“BRIC”, un acronimo da archiviare?

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Uno degli acronimi più usati dalla finanza negli ultimi anni è stato “BRIC”, la sigla coniata da Goldman Sachs per riferirsi ai paesi emergenti “più promettenti”: Brasile, Russia, India e Cina.  Nel corso degli anni sono stati creati benchmark e indici dedicati ai BRIC, e con la nascita anche di diversi fondi specializzati.

Negli ultimi tempi, però, sono sempre di più gli analisti che considerano “da archiviare” il concetto stesso di BRIC. Il punto infatti è che in realtà Brasile, Russia, India e Cina hanno sempre meno elementi in comune per quanto riguarda l’andamento economico e i tassi di crescita (ad esempio, la crescita attesa per la Cina nel 2012 è dell’8,2%, per il Brasile un ben più “normale” 3%).

Da un punto di vista pratico, parlare di BRIC  ha quindi poco senso dato che l’andamento al massimo riflette quello del gruppo più generale dei paesi emergenti (quindi, ad esempio chi investe in fondi BRIC e in fondi su paesi emergenti non diversifica). Meglio forse tornare a guardare alle aree geografiche (america latina, asia, ecc.) che forse permettono un raggruppamento logico più efficace e forse più funzionale alla diversificazione.

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