Mercati finanziari e crescita economica vanno d’accordo?

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Armando Carcaterra, Direttore Investimenti ANIMA, discute di un tema molto interessante e cioè se la crescita dei dei mercati azionari e crescita economica vanno ancora d’accordo, o se col la crisi è cambiato qualcosa in questa correlazione.

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1. Evoluzione dei mercati azionari e crescita economica vanno ancora d’accordo ?

Il valore delle azioni dipende in misura determinante dalla profittabilità attesa delle imprese e, a loro volta, i profitti delle imprese beneficiano della crescita del Pil (cioè del reddito complessivamente prodotto in un’economia). Se ci si attende che l’economia vada bene si presume che i profitti cresceranno e viceversa.

Negli ultimi tempi, tuttavia, i mercati azionari occidentali hanno conosciuto fasi di consistente ripresa, nonostante le prospettive di crescita del Pil siano rimaste molto modeste ed incerte. La divergenza tra le cattive prospettive di crescita economica e l’andamento ascendente degli indici azionari non è però inspiegabile: nonostante le difficoltà dell’economia, la profittabilità delle imprese è infatti migliorata.

Tra il 2010 ed il 2011 la redditività del capitale ha recuperato rapidamente la flessione del 2009 ed oggi è tornata vicina ai livelli massimi degli ultimi 30 anni. Le imprese sono cioè riuscite a slegare la propria profittabilità dall’andamento del Pil: in pratica, hanno aumentato gli utili, a dispetto di un’economia in affanno.

2. Come hanno fatto le imprese ad aumentare i profitti?

In una parola, le imprese hanno ridotto i costi e/o aumentato i prezzi di vendita, riuscendo così a compensare la riduzione delle vendite con margini unitari superiori. Se la crescita economica dovesse continuare a peggiorare sarà difficile portare avanti questa strategia ancora per molto.

Prendiamo ad esempio la produttività, che può essere misurata come il valore dei ricavi realizzati da ogni unità di personale impiegato. A parità di occupati, la capacità di aumentare il fatturato dipende dall’efficienza dei processi produttivi e l’efficienza dei processi produttivi dipende dagli investimenti che l’impresa fa in macchinari e nuove tecnologie.
Negli ultimi anni, nonostante la tenuta dei profitti, le imprese non hanno però investito molto. L’incertezza le ha spinte piuttosto a mantenere ampie riserve di liquidità inutilizzata o, in alcuni casi, a riacquistare i propri stessi titoli sul mercato azionario per sostenerne il valore (i cosiddetti buy-back).

In alternativa le imprese possono incrementare la produttività riducendo il personale e facendo lavorare di più quello rimanente, una strategia che però alla lunga diventa insostenibile sia a livello microeconomico che a livello macroeconomico. A livello specifico, ridurre troppo il personale può depauperare l’impresa delle sue risorse migliori; a livello aggregato, un aumento dei profitti a scapito degli altri redditi distrugge le capacità di spesa dell’economia ed innesta un circolo vizioso di sempre minore domanda di beni.

3. Quali sono le conseguenze di lungo periodo?

Nel lungo periodo, la difesa della profittabilità delle imprese non può neppure essere affidata al continuo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti: in un contesto di stagnazione, aumentare i prezzi porta a perdite di quote di mercato e anche in questo caso pregiudica le prospettive di crescita dell’impresa.

E non si può nemmeno ipotizzare una crescita dei profitti sistematicamente superiore a quella del Pil, perché questo porterebbe alla possibilità che – alla fine – le imprese possano assorbire tutto il reddito prodotto dall’economia, annullando la quota destinata ai salari e ad altri redditi. Un esito assurdo.

La crescita dei profitti non può essere sostenuta all’infinito dal sacrificio degli altri redditi e dell’occupazione. Profittabilità delle imprese e crescita economica -nel bene e nel male- dovranno inevitabilmente ricominciare a muoversi insieme.