I blog da regolamentare? Forse il problema è la bassa qualità dell’informazione in Italia

E’ tornato alla ribalta il tema della “necessità” di regolamentare i blog. Un tema che se da un lato si può condividere, dall’altro non si capisce quale sia l’urgenza, dato che comunque già ora esistono le leggi: ad esempio, il reato di diffamazione si applica ovviamente anche a quello che viene scritto su un blog.

Ma vorremmo analizzare la questione da un altro punto di vista, e cioè il fatto che in realtà i blog competono sempre di più con l’informazione “tradizionale” anche per il decrescente livello di qualità di quest’ultima.

C’è chi accusa quotidiani e giornali di amplificare notizie e umori dei social network, usando spesso twitter come fonte: creando di fatto un corto circuito nel mondo dell’informazione, che cerca sempre di più di arrivare prima sulla notizia (e pazienza se poi si scopre che non era una notizia) e cerca di scrivere “quello che sembra che la gente vorrebbe leggere”, guadagnando così molte visite sui siti dei quotidiani, ma riducendo notevolmente la qualità dell’informazione.  E ovviamente se la qualità dell’informazione è bassa, si crea un problema di democrazia, dato che la gente prende decisioni e fa scelte sulla base di presupposti sbagliati.

Il risultato però è che i quotidiani somigliano sempre più ai social network e ai blog, più che viceversa.

L’informazione dovrebbe spiegare le notizie, non semplicemente farci un titolo ad effetto. Un esempio di questa situazione lo si ritrova nella sistematica confusione tra indagine e condanna, con titoli di giornale che gridano allo scandalo perché a qualcuno accusato di questo o quel reato vengono concessi gli arresti domiciliari o magari viene rimesso in libertà: frequente che venga cavalcata ed alimentata l’onda emotiva dello sdegno per quella che viene fatta apparire come una “punizione incongrua”, molto raro che qualcuno ricordi che le pene si scontano dopo la condanna, e sulla base di un sospetto. Vendendo copie e guadagnando visite sui siti, ma distogliendo l’attenzione da quello che è il problema reale (in questo caso, i tempi enormemente lunghi dei processi in Italia).

E allora, ecco che la differenza tra i giornali e i blog si riduce molto…

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Spread Bund-BTP: un grafico importante per comprendere la dinamica

Si parla tantissimo di spread, del differenziale di rendimento tra i titoli di stato tedeschi (che vengono considerati “i più affidabili”) e gli altri titoli di stato: questa differenza rappresenta il maggiore rischio percepito dal mercato relativo a questi ultimi.

Quando si parla di spread però, non si può dimenticare che non è solo l’andamento del rendimento dei titoli italiani ad influenzarlo, ma anche il rendimento dei titoli tedeschi. E il rendimento dei titoli tedeschi è stato tutt’altro che costante nell’ultimo anno, scendendo dal quasi 3,5% di aprile 2011, al poco più che 1,5% delle ultime quotazioni. Un salto di oltre 150 punti base.

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Ovviamente, non è che siccome l’andamento dello spread è influenzato anche dall’andamento dei Bund tedeschi allora si può considerare tutti i problemi risolti: i titoli tedeschi rendono poco perché gli investitori internazionali “fuggono” dai titoli dei paesi periferici e dirottano gli investimenti sui bund, decurtandone di fatto il rendimento. Ma il fatto è che lo spread, come ogni indicatore sintetico, va interpretato e contestualizzato.

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Guadagnare con le pulizie di primavera?

La primavera è anche tempo di pulizie “di fondo”, e con la crisi che incalza sono in molti, specie negli USA, a cercare di trasformarlo in una occasione per racimolare un po’ di denaro per fare quadrare i conti.

Il punto è che spesso queste pulizie diventano l’occasione di liberarsi degli oggetti non più utilizzati. Questo, per gli oggetti consumatore medio americano, finora si è spesso tradotto prevalentemente in una destinazione: la spazzatura.

In molti però si stanno rendendo conto che molti oggetti possono essere riciclati, o ancora meglio venduti, spingendo ad un cambio di cultura che è veramente notevole per il consumatore USA.

Gli oggetti tecnologici (telefoni cellulari, lettori mp3, videocamere, ecc.) diventano obsoleti molto velocemente ma non è detto che per questo valgano zero. Quel “poco” che valgono era considerato trascurabile quando i redditi erano più certi ed elevati, ma ora diventa importante capitalizzarlo, e a sostenere il valore dei dispositivi obsoleti c’è anche (involontariamente) una grande fetta della distribuzione americana, che per sostenere le vendite dei dispositivi nuovi propone spesso promozioni e iniziative di rottamazione, spingendo molti ad acquistare dispositivi obsoleti semplicemente per rientrarli ed usufruire della promozione.

Anche la vendita dei vestiti usati si sta sviluppando molto, favorita da una crescente domanda di vestiti “low cost”, o anche da un ritorno alla moda vintage, che crea un mercato abbastanza ampio per i vestiti usati.

Un altro settore dove l’usato è in ascesa è quello dei libri e dvd: spesso dopo che un libro viene letto una o al massimo due volte, il suo destino è quello di rimanere a vita sulla libreria. Ecco che allora molti stanno decidendo di liberarsi dell’ingombro, trasformandolo in denaro: chiaramente il prezzo di vendita per un singolo libro usato è tipicamente molto basso, ma sono in molti ad avere diverse decine di libri “vendibili”.

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Quali sono i criteri utilizzati dalle banche per decidere le condizioni dei prestiti alle imprese?

La Banca d’Italia ha pubblicato gli ultimi dati dell’indagine BLS sul credito bancario, che fotografa in dettaglio l’approccio delle banche verso i prestiti, e l’evoluzione dei criteri adottati per determinare se concedere il prestito, e le condizioni da applicare.

I criteri che influenzano la decisione di concedere il prestito sono sostanzialmente i seguenti:

  • Criteri legati ai costi di provvista e ai vincoli di bilancio:
    • costi connessi con la posizione patrimoniale della banca
    • capacità della banca di finanziarsi sul mercato (ad esempio quello monetario od obbligazionario)
    • posizione di liquidità della banca
  • Pressione concorrenziale
    • pressione concorrenziale da parte delle altre banche
    • pressione concorrenziale da parte delle istituzioni non bancarie
    • pressione concorrenziale da parte delle fonti di finanziamento di mercato
  • Percezione del rischio
    • attese riguardo all’attività economica in generale
    • prospettive relative a particolari settori o imprese
    • rischi sulle garanzie

Il bilanciamento dei criteri cambia nel tempo. I grafici sottostanti mostrano come è evoluto il rapporto relativo tra i criteri (quali hanno guadagnato peso e quali invece lo hanno perso) dal 2003 ad oggi.

Negli ultimi trimestri si nota come a incidere in modo sostanziale ci sia da un lato la percezione del rischio, neppure tanto legato alla singola azienda quanto al settore e all’economia in generale, ma dall’altro si nota un picco relativo a criteri legati alla liquidità e alla capacità di finanziamento della banca, che si può ricondurre anche alle turbolenze sui titoli di stato (di cui le banche sono grandi detentori).

La data di riferimento utilizzata nelle tabelle coincide con il mese successivo al trimestre oggetto della rilevazione.
La percentuale netta è data dalla differenza tra la percentuale delle risposte che indicano una variazione di un dato segno (ad esempio, un “irrigidimento dei criteri” o un “incremento della domanda”) e la percentuale di quelle che indicano una variazione di segno opposto (un “allentamento dei criteri” o una “diminuzione della domanda”). Il campo di variazione dell’indice è compreso tra -100 e 100.

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Terzo settore, un’economia da 67 miliardi di euro

Il mondo del no-profit e del volontariato che costituisce una leva importante per l’economia? Un accostamento solo apparentemente contraddittorio, dato che i dati di una ricerca condotta da UniCredit Foundation e Ipsos evidenziano in modo netto il peso che ha nell’economia italiana il cosiddetto “Terzo Settore”, che è bene espresso da due dati: 650.000 occupati e un “fatturato” di 67 miliardi di euro (il 4,3% del PIL), superiore a quello della moda made in Italy, Il Terzo settore Include organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale,cooperative e imprese sociali, fondazioni, comitati, enti ecclesiastici e organizzazioni non governative: i dati relativi al numero di istituzioni no profit sono un po’ vecchi, ma permettono comunque di avere un’idea: si parla di 235.000 istituzioni nel 2003, pari al 5,3% di tutte le unità istituzionali. Un aspetto interessante è anche che le entrate del terzo settore hanno tenuto nonostante la crisi,anche se è cambiata la composizione della provenienza delle entrate, con una riduzione dei contributi pubblici.

La provenienza delle entrate nel 2010 risultava così suddivisa: 36% dal pubblico; 30,2% da donazioni; 18,7% dalla vendita di beni e servizi a privati; 11,1% dall’autofinanziamento; 4,1% da altre fonti. Un altro dato significativo è rappresentato dalla tenuta delle entrate anche nel periodo 2008-2010, segnato da una forte caduta del PIL, soprattutto grazie al contributo dei privati. Nel periodo, infatti, i trasferimenti pubblici per acquisto di servizi sono diminuiti del 4,2% e quelli a fondo perduto del 9,7%, mentre le entrate derivanti da donazioni da privati sono cresciute del 6,8% e quelle da autofinanziamento degli associati del 6,4%. Calo che però non ha significato una diminuzione complessiva delle entrate, anche grazie a una complessiva migliore capacità di mettere in campo nuove iniziative di fund raising.

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Polemiche su aperture domenicali: e se si introducesse un indennizzo aggiuntivo per il lavoro festivo continuato?

Ci sono molte polemiche intorno alla legge che ha liberalizzato i giorni e gli orari di apertura dei negozi, che secondo qualcuno vanno a penalizzare in modo scorretto i dipendenti, ed i piccoli negozi, e perciò andrebbero vietate. Dal nostro punto di vista, la questione ha delle sfumature un po’ diversa.

  • In generale, se uno ha una attività (commerciale o di altro tipo), dovrebbe poterla gestire come crede opportuno, entro certi limiti. E gli orari di apertura dovrebbe essere tra le cose cosa da poter decidere liberamente, frutto di una valutazione economica (tra costi di apertura e benefici che ciò comporta) e non su imposizione. Soprattutto considerato che ci sono molti clienti a poter beneficiare di negozi aperti anche in giorni o in orari diversi dai “soliti”.
  • La questione dei piccoli negozi è secondo noi equivocata: un’impresa deve essere competitiva di per sé, non perché viene impedito di rivolgersi ad altri, perché altrimenti si danneggia i consumatori (e nel lungo periodo, l’economia). Un “piccolo negozio” quindi se non è in grado di competere sul prezzo né sugli orari di apertura a causa delle ridotte dimensioni, deve avere altri punti di differenziazione (ad esempio, qualità del servizio, capacità di assistenza superiori, ecc.). Se non ha punti di differenziazione, non si può pretendere che venga tutelato “a tutti i costi”.
  • Per quanto riguarda i dipendenti, invece, non è corretto che si trovino gli orari imposti arbitrariamente. Ma la soluzione, a nostro parere, non è nella normazione generale degli orari di apertura, ma piuttosto nella contrattazione tra dipendenti e datori di lavoro. Si può certamente obiettare che il dipendente si trova di fatto in una posizione di debolezza, nella grandissima maggioranza dei casi. Per compensare questa debolezza ed evitare abusi sarebbe interessante introdurre una sorta di “superindennizzo” per il lavoro festivo continuato. Già attualmente i contratti lavorativi prevedono che i giorni festivi siano retribuiti in modo maggiorato. Siccome il lavoro festivo dovrebbe essere un qualcosa di “eccezionale” per il lavoratore, e non la regola, potrebbe essere corretto che se si supera un certo numero di giorni festivi lavorati in un certo lasso di tempo, ci sia una ulteriore maggiorazione della retribuzione: ad esempio, se si lavorano più di tre domeniche (o altre festività) in sei mesi, la maggiorazione potrebbe aumentare del 50%, se diventano più di sei del 100%, ecc.

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Pagamenti dalla Pubblica Amministrazione entro 30 giorni, per legge

È cosa nota che ad aggravare la situazione delle imprese italiane contribuiscono i lunghi tempi di pagamento da parte delle amministrazioni pubbliche, con pagamenti che non è raro arrivino ad essere effettuati a 180 giorni, o tempi ancora più lunghi. È chiaro che situazioni di questo tipo possono arrivare a mettere in ginocchio le imprese creditrici, prosciugandone la liquidità. Non sono purtroppo rare le imprese che entrano in crisi proprio per motivi come questo. Le cose però potrebbero molto presto cambiare in modo radicale. La direttiva 2011/7/EU dell’Unione Europea infatti è in via di recepimento (esiste già un disegno di legge), e prevede, dal 2013, che i pagamenti della Pubblica Amministrazione debbano essere effettuati entro 30 giorni dal ricevimento della fattura. In casi particolari si potrà arrivare al massimo a 60 giorni. La logica è ben sintetizzata nel considerando numero 23 della direttiva:

(23) Di regola, le pubbliche amministrazioni godono di flussi di entrate più certi, prevedibili e continui rispetto alle imprese. Molte pubbliche amministrazioni possono inoltre ottenere finanziamenti a condizioni più interessanti rispetto alle imprese. Allo stesso tempo, per raggiungere i loro obiettivi, le pubbliche amministrazioni dipendono meno delle imprese dall’instaurazione di relazioni commerciali stabili. Lunghi periodi di pagamento e ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni per merci e servizi determinano costi ingiustificati per le imprese. Di conseguenza per le transazioni commerciali relative alla fornitura di merci o servizi da parte di imprese alle pubbliche amministrazioni è opportuno introdurre norme specifiche che prevedano, in particolare, periodi di pagamento di norma non superiori a trenta giorni di calendario, se non diversamente concordato espressamente nel contratto e purché ciò sia obiettivamente giustificato alla luce della particolare natura o delle caratteristiche del contratto, e in ogni caso non superiori a sessanta giorni di calendario.

Ma la direttiva non regola solo i pagamenti della Pubblica amministrazione. Anche i ritardi nei pagamenti tra imprese possono penalizzare i creditori. E per questo motivo, la direttiva prevede che i pagamenti tra imprese dovranno essere effettuati al massimo a 60 giorni dal ricevimento della fattura. In questo caso è consentita maggiore flessibilità, dando alle imprese la possibilità di concordare tempi diversi, ma questa eventualità deve essere appunto concordata, e non frutto della “pressione” del debitore sul creditore.

(13) Di conseguenza, si dovrebbe provvedere a limitare, di regola, i termini di pagamento previsti dai contratti tra imprese a un massimo di sessanta giorni di calendario. Tuttavia, ci possono essere circostanze in cui le imprese richiedono periodi di pagamento più lunghi, ad esempio quando le imprese intendono concedere credito commerciale ai propri clienti. Si dovrebbe quindi mantenere la possibilità per le parti di concordare espressamente periodi di pagamento superiori a sessanta giorni di calendario, a condizione, tuttavia, che tale proroga non sia gravemente iniqua per il creditore.

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Ricerche Frequenti:

  • i pagamenti dovranno essere effettuati 60 gg dffm

Le pubblicità “pay per action” di prodotti finanziari: un rischio per i risparmiatori?

La pubblicità in Internet viene acquistata con diversi meccanismi, che sono collegati al livello di interazione del navigatore con l’annuncio. I più comuni sono tre:

  • a visualizzazione (spesso classificata come CPM, cost per mille, o PPM, pay per mille): l’acquirente dello spazio paga una certa somma per ciascuna visualizzazione dell’annuncio (indipendentemente dal fatto che il visitatore clicca o interagisca in altro modo con l’annuncio).
  • a click (classificata come CPC – cost per click o PPC, pay per click): in cui l’acquirente paga non per la visualizzazione degli annunci in sé, ma per i click sugli annunci. Questo meccanismo, in teoria, dovrebbe consentire agli acquirenti di pagare solo per gli utenti “effettivamente interessati”
  • per azione (CPA, cost per action o PPA, pay per action): in cui l’acquirente paga solo in relazione ai visitatori che non solo vedono il loro annuncio, non solo ci cliccano sopra, ma compiono ulteriori azioni, come la registrazione in un sito, o l’acquisto vero e proprio del loro prodotto o servizio. Si parla in questi casi di pubblicità PPL (pay per lead) o (pay per sale). Sono molti gli acquirenti che spingono verso questa modalità, perché permette loro di avere la massima certezza di pagare solo per i risultati ottenuti: di fatto i siti in questo scenario diventano una rete di vendita, e non di promozione. Ma questo comporta delle problematicità da non trascurare.

La domanda che nasce è semplice: le pubblicità “pay par action” sono ancora pubblicità? Il dubbio è infatti che inizino a somigliare molto — troppo — all’intermediazione. Se parliamo di un soggetto che percepisce una quota dei ricavi (o dei guadagni) che genera, viene infatti non da pensare ad un soggetto che “fa pubblicità”, ma piuttosto qualcosa di simile ad un agente o ad un mediatore.

Se parliamo di prodotti finanziari, la questione inizia a farsi delicata: da un lato è comprensibile che l’intermediario abbia interesse ad incentivare la vendita dei prodotti per i quali ha una commissione sulla vendita, dall’altro non è automatico che sia idoneo a fare da agente o mediatore finanziario. Il rischio è quello che l’intermediario “ci metta un po’ troppo entusiasmo”, e incentivi la sottoscrizione di investimenti che non sono idonei per lo specifico sottoscrittore, ad esempio presentandoli come investimenti senza rischio.

Sono proprio questi atteggiamenti di “incentivazione estrema” (per dirla con un eufemismo) che hanno fatto parlare qualcuno di “truffa del Forex” qualche tempo fa. Non serve dire che, ovviamente, il forex di per sé non è una truffa, ma indubbiamente presentarlo come qualcosa che non è (paragonandolo ad un investimento a rischio zero) è scorretto. Anche se dà minore certezza dell’investimento, sarebbe a nostro parere opportuno che chi vende prodotti finanziari faccia attenzione ai canali e metodi promozionali che utilizza.

Nel migliore dei casi, il rischio è di ritrovarsi investitori insoddisfatti (che quindi sono investitori che non investiranno più e sconsiglieranno i conoscenti da quella tipologia di investimento). Il caso limite, non troppo astratto, è che chi vende prodotti finanziari si trovi a dover rispondere dei comportamenti di questi soggetti che diventano alla fine “pseudo-agenti”.

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Italiani meno risparmiatori, e soprattutto meno investitori

A causa della crisi economica, gli italiani stanno perdendo il primato che li caratterizzava come “i risparmiatori d’Europa”, con una propensione al risparmio che e scesa al 12% rispetto al 16% di pochi anni fa. Alcune stime calcolano che i flussi di risparmio nel 2012 saranno quasi dimezzati rispetto al periodo precedente alla crisi, e soprattutto che questo trend di “basso risparmio” sarebbe destinato a continuare nei prossimi anni, a causa di fattori che non si risolveranno in breve tempo: disoccupazione, riduzione del reddito disponibile, pressione fiscale elevata.

Ma c’è un altro aspetto che preoccupa gli economisti guardando al risparmiatore italiano, e cioè che sceglie sempre più il risparmio e meno gli investimenti. La scelta, dal punto di vista del singolo, è perfettamente comprensibile e logica: in un momento di incertezza si scelgono le forme di risparmio più sicure, a partire dai conti deposito. Ma dal punto di vista “macro”, questa tendenza comporta un minore apporto di risorse al settore industriale: non va infatti dimenticato che azioni ed obbligazioni, e tutti i loro vari “contenitori” (dai fondi agli ETF) significano apporto di risorse alle imprese, che quindi si trovano in contesto economico già difficile che va ulteriormente ad appesantirsi a causa della minore disponibilità di risorse (che vuol dire un costo maggiore delle stesse, se non altro).

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La fiducia dei consumatori, nonostante tutto, cresce

Il momento economico rimane indubbiamente difficile, ma gli ultimi dati resi disponibili dalla Banca d’Italia danno dei segnali positivi. In particolare, anche a marzo la fiducia dei consumatori ha mostrato segni di crescita. Certamente, la fiducia ancora adesso non è elevata (specie se si fa il confronto con il 2009), ma si è tornati a livelli che non si raggiungevano da diversi mesi. La produzione industriale, come è stato evidenziato anche da diversi quotidiani nei giorni scorsi, rimane bassa ed anzi mostra un trend in discesa in questa prima parte del 2012. Ma è incoraggiante la tendenza degli ordini, che appare in risalita, e che quindi dovrebbe preludere anche ad una ripresa della produzione. image image Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

La sicurezza delle carte di credito è a rischio?

Un paio di settimane fa, un grande gestore americano di pagamenti attraverso carte di credito, Global Payments, è stato “bucato”, e gli hacker sarebbero riusciti a sottrarre i numeri di un milione e mezzo di carte di credito.

Va detto che nonostante le dimensioni del furto informatico, i rischi dovrebbero essere ridotti, dato che gli hacker avrebbero sì sottratto i numeri, ma non i nomi dei proprietari né (forse) la scadenza, con il risultato che in realtà questi numeri non potrebbero essere usati per fare acquisti.

Global Payments è stato sospeso da Visa, e per tornare a trattare pagamenti dovrà prima dare prova della sicurezza dei suoi sistemi.

Nonostante apparentemente sia dunque tutto andato bene, l’episodio è utile per ricordare alcune buone regole di sicurezza che valgono sempre. Infatti, essendo stato compromesso il sistema di pagamento e non il singolo sito non bisogna cadere nell’errore di pensare che “se il sito è famoso è anche più sicuro di uno sconosciuto” (cosa di per sé comunque non automaticamente vera).

  • Se fate spesso acquisti su internet tramite carta di credito, prendete in considerazione anche l’ipotesi di usare una carta prepagata, in modo che nel peggiore dei casi il danno si limiterebbe esclusivamente alla somma caricata sulla carta.
  • Attivate i sistemi di sicurezza aggiuntivi che spesso sono previsti (es. Verified by VISA) che permettono di far sì che venga richiesta una password oltre al numero della carta di credito e al CVV. Tenete presente però che non è obbligatorio per il sito/sistema di pagamento di richiedere la password (che viene supportata solo dai siti/sistemi convenzionati), quindi non dà sicurezza al 100%.
  • Attivate la notifica via sms delle transazioni. Diverse carte offrono la notifica via sms della transazione come un optional gratuito. In altri casi il costo dell’invio dell’sms è a carico del cliente (specie se la transazione è di importo ridotto, ad esempio sotto i 50 euro). Si tratta, a nostro parere del metodo di sicurezza più importante, dato che dà la possibilità di rendersi conto in tempo reale di anomalie, e quindi di contattare chi ha emesso la carta per segnalarle. Una segnalazione tempestiva, oltre a prevenire l’addebito (non serve quindi neppure attendere lunghi tempi per il rimborso), spesso aiuta anche ad individuare i colpevoli dell’abuso.

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Mercati finanziari e crescita economica vanno d’accordo?

Armando Carcaterra, Direttore Investimenti ANIMA, discute di un tema molto interessante e cioè se la crescita dei dei mercati azionari e crescita economica vanno ancora d’accordo, o se col la crisi è cambiato qualcosa in questa correlazione.

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1. Evoluzione dei mercati azionari e crescita economica vanno ancora d’accordo ?

Il valore delle azioni dipende in misura determinante dalla profittabilità attesa delle imprese e, a loro volta, i profitti delle imprese beneficiano della crescita del Pil (cioè del reddito complessivamente prodotto in un’economia). Se ci si attende che l’economia vada bene si presume che i profitti cresceranno e viceversa.

Negli ultimi tempi, tuttavia, i mercati azionari occidentali hanno conosciuto fasi di consistente ripresa, nonostante le prospettive di crescita del Pil siano rimaste molto modeste ed incerte. La divergenza tra le cattive prospettive di crescita economica e l’andamento ascendente degli indici azionari non è però inspiegabile: nonostante le difficoltà dell’economia, la profittabilità delle imprese è infatti migliorata.

Tra il 2010 ed il 2011 la redditività del capitale ha recuperato rapidamente la flessione del 2009 ed oggi è tornata vicina ai livelli massimi degli ultimi 30 anni. Le imprese sono cioè riuscite a slegare la propria profittabilità dall’andamento del Pil: in pratica, hanno aumentato gli utili, a dispetto di un’economia in affanno.

2. Come hanno fatto le imprese ad aumentare i profitti?

In una parola, le imprese hanno ridotto i costi e/o aumentato i prezzi di vendita, riuscendo così a compensare la riduzione delle vendite con margini unitari superiori. Se la crescita economica dovesse continuare a peggiorare sarà difficile portare avanti questa strategia ancora per molto.

Prendiamo ad esempio la produttività, che può essere misurata come il valore dei ricavi realizzati da ogni unità di personale impiegato. A parità di occupati, la capacità di aumentare il fatturato dipende dall’efficienza dei processi produttivi e l’efficienza dei processi produttivi dipende dagli investimenti che l’impresa fa in macchinari e nuove tecnologie.
Negli ultimi anni, nonostante la tenuta dei profitti, le imprese non hanno però investito molto. L’incertezza le ha spinte piuttosto a mantenere ampie riserve di liquidità inutilizzata o, in alcuni casi, a riacquistare i propri stessi titoli sul mercato azionario per sostenerne il valore (i cosiddetti buy-back).

In alternativa le imprese possono incrementare la produttività riducendo il personale e facendo lavorare di più quello rimanente, una strategia che però alla lunga diventa insostenibile sia a livello microeconomico che a livello macroeconomico. A livello specifico, ridurre troppo il personale può depauperare l’impresa delle sue risorse migliori; a livello aggregato, un aumento dei profitti a scapito degli altri redditi distrugge le capacità di spesa dell’economia ed innesta un circolo vizioso di sempre minore domanda di beni.

3. Quali sono le conseguenze di lungo periodo?

Nel lungo periodo, la difesa della profittabilità delle imprese non può neppure essere affidata al continuo aumento dei prezzi di vendita dei prodotti: in un contesto di stagnazione, aumentare i prezzi porta a perdite di quote di mercato e anche in questo caso pregiudica le prospettive di crescita dell’impresa.

E non si può nemmeno ipotizzare una crescita dei profitti sistematicamente superiore a quella del Pil, perché questo porterebbe alla possibilità che – alla fine – le imprese possano assorbire tutto il reddito prodotto dall’economia, annullando la quota destinata ai salari e ad altri redditi. Un esito assurdo.

La crescita dei profitti non può essere sostenuta all’infinito dal sacrificio degli altri redditi e dell’occupazione. Profittabilità delle imprese e crescita economica -nel bene e nel male- dovranno inevitabilmente ricominciare a muoversi insieme.

Investimenti in oro nel 2012: segnali bullish and bearish

Di Ben Traynor – BullionVault

Questa settimana è stata lanciata la Gold Survey 2012, realizzata da Thomson Reuters GFMS (che è la prima  agenzia di ricerca nel campo dei metalli preziosi): è interessante ed utile evidenziare come convivano sia segnali bullish e bearish, che dovranno analizzare in particolare quanti stanno prendendo in considerazione l’idea di investire in oro nel corso di quest’anno.

Segnali bullish

La domanda di oro da investimento toccherà un nuovo record durante il 2012

La GFMS ritiene che, così come nel 2011, anche nell’anno in corso la domanda di oro da investimento sarà il driver principale del prezzo. Inoltre, si attende che l’oro stabilisca un nuovo record di domanda che sfiorerà le 2000 tonnellate.

Un fattore chiave che continuerà a favorire la diffusione degli investimenti in oro continuerà ad essere la politica monetaria accomodante delle banche centrali.

“Il corollario al lassismo della politica monetaria” ha dichiarato Philip Klapwijk, global head of metal analytics, “è il timore dell’inflazione, che diventa sempre più probabile se il prezzo del petrolio continua a salire per le tensioni crescenti tra Iran e USA.”

La domanda di oro fisico da investimento è rimasta forte durante lo scorso anno

La domanda di oro fisico da investimento ha avuto ”una performance eccellente” lo scorso anno, ha dichiarato Klapwijk durante il lancio della Gold Survey.

In Europa, Cina, Tailandia e nel subcontinente indiano si è notata una crescita della domanda di lingotti da investimento, mentre nel Nord America si tende a preferire le monete.

A livello globale, la domanda combinata di monete e lingotti è stata di 1.543 tonnellate, ovvero il 30% in più rispetto al 2010, e un nuovo record storico. È infatti vero che l’investimento in oro fisico ha fatto la parte del leone, visto che la maggior parte degli investimenti in oro nel 2011 sono stati in forma di oro fisico.

L’importanza di questo dato è che l’oro fisico tende ad essere un investimento più impegnativo rispetto alle altre forme di esposizione al metallo (per esempio i futures), perché chiudere una posizione in oro fisico è normalmente un processo che richiede più tempo.

Alcuni fattori continueranno ad influenzare la domanda di oro fisico nonostante tutto. Tra questi, si noti una situazione economica con tassi di interesse reali negativi e il timore dell’inflazione.

L’offerta di oro usato non cresce

A livello globale, l’offerta di oro usato è diminuita di circa 50 tonnellate durante il 2011, una quantità che equivale a circa i due terzi della crescita annuale della produzione mineraria. L’offerta di oro usato è diminuita per il secondo anno di seguito.

Soltanto l’Europa ha avuto un aumento dell’offerta di oro usato durante il 2011, probabilmente come risultato della crisi dell’Eurozona.

In Nord America e in America Latina si è verificata una crescita leggera, mentre in Asia Orientale e nel subcontinente indiano si è verificata una riduzione, così come nel Medio Oriente, dove il calo è stato di oltre 100 tonnellate.

La GFMS si attende che l’offerta d’oro usato avrà un aumento durante quest’anno, mentre sul mercato mancherà un’altra fonte tradizionale, ovvero le banche centrali. Si noti che tra il 1987 e il 1999 ci fu un “aumento storico” dell’offerta derivante da oro usato, hedging dei produttori e vendite delle banche centrali, una combinazione che contribuì alla diminuzione del prezzo.

D’altra parte, l’offerta da queste fonti è stata ferma dal 2000, nonostante l’aumento dell’offerta di oro usato avvenuto all’inizio della crisi finanziaria. Questo periodo di stasi dell’offerta ha coinciso con il bull market dell’oro.

Ci si attende che le banche centrali continueranno a comprare oro

La GFMS si attende che le banche centrali continueranno ad essere acquirenti netti di oro anche quest’anno, anche se dovrebbe verificarsi un leggero calo rispetto all’anno scorso, visto che nel 2011 gli acquisti del settore ufficiale sono saliti del 491% annualmente.

Il fatto che le banche centrali siano diventate acquirenti netti è un fattore chiave del calo dell’offerta che si menzionava al punto 3. I membri del Central Bank Gold Agreement hanno effettuato “vendite irrilevanti” negli anni scorsi, mentre le banche centrali dei paesi emergenti hanno comprato oro in quantità significative.

Segnali bearish

Ci si attende che la quantità di oro estratta aumenterà anche quest’anno

L’estrazione mineraria di oro è cresciuta per il terzo anno di seguito durante il 2011. Lo scorso anno si è verificato un aumento del 2,8%, pari a 78 tonnellate.

47 tonnellate provengono da nuovi giacimenti. L’Africa è stata la regione con la maggiore crescita, avendo aumentato la produzione di 51 tonnellate (e questo nonostante il fatto che il player più importante, il Sudafrica, abbia avuto invece una contrazione di 5 tonnellate).

Klapwijk ritiene che l’estrazione mineraria abbia iniziato una nuova era, e si attende una crescita del 3% durante quest’anno.

È necessaria una forte domanda dal settore degli investimenti per mantenere il prezzo al livello attuale

L’aumento della produzione mineraria contribuisce a quello che GFMS chiama il “surplus” del mercato, la differenza tra la fornitura combinata di oro usato e di nuova estrazione e la domanda dei settori orafo e industriale.

GFMS stima tale surplus in circa 110 tonnellate. Gli investimenti in oro devono quindi assorbire tale quantità.

Al prezzo attuale, si tratta di un valore di $130 miliardi, ha dichiarato Klapwijk durante la conferenza. Uno degli invitati ha domandato se si possa ipotizzare che al momento attuale gli occidentali abbiano investito troppo in oro.

Klapwijk ha dichiarato che l’ipotesi non è da escludere, e che molti investitori hanno di certo già costruito le proprie posizioni in oro e non sono interessanti ad accrescerle. Ha anche notato che alcune istituzioni come fondi pensione e di gestione patrimoniale (nei quali l’investimento in oro è comunque relativamente raro) possono ancora offrire spazio di crescita.

In questo momento l’attività di hedge delle aziende minerarie aumenta l’offerta

Per gran parte degli anni ’80 e ’90 le aziende minerarie si proteggevano dal rischio legato al prezzo vendendo in anticipo la produzione futura per bloccare il prezzo, aumentando l’offerta sul mercato in quel dato momento e quindi deprimendo il prezzo.

Questo processo si è rovesciato quando è cominciato il bull market dell’oro. Man mano che i prezzi salivano, i produttori hanno cominciato il de-hedge, chiudendo le posizioni forward e contribuendo in questo modo alla domanda d’oro.

Misurato come il totale di forward e prestiti, più le posizioni di option sull’oro aggiustate secondo la loro relazione con il movimento del prezzo dei gold futures (ovvero il delta), il totale delle posizioni di hedge dello scorso anno è stato un equivalente di 157 tonnellate. Lo scorso anno è stato il primo in oltre dieci anni che l’hedging netto è stato positivo, per un totale aggregato di sei tonnellate.

Si consideri che le posizioni di hedging nel ’99 e nel 2000 erano un totale di circa 3.000 tonnellate. La maggior parte del de-hedging sembra quindi che sia già stato compiuto.

Klapwijk ha dichiarato che l’hedging dei produttori “non può considerarsi una fonte di richiesta nel futuro”.

“Potrà soltanto essere una fonte di offerta. Rimane da stabilire: a quanto ammonterà?”

Klapwijk ha notato che la maggior parte dell’hedging dello scorso anno era relativo a specifici progetti minerari, aggiungendo che rimane comunque scarso l’interesse per un hedging strategico contro la possibile caduta del prezzo dell’oro da parte dei produttori.

La domanda del settore orafo è destinata a ridursi

La domanda del settore orafo ha avuto una contrazione del 2,2% nel 2011, anche se dato l’aumento del prezzo il fatto che la domanda non sia calata di più porta la GFMS a considerare la domanda “resistente”.

La maggior parte della domanda anche in questo caso proviene dalle nazioni in via di sviluppo, dove i prodotti orafi vengono acquistati come investimento e non solo come mero ornamento.

Nonostante nella maggior parte del mondo ci sia stato un ribasso della produzione orafa in termini di peso, la Russia ha avuto un leggero incremento e l’Asia Orientale una crescita di circa 40 tonnellate, di cui, secondo Klapwijk, “è responsabile la Cina”.

Nonostante la spinta dell’Oriente, la GFMS si attende che l’acquisto di beni di oreficeria diminuirà nuovamente quest’anno, a causa del prezzo e del rallentamento della crescita globale. La richiesta del settore orafo, secondo la GFMS, “rimarrà al di sopra dei livelli del 2009, ovvero il momento di depressione storica della richiesta.”

Uno sguardo al prezzo dell’oro

Considerando i fattori sopra descritti, insieme ad alcuni altri, la GFMS prevede un prezzo medio nel 2012 di $1.731/oz, in un range tra i $1.530 e i $1.920.

Klapwijk aggiunge che “una spinta verso i $2000 avverrà probabilmente prima della fine dell’anno, anche se la rottura del limite avverrà con tutta probabilità nella prima metà dell’anno prossimo.”

I profitti di breve termine non sono la ragione per la quale si investe in oro, sopratutto in forma fisica. Nelle nazioni in via di sviluppo dell’Est e in quelle Occidentali che soffrono gli allargamenti monetari delle banche centrali, l’investimento in oro serve a difendere il valore d’acquisto e come assicurazione contro il cosidetto rischio di coda.

Le dinamiche che sottendono la maggior parte degli investimenti in oro continueranno quindi a giocare un ruolo importante anche ben dopo la fine di quest’anno.

"Porta un amico in Webank": in palio buoni da 100 euro MediaWorld e Promoshopping

Webank ha lanciato la promozione “Porta un amico in Webank”, destinata a clienti “presentati” che apriranno il conto entro il 31 maggio, ed ai loro “presentatori”.

Per avere diritto al premio, è necessario che i “presentati” richiedano l’apertura richiederanno l’apertura del conto dal sito Webank , utilizzando il codice presentatore di un già cliente Webank assieme al codice convenzione del premio selezionato (buono Media World da 100 euro oppure buono Promoshopping da 100 euro), ed entro il 30 giugno perfezionino l’apertura del conto, aprendo una “linea vincolata” (di almeno sei mesi) con almeno 500€.

Sia “Presentato” che “Presentatore” avranno diritto allo stesso premio (cioè entrambi un buono MediaWorld, oppure entrambi un buono Promoshopping).

Non c’è limite al numero di “presentati” per un singolo “presentatore”, che ha pertanto la possibilità di cumulare i buoni senza limitazioni.

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