Oro e paesi emergenti: quali dinamiche?

Di Ben Traynor – BullionVault

La combinazione tra una valuta in crisi e una crescente richiesta d’oro non è senza conseguenze: tra queste c’è l’insoddisfazione dei Governi non soddisfatto, che tenderanno quindi a reazioni di tipo politico.

È quello che sta accadendo in Vietnam, dove la banca centrale vorrebbe mobilizzare l’oro in mano ai privati, dopo che l’anno scorso ha concesso il monopolio ad un singolo raffinatore, poi “acquisito amministrativamente” dalla banca centrale.

In India la reazione del governo si mostra con un quadruplicamento delle tasse di importazione dall’inizio dell’anno.

Una situazione simile sta per accadere in Turchia: secondo quanto scrive il Wall Street Journal, il governo intende proporre delle soluzioni che incoraggino i privati a depositare l’oro all’interno del sistema bancario. Si tratta nello specifico di depositi in oro che offrano un rendimento, e che lasciano al depositario la facoltà di ritirare il metallo fisico tramite una sorta di bancomat dell’oro.

Trattandosi di proposte, rimane da vedere se effettivamente verranno realizzate, e se riscuoteranno successo.

La tradizione di custodire l’oro in circuiti esterni al sistema potrebbe essere difficile da contrastare” dichiara Murat Ucer, economista della Global Source Partners, azienda di ricerca con sede a Istanbul.

Non è la prima volta che le autorità turche tentano di iniettare oro fisico nel sistema bancario nazionale: lo scorso novembre per esempio la banca centrale ha annunciato che le banche hanno la facoltà di detenere fino al 10% delle loro riserve in oro.

Gli elementi da considerare sono la crisi della valuta nazionale, e un problema relativo alla bilancia dei pagamenti. La lira turca ha perso il 23% contro il dollaro durante il 2011, mentre la domanda d’oro nell’ultimo trimestre del 2011 è aumentata del 128% anno su anno, secondo i dati del World Gold Council.

Nello specifico, nel 2011 la domanda del settore orafo si è mostrata leggermente in calo, ed è quella di lingotti e monete, acquistati con una prospettiva di investimento, ad essere cresciuta del 99% raggiungendo le 80,4 tonnellate (si ricorda che l’anno scorso la Turchia è stato il maggiore produttore di monete d’oro) .

La quasi totalità della domanda è stata soddisfatta tramite l’importazione: secondo i dati dell’Istanbul Gold Exchange la Turchia ha importato 79,7 tonnellate d’oro nel 2011. Non è una notizia che dovrebbe stupire più di tanto in una nazione in cui il deficit è il 10% del PIL.

Si tratta di un chiaro caso di causazione cumulativa: la lira turca si deprezza, la popolazione si protegge comprando oro, l’oro viene importato mettendo così ulteriore pressione sul tasso di cambio e ampliando il deficit.

Non è chiarissimo in che modo i depositi di oro dovrebbero interrompere questo circolo. Forse il governo ritiene che la presenza di oro nei bilanci delle banche ne aumenti la credibilità, diminuendo la propensione a comprare oro e supportando di conseguenza la lira.

O forse le autorità ritengono che costruendo una “liquidità comune” di oro fisico, le banche potrebbero far fronte ai picchi di domanda interna senza che sia necessario dipendere dalle importazioni. Nella pratica, le banche presterebbero l’oro dei depositanti così come già fanno con i depositi in valuta, mantenendo una determinata percentuale immediatamente disponibile per il prelievo.

Un’ipotesi del genere prevede il rischio implicito che le banche possano diventare oggetto di un prelievo di massa, per esempio in una situazione di difficoltà economica o finanziaria, o se esistesse il timore che la banca potesse fallire.

In tempi recenti queste due circostanze si sono presentate insieme. Spesso, anche se non sempre, avvengono in concomitanza con un rialzo del prezzo dell’oro, visto che in una situazione simile gli investitori si rifugiano in beni che ritengono sicuri.

Un assalto ai depositi in oro sembra più probabile rispetto ad un assalto ai depositi in cash. Le garanzie governative sui depositi sono uno strumento efficace per mantenere la fiducia ed evitare un assalto, ma sono più credibili per i depositi in cash che per quelli in oro. Il governo del resto non può garantire i depositi in oro fisico a meno che non sia pronto a mettere mano alle proprie riserve nazionali, oppure ad andare a rifornirsi sul mercato internazionale quando necessario.

Nessuna di queste due mosse però aiuterebbe la fiducia nella lira, e ciò ci riporta alla situazione iniziale: una lira debole, una posizione di conto corrente debole e la popolazione che si rifugia comprando oro. Come ultima ipotesi si consideri che ad un certo punto il governo potrebbe cambiare le carte in tavola, e impedire l’accesso ai depositi di oro.

Situazioni analoghe in passato non lasciano presagire buoni risultati. L’India, altra nazione che lo scorso anno ha sperimentato il deprezzamento della valuta locale e l’aumento del prezzo dell’oro, ha lanciato nel 1999 uno schema di bond basati sull’oro tramite la State Bank of India. Il successo non fu incredibile, ma comunque sufficiente da motivare la replica dello schema nel 2009.

Nessuno dei due tentativi però ha evitato che le importazioni di oro crescessero in maniera esponenziale negli anni scorsi, con gli annessi e connessi riguardanti il deprezzamento della valuta e lo squilibrio della bilancia commerciale.

L’India ha quindi cambiato tattica. Questa settimana si è deciso di limitare il valore dell’oro come collaterale: la banca centrale ha quindi imposto un limite sul rapporto prestito-valore complessivo che le compagnie di finanziamenti basati sull’oro possono offrire. Ridurre l’utilità finanziaria dell’ oro potrebbe non essere la ragione principale per questa mossa, ma un effetto collaterale che comunque non preoccuperà le autorità.

Una mossa che invece sembra mirata a limitare le importazioni di metallo è il raddoppiamento delle tasse di importazione per la seconda volta dall’inizio del 2012, che ha causato uno sciopero dei dealer in India. Il ministro delle finanze Pranab Mukherjee ha detto chiaramente che le importazioni d’oro sono “una delle ragioni principali per il deficit commerciale” e la causa principale della rupia debole.

Come riporta il sito MineWeb, uno degli effetti collaterali di tale decisione è che i i prodotti orafi importati dalla Tailandia risulteranno più convenienti rispetto a quelli prodotti in India, per via di un accordo commerciale tra le due nazioni che prevede una tassa molto inferiore per le importazioni dalla Tailandia.

Un’altra nazione che ha sperimentato i depositi in oro è il Vietnam, la cui banca centrale sta agendo da tempo per regolamentare il mercato interno dell’oro. L’ultima azione in termini di tempo è dello scorso maggio, quando la Bank of Vietnam ha reso illegale il prestito d’oro da parte degli istituti di credito.

È interessante vedere cosa è accaduto in seguito: l’emanazione di un decreto secondo il quale i raffinatori d’oro autorizzati devono avere un capitale registrato di almeno VND 500 miliardi, e una quota di mercato interno di almeno il 25%. Si consideri che il mercato è dominato da un raffinatore, la Saigon Jewelry Co, la cui fetta di mercato arriva al 90%.

Dopo aver concesso il monopolio alla Saigon Jewelry Co, a novembre la SBV ha annunciato di aver “acquisito amministrativamente” l’azienda. In seguito, l’allora governatore della SBV, Cao Sy Kiem, ha stabilito che la banca centrale avrebbe emesso dei certificati per mobilizzare l’oro detenuto privatamente.

A gennaio, l’attuale governatore Nguyen Van Binh, ha ricominciato a parlare di mobilizzazione dell’oro per lo “sviluppo socio-economico” della nazione, suggerendo un ruolo molto simile a quello che gli istituti di credito stavano avendo prima che la SBV rendesse l’attività illegale.

In Vietnam, insomma, solo il governo ha facoltà di decidere se e come mobilizzare l’oro.

Queste tre testimonianze sembrano restituire un trend più profondo. Vietnam, India e Turchia sono economie emergenti i cui governi devono affrontare problemi legati alla valuta e alla bilancia commerciale, e hanno identificato l’oro come un’area sulla quale concentrarsi. Per il momento la Turchia sta usando il metodo della carota: paga interessi sui depositi e incentiva le banche che detengono oro. Ma quanto accaduto in Vietnam e India insegna che anche in Turchia potrebbe arrivare presto il momento di utilizzare il bastone.

Un’altra nazione che sta focalizzando l’attenzione sull’appetito dei privati per l’oro è la Cina. Da circa un mese i dealer sono tenuti a richiedere il permesso per l’importazione dell’oro fisico non solo alla banca centrale, ma anche allo State Administration of Foreign Exchange. Una complicazione burocratica che di fatto rende il processo di importazione più lungo.

Ricordiamo che le importazioni di oro da Hong Kong in Cina sono triplicate lo scorso anno. Forse anche in Cina le autorità stanno iniziando a preoccuparsi per l’impatto dell’oro sulla bilancia commerciale?

Se le politiche dei paesi emergenti continuano a mostrare i muscoli, è possibile che l’impatto sul mercato globale dell’oro si farà sentire. Ricordiamo che la richiesta in Cina e India ha totalizzato il 50% del mercato totale durante lo scorso anno. La crescita della domanda nei due paesi è stato uno dei driver di questo bull dell’oro, in particolare per quanto riguarda la Cina, che ha deregolamentato il mercato dell’oro da poco più di dieci anni.

Fin quanto si spingeranno i governi nel limitare una popolazione che ha dimostrato un appetito incredibile per l’oro? Il ministro delle finanze indiano ha dichiarato che non intende aumentare ulteriormente le tasse di importazione. In Vietnam, le dichiarazioni ufficiali garantiscono che il possesso di oro da parte dei privati continuerà ad essere garantito.

Il tempo ci dirà se i fatti saranno coerenti con le dichiarazioni d’intenti. Come diceva Bob Kennedy, “Che vi piaccia o no, viviamo tempi interessanti.”

Di Ben Traynor – BullionVault

Le azioni non sono più quelle di una volta

Armando Carcaterra, Direttore Investimenti ANIMA, parla del premio di rischio (di estrema attualità in settimane in cui si parla continuamente di spread) e di come si è evoluto nel corso degli ultimi anni.

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1. Che cos’è il premio al rischio?

Gli economisti chiamano “premio al rischio” l’eccesso di rendimento delle azioni rispetto a quello dei titoli di stato (che erano invece considerati privi di rischio, fino a poco tempo fa). Il “premio al rischio” è la remunerazione aggiuntiva che gli investitori richiedono per sopportare il maggiore rischio azionario. Normalmente, più elevata è la rischiosità, più elevato è anche il rendimento richiesto dagli investitori. È quindi ragionevole aspettarsi che tra rischio e “premio al rischio” vi sia una relazione di proporzionalità.

Tuttavia a metà degli anni ’80 due economisti dell’Università della California (Mehra e Prescott) avevano verificato che il “premio al rischio” delle azioni sui titoli di stato appariva troppo elevato rispetto alla rischiosità che avrebbe dovuto compensare. Secondo i loro calcoli, infatti le azioni avevano reso, nella media dei 110 anni precedenti, circa l’8% all’anno mentre il rendimento reale dei titoli di stato (depurato cioè dell’inflazione) era stato solo dell’1% all’anno. I 7 punti percentuali di differenza erano il “premio al rischio” richiesto sugli investimenti azionari; tuttavia questo “premio al rischio” appariva troppo alto perché si confrontava con una rischiosità annua media dell’investimento di quasi 50 volte inferiore. Poiché una proporzione così esagerata tra rendimento e rischio era incompatibile con qualunque parametro sensato di “avversione al rischio” degli investitori, Mehra e Prescott si trovarono di fronte ad un “puzzle” irrisolvibile.

Da quel momento in poi, l’eccesso di rendimento delle azioni sui titoli di stato è stato chiamato equity risk premium puzzle, un premio al rischio su cu tutti hanno continuato a fare affidamento ma che, a un certo punto, è misteriosamente scomparso.

Infatti, tra il 2000 ed il 2011, in tutti i paesi industrializzati la performance media annua delle azioni è stata dai 4 agli 8 punti percentuali al di sotto (anziché al di sopra) del rendimento dei titoli di stato. Nell’ultimo decennio, il segno dell’equity risk premium si è cioè rovesciato da positivo a negativo. Smentendo un paradigma ormai consolidato, chi dieci anni fa aveva puntato sulle azioni ha alla fine ottenuto rendimenti inferiori alle obbligazioni, perfino nel lungo periodo.

2. Come si spiega il cambiamento di segno registrato nel corso dell’ultimo decennio?

Diversi fattori fondamentali contribuiscono a spiegare il decennio perduto, in termini di rendimenti azionari, degli anni 2000.
In primo luogo, le quotazioni azionarie erano arrivate alle soglie del 2000 gonfiate a dismisura dall'”esuberanza irrazionale” dei mercati: da quei livelli estremi, hanno imboccato un trend secolare di ridimensionamento.

Negli ultimi anni, poi l’espansione del reddito è stata alimentata da una successione di “bolle” finanziarie che sono sistematicamente scoppiate, lasciando nei bilanci di banche, imprese e famiglie ferite che richiedono molto tempo per rimarginarsi. Inoltre anche l’esaurimento dell’onda demografica degli anni ’50 e ’60 va nella stessa direzione: l’inesorabile invecchiamento spinge infatti la generazione dei baby-boomers a risparmiare meno, a disinvestire i propri portafogli azionari e a rifugiarsi nelle più stabili obbligazioni.

L’assenza dell’equity risk premium nel decennio scorso, d’altra parte, non è un caso così eccezionale: si è verificata anche negli anni Trenta e negli anni Settanta, anche se non con l’intensità dell’ultimo decennio.

Anche il lungo periodo insomma ha le sue varianti e se non è scontato che nel lungo termine i rendimenti azionari saranno necessariamente superiori a quelli obbligazionari, perché non vi è alcuna legge di natura che lo garantisca, non dobbiamo neppure credere il contrario. Di certo, ai consulenti finanziari e ai gestori di portafoglio è assegnato il compito impegnativo di aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi finanziari, con o senza equity risk premium.

“Lo vuole l’Europa”, il capro espiatorio del secolo

Quante volte abbiamo sentito ripetere, in questi ultimi mesi, frasi come “Ce lo chiede l’Europa” di fronte alla prospettiva di sacrifici? Eppure, si tratta di una frase che a noi ricorda molto quelle madri che di fronte ai capricci dei figlioletti, si nascondono dietro la frase “guarda che lo dico al papà”, dipingendolo implicitamente come una specie di burbero pronto magari a menare i figli, quando magari è invece una persona amabilissima e comprensiva.

L’Europa in realtà non vuole assolutamente nulla da noi. E’ piuttosto l’esatto contrario, e cioè che è l’Italia che vuole qualcosa dall’Europa (dal commercio ai finanziamenti). E l’Europa, per darlo, ha bisogno di essere convinta dell’affidabilità dell’Italia nel breve e nel medio-lungo termine. Esattamente come per i mercati, i secondi “capri espiatori” di questi mesi: i mercati non hanno mai preteso nulla dall’Italia, è l’Italia che ha bisogno dei soldi dei mercati.

È per certi versi sconfortante che ci si trovi spesso a motivare molte proposte con “è quello che chiede l’Europa” o “è quello che chiedono i mercati”, perché — proprio come la mamma con il figlioletto — denota una netta convinzione che l’interlocutore è immaturo ed è quindi meglio tagliare il discorso, magari senza prendersi neppure troppe responsabilità: inutile cercare di spiegargli il perché e tentare una discussione da adulti.

E il problema, è che in realtà questo atteggiamento è in fondo giustificato perché gli italiani purtroppo sono un popolo profondamente ignorante dal punto di vista finanziario, che faticano non poco a comprendere anche solo le questioni di impatto diretto,  figurarsi quelle che hanno una ricaduta più ampia ma indiretta.

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Le banche e l’innovazione: come si evolveranno i servizi bancari?

L’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, ha assegnato i “premi per l’innovazione” nel corso del Forum ABI Lab di ieri. È interessante dare uno sguardo ai premi assegnati per capire in che direzione si stiano muovendo i servizi  bancari.

Già le tre categorie — clienti, digitalizzazione, sostenibilità —  dicono molto, in quanto fanno capire già di per sé quelli che sono i “filoni” di innovazione su cui puntano le banche.

Da un lato, si sente la necessità di rinnovare i metodi adottati per instaurare e consolidare le relazioni con i clienti (sia privati, che imprese e Pubblica Amministrazione). In quest’ambito sono stati premiati i progetti “Mondo Professionisti: nuova proposizione di valore dedicato ai liberi professionisti” di Cariparma (che ha ricevuto il riconoscimento “L’innovazione per il cliente retail”) e la “Start Up Initiative” di Intesa Sanpaolo (premio “L’innovazione per il Cliente Corporate e PA”). Inoltre è stato premiato il progetto “Portare la fibra ottica nell’area della Val di Cecina” della Cassa di Risparmio di Volterra, nella categoria “La banca vicina al territorio”. È degno di nota il fatto che due progetti premiati su tre siano specificamente rivolti alle piccole imprese (o perché si parla di liberi professionisti, o perché si parla di imprese appena costituite): si dice spesso che le PMI sono il motore dell’economia italiana, ma spesso nei fatti l’attenzione è centrata di fatto sulle grandi imprese.

Il secondo “filone” è quello dedicato alla digitalizzazione e all’applicazione di nuove tecnologie, nella consapevolezza che le nuove tecnologie possono portare un incremento di efficienza notevole nei in tutte le attività della banca: in questo senso, è interessante notare come i progetti premiati coprano quasi tutti gli ambiti possibili: processi interni, rapporti con i clienti, infrastrutture di pagamento. I tre progetti sono  “Attraverso i processi: efficienza, KM, competenze” di Federazione Toscana Bcc (riconoscimento “L’innovazione Interna e di processo”),  “Social Customer Care su Twitter” di WeBank (riconoscimento “I canali innovativi”),  “La nuova frontiera dei pagamenti unificati: UniPay” di Sgs Banco Popolare (riconoscimento “Le infrastrutture del futuro”).

La terza categoria di premi è invece dedicata alla sostenibilità ed in particolare alle iniziative a sostegno dello sviluppo sociale e della crescita, nella consapevolezza non solo del ruolo sociale che le banche dovrebbe avere ma anche del fatto oggettivo che se i clienti (o potenziali tali) non “stanno bene” anche la banca soffre, nel medio-lungo periodo. In questa categoria sono stati premiati due progetti: il progetto “Conto Tu Famiglia” di Unicredit si è guadagnato il riconoscimento “La banca per la crescita”, mentre il progetto “Rimesse Collettive” di Cariparma ha vinto il riconoscimento “La banca solidale”.

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Candidato alla presidenza Banca Mondiale attaccato per aver messo in dubbio la politica della “crescita a tutti i costi”

Qualche giorno fa, il Presidente USA Barack Obama ha annunciato il supporto degli USA alla candidatura di Jim Yong Kim alla presidenza della Banca Mondiale.

Nel giro di poche ore però questa candidatura è finita sotto il fuoco incrociato di commentatori economici e di numerosi politici americani. Lo “scheletro nell’armadio” che si rinfaccia a Kim è un libro del 2000 di cui è co-autore, intitolato “Dying for Growth” (Morire per la crescita). La tesi del libro è, si può dire, blasfema per molti politici americani: infatti mette in dubbio il fatto che la crescita a tutti i costi sia un bene. Una frase dell’introduzione del libro ha fatto da catalizzatore per le polemiche: “The studies in this book present evidence that the quest for growth in GDP and corporate profits has in fact worsened the lives of millions of women and men” (gli studi in questo libro presentano prove che la ricerca di crescita del PIL e dei profitti delle imprese ha al contrario peggiorato le vite di milioni di donne e uomini).

Si tratta in realtà di una frase che è però in parte tolta dal contesto, dato che — come sottolinea sia l’entourage di Kim che il dipartimento del tesoro USA — il tema era quello di evidenziare come la “distribuzione degli utili” abbia un effetto determinante sulla qualità della vita dei più poveri, un tema che peraltro in quegli anni era oggetto di critiche diffuse e condivise, tanto che la stessa Banca Mondiale ha cambiato le sue procedure per tenerne conto.

Questa reazione irritata, secondo altri, evidenzia però come il focus sulla “crescita-e-basta” sarebbe congenita nell’economia, americana e non solo. La “crescita” viene spesso considerata la panacea di tutti i mali. E lo è, quando è sostenibile. Ma indubbiamente spiana la strada verso l’inferno quando non lo è: del resto la crisi economica attuale non è forse figlia di una crescita non sostenibile, drogata dalla bolla immobiliare e dalla finanza “creativa”?

Secondo questa corrente di pensiero, serve ripensare l’approccio alla crescita: se non altro perché la crescita è probabilmente destinata a cambiare di significato nel giro di qualche decennio, anche per la possibile contrazione delle disponibilità di risorse naturali come il petrolio, metalli rari (alla base di dispositivi di elettronica di massa ma, appunto, rari), e anche dell’acqua potabile.

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“Troppo Grandi Per Fallire”: 5 banche possiedono il 95,7% dei derivati USA

Si guarda molto all’Europa, preoccupati dalla solidità dei conti degli stati e delle banche europee, creditrici che soffrirebbero certamente gli effetti di un ipotetico default.

Ma i veri rischio di un riacutizzarsi della crisi economica vengono probabilmente dagli Stati Uniti. Non solo perché la ripresa economica USA è ancora lontana dal poter essere definita solida, ma anche per il sistema bancario e finanziario che è, secondo diversi analisti,  ancora esposto a elevati rischi.

Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro, infatti i derivati USA sarebbero quasi completamente in mano  a sole cinque banche: JPMorgan, Bank of America, Goldman Sachs, Citibank e HSBC. La percentuale detenuta era nel quarto trimestre 2011 pari al 95,7%. Non si tratta di per sé di una novità, dato che è da tempo che le percentuali sono su questo ordine di grandezza (anzi, negli ultimi trimestri c’è stata una riduzione di qualche decimo di punto percentuale): ma certamente sono sempre di più a considerarlo un problema irrisolto.

La questione è la dimensione di questi derivati (che comprendono futures e forward, swaps, opzioni e altri tipi di derivati): il valore nominale totale infatti è di oltre 220 mila miliardi di dollari. Il PIL degli Stati Uniti, a titolo di confronto è circa 14 mila miliardi di dollari.

È facile dunque capire da dove nasca la preoccupazione, per quanto si può credere che le banche in questione abbiano preso tutte le misure per ridurre al minimo i rischi: resta il fatto che i derivati sono strumenti che comportano elementi di rischio ed una loro concentrazione così elevata preoccupa perché se le cose andassero male, potrebbero andare molto male.

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Consumi degli Italiani: 2011 +4,1% sul 2010, il 2012 parte a rilento

L’Osservatorio Acquisti CartaSi ha pubblicato il “book di sintesi” sui consumi degli Italiani, che monitora le dinamiche di acquisto da parte dei consumatori attraverso le spese con carta di credito. Una fotografia dunque molto interessante delle caratteristiche della spesa, le preferenze e i comportamenti dei consumatori.

Il 2011 è stato un anno “a due facce”. Nel 2011 gli italiani hanno speso 74 miliardi di Euro con carte di credito bancarie, con la spesa che è cresciuta del 4,1% rispetto al 2010, un risultato raggiunto però con i consumi della prima parte dell’anno: da agosto in poi, da quando si è diffusa la paura di un possibile default dell’Italia, lo “scontrino medio” ha registrato invece una media di -3,0%. Nei primi due mesi del 2012 si è registrata una timida ripresa, con le aspettative dei consumatori che si sono in parte rasserenate.

Un dato molto interessante è che starebbe cambiando in modo significativo la tipologia degli acquisti degli italiani: più servizi e meno prodotti, con l’eccezione di quelli tecnologici. Tra gli incrementi di spesa più significativi, quella in device e beni digitali he registrato un +11,2%, in turismo +12,8%, in pernottamenti e ristoranti +5,8%. Senza parlare di quella in rifornimenti, +18,6%, anche se chiaramente non si tratta in questo caso di una “scelta” dei consumatori italiani quanto di un effetto dell’aumento del costo dei carburanti (anche se l’incremento del turismo, e quindi una maggiore percorrenza, potrebbe incidere).

Cambia anche il modo di acquistare degli italiani, con una crescita dell’e-commerce, che nel 2011 ha registrato un +15,4% della spesa, contro il 2,9% degli altri canali, peraltro crescendo anche nella seconda parte dell’anno. Ad oggi, gli acquisti online rappresentano l’11% delle spese complessive sostenute con carta di credito. Oltre al turismo e ai prodotti digitali ed informatici, inizia a crescere notevolmente la spesa per acquisti online di abbigliamento e calzature (rispettivamente +45,2% e +41%). La motivazione di questa crescita sarebbe legata proprio alla difficile situazione economica, che spinge molti a ponderare più attentamente le spese, e quindi cercare maggiormente opportunità di acquisto anche online, confrontandole con quelle “offiline”.

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Agricoltura strategica per il rilancio economico dell’Italia?

La scorsa settimana  si è svolto il convegno l’agribusiness per il rilancio economico del Paese”, organizzato da Agriventure, dove è stato sottolineato come agricoltura e l’agribusiness sono settori strategici dell’economia nazionale.

I numeri sono infatti importanti, specie se si guarda all’export, dove il “Made in Italy” assume spesso una connotazione alimentare.

Questi alcuni i punti emersi nel corso del convegno:

L’agribusiness rappresenta oggi circa il 9% del valore complessivo degli scambi commerciali con l’estero realizzati dall’Italia e solo l’agricoltura vanta oggi circa 1.400.000 occupati. Nel 2010 l’insieme della produzione di agricoltura, silvicoltura e pesca – che conta quasi 850.000 imprese- ha raggiunto 48.855 milioni di euro correnti, con un valore aggiunto ai prezzi di base pari a 26.370 milioni di Euro2. Evidente quindi il contributo all’economia del Paese, sebbene il terzo trimestre 2011 abbia visto un rallentamento del valore aggiunto sostanzialmente stabile a fronte di un incremento tendenziale dell’1,3% dell’industria in senso stretto.

[…]

Il settore soffre però delle oggettive difficoltà derivanti, oltre che dagli effetti della crisi globale, dalla forte frammentazione del tessuto produttivo, nonché dalla caduta dei prezzi di molte materie prime. Gli operatori del settore agricolo e agroalimentare si trovano, quindi, ad affrontare un’importante sfida: essere in grado di confrontarsi con il mercato e fronteggiare i cambiamenti che investono aspetti strutturali di interi comparti.

[…]

Tra gli spunti di riflessione emersi nel convegno, l’importanza di favorire un sistema di assicurazioni sulle produzioni che possa mettere al riparo il reddito degli agricoltori da eventi climatici calamitosi e dalle forti oscillazioni dei prezzi, nonché la rilevanza dell’approccio di filiera quale modus operandi per rispondere alle rinnovate esigenze degli operatori del comparto agroalimentare chiamati a confrontarsi con i nuovi trend di consumo.

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Ma l’Articolo 18 serve ai lavoratori o ai sindacati?

La domanda è chiaramente provocatoria, ma la non è del tutto peregrina. Il dibattito sulla riforma del lavoro appare infatti centrata sulla riforma dell’Articolo 18 che però francamente non ci pare il focus reale del problema del lavoro in Italia.

Partiamo da un dato fondamentale, e cioè in cosa consista effettivamente la riforma dell’Articolo 18: in caso di licenziamento non per giusta causa, l’impresa non sarebbe più tenuta al reintegro del lavoratore, ma questi potrebbe venire risarcito “solo” economicamente. Il virgolettato è perché il risarcimento partirebbe da un minimo di 15 mensilità, che non sono oggettivamente un “calcio nel sedere”, né un costo irrisorio per l’impresa. Parlare di “licenziamenti facili” ci sembra insomma quantomeno un’estremizzazione.

Tanto più che attualmente l’articolo 18 non si applica a tutte le imprese, ma solo a quelle con più di 60 dipendenti. In Italia ci sono (dati ISTAT 2007) 4.401.827 imprese, con una media di 3,9 addetti per impresa: non sembrerebbe dunque che l’articolo 18 sia una questione che riguardi la generalità dei lavoratori come spesso viene presentato.

Ci sono, a nostro parere, problemi più concreti e più reali nel mondo del lavoro, ad esempio sarebbe interessante qualche riflessione su questi temi:

  • la “castizzazione” dei lavoratori, che sembrano sempre più destinati a dividersi in dipendenti di grandi imprese, dipendenti di piccole imprese (un po’ meno tutelati), e precari (pseudo-contratti a progetto e pseudo partite IVA, con tutele nulle o quasi).
  • il “ritrovare” lavoro, dato che sarebbe importante non soltanto (o non tanto) impedire che il lavoratore perda il lavoro, ma attivare dei meccanismi che aiutino concretamente chi è rimasto senza la voro a ritrovarne uno. La necessità, per certi versi, ci sembra quella di superare la solita mentalità di “mantenimento dello status quo” che è diffusa in Italia: appare perfettamente naturale lottare per impedire che chi ha un lavoro lo perda (così come in fondo a molti non suona neppure così strano che un disoccupato rimanga tale), ma sarebbe il caso di iniziare a chiedersi se invece di concentrare tanti sforzi sul “non perdere” il lavoro, questi non darebbero migliori risultati se concentrati sul “trovare” lavoro.

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La crescita per il 2012

Qualche giorno fa Marco Magnani, Capo del Servizio Studi  di Struttura Economica e Finanziaria della Banca d’Italia, è intervenuto in Commissione alla Camera sul tema della comunicazione   della Commissione europea relativa  all’Analisi annuale della crescita per il 2012. Ci sembra valga la pena riportare qualche passaggio della sua relazione, dato che offre alcuni interessanti spunti di riflessione.

L’analisi annuale sulla crescita per il 2012 della Commissione europea individua i principali ambiti d’intervento di una politica per rafforzare le prospettive di crescita dell’Unione in un contesto di estrema difficoltà, segnato dagli effetti non ancora sopiti della crisi finanziaria internazionale e da quelli ancora ben vivi della crisi dei debiti sovrani in Europa. Il lento processo di riforma della  governance europea innescato dalla crisi non si è ancora concluso.

[…]

In assenza di shock negativi, si stima che l’attività economica dell’area tornerebbe ad accelerare gradualmente nel  corso della seconda metà di quest’anno;  secondo le recenti proiezioni dello staff della Banca Centrale Europea, l’aumento si colloca tra lo 0 e il 2,2 per cento nella media del 2013. Il lento recupero continuerebbe a risentire dei piani di consolidamento dei bilanci pubblici e privati e delle avverse condizioni di finanziamento in molti paesi. La domanda mondiale rimarrebbe il fattore di espansione principale.

[…]

In febbraio il clima di fiducia delle imprese italiane è ulteriormente peggiorato, ma le attese a breve termine sono divenute anche da noi meno sfavorevoli; in particolare le valutazioni delle famiglie, pur restando pessimistiche, appaiono ora in miglioramento, anche se la domanda interna rimane estremamente debole. Le prospettive della domanda estera sono incerte.

[…]

Un fattore cruciale, come indicato nello stesso documento della Commissione,  per scongiurare un’ulteriore flessione dei livelli di attività risiede nella capacità di evitare nuove restrizioni all’erogazione  del credito. […] Inizialmente l’inasprimento delle condizioni di offerta si è manifestato con un forte aumento del grado di utilizzo delle linee di credito da parte delle imprese, con l’aumento dei tassi di interesse sui prestiti a famiglie e imprese e con l’ampliamento, per queste ultime, del divario tra il costo del finanziamento medio e quello per i prenditori con miglior merito di credito. Nella parte finale del 2011 i prestiti al settore privato non finanziario hanno registrato una forte decelerazione sia in Italia sia nell’area dell’euro, principalmente riconducibile all’andamento negativo dei finanziamenti alle imprese: il loro tasso di crescita sui dodici mesi è sceso all’1,2 per cento nell’area e al 2,6 in Italia (dal 2,3 e 5,2 per cento, rispettivamente, nello scorso giugno). Nel solo
mese di dicembre i prestiti alle società non finanziarie si sono contratti di circa 20 miliardi rispetto a un mese prima
.

[…]

Come menzionato in apertura, il documento della Commissione indica fra gli  ambiti prioritari per le politiche strutturali gli interventi diretti a elevare l’efficienza e la competitività del sistema economico e a modernizzare l’Amministrazione pubblica. Sebbene gli effetti delle linee di riforma possano essere in molti casi lenti a maturare, un loro credibile avvio può aiutare anche nell’immediato. […]

  • accrescere la concorrenza nel comparto dei servizi […]
  • modernizzazione dell’Amministrazione pubblica […]
  • carenze della giustizia civile […]

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È ancora il momento di comprare oro?

Di Alessandra Pilloni – BullionVault

L’andamento del prezzo dell’oro negli ultimi mesi è stato caratterizzato da una volatilità molto elevata, che ha gettato nell’incertezza molti investitori, specie quelli che stavano per entrare ad investire nel mercato dell’oro. La preoccupazione è che la bolla speculativa sull’oro (della cui effettiva esistenza si discute da anni) sia reale e stia “scoppiando”.

Che l’oro sia o meno in una bolla rimane comunque un’ipotesi da dimostrare. Come già ampiamente discusso in altri articoli sembra comunque che manchino alcuni elementi fondamentali, per esempio la presenza eccessiva nei portafogli di investimento, per sostenere tecnicamente che l’oro sia effettivamente in bolla.

È certo però che il prezzo dell’oro non continuerà a salire ad oltranza, e che quando la situazione economica cambierà rendendo appetibili e meno rischiosi investimenti di altro tipo, l’oro dovrà cedere il passo. Resta da chiedersi quindi: la situazione economica è cambiata? L’economia globale vede segnali di ripresa?

I dati economici, specialmente negli Stati Uniti, sembrano mostrare uno spiraglio e rimandare un’immagine più positiva. Tale prospettiva sta rafforzando il dollaro e guidando in alto il mercato azionario USA, tanto che l’indice S&P ha toccato la scorsa settimana massimi che non si vedevano dal 2007. Rimane da capire se si tratti di un fuoco di paglia o dei primi segnali di una ripresa sostanziale.

Considerato che da diversi mesi il prezzo dell’oro si sta muovendo controbilanciando il dollaro, si comprende allora la volatilità che sta caratterizzando il breve periodo. Sia quindi avvisato chi volesse comprare oro in un’ottica speculativa a breve termine: sono necessari nervi di ferro e una buona predisposizione al rischio.

Le considerazioni sono differenti se si osserva da un’ottica più a lungo termine. I debiti pubblici di Stati Uniti e paesi europei sono tali che sono leciti forti dubbi rispetto a come i governi e le banche centrali potranno far fronte ad essi se non tramite la monetizzazione del debito stesso, ovvero l’allargamento della base monetaria con l’obiettivo di svalutare il debito tramite l’inflazione.

Per quanto l’obiettivo dichiarato delle operazioni di quantitative easing della Federal Reserve e degli interventi LTRO della Banca Centrale Europea rimanga la fornitura di liquidità per dare respiro al tessuto imprenditoriale, resta il fatto che è un equilibrio estremamente difficile da raggiungere quello tra una giusta iniezione di liquidità per aiutare le imprese e un eccessivo aiuto ai governi che rischiano il default.

Un ulteriore elemento da tenere in considerazione per chi volesse investire in oro in questo momento è la richiesta di oro fisico nei due paesi chiave in cui è la più forte al mondo, ovvero l’India e la Cina.

L’importazione di oro fisico dall’India è addirittura stata sospesa in questi ultimi giorni, a causa di uno sciopero dei dealer contro la recente decisione del governo di raddoppiare la tassa di importazione del metallo giallo, portandola dal 2 al 4%. Si tenga conto che la maggior parte dell’oro venduto in India viene appunto importato, e che l’oro costituisce il bene di maggior importazione a livello nazionale. In che modo l’incremento dell’imposta influenzerà le importazioni d’oro in India sul medio e lungo periodo rimane quindi da scoprire. C’è da dire che misure di questo tipo applicate in passato hanno influenzato di ben poco il tradizionale appetito degli indiani per l’oro.

La Cina, dopo l’India il secondo acquirente a livello mondiale, sconta invece un rallentamento dell’economia che potrebbe riflettersi sulla richiesta d’oro fisico della classe media. Si consideri che gli ultimi dati divulgati dal World Gold Council e relativi al 2011 mostrano un quadro ottimista: una crescente classe media che riesce a risparmiare di più e dedica una parte sempre maggiore di tali risparmi all’oro fisico.

Si capisce che il panorama è complesso e decidere se entrare e soprattutto quando farlo non è semplice. Rimane il rischio di un’alta volatilità sul breve periodo, che potrebbe spaventare e costare caro chi decidesse di investire in oro sperando in guadagni immediati.

La decisione sembra più semplice per chi guardi all’investimento in oro in un’ottica più a lungo termine, mirata alla protezione del potere d’acquisto dei propri risparmi. In questo caso i momenti di volatilità possono costituire un’interessante opportunità di acquisto, sia che si intenda aprire o rafforzare la posizione in oro fisico nel proprio portafoglio di investimento.

Conto deposito InMediolanum: bonus fino al 4,60% per chi “presenta amici”

Dal 20 marzo InMediolanum, il conto di deposito di Banca Mediolanum lancia una nuova promozione, che prevede un “premio” dello +0,20%  sul tasso di interesse applicato sui depositi vincolati a 12 mesi per ogni amico presentato, fino ad un massimo dello 0,60%.

Contemporaneamente, vengono rivisti gli interessi applicati sui depositi a 12 mesi: fino a ieri erano del 3,75% per le somme già precedentemente depositate in un conto mediolanum, e del 4,25% sulla nuova liquidità. Ora invece il tasso di interesse è portato, per entrambe le casistiche, al 4,00% (3,20% lordo). Il tasso massimo quindi ottenibile grazie alla promozione è il 4,60% (3,38% lordo).

Gli altri tassi rimangono invariati all’1,00% lordo per il deposito non vincolato, 2,65% per il deposito vincolato a 3 mesi e 3,15% per il deposito vincolato a 6 mesi.

Il cliente presentato (che, chiaramente, deve essere un nuovo cliente) beneficerà di un bonus dello 0,20%, godendo quindi di un tasso promozionale del 4,20% lordo.

I “presentati” devono versare sul conto entro la scadenza della promozione — il 30 giugno 2012 — almeno 1.000 € (anche in versamenti successivi). Versamenti successivi al 30 giugno non saranno considerati ai fini del riconoscimento dell’extra tasso per il presentatore.

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Il turismo in Italia: la spesa dei turisti stranieri

Il turismo è uno dei “motori” dell’economia italiana: basti pensare che i turisti stranieri hanno speso in Italia oltre 30 miliardi di Euro nel 2011. Il settore merita dunque uno sguardo più approfondito, sulla base dei dati sul turismo internazionale in italia pubblicati dalla Banca d’Italia pochi giorni fa.

Il 2011 è stato un anno di ripresa della spesa turistica, con un incremento della spesa dei turisti stranieri che torna a livelli vicini a quelli del 2008.

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È importante ricordare che ci sono diversi tipi di turismo: non solo vacanze, ma c’è una grossa componente relativa ai viaggi per motivi personali diversi e quelli di lavoro, che costituiscono un business su cui hanno puntato in molti.

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Sempre in relazione alla spesa, il grafico che segue mostra la provenienza dei turisti che arrivano in Italia. Si nota la predominanza di turisti tedeschi, vale la pena notare anche il peso degli “altri paesi UE” e degli altri paesi asiatici, specie per i viaggi di lavoro.

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Per quanto riguarda la destinazione, le regioni italiane dove i turisti spendono di più sono nell’ordine Lazio, Lombardia e Veneto. Il Veneto è primo per la spesa dei turisti in vacanza in senso stretto, mentre la Lombardia è prima per le spese legate a viaggi di lavoro.

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