca Centrale Europea ha fornito liquidità alle banche commerciali dell’Unione, prestando denaro utilizzato per fornire liquidità agli Stati tramite l’acquisto di bond governativi. Ad oggi i bond decennali spagnoli hanno un rendimento record del 6,73% e il costo del debito italiano è tornato ai livelli precedenti alla seconda operazione di LTRO di febbraio. Il denaro più conveniente della storia, prestato dietro un interesse dell’1% all’anno, ha quindi dimostrato di essere senza valore, e lo ha fatto molto più velocemente di quanto ci saremmo attesi. Qualcuno ancora si chiede perché questa corsa a comprare oro? Il mercato dell’oro è estremamente volatile, e nonostante gli analisti vogliano trovare una relazione di causa-effetto per spiegare i bruschi movimenti del prezzo, spesso non è semplice e diretto come si vorrebbe. Le ragioni per comprare oro si sprecano: le elezioni in Grecia di domenica prossima, il rendimento record dei bond spagnoli, i segnali di indebolimento della ripresa negli Stati Uniti. Non può essere esclusa neppure la possibilità di un’enorme inflazione monetaria, che avvenga prima, durante o dopo un default del sistema creditizio mondiale. È vero comunque che la violenza dei movimenti del prezzo dell’oro è diminuita rispetto ai prezzi record della scorsa estate. E né le bullion bank di Londra, né i giornalisti sono in grado di dire con esattezza quale sia la vera ragione di tali oscillamenti. Ciò che conta, dopotutto, è identificare con esattezza la ragione per la quale si è deciso di investire in oro. Le due ragioni principali che riteniamo siano da considerare sono le minacce rappresentate dal rischio di default e di svalutazione. Quanto ritenete probabile che per loro causa i vostri risparmi vengano corrosi nel tempo di un mese, un anno, o cinque anni? Dopo cinque anni dall’inizio (e con una differenza di $900 all’oncia nel prezzo dell’oro), la crisi finanziaria sembra non trovare una soluzione. E c’è una differenza tra lo sperare di non aver bisogno di oro, (indistruttibile e non inflazionabile) e il non averne bisogno davvero.

Cosa sono Eurobonds e European Redemption Fund?

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera (Docente di economia degli intermediari finanziari, Università Bocconi) ci parla di un tema di estrema attualità: cosa sono e a cosa servono gli Eurobonds, cosa comporterebbe l’unificazione del debito europeo, ed in cosa consiste la proposta tedesca dell’European Redemption Fund, oltre a che differenza c’è tra questi strumenti.

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1. Cosa sono e a cosa servono gli Eurobonds?

Nella versione originaria, gli Eurobonds dovrebbero essere titoli emessi dall’Unione Europea per conto di tutti gli Stati membri e dovrebbero nel tempo sostituirsi al debito dei singoli stati fino ad unificarli in un unico debito europeo. Sarebbero quindi implicitamente garantiti dai membri accreditati di maggiore solidità (come Germania, Olanda, Finlandia ecc.) con l’effetto di diluire il rischio di insolvenza degli stati in crisi (come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia). Poichè gli Eurobonds annegherebbero le difficoltà debitorie degli stati in crisi nel contesto -molto più favorevole- dell’intera Unione, il premio al rischio richiesto dai mercati (e quindi il costo di rifinanziamento del debito) sarebbe molto più basso, agevolandone il risanamento. Questa è l’ispirazione di molte proposte che la Commissione Europea, nel novembre 2011, ha sintetizzato nel suo Libro Verde, ribattezzando questi strumenti Stability Bonds.

In effetti, se i mercati potessero guardare istituzionalmente all’Eurozona nel suo insieme essa apparirebbe davvero virtuosa: il rapporto tra debito pubblico e Pil aggregati è infatti molto inferiore a quello di Stati Uniti e Giappone (87% contro 100% e 200%); il deficit/Pil è addirittura metà di quello USA (4% contro 8%). Data la bassa rischiosità dell’Europa nel suo insieme, i rendimenti degli Stability Bonds sarebbero molto bassi e i paesi in crisi debitoria non avrebbero difficoltà a rifinanziare i propri titoli in scadenza a costi inferiori. I più bassi tassi di interesse consentirebbero inoltre a questi paesi di stabilizzare la crescita del proprio debito e di ridurne nel tempo l’incidenza.
Quando nacquero gli Sati Uniti quasi tutti gli Stati erano sovraindebitati ed insolventi, ed il ministro del Tesoro di allora li risanò accentrando tutti i debiti e finanziandoli con l’emissione di titoli federali. La precondizione era però l’esistenza di uno stato federale legittimato ad imporre le proprie tasse e a trasferire risorse dalle aree forti a quelle deboli.

2. Cosa comporterebbe l’unificazione del debito europeo?

Anche in Europa l’unificazione del debito negli Stability Bonds richiederebbe che (almeno in parte) la sovranità fiscale fosse sottratta ai singoli stati e trasferita ad un governo federale, che possa redistribuire le risorse tra i suoi membri. La creazione degli Stability Bonds sarebbe quindi un’indicazione molto forte che anche l’Europa si avvia verso l’unificazione fiscale e, in prospettiva, politica.

Il motivo per cui i governi europei non sono riusciti a trovare un accordo sugli Eurobonds è che la Germania osteggia una soluzione federale (che i tedeschi chiamano transfer union): la Germania teme infatti di dover pagare per tutti. Dietro agli Stability Bonds, secondo il governo tedesco, ci sarebbe la “pretesa” dei paesi “cicala” di cavarsela a spese dei paesi “formica”.

3. In cosa consiste la proposta tedesca dell’European Redemption Fund?

Per accettare gli Eurobonds, la Germania vuole essere sicura che i conti di tutti gli Stati siano già in perfetto ordine e che si siano stabilite regole ferree per il futuro. Da questa ossessione nasce la proposta dell’European Redemption Fund (ovvero “patto per il rimborso del debito”), che trae ispirazione dal cosiddetto accordo fiscal compact tra i governi europei.

Tra dicembre 2011 e marzo 2012, sotto la pressione del governo tedesco, quasi tutti i paesi dell’Unione Europea hanno sottoscritto un nuovo Trattato intergovernativo detto fiscal compact, il quale prevede, tra l’altro, che ogni paese membro si impegni a ridurre sistematicamente il proprio debito pubblico fino a scendere al 60% del proprio Pil, nell’arco di un ventennio.

Lo European Redemption Fund è lo strumento ideato per attuare questo obiettivo del fiscal compact2. Il piano prevede infatti che ciascuno stato trasferisca ad un’apposito fondo europeo tutto il debito eccedente la soglia del 60% del proprio Pil e che si impegni poi a pagare ogni anno a questo fondo non solo gli interessi ma anche le risorse necessarie per estinguere questa eccedenza nell’arco di 20-25 anni. L’obiettivo finale è quello di avere in 20-25 anni tutti i paesi europei con un debito non più elevato del 60% del Pil.

4. Che differenza c’è tra questi strumenti?

Gli Stability Bonds hanno l’obiettivo di riportare il problema della gestione del debito pubblico ad una dimensione europea, garantendo a tutti i paesi membri i vantaggi di una minore rischiosità collettiva e governando questo processo centralmente, attraverso il rafforzamento di istituzioni federali.

Il Redemption Fund si pone invece un obiettivo molto diverso e limitato: quello di ridurre forzosamente il debito, lasciando però l’onere dell’aggiustamento sulle spalle di ciascun singolo paese, senza alcun trasferimento di sovranità fiscale ad un governo federale.

Dietro alle due proposte vi sono quindi due filosofie molto differenti e due diverse visioni dell’Europa: dalla scelta degli strumenti che i governi faranno tra qualche settimana, potremo forse dedurre quale sarà il futuro dell’Unione Europea e della Moneta Unica

Le prospettive economiche delle energie rinnovabili

Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto OIR – UniCredit 2012, che ha approfondito l’evoluzione del mercato delle energie rinnovabili. Le energie rinnovabili sono un mercato dalle prospettive molto interessanti da un lato per le implicazioni di sostenibilità ambientale ma anche per quelle occupazionali e di indotto: nonostante la crisi economica, infatti, le principali aziende del comparto hanno registrate buone performance finanziarie, performance che gli analisti considerano destinate a crescere anche nel futuro.

Il mercato però è cambiato nel corso degli ultimi anni, con eolico e fotovoltaico che in molte aree del pianeta (ad esempio, Spagna e Brasile) sono orami competitivi con  le fonti fossili. Grazie anche alla sensibilizzazione del pubblico, le energie rinnovabili sono anche sempre più una leva di marketing nell’acquisizione di nuovi clienti, che prestano sempre più attenzione alla sostenibilità dei loro acquisti.

Gli investimenti si stanno stabilizzando in Europa e Nord America, ma stanno crescendo notevolmente nei mercati emergenti e specialmente in Asia, “dove gli impieghi nelle rinnovabili sono passati da 20 miliardi di $ nel 2007 a 80 miliardi $ nel 2011 (il 33% del totale mondiale)”.

I principali gruppi stanno investendo molto nella ricerca per sviluppare nuove tecnologie in grado che siano indipendenti dagli incentivi, che finora hanno influenzato in modo determinante il mercato. “Al 2011 sono stati investiti 360 milioni di €. Le aree su cui si concentrano gli sforzi sono film sottile, eolico offshore ed energia mareomotrice”.

Per quanto riguarda l’Europa, le quindici maggiori imprese energetiche europee hanno in programma la costruzione di impianti alimenti a fonti rinnovabili per di oltre 100.000 MW, con 34 miliardi di dollari già stati stanziati per questi investimenti.

Per quanto riguarda le tecnologie, è l’eolico onshore quella sua cui le imprese puntano maggiormente (a livello mondiale, 65 GigaWatt pianificati), seguito da eolico offshore  (17 GW), e da idroelettrico tradizionale (16 GW), che però cattura investimenti soprattutto fuori dall’Europa (Brasile e Turchia in particolare).

Anche la struttura delle imprese sta cambiando, con quelle più grandi che stanno “puntando ad integrarsi a monte per produrre le componenti più critiche per gli impianti FER, soprattutto: aerogeneratori, pannelli PV e biomassa combustibile”.

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Il turismo cambia in tempo di crisi

Il turismo è uno dei settori più importanti in Italia, e in questi ultimi anni sta cambiando, sia per gli effetti della crisi, sia per cambiamenti sociali a livello globale. In particolare, gli arrivi dai paesi “extra UE” è cresciuto del 37% negli ultimi 10 anni, secondo i dati del Centro Studi del Touring Club Italiano: spicca la crescita del turismo proveniente dalla Russia, cresciuto del 252% dal 2000 al 2011, piazzandosi al secondo posto dopo gli USA.

In netta crescita anche gli acquisti “tax-free”: secondo Global Blue il mercato italiano del tax free shopping si è sviluppato negli ultimi anni fino a raggiungere a fine 2011, un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro, con tassi annui di crescita superiori al 30% dal 2010 a oggi (e +32% nei soli primi quattro mesi del 2012), un dato che si collega probabilmente anche all’aumento dell’impiego di carte di credito straniere in Italia di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi.

Il mix delle nazionalità che scelgono il nostro Paese per i viaggi è fortemente cambiato negli ultimi anni, così come la scelta delle destinazioni preferite e le motivazioni che attirano gli stranieri. L’Italia è sempre più riconosciuta come meta ideale per i globe shopper, che vedono nello shopping una componente fondamentale della propria esperienza di viaggio”, ha commentato Antonella Bertossi, Marketing Sales Manager di Global Blue Italia. “Oltre a essere un’indubbia opportunità per esercenti e brand, la propensione allo shopping dei turisti extracomunitari è uno degli aspetti da valorizzare per rendere il nostro Paese ancora più competitivo nei circuiti internazionali”.

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