Le pecore del 2 giugno

Dopo il nuovo terremoto in Emilia, si è creato in rete un appello all’annullamento della parata del 2 giugno, “per destinare i soldi invece alle popolazioni colpite dal terremoto“. Un’idea che di per sé nasce con le migliori intenzioni, ma anche che (come purtroppo spesso accade) è affrontata con superficialità, e amplificata con spirito che qualcuno non esita a definire “da pecore”, senza ragionare sulla questione.

Infatti se si parla di “inopportunità” di festeggiare, perché “manca lo spirito di festa”, allora la discussione può avere anche in qualche modo senso, ma se si è convinti che annullare la parata del 2 giugno porti dei risparmi, si è totalmente fuori strada.

La questione è estremamente semplice: i costi si un evento del genere sono soprattutto costi di organizzazione: quindi sono soldi già spesi, a questo punto. Non è un caso che i più contrari all’annullamento della parata siano i romani, proprio perché si rendono conto di questo.

È vero che Forlani, dopo il terremoto del Friuli nel 1976 ha annullato la parata: ma l’annullamento è avvenuto a inizio maggio, quando cioè c’era la possibilità di un effettivo risparmio organizzativo, e non a due gironi dall’evento.

Forse è vero che la parata del 2 giugno, intesa come “festa”, arrivi nel momento sbagliato: ma sarebbe il caso che si facessero un esame di coscienza anche quanti si sono convinti di aiutare chi è stato colpito dal terremoto protestando contro la parata del 2 giugno. Ci sono metodi molto più concreti ed efficaci, per quanto costino certamente uno sforzo personale ben maggiore.

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“BRIC”, un acronimo da archiviare?

Uno degli acronimi più usati dalla finanza negli ultimi anni è stato “BRIC”, la sigla coniata da Goldman Sachs per riferirsi ai paesi emergenti “più promettenti”: Brasile, Russia, India e Cina.  Nel corso degli anni sono stati creati benchmark e indici dedicati ai BRIC, e con la nascita anche di diversi fondi specializzati.

Negli ultimi tempi, però, sono sempre di più gli analisti che considerano “da archiviare” il concetto stesso di BRIC. Il punto infatti è che in realtà Brasile, Russia, India e Cina hanno sempre meno elementi in comune per quanto riguarda l’andamento economico e i tassi di crescita (ad esempio, la crescita attesa per la Cina nel 2012 è dell’8,2%, per il Brasile un ben più “normale” 3%).

Da un punto di vista pratico, parlare di BRIC  ha quindi poco senso dato che l’andamento al massimo riflette quello del gruppo più generale dei paesi emergenti (quindi, ad esempio chi investe in fondi BRIC e in fondi su paesi emergenti non diversifica). Meglio forse tornare a guardare alle aree geografiche (america latina, asia, ecc.) che forse permettono un raggruppamento logico più efficace e forse più funzionale alla diversificazione.

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Cosa succede al prezzo dell’oro?

Di Adrian Ash – BullionVault

Anche il prezzo dell’oro è in un trend decrescente, come a dir la verità tutto il resto, con l’eccezione del dollaro e dei bond governativi considerati “sicuri”. Cosa succede dunque al prezzo dell’oro?

Possiamo aspettarci un taglio dei tassi di interesse dalla BCE” ha dichiarato Joachim Fels, chief economist di Morgan Stanley a Bloomberg mercoledì mattina. “Credo che il taglio arriverà presto, forse durante il meeting di giugno. Però purtroppo un taglio dei tassi di interesse da solo non basta ad aggiustare la situazione.”

Aggiustare la situazione significa ovviamente tenere insieme l’Eurozona distruggendo l’euro, ovvero decimandone il valore. Ci sarebbe da credere che un tale evento spingerebbe il prezzo dell’oro, e di tutto il resto… eppure in questo momento ben poche cose hanno una logica nel mondo della finanza.

La via meno distruttiva che l’Europa può prendere è di svalutare fortemente l’euro” scrive Jeremy Siegel sul Financial Times. “Se la svalutazione è una parola in codice per indicare il sollevamento del target di inflazione, allora bene” dichiara Paul Krugman, professore a Princeton. Nel frattempo la Standard Bank taglia, anche se di poco, le previsioni per l’euro per fine 2012 da $1,20 a $1,15.

Nonostante tutto l’Europa sembra destinata a rimanere in piedi.

Come mai? Avendo perso il 7% dal massimo di febbraio, l’euro è oggi un asset estremamente insolito e particolarmente tossico, che corrompe tutto ciò che tocca tranne che se stesso. Questo perché grazie a tassi di interesse al livello della Germania e con un mercato di bond governativi diventato mondiale, la metà degli stati membri ne approfittò per spendere e mettere debito all’asta. La Germania invece continuò a lavorare duramente, noiosamente tenendo a bada la spesa ed espandendo il settore tecnologico ed ingegneristico. Lo sbilanciamento interno richiede oggi un trasferimento di tipo fiscale, ovvero che i risparmi della Germania paghino le bollette degli stati periferici.

La Merkel continua a dire no. Perché la Germania dovrebbe unirsi ai problemi dell’Eurozona? Ha già rinunciato al credit rating per via del debito dei paesi periferici, e non dimentichiamo che ora può prendere prestiti dalla BCE con interessi allo 0%.

L’impasse di questa settimana porterebbe l’euro ancora al ribasso, se solo la Germania non fosse la più grande economia dell’eurozona. E allora quello che succede è che lo stress si trasferisce a tutto il resto, fatto salvo il dollaro (o i bond governativi cosidetti “sicuri”). Per quanto possa sembrare assurdo, a soffrire è anche l’asset che è la protezione estrema in caso di default o svalutazione: l’oro fisico.

Gli asset manager occidentali hanno da gennaio più cash nei portafoglio che negli ultimi 8 anni, secondo quanto riportato dalla Reuter. Il SPDR Gold ETF, l’ETF sull’oro più importante al mondo, ha ridotto le riserve di 17,5 tonnellate martedì scorso, la singola riduzione più grande da agosto. La rupia sta toccando i minimi storici contro il dollaro, peggiorando l’outlook per quello che è il mercato principale di prodotti orafi. I premi del mercato di Hong Kong sul prezzo spot di Londra sono di $1/$1,50 all’oncia, ma il volume di compravendita lentamente si riduce.

In una deflazione del credito come quella che stiamo vivendo, e dopo essere stati incoraggiati dall’aumento della liquidità globale della scorsa decade, l’oro e l’argento vengono adesso sfiorati dalla turbolenza. Anche senza tenere conto della resurrezione del dollaro grazie alle varie Apple, Facebook & co. Sempre che di resurrezione si tratti.

Il dollaro ha roccato il massimo degli ultimi 18 mesi, appena scalfendo la caduta del 35% degli ultimi dieci anni. Immaginate cosa ci aspetterebbe (gli esportatori e i consumatori, gli investitori e i debitori in tutto il mondo) se il dollaro cominciasse veramente a riguadagnare terreno.

Mercato immobiliare: si allungano i tempi di vendita ed aumentano gli sconti

Dai dati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia emerge un mercato immobiliare che (almeno nelle percezioni degli operatori) non sembra dare segnali di miglioramento, con tempi di vendita che si allungano e sconti (rispetto al prezzo inizialmente richiesto dal venditore) che tendono ad aumentare, elementi che indicano una certa difficoltà del mercato. A contribuire ad aumentare la difficoltà nelle vendite, c’è anche una crescente difficoltà dei compratori nell’ottenere il mutuo.

Diminuisce anche l’ottimismo per il futuro, con le attese a medio-lungo termine che continuano a peggiorare rispetto ai trimestri scorsi, ad indicare il fatto che secondo gli operatori quella del mercato immobiliare non è una crisi momentanea ma una svolta (in negativo) che appare destinata a durare.

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La manipolazione del prezzo dell’oro: mito o realtà?

Di Doug Casey – a cura di BullionVault

Il prezzo dell’oro è uno dei temi attorno alle quale si è creato una sorta di “teoria del complotto” secondo la quale attori non precisamente identificati manipolerebbero “nell’ombra” i prezzi di oro e argento. La motivazione sarebbe che chi detiene il potere monetario non gradisce stare a guardare mentre il prezzo dell’oro sale vertiginosamente, un evento che sarebbe un campanello d’allarme che porterebbe il panico in tutto il mondo e spingerebbe ad uscire dal dollaro. Coloro che credono nella teoria della manipolazione dell’oro ritengono infatti che il Tesoro americano sia il protagonista di tale progetto, con la complicità di alcune bullion bank che tradano i metalli con regolarità.

L’affermazione è rafforzata dal fatto che i governi in generale, e in particolare quello degli Stati Uniti, intervengono in molti tipi di mercati: manipolano esplicitamente il prezzo del credito (fissando i tassi di interesse) mantenendolo oggigiorno estremamente basso per evitare il collasso finanziario. Le banche centrali intervengono (quindi manipolano) nei tassi di cambio delle valute, quindi non è così irragionevole ritenere che facciano un’operazione simile anche con il prezzo dell’oro.

C’è un precedente storico: gli Stati Uniti insieme ad altri governi cercarono di reprimere il prezzo dell’oro dal 1961 al 1968 attraverso quello che oggi viene chiamato il London Gold Pool. Gli Stati Uniti cercarono di andare avanti in questa iniziativa fino a quando Nixon svalutò il dollaro mettendo fine allo standard aureo.

Se mai un tentativo del genere avrebbe potuto avere successo, era in quel periodo. Per quanto non si possa conoscere con esattezza quanto oro esista al mondo al giorno d’oggi, una stima ragionevole è di 6 miliardi di once. Al tempo del London Gold Pool c’era la possibilità di controllare il prezzo dell’oro perché a quel tempo c’erano solo 3 miliardi di once e tutto l’oro del mondo valeva $105 miliardi di dollari ($35 * 3 miliardi di once).

Il valore dell’oro oggi equivale a circa $1000 miliardi ($1650 * 6 miliardi di once) ovvero quasi 100 volte tanto. I governi ne possiedono oggi solo il 16% del totale mentre quanto tentarono di controllarne il prezzo l’ultima volta, la percentuale era ben più alta, al 35%. Oltretutto oggi governi, banche centrali e quasi tutte le grandi banche commerciali sono sull’orlo della bancarotta, e hanno quindi molto meno potere finanziario di quanto ne avessero al tempo del London Gold Pool. Perché tentare di fare qualcosa che è una sfida persa in partenza?

Ho un’inclinazione a ritenere che i mercati siano manipolati dai governi, è una cosa che mi aspetto e siccome sono uno speculatore, ne gioisco. Ho però bisogno di prove. Ho letto per anni quello che viene scritto da coloro che credono nella manipolazione del prezzo dell’oro e dell’argento, e non ho difficoltà a credere che le banche centrali siano capaci di qualsiasi cosa, ma vorrei avere prove empiriche. Leggo le affermazioni sul fatto che tali “forze misteriose” si muovono sul mercato sempre precisamente alla stessa ora (l’una o le due del pomeriggio) e, senza alcun scopo di lucro, decidono di abbassare il mercato dell’oro o dell’argento, o di entrambi. Nel frattempo però l’oro non ha fatto che inanellare record per 12 anni.

Conosco molte delle persone che credono in tali teorie, e posso contattare loro liberamente via telefono o email. Io sono una persona curiosa, e mi piace porre domande. Loro però (che pure sono intelligenti, informati e con un certo grado di sofisticatezza) non hanno saputo finora darmi risposte soddisfacenti. Ci sono state in passato delle ragioni piuttosto ovvie per le quali un governo avrebbe voluto manipolare l’oro in passato, o perché al giorno d’oggi abbia interesse a mantenere i tassi di interesse bassi, o alti i prezzi degli immobili o del mercato azionario. Ma perché spendere miliardi per mantenere basso il prezzo dell’oro? O dell’argento? Sarebbe stato più logico fare qualcosa di simile per il prezzo dell’uranio, quando qualche anno fa raggiunse i $140, o per lo zucchero che venne a costare 28 centesimi l’anno scorso. Dopotutto tutti usano lo zucchero.

Nonostante il fatto che l’oro possa fungere da campanello d’allarme, pochi “americani medi” sanno o si curano del fatto che l’oro esista. Contenere il prezzo dell’oro non è solo estremamente più difficile, ma anche tutto sommato di scarsa importanza.

Ecco quindi alcune delle domande alle quali mi piacerebbe ricevere risposta:

D. Perché non è saltata fuori nemmeno una parola proveniente dai trader, su quanto siano stupidi i loro capi da dieci anni tentano di battere un bull market? I trader si conoscono tra loro, e amano fare gossip almeno quanto le adolescenti.

È difficile mantenere segreta a lungo termine una cospirazione illegale. Se ci fossero due elementi in gioco sarebbe possibile, ma sei/otto banche commerciali che agiscono alla luce del giorno? Wall Street è probabilmente la fonte di pettegolezzi più prolifica del mondo, e non c’è stata mai nemmeno una chiacchiera sul fatto che le bullion bank agiscano segretamente a nome di Tim Geithner.

D. Se, come si sostiene, queste banche hanno shortato l’oro dal 2001, quando l’oro era a $244 e l’argento a $4,25, come hanno assorbito le decine di centinaia di miliardi di perdite? Si aspettavano di portare il prezzo ancora più in basso dei minimi del 1971?

Chi fa trading compie degli errori. Ma non si continua a shortare in uno dei bull market storici: non è così che i trader si guadagnano i bonus. Quanto devono essere stupidi questi che vendono sapendo di non fare un profitto?

D. Dove e come vengono reperiti i capitali per coprire queste perdite? Nessuna banca può permettersi di impiegare miliardi di capitale remando contro un mercato per dieci anni.

D. Chi in primis ha avuto questa idea di reprimere il prezzo dell’oro nel mercato dei futures?

Un autore conosciuto ha risposto a questa mia domanda così: “Le grandi banche commerciali, circa 25 anni fa, hanno scoperto che avrebbero potuto dominare il mercato e costringere i trader tecnici ad entrare ed uscire dal mercato, ricavandone grandi profitti. Ma fecero male i conti, rimanendo in posizioni long troppo a lungo e ora sono in trappola.”

La spiegazione non mi convince per diverse ragioni. È ovvio che i player più grandi, quali sono le grandi banche, si approfittano dei piccoli speculatori. I player più piccoli utilizzano sistemi di trading che rendono semplice capire se stanno vendendo o comprando. I trader più piccoli sono sempre interi minuti indietro rispetto al mercato, e usano sempre un margine troppo ampio, quindi sono facili da spremere e da mandare in panico. Questo è sempre stato vero, non solo negli ultimi 25 anni. È parte della ragione per cui i piccoli trader perdono: dall’altra parte ci sono le grandi banche commerciali, che invece guadagnano.

Eppure una cosa è certa: nessuno, e di certo non le banche commerciali, possono permettersi di rimanere intrappolati per 12 anni in uno dei bull market più importanti della storia.

D. Perché solo oro e argento? Perché non cercano di reprimere anche il prezzo del rame, del platino e del palladio? Di tutte le materie prime?

Non credo che coloro che sono a capo delle banche centrali o i ministri del tesoro abbiano un particolare acume finanziario: sono politici, hanno frequentato le scuole giuste, comprano gli abiti giusti e si sentono importanti nella loro nicchia burocratica. Ma non vogliono perdere il loro lavoro facendo lo stesso errore troppo a lungo.

D. Perché il governo Statunitense (che secondo la teoria è responsabile primo della cospirazione per reprimere il prezzo dell’oro) dovrebbe facilitare la vita a cinesi, russi, indiani e alle numerose economie in sviluppo, che traggono vantaggio dalla repressione del prezzo perché possono comprare in maggiori quantità?

Le argomentazioni a favore della repressione del prezzo dell’oro perdono la loro validità se vengono esaminate con attenzione. Le argomentazioni relative all’argento non hanno proprio alcun senso, perché il mercato è così ridotto che nessuno ci bada se non i fanatici dell’argento, che lo considerano alla stregua di un’icona religiosa. Ciò detto, la mia posizione è bullish sull’argento così come sull’oro, ma questo è un altro discorso.

Se qualcuno volesse dare una risposta a queste domande, è il benvenuto. Suggerisco ai miei lettori di comprare oro, anche al prezzo attuale, ma mi piacerebbe che lo facessero per le ragioni corrette. E sembra che le argomentazioni sulla manipolazione del prezzo dell’oro abbiano sapore di credo religioso più che di ragionamento economico.

Banche: c’è ancora da lavorare per una maggiore trasparenza.

La Banca d’Italia ha analizzato il livello di trasparenza delle informazioni date ai consumatori dalle banche italiane tramite siti internet ed informative. La trasparenza è infatti un fattore cruciale (se non “il”) per la tutela dei consumatori, ma è importante sottolineare che la trasparenza può “solo” rendere le informazioni più chiare e più facilmente disponibili, ma resta la responsabilità del consumatore utilizzare queste informazioni e fare scelte consapevoli.

Resta il fatto che nonostante siano stati fatti grandi passi in avanti negli ultimi anni, a livello europeo la situazione rimane ancora lontana dall’ideale, specie sul fronte dei prestiti e del credito:

Nel 70 per cento dei casi (393 siti) sono state riscontrate carenze nel contenuto degli annunci pubblicitari  on line; talune criticità sono emerse anche in esito a un’ulteriore indagine condotta sulla documentazione precontrattuale.

A livello italiano, lo scenario non è molto migliore: su 15 siti di intermediari analizzati da Banca d’Italia congiuntamente con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ben 10 hanno evidenziato carenze relative agli annunci pubblicitari (che non rispettavano le normative in vigore), ma anche all’informativa precontrattuale. Le carenze partono dall’utilizzo di font illeggibili che nascondono di fatto una parte delle informazioni, a “dimenticanze” nell’indicare alcuni dei costi.

– gli annunci pubblicitari che indicavano il tasso di interesse  e/o altri dati concernenti il costo del credito non sempre riportavano tutte le informazioni richieste dalla normativa; altri annunci, privi di tali indicazioni, richiamavano la necessità di far riferimento – per le condizioni contrattuali – ai fogli informativi anziché ai documenti previsti per l’informativa precontrattuale nel credito ai consumatori;

– le informazioni precontrattuali non venivano sempre fornite attraverso il documento  standard denominato “Informazioni europee di base sul credito ai consumatori”; ove presente, detto documento spesso non era conforme al modello previsto dalle  Disposizioni sulla trasparenza ovvero non era personalizzato e riportava anche voci non pertinenti rispetto alla specifica offerta. In via diffusa, le informazioni  venivano riportate con caratteri molto piccoli, che non consentivano un’agevole lettura della documentazione;

– il TAEG (tasso annuo effettivo globale) riportato sia negli annunci pubblicitari sia nel documento  standard  “Informazioni europee di base sul credito ai consumatori”, spesso non includeva  tutti i costi a carico del consumatore (ad es., polizza  assicurativa obbligatoria, spese di apertura pratica, spese di incasso rata); talvolta, esso  veniva riportato esclusivamente nella misura massima e senza l’ausilio di un esempio rappresentativo.

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Indicatore €-coin in ulteriore diminuzione a maggio 2012

A maggio l’indicatore €-coin ha registrato un ulteriore peggioramento, scendendo  a -0,13% dal -0,08 di aprile, ad indicare un’accelerazione della contrazione dell’economia dell’eurozona.

A pesare sul risultato negativo, l’andamento delle borse ma anche il peggioramento di una serie di indicatori derivati dalle inchieste presso le imprese.

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Unicredit lancia il conto deposito “Conto Risparmio Sicuro”

Negli ultimi mesi si è consolidata la crescita dei conti di deposito come strumento di investimento dei propri risparmi: a contribuire al fenomeno da un lato la crescente avversione al rischio dei risparmiatori, dall’altra l’equiparazione della tassazione tra conti correnti e di deposito e investimenti, che di fatto ha reso sconvenienti investimenti che implicano elementi di rischio (anche come un semplice fondo obbligazionario) a fronte di pochi punti base di rendimento in più.

Anche UniCredit ha da poco lanciato un conto di deposito rivolto ai risparmiatori, “Conto Risparmio Sicuro”: il target sembra quello degli investitori con capitali di una certa consistenza da poter vincolare per un orizzonte temporale medio-lungo — il conto deposito si propone dunque proprio come alternativa a obbligazioni e fondi.

Il Conto Risparmio Sicuro è sottoscrivibile dal 18 maggio al 15 giugno (salvo chiusura anticipata per esaurimento plafond) ed è sufficiente accendere un conto corrente, se non lo si ha già.

L’importo sottoscrivibile è da 5.000 a 1.000.000 di Euro (ma non va dimenticato che solo i primi 100.000 euro  sono tutelati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi), per una durata di 36 o 60 mesi.

E’ possibile svincolare prima della scadenza il capitale investito, ma solo in finestre specifiche: per il conto vincolato a 36 mesi, lo svincolo è possibile dopo 12 mesi, e successivamente con frequenza trimestrale; per il vincolo a 60 mesi, dopo 18 mesi e poi trimestralmente.

Chi non svincola anticipatamente però vinee premiato, dato che il tasso di interesse varia in relazione alla durata del deposito:

  • per il conto vincolato a 36 mesi:
    • i primi 12 mesi sono remunerati all’1,75% lordo,
    • dal 13° al 24° mese il tasso è del 2,25% lordo,
    • dal 25° al 36° mese il tasso è del 5,00% lordo,
    • per il conto vincolato a 60 mesi:
      • i primi 12 mesi sono remunerati all’2,00% lordo,
      • dal 13° al 24° mese il tasso è del 2,50% lordo,
      • dal 25° al 36° mese il tasso è del 4,00% lordo
      • dal 37° al 48° mese il tasso è del 5,00% lordo
      • dal 49° al 60° mese il tasso è del 7,00% lordo

Come si vede, si arriva negli ultimi periodi a tassi decisamente elevati: ma è bene sottolineare come siano applicato solo per una frazione del vincolo. Per capire il rendimento effettivo è necessario qualche calcolo.

Trascurando le ritenute, ed ipotizzando che gli interessi alla fine del periodo vengano reinvestiti nel vincolo, investendo 100 nel deposito a 36 mesi, alla fine dei tre anni si avrebbe un montante di 109,24, pari ad un tasso annuale del 2,99%.

Nel caso del deposito a 60 mesi, investendo 100 alla fine dei cinque anni il montante sarebbe 122,16, che significa un tasso annuale del 4,08%.

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Chi investe in fondi?

Il rapporto di Assogestioni presentato al Salone del Risparmio, qualche settimana fa, ha scattato anche una fotografia del sottoscrittore in fondi: uomo, 55 anni, residente nel nord Italia e con un livello di istruzione medio-alto.

Si tratta di caratteristiche in parte prevedibili, dato che è ovvio che chi investe in fondi sia qualcuno che è riuscito a mettere dei capitali da parte: in questo senso, nel corso degli anni si è ridotto anche il gap tra i sessi (ora le donne sono circa il 43% dei sottoscrittori) in linea anche con la riduzione del gap tra i redditi.

Si alza anche l’età media di chi investe in fondi: a perdere notevolmente consistenza è la fascia fino a 26 anni (le altre rimangono sostanzialmente stabili). Un effetto spiegabile con i fatto che i giovani siano più sensibili alla perdita di appeal che hanno subito i fondi negli ultimi anni, ma anche semplicemente perché, purtroppo i giovani hanno probabilmente ancora più difficoltà a risparmiare un capitale da poter investire.

La maggior parte degli investitori ha un solo fondo (con buona pace della diversificazione) ma in compenso una gran parte di quanti detengono un solo fondo sceglie un fondo obbligazionario, che dovrebbe comportare un grado di rischio ridotto rispetto ad esempio all’azionario.

L’investimento in fondi è fortemente concentrato, con il 10% degli investitori che detiene oltre il 50% del capitale totale investito.

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Banche italiane solide, ma gli utili sono in discesa

L’Associazione Bancaria Italiana ha presentato ieri le semestrali ABI, basate sui bilanci di fine anno delle banche italiane, che danno un quadro della situazione del settore. Tutto sommato, il quadro che ne esce è di un settore abbastanza solido, per quanto gli utili siano in contrazione in conseguenza della crisi.

È utile ricordare un fattore che va di moda dimenticare ultimamente, e cioè che la salute del settore bancario è fondamentale per l’economia, dato che sono le banche a prestare soldi alle famiglie ed alle imprese, cosa che possono fare con efficacia solo se sono solide: per cui è ovviamente legittimo pensare che il sostegno al settore bancario non sia importante, ma in questo caso bisogna anche rendersi conto che ciò comporta un taglio netto alla concessione di  prestiti e mutui a famiglie ed imprese.

[…]
In questo quadro di profonda incertezza, le banche italiane hanno proseguito anche nel 2011 l’azione di supporto a favore di imprese e famiglie, in misura superiore rispetto a quanto avvenuto altrove. Il tasso di crescita medio degli impieghi dell’anno è risultato pari a +3,6% che si confronta con il +1,3% in Europa. Va peraltro rilevato che, seppure positivo, il tasso di crescita
dei finanziamenti è rallentato rispetto al 2010
, a causa di fattori di domanda, legati al peggioramento congiunturale in atto, ma anche di fattori di offerta connessi al deterioramento della qualità del credito e alla situazione di liquidità.

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 il rischio di una crisi di liquidità è stato, infine, scongiurato dalla decisione della Bce di introdurre operazioni di rifinanziamento a tre anni volte a sostenere il mercato creditizio.

Il ricorso delle banche italiane al rifinanziamento delle Bce ha permesso alla nostre banche di recuperare liquidità, non addizionale ma sostitutiva, chiudendo in tal modo il funding gap tra raccolta e impieghi generato dalla riduzione degli investimenti finanziari da parte degli operatori istituzionali esteri. Ciò ha permesso di tenere in piedi le linee di credito esistenti. La liquidità della Bce è stata, dunque, determinante per sostenere le linee di credito a famiglie e imprese.

I bilanci dell’esercizio 2011, considerato il difficile contesto operativo, sono stati realizzati dalle banche adottando un’estrema prudenza nella valutazione delle attività. Ciò ha comportato una significativa diminuzione (pari a circa 30 miliardi di euro) del valore dell’avviamento, generato principalmente dalle numerose operazioni di fusione e acquisizione degli ultimi anni. Una
svalutazione contabile che non ha  alcuna ripercussione sulla liquidità e sui coefficienti patrimoniali.

Al netto di tale svalutazione e delle altre componenti straordinarie non ricorrenti, utili da partecipazioni e da disinvestimenti e oneri connessi alle operazioni di integrazione, il 2011 si è chiuso con un utile consolidato pari a 5.5 miliardi, in riduzione rispetto al 2010 (-33%).

[…]

Lo scenario attuale e prospettico impone urgenti riflessioni, per consentire un recupero di redditività ed efficienza del settore bancario e, anche attraverso esso, di tutto il sistema economico italiano.

Alcuni competono alle Istituzioni: evoluzione del quadro normativo internazionale e nazionale (regole Basilea 3, Eba, ruolo Agenzie di Rating, e non solo; rimozione di sfavorevoli divari normativi a livello comunitario; equilibrio tra evoluzione legislativa/regolamentare e costi della compliance per le banche; necessità di più attente analisi di impatto delle normative proposte).

Altri competono alle banche: rispondere meglio ai cambiamenti della domanda (più mobile, sofisticata ed evoluta); fronteggiare una maggiore competizione da parte di operatori non bancari; avviare processi di ristrutturazione volti a ridurre i costi e aumentare la produttività.

[…]

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Rendimax: Banca IFIS si prepara a lanciare un conto corrente online

Banca IFIS, dopo il grande successo del conto di deposito rendimax, si prepara a lanciare un nuovo conto corrente online. La banca veneziana progetta di rendere disponibile il nuovo conto entro la fine del 2012.

Banca IFIS ha deciso di replicare il meccanismo partecipativo già testato nello sviluppo di rendimax like, il conto di deposito “a chiamata”, progettato con la partecipazione degli utenti della rete: ogni tre giorni sarà online sul sito di rendimax una domanda di un sondaggio (qui trovate la prima domanda, lanciata ieri) per indentificare quali siano i servizi “irrinunciabili” e quelli invece considerati opzionali.

Il risultato vuole quindi essere un conto corrente su misura delle esigenze dei clienti,  che cercherà verosimilmente di eliminare i “fronzoli” dei servizi considerati non necessari e consolidando al massimo i servizi giudicati più importanti.

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Sull’incoerenza delle aspettative: i negozi in città

Un paio di giorni fa avevamo parlato dell’incoerenza delle “aspirazioni” dei consumatori, che hanno spesso desideri divergenti e contrastanti: è anche questa tensione, a nostro parere che ha contribuito a creare l’incoerenza nell’economia che ha portato alla crisi.

Sempre su questo tema, sono interessanti i dati riportati da Immobiliare.it relativi al rapporto degli italiani con i negozi in città.

Infatti, se da un lato la maggior parte dei cittadini ritiene che vada impedito lo svuotamento dei centri, e vadano tutelati i piccoli negozi, la grande maggioranza non vuole negozi nelle vicinanze della propria abitazione. I più “detestati” sono i locali notturni, sui quali tutti sembrano concordare che siano importanti perché la città non diventi una città-dormitorio, ma che dovrebbero essere da qualche altra parte. Officine e pescherie completano il podio delle attività mal sopportate.

Ma colpisce anche l’incoerenza della classifica delle attività più indesiderate e quelle che invece si vorrebbe avere vicino: infatti, diverse attività sono ai primi posti in entrambe le liste:

Stupisce notare come alcune categorie commerciali ricorrano in entrambe le classifiche: gli studi medici, ad esempio, sono sia le attività commerciali meglio tollerate, sia nella decima posizione della classifica delle più odiate – segno di pareri discordanti tra chi è alle prese con la vita in condominio. Per molti, infatti, l’eccessivo andirivieni di pazienti e rappresentanti farmaceutici crea solo fastidio. Stesso discorso per gli asili nido: se sono comodi per molti (sono al sesto posto tra i preferiti), per il 12% del campione il vociare dei bambini durante il giorno può rivelarsi un incubo.

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Esiste una “via Argentina” di uscita dalla crisi, per la Grecia?

Come strada d’uscita dalla crisi per la Grecia (e non solo), c’è chi suggerisce una “strada Argentina”, con un default controllato che dovrebbe sostanzialmente permettere di risolvere il problema del debito (non pagandolo), e di rilanciare l’economia, come è avvenuto in Argentina, che ha visto negli ultimi anni l’economia registrare tassi di crescita record.

Ma le cose non sono così semplici. Innanzi tutto, prima della crescita del PIL c’è stata una sua forte e drammatica contrazione: un parte della crescita quindi va a recuperare la riduzione precedente, di fatto. Non un passaggio così indolore, insomma: a ottobre 2002, il 57,5% della popolazione argentina era sotto la soglia di povertà

Inoltre, il default ha un effetto collaterale non trascurabile, cioè quello di fare perdere la fiducia dai mercati, investitori e risparmiatori: chi investirebbe oggi i propri risparmi in bond argentini, dopo l’esperienza del 2001? L’Argentina infatti ha avviato una politica di pareggio di bilancio, e le emissioni di titoli di stato sono piuttosto rare e non molto amate dal mercato. Però su questo punto va riconosciuto che non è necessariamente un problema, dato che se i conti sono equilibrati e non ci sono debiti non c’è neppure la necessità di emettere bond.

Una differenza non trascurabile tra Grecia e Argentina sta sulle conseguenze della svalutazione della moneta: infatti la svalutazione monetaria favorisce le esportazioni, ma aumenta anche il costo dei beni importati. Mentre per l’Argentina l’export ha un peso decisivo sull’economia, per la Grecia la rilevanza è minore, e quindi l’aumento del costo dei beni importati non è compensato da benefici altrettanto significativi.

Per ultimo, va detto che le condizioni effettive dell’economia argentina sono in realtà molto meno chiare di quel che può sembrare. La questione infatti è che secondo molti l’economia reale sarebbe molto meno sana di quel che i dati ufficiali vorrebbero fare intendere. Ad esempio, il tasso di inflazione riportato dai dati ufficiali sarebbe a dir poco sottovalutato: ed infatti viene sostanzialmente ignorato ad esempio nelle trattative sindacali. L’inflazione effettiva, secondo stime di soggetti terzi, sarebbe intorno al 25%. La questione del tasso effettivo di inflazione non è banale, non solo per l’impatto sui prezzi, ma anche perché costringerebbe anche a rivedere al ribasso le stime sulla crescita (perché le stime ufficiali includerebbero dunque anche inflazione, oltre che la crescita reale).

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Esiste un “rischio longevità”?

Si parla sempre più esplicitamente di rischio longevità, delle conseguenze collaterali della vita media, specie sul sistema sanitario e pensionistico, con il rischio concreto che l’allungamento della vita si accompagni ad un drastico abbassamento della qualità della vita per gli anziani.

Armando Carcaterra (Direttore Investimenti ANIMA), in collaborazione con Mario Noera, Docente di economia degli intermediari finanziari (Università Bocconi),  parla del longevity risk, delle conseguenze degli errori di stima sulla vita media futura, e delle possibilità di “immunizzazione” dal “rischio longevità”.

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1. Che cos’è il longevity risk?

Ha fatto molto scalpore un recente studio del Fondo Monetario Internazionale dedicato al “rischio longevità”, cioè al “rischio di vivere troppo a lungo”. L’idea che vivere più a lungo possa essere visto come un problema, anziché come una grande conquista dell’umanità, ha generato sconcerto. Lo è, ma ciò comporta anche alcune incognite.

Per un pensionato, vivere decorosamente è importante quanto vivere di più. La qualità della sua vita dipende dalla generosità della pensione che può essergli assicurata; e quest’ultima dipende dalla sostenibilità dei sistemi pensionistici. L’allungamento della vita media aumenta il numero di anni in cui i sistemi pensionistici devono assicurare un reddito ai pensionati dopo la fine della loro attività lavorativa. Per mantenersi in equilibrio, i sistemi pensionistici devono quindi accumulare, di anno in anno, riserve adeguate per poter erogare in futuro le pensioni promesse.

Pertanto, quando il FMI parla di longevity risk (“rischio longevità”) non si riferisce al fatto che la vita si allunghi, ma al rischio che la vita si allunghi più di quanto previsto inizialmente e che le riserve programmate dai sistemi pensionistici si rivelino inaspettatamente inadeguate.

2. Cosa comportano gli errori di stima sulla vita media futura?

Gli errori di stima sulla vita media futura possono mettere in grave difficoltà i bilanci dei sistemi pensionistici perché la massa dei contributi versati diventa insufficiente se poi le prestazioni devono essere erogate per un numero di anni più ampio di quanto inizialmente calcolato.
Negli ultimi 50 anni la vita media si è allungata molto più del previsto. Proiezioni demografiche errate possono avere effetti enormi: l’FMI ha calcolato che se di qui al 2050 la vita arrivasse in media a 93 anni, anziché a 90 come oggi previsto, il costo aggiuntivo per i sistemi pensionistici aumenterebbe nell’ordine del 50% del Pil. L’emersione inattesa di un errore di stima anche modesto può cioè avere conseguenze socialmente molto onerose, perché ristabilire l’equilibrio patrimoniale dei sistemi pensionistici richiederebbe ulteriori incrementi dei contributi e/o drastici tagli alle prestazioni.

3. Ci si può immunizzare dal “rischio longevità”?

Un antidoto ovvio sarebbe un aumento medio della vita lavorativa proporzionale a quello della vita biologica: ritardando adeguatamente il momento dell’uscita dal mercato del lavoro, il periodo di erogazione della pensione non aumenta o aumenta molto lentamente. Le riforme recenti dei sistemi pensionistici vanno in questa direzione, ma -come dimostra anche l’ultima esperienza italiana – cambiare le regole in corsa comporta sacrifici ed iniquità che non è facile giustificare e gestire.

Le risposte decisive potrebbe invece darle la finanza, confezionando polizze assicurative contro il longevity risk per i singoli pensionati e, soprattutto, mettendo a punto schemi di riassicurazione a protezione dei sistemi pensionistici. Anche se in forme ancora embrionali, un mercato di strumenti finanziari derivati di copertura del “rischio longevità” sta già nascendo in Gran Bretagna ed in Olanda e promette di ampliarsi a mano a mano che la coscienza di questa nuova classe di rischio si diffonde.
Sarebbe un curioso scherzo del destino se proprio l’ingegneria finanziaria più sofisticata – a cui molti attribuiscono la grave responsabilità dei nostro malessere presente- si rivelasse la chiave decisiva per difendere il nostro benessere futuro.