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Di Ben Traynor – BullionVault

La combinazione tra una valuta in crisi e una crescente richiesta d’oro non è senza conseguenze: tra queste c’è l’insoddisfazione dei Governi non soddisfatto, che tenderanno quindi a reazioni di tipo politico.

È quello che sta accadendo in Vietnam, dove la banca centrale vorrebbe mobilizzare l’oro in mano ai privati, dopo che l’anno scorso ha concesso il monopolio ad un singolo raffinatore, poi “acquisito amministrativamente” dalla banca centrale.

In India la reazione del governo si mostra con un quadruplicamento delle tasse di importazione dall’inizio dell’anno.

Una situazione simile sta per accadere in Turchia: secondo quanto scrive il Wall Street Journal, il governo intende proporre delle soluzioni che incoraggino i privati a depositare l’oro all’interno del sistema bancario. Si tratta nello specifico di depositi in oro che offrano un rendimento, e che lasciano al depositario la facoltà di ritirare il metallo fisico tramite una sorta di bancomat dell’oro.

Trattandosi di proposte, rimane da vedere se effettivamente verranno realizzate, e se riscuoteranno successo.

La tradizione di custodire l’oro in circuiti esterni al sistema potrebbe essere difficile da contrastare” dichiara Murat Ucer, economista della Global Source Partners, azienda di ricerca con sede a Istanbul.

Non è la prima volta che le autorità turche tentano di iniettare oro fisico nel sistema bancario nazionale: lo scorso novembre per esempio la banca centrale ha annunciato che le banche hanno la facoltà di detenere fino al 10% delle loro riserve in oro.

Gli elementi da considerare sono la crisi della valuta nazionale, e un problema relativo alla bilancia dei pagamenti. La lira turca ha perso il 23% contro il dollaro durante il 2011, mentre la domanda d’oro nell’ultimo trimestre del 2011 è aumentata del 128% anno su anno, secondo i dati del World Gold Council.

Nello specifico, nel 2011 la domanda del settore orafo si è mostrata leggermente in calo, ed è quella di lingotti e monete, acquistati con una prospettiva di investimento, ad essere cresciuta del 99% raggiungendo le 80,4 tonnellate (si ricorda che l’anno scorso la Turchia è stato il maggiore produttore di monete d’oro) .

La quasi totalità della domanda è stata soddisfatta tramite l’importazione: secondo i dati dell’Istanbul Gold Exchange la Turchia ha importato 79,7 tonnellate d’oro nel 2011. Non è una notizia che dovrebbe stupire più di tanto in una nazione in cui il deficit è il 10% del PIL.

Si tratta di un chiaro caso di causazione cumulativa: la lira turca si deprezza, la popolazione si protegge comprando oro, l’oro viene importato mettendo così ulteriore pressione sul tasso di cambio e ampliando il deficit.

Non è chiarissimo in che modo i depositi di oro dovrebbero interrompere questo circolo. Forse il governo ritiene che la presenza di oro nei bilanci delle banche ne aumenti la credibilità, diminuendo la propensione a comprare oro e supportando di conseguenza la lira.

O forse le autorità ritengono che costruendo una “liquidità comune” di oro fisico, le banche potrebbero far fronte ai picchi di domanda interna senza che sia necessario dipendere dalle importazioni. Nella pratica, le banche presterebbero l’oro dei depositanti così come già fanno con i depositi in valuta, mantenendo una determinata percentuale immediatamente disponibile per il prelievo.

Un’ipotesi del genere prevede il rischio implicito che le banche possano diventare oggetto di un prelievo di massa, per esempio in una situazione di difficoltà economica o finanziaria, o se esistesse il timore che la banca potesse fallire.

In tempi recenti queste due circostanze si sono presentate insieme. Spesso, anche se non sempre, avvengono in concomitanza con un rialzo del prezzo dell’oro, visto che in una situazione simile gli investitori si rifugiano in beni che ritengono sicuri.

Un assalto ai depositi in oro sembra più probabile rispetto ad un assalto ai depositi in cash. Le garanzie governative sui depositi sono uno strumento efficace per mantenere la fiducia ed evitare un assalto, ma sono più credibili per i depositi in cash che per quelli in oro. Il governo del resto non può garantire i depositi in oro fisico a meno che non sia pronto a mettere mano alle proprie riserve nazionali, oppure ad andare a rifornirsi sul mercato internazionale quando necessario.

Nessuna di queste due mosse però aiuterebbe la fiducia nella lira, e ciò ci riporta alla situazione iniziale: una lira debole, una posizione di conto corrente debole e la popolazione che si rifugia comprando oro. Come ultima ipotesi si consideri che ad un certo punto il governo potrebbe cambiare le carte in tavola, e impedire l’accesso ai depositi di oro.

Situazioni analoghe in passato non lasciano presagire buoni risultati. L’India, altra nazione che lo scorso anno ha sperimentato il deprezzamento della valuta locale e l’aumento del prezzo dell’oro, ha lanciato nel 1999 uno schema di bond basati sull’oro tramite la State Bank of India. Il successo non fu incredibile, ma comunque sufficiente da motivare la replica dello schema nel 2009.

Nessuno dei due tentativi però ha evitato che le importazioni di oro crescessero in maniera esponenziale negli anni scorsi, con gli annessi e connessi riguardanti il deprezzamento della valuta e lo squilibrio della bilancia commerciale.

L’India ha quindi cambiato tattica. Questa settimana si è deciso di limitare il valore dell’oro come collaterale: la banca centrale ha quindi imposto un limite sul rapporto prestito-valore complessivo che le compagnie di finanziamenti basati sull’oro possono offrire. Ridurre l’utilità finanziaria dell’ oro potrebbe non essere la ragione principale per questa mossa, ma un effetto collaterale che comunque non preoccuperà le autorità.

Una mossa che invece sembra mirata a limitare le importazioni di metallo è il raddoppiamento delle tasse di importazione per la seconda volta dall’inizio del 2012, che ha causato uno sciopero dei dealer in India. Il ministro delle finanze Pranab Mukherjee ha detto chiaramente che le importazioni d’oro sono “una delle ragioni principali per il deficit commerciale” e la causa principale della rupia debole.

Come riporta il sito MineWeb, uno degli effetti collaterali di tale decisione è che i i prodotti orafi importati dalla Tailandia risulteranno più convenienti rispetto a quelli prodotti in India, per via di un accordo commerciale tra le due nazioni che prevede una tassa molto inferiore per le importazioni dalla Tailandia.

Un’altra nazione che ha sperimentato i depositi in oro è il Vietnam, la cui banca centrale sta agendo da tempo per regolamentare il mercato interno dell’oro. L’ultima azione in termini di tempo è dello scorso maggio, quando la Bank of Vietnam ha reso illegale il prestito d’oro da parte degli istituti di credito.

È interessante vedere cosa è accaduto in seguito: l’emanazione di un decreto secondo il quale i raffinatori d’oro autorizzati devono avere un capitale registrato di almeno VND 500 miliardi, e una quota di mercato interno di almeno il 25%. Si consideri che il mercato è dominato da un raffinatore, la Saigon Jewelry Co, la cui fetta di mercato arriva al 90%.

Dopo aver concesso il monopolio alla Saigon Jewelry Co, a novembre la SBV ha annunciato di aver “acquisito amministrativamente” l’azienda. In seguito, l’allora governatore della SBV, Cao Sy Kiem, ha stabilito che la banca centrale avrebbe emesso dei certificati per mobilizzare l’oro detenuto privatamente.

A gennaio, l’attuale governatore Nguyen Van Binh, ha ricominciato a parlare di mobilizzazione dell’oro per lo “sviluppo socio-economico” della nazione, suggerendo un ruolo molto simile a quello che gli istituti di credito stavano avendo prima che la SBV rendesse l’attività illegale.

In Vietnam, insomma, solo il governo ha facoltà di decidere se e come mobilizzare l’oro.

Queste tre testimonianze sembrano restituire un trend più profondo. Vietnam, India e Turchia sono economie emergenti i cui governi devono affrontare problemi legati alla valuta e alla bilancia commerciale, e hanno identificato l’oro come un’area sulla quale concentrarsi. Per il momento la Turchia sta usando il metodo della carota: paga interessi sui depositi e incentiva le banche che detengono oro. Ma quanto accaduto in Vietnam e India insegna che anche in Turchia potrebbe arrivare presto il momento di utilizzare il bastone.

Un’altra nazione che sta focalizzando l’attenzione sull’appetito dei privati per l’oro è la Cina. Da circa un mese i dealer sono tenuti a richiedere il permesso per l’importazione dell’oro fisico non solo alla banca centrale, ma anche allo State Administration of Foreign Exchange. Una complicazione burocratica che di fatto rende il processo di importazione più lungo.

Ricordiamo che le importazioni di oro da Hong Kong in Cina sono triplicate lo scorso anno. Forse anche in Cina le autorità stanno iniziando a preoccuparsi per l’impatto dell’oro sulla bilancia commerciale?

Se le politiche dei paesi emergenti continuano a mostrare i muscoli, è possibile che l’impatto sul mercato globale dell’oro si farà sentire. Ricordiamo che la richiesta in Cina e India ha totalizzato il 50% del mercato totale durante lo scorso anno. La crescita della domanda nei due paesi è stato uno dei driver di questo bull dell’oro, in particolare per quanto riguarda la Cina, che ha deregolamentato il mercato dell’oro da poco più di dieci anni.

Fin quanto si spingeranno i governi nel limitare una popolazione che ha dimostrato un appetito incredibile per l’oro? Il ministro delle finanze indiano ha dichiarato che non intende aumentare ulteriormente le tasse di importazione. In Vietnam, le dichiarazioni ufficiali garantiscono che il possesso di oro da parte dei privati continuerà ad essere garantito.

Il tempo ci dirà se i fatti saranno coerenti con le dichiarazioni d’intenti. Come diceva Bob Kennedy, “Che vi piaccia o no, viviamo tempi interessanti.”

Di Ben Traynor – BullionVault

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