“Mini-patrimoniale” sui conti deposito: Rendimax annuncia che sarà a carico della banca

Come avevamo ipotizzato, le prime banche annunciano che la “mini-patrimoniale” sui conti deposito, di cui abbiamo parlato l’altro ieri, sarà a carico della banca, che nel 2012 sarà pari all’1 per mille dell’capitale presente sul conto.

Banca IFIS ha annunciato che per il conto deposito Rendimax il bollo sarà a carico della banca, e il conto continuerà pertanto ad essere completamente gratuito per i clienti.

Si tratta, come avevamo già scritto, di una scelta intelligente, che continua a premiare i clienti, che possono continuare a beneficiare di conti “zero spese”, a fronte di un costo che per la banca dovrebbe essere tutto sommato sostenibile (ma rimane comunque un costo, e quindi va riconosciuto il merito alle banche che decidono di farsene carico).

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Accordo ABI-Ministero dell’Istruzione per la tecnologia nelle scuole

Si ripete spesso che la scuola dovrebbe insegnare di più la tecnologia, e sfruttarla maggiormente nelle lezioni, per preparare i giovani alla vita “vera”.

Ma c’è un altro aspetto del rapporto tecnologia-scuole che è ancora più trascurato, e cioè l’utilizzo della tecnologia nella gestione delle scuole stesse. Sembra forse un aspetto secondario, ma se si considerano i costi dell’istruzione (e la cronica carenza di fondi) ci si rende conto che la ricerca dell’efficienza diventa assolutamente indispensabile.

L’accordo tra l’Associazione Bancaria Italiana e il Ministero dell’Istruzione vuole fare un passo nella direzione di risolvere queste inefficienze: il primo passo è quello di introdurre gli Ordinativo Informatici che sostituiscono quelli cartacei, con l’attesa di un incremento dell’efficienza.

Con l’accordo, banche e scuole si impegnano a razionalizzare procedure e servizi e a perfezionare lo scambio di informazioni digitali, incentivando – per pagamenti e riscossioni – l’utilizzo di strumenti evoluti alternativi al contante e favorendo l’adozione generalizzata dell’Ordinativo Informatico. Si tratta, in pratica, di procedure che consentono di automatizzare l’iter amministrativo con cui ciascuna scuola ordina alla propria banca cassiera di effettuare le entrate e le uscite di cassa, indispensabili alla gestione quotidiana dell’Istituto scolastico e dei suoi progetti formativi. Grazie alla firma digitale, inoltre, l’evidenza elettronica che si ottiene ha validità amministrativa e contabile e sostituisce, a tutti gli effetti, i documenti cartacei. Per le scuole italiane, questo significa poter contare su procedure uniformi che semplificano le transazioni con le banche; accorciare sensibilmente i tempi di pagamenti e incassi; ridurre drasticamente l’impiegodella carta con i relativi problemi di gestione degli archivi, proseguendo sulla strada dell’innovazione.

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I “No TAV” e la democrazia

Cos’è la democrazia? È di stretta attualità la discussione se la questione TAV/No TAV sia affrontata secondo i principi della democrazia.  Premesso che è spiacevole quando qualcuno si fa male, come è avvenuto, c’è un equivoco grossolano nell’idea di democrazia che sembra essersi diffusa.

La democrazia non è quando ognuno fa quello che vuole, o comunque può decidere di rifiutare bellamente le decisioni che gli producono uno svantaggio. La democrazia è prendere decisioni collettivamente e poi, tutti, rispettarle.

Quindi della TAV si può discutere, ma non è una questione su cui una singola area geografica può avere potere di veto. In un ipotetico referendum sulla TAV, come abbiamo già sottolineato in passato, non può votare solo la Val di Susa, ma quantomeno tutto il Nord Italia. Anche perché la questione delle infrastrutture è oggettivamente strategica per l’Italia, e sui cui il nostro Paese ha accumulato un ritardo notevole — ed è una delle cause anche della bassa produttività, nonché del fatto che molte aree non sono attrattive per le aziende (dove non solo non arrivano imprese nuove, ma quelle che ci sono “fuggono”).

Abbiamo visto striscioni che dicevano “No Grandi Opere“: può essere una posizione legittima, se si ritiene che non siano utili o che comunque “non ne valga la pena”, ma che però deve essere presa dalla maggioranza (accettando di subirne le eventuali conseguenze, ovviamente).

C’è chi sostiene: “una popolazione dovrebbe decidere del proprio territorio“, ma è un ragionamento che in realtà sta molto meno in piedi di quello che sembra. Perché allora bisogna accettare anche che uno non paghi le tasse (una persona deve avere diritto di decidere del frutto del proprio lavoro!), o in generale di rispettare la legge (una persona deve potere decidere le sue azioni!).

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Il mercato immobiliare in Italia: i dati del sondaggio congiunturale di febbraio 2012

La Banca d’Italia ha pubblicato i risultati dell’ultimo sondaggio congiunturale sul mercato immobiliare, che raccoglie le opinioni e le aspettative degli operatori del settore. Non crediamo di stupire nessuno se anticipiamo il fatto che il momento è considerato sostanzialmente sfavorevole anche per la compravendita di abitazioni.

È però da notare come anche le aspettative a medio-lungo termine siano negative, come evidenzia il fatto che sono in crescita quanti si aspettano che anche fra due anni lo scenario rimarrà sfavorevole per il settore immobiliare. Un dato che però potrebbe avere un risvolto positivo: infatti, l’aspettativa che la situazione migliori a breve contribuisce a bloccare il settore (aspetto qualche mese per vendere perché guadagnerà di più), mentre se si è convinti che non ci saranno grosse variazioni si può ragionare in modo diverso (vendo adesso, anche se a meno di quanto speravo), ed infatti le attese per sono per prezzi delle case destinati a scendere. È significativo anche il fatto che la differenza tra il prezzo inizialmente richiesto e quello finale di vendita sia diminuita, cosa che può essere interpretata come un maggiore realismo delle attese di chi deve vendere casa.

Tra le difficoltà nella vendita, assume rilevanza la difficoltà dell’acquirente nell’ottenere il mutuo, una problematica che risulta avere avuto una netta crescita negli ultimi mesi.

Ecco dunque i grafici che abbiamo realizzato sulla base dei dati della Banca d’Italia, a partire da fine 2008.

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Confermata la patrimoniale sui conti di deposito

Sembrava che i conti di deposito fossero esclusi dalla mini-patrimoniale prevista dal decreto “Salva-Italia”, che toccava la maggior parte degli investimenti finanziari (dai fondi di investimento alla assicurazioni sulla vita), ma l’ultima revisione del decreto inserirebbe esplicitamente i conti deposito tra le tipologie di investimenti interessati dalla patrimoniale: il bollo sulle comunicazioni periodiche alla clientela (che è lo strumento usato dal Governo per introdurre questa mini-patrimoniale) parla infatti ora di prodotti finanziari “ivi compresi i depositi bancari e postali anche se non rappresentati da certificati”.

Questo “superbollo” (che per ora è fonte di indiscrezioni di stampa, dato che il testo del decreto non è disponibile al momento in cui scriviamo) sarà pari allo 0,1% nel 2012 e salirà allo 0,15% nel 2013.

Non è ancora chiaro se sarà applicato solo sui nuovi conti di deposito, oppure anche su quelli già attivi.

A parte il “fastidio” che genera in molti l’idea di una patrimoniale, però, in realtà i danni non saranno gravi: infatti è bene sottolineare che, se è vero che ci sarà questo prelievo proporzionale al deposito, allo stesso tempo un conto deposito genera interessi ben più alti dello 0,1%.

Anche con questa nuova mini-patrimoniale, i conti deposito sono tassati meno del 2011, dato che la discesa dell’aliquota sugli interessi al 20% dal precedente 27% copre abbondantemente quello 0,1%.

Per dare un’idea, la riduzione dell’aliquota su ipotetico conto di deposito con un tasso del 2,5% vuol dire un tasso netto che sale da 1,825% a 2,000%, che vuol dire un “guadagno” dello 0,175%. Questo “guadagno” aumenta con l’aumentare del tasso di interesse lordo (se parliamo di un tasso del 4% lordo, il guadagno diventa dello 0,280%).

La domanda che nasce è quindi se non avesse senso tornare ad alzare la tassazione sugli interessi, cosa che avrebbe probabilmente avuto un effetto più equo (la patrimoniale fissa va a penalizzare maggiormente chi ha un tasso di interesse più basso). La nostra sensazione è che questa scelta sia stata fatta anche con lo scopo di non “sconfessare” un provvedimento appena introdotto, pur ottenendo un risultato sostanzialmente analogo.

Resta da capire se le banche decideranno di accollarsi questo nuovo bollo: si tratta di una eventualità che sicuramente alle banche converrebbe, a nostro parere, dato che farebbero una “bella figura” con il cliente, abituato ormai al “costo zero” dei conti deposito. E soprattutto il fatto che se da contratto è specificato che il bollo è carico della banca, è necessaria una variazione contrattuale per spostarne l’onere al cliente.

Non nasce neppure il problema, come qualcuno ha ipotizzato, di accollarsi l’onere del bollo solo “per i conti che non siano troppo bassi”, per accaparrarsi i clienti più “danarosi”: essendo una imposizione proporzionale al deposito, il costo per la banca di questo bollo su un conto che ha un deposito minimo sarebbe irrisorio: se prendiamo ad esempio un conto in cui fossero depositati 100€, il bollo sarebbe appena di 10 centesimi.

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Stipendi italiani i più bassi d’Europa: è colpa anche di una cultura del “puntare in basso”?

I dati di Eurostat fotografano in modo impietoso gli stipendi italiani, che risultano essere tra i più bassi d’Europa: a fronte di una retribuzione media annua di oltre 41.000 euro in Germania (e oltre 48.000 euro in Lussemburgo, primo nella classifica), in Italia lo stipendio lordo medio è di 23.406 euro. 

Il basso livello di retribuzione non è una novità (anche se per molti sembra essere una scoperta di questi giorni), e il quadro è in realtà ancora peggiore se si va vedere il rapporto tra stipendio e potere d’acquisto, dato che nella maggior parte dei Paesi dove si guadagna meno che in Italia il costo della vite è anche più basso.

Ci sono diverse spiegazioni del perché si è arrivati a questo punto: un motivo è il fatto che in Italia si è puntato a proteggere lo status quo anziché privilegiare lo sviluppo “del nuovo”. In altre parole: se si rimane legati a fare le stesse attività (gli stessi lavori e le stesse produzioni) c’è molto meno spazio per la crescita dei salari, che crescono più facilmente nei settori nuovi e/o innovativi. Questo in Italia è difficile anche per un problema di competenze, di cui manca la piena consapevolezza.

C’è però a nostro parere un problema di fondo di cultura, che in Italia sembra essere quella del livellamento verso il basso, anziché della crescita. Che secondo noi è espressa dalle reazioni rispetto agli stipendi dei top manager (pubblici e privati): la reazione quando c’è qualcuno che guadagna “più degli altri” è sempre quello di chiedere che gli si abbassi lo stipendio, e mai chiedere che ai lavoratori “normali” venga alzato. Il problema non sono i pochi che guadagnano tanto, ma i tanti che guadagnano poco, come anche i dati di Eurostat e OCSE evidenziano.

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€ coin in crescita a febbraio, ma rimane ancora negativo

L’indicatore €-coin (che fornisce una stima sintetica in tempo reale del quadro congiunturale corrente nell’area dell’euro) ha registrato una crescita a febbraio rispetto a gennaio, salendo a -0,06 dal precedente -0,14. Un valore, dunque, che rimane negativo sebbene di poco.

Fa però ben sperare il fatto che il rialzo sia da ricondurre specialmente a valutazioni meno pessimistiche di imprese e consumatori, che fanno sperare per un ritorno alla crescita molto vicino.

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Chi vuole veramente la meritocrazia in Italia?

Si parla spesso di “meritocrazia” in Italia, sottolineandone spesso la mancanza. Il dubbio che ogni tanto ci viene è “ma la si vuole veramente la meritocrazia?”. Perché se è vero che la meritocrazia sulla carta è una cosa bellissima che tutti vogliono, ci sono alcune considerazioni che spesso si dimentica di fare  — che, per carità, nulla tolgono all’esigenza di meritocrazia, ma sono utili per un discorso meno banale.

  • Chiunque parla di meritocrazia di fatto intende dire “datemi di più”, perché “io merito”. È davvero così? Sarà una domanda sciocca, ma è giusto farsela, quando non si ottengono i riconoscimenti sperati: non è che magari uno non è così meglio degli altri come si crede? Se definiamo “merito” come “performance sopra la media” vuol dire che tutti quelli che sono nella media o sotto (che vuol dire la maggioranza) non merita (nota: ovviamente cos’è la “performance” può essere definito in relazione al caso specifico9
  • Non esiste il merito “a prescindere”. Se parliamo di merito uno o è bravo o non lo è. A volte si ha l’impressione, in qualche discorso, che tutti “dovrebbero avere” perché tutti meritano. Ma dire che meritano tutti è come dire che non merita nessuno, e sicuramente è l’esatto contrario di quello che meritocrazia dovrebbe significare.
  • Il rovescio della medaglia è che se chi merita viene premiato, chi non merita deve essere “punito”. Se chi merita va avanti perché merita, ma chi non merita va avanti perché “non è equo penalizzare un soggetto”, allora la meritocrazia va a farsi benedire.
  • La meritocrazia, per esistere veramente, deve essere presente ovunque. Non ci si può limitare a parlare di meritocrazia solo per specifici settori o specifiche attività: o è un qualcosa che è applicato a tutti i livelli (dall’operaio al rettore di una facoltà universitaria), e quindi c’è il terreno culturale e sociale per applicarla, oppure è difficile che rimanga più che un’astrazione.
  • La meritocrazia è incompatibile con la burocrazia. Il merito reale di un soggetto andrebbe valutato in modo soggettivo, spesso non riconducibile a rigidi parametri numerici che in molti casi si tenta di applicare. La “scusa” è che così si avrebbe una valutazione “oggettiva”, che non può essere “truccata” dal valutatore. Solo che in questo modo non viene premiato chi “merita”, ma chi fa il punteggio più alto — e spesso il punteggio più alto si può ottenere in modi che con il merito reale hanno poco a che fare.

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‘Smartphone banking’: un affare da 800 milioni di euro

Il mobile banking, l’utilizzo di funzionalità bancarie tramite smartphone è in pieno e continuo sviluppo in Italia: ormai quasi tutte le banche che offrono servizi online offrono anche funzionalità di “mobile banking”.

Del resto, l’Italia è sempre stata innamorata prima dei cellulari ed oggi degli smartphone, con 20 milioni di “telefoni intelligenti“ attivi in Italia nel 2011 (+52% rispetto al 2010). Ma non è un trend solo italiano: uno studio di EFMA prevede che entro il 2014 il 90% delle banche europee offrirà servizi di “mobile banking”.

Le spinte allo sviluppo sono molteplici, come evidenzia uno studio realizzato dall’area pianificazione strategica, research e investor relations di Banca Monte dei Paschi di Siena. C’è una spinta “anagrafica”, legata al fatto che i giovani (che sono i clienti del futuro…) sono assidui utilizzatori degli smartphone, che vengono usati più per navigare su internet (web, mail, social network) che per telefonare. C’è poi il mobile payment, che promette di trasformare il smartphone  in un portafoglio elettronico. E ovviamente c’è una ricerca generale di efficienza nei processi interni, che le soluzioni informatizzate consentono di aumentare.

Per le banche si tratta di un’opportunità, e non di un costo, con MPS che stima che a livello italiano i maggiori ricavi che  il mobile banking offre alle banche sono introrno agli 800 milioni di euro:

Il potenziale per le banche italiane derivante dall’utilizzo di tecnologie di accesso sugli smartphone, attualmente quasi del tutto inesplorate, si aggira intorno agli 800 milioni di euro di ricavi aggiuntivi annui, di cui 280 milioni attribuibili ad iniziative nel mobile commerce e 250 milioni a soluzioni di mobile payment.

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Grafici: Produzione industriale, clima di fiducia dei consumatori, prezzi al consumo ed alla produzione

La Banca d’Italia ha pubblicato ieri l’edizione di febbraio del bollettino sintetico sull’economia italiana. Ci sembra interessante riportare alcuni grafici che offrono un quadro dell’andamento dell’economia italiana: la produzione industriale e la tendenza degli ordini, il clima di fiducia dei consumatori, gli indici dei prezzi al consumo ed alla produzione.

Il quadro che ne viene fuori non è particolarmente positivo (per quanto la produzione industriale in ripresa faccia ben sperare), ma va anche sottolineato che i dati si fermano a gennaio, che si è confermato un mese difficile.

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Gli italiani hanno sempre più fiducia nelle banche online

Torniamo ancora una volta sulla Ricerca Internazionale ING,  di cui abbiamo già parlato in un paio di occasioni,  per toccare un ulteriore aspetto, quello della fiducia degli italiani nei confronti delle banche. Secondo le rilevazioni effettuate (che peraltro sono in linea con dati di altre fonti che avevamo già citato) il canale web è in netta crescita, non solo nell’utilizzo ma anche nella fiducia che ispira, ma anche perché molte paure (spesso esagerate quando non infondate) sembrano ormai messe da parte, anche grazie al fatto che internet non è più un oggetto misterioso ma uno strumento di uso quotidiano.

A proposito delle banche, interessanti sono i dati italiani che mostrano un aumento della fiducia e della propensione verso le banche dirette e il canale web. Il 42% degli intervistati è già cliente di una banca diretta. Tra questi, il 79% dichiara di preferire il contatto via internet, mentre tra i non clienti (58%) il 35% prenderebbe in considerazione la possibilità di diventare cliente di una banca diretta nei prossimi sei mesi. Anche in questo caso, il canale preferito per il contatto sarebbe internet (83%), seguito dalla filiale (26%). In calo, invece, coloro che dichiarano che non diventerebbero clienti motivando la propria scelta con la mancanza di fiducia (28%), la paura di frodi online (23%) e l’idea che le banche online offrano meno garanzie (15%).

Nonostante questa fiducia nelle banche online, però, la fiducia nelle banche in generale rimane buona ma non cieca: per le decisioni finanziarie solo nel 26% dei casi si ascoltano i suggerimenti delle banche, mentre nel 59% dei casi si seguono invece i consigli di familiari ed amici.

Dalla ricerca emerge infine un ruolo predominante della famiglia nelle decisioni finanziarie. In Europa, America, Asia e Australia il 59% degli intervistati si affida, infatti, al parere e ai consigli del nucleo famigliare per le scelte finanziarie; seguono le banche (26%) e i consulenti finanziari. Solo una piccola parte del campione sceglie i media o le informazioni fornite dagli organismi di informazione pubblica.

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Come avverrebbe la “rottura” dell’euro?

C’è molta discussione a proposito della possibilità della “rottura” dell’euro, e non mancano gli analisti (specie americani) che considerano questo scenario come “probabile”, e di conseguenza lo analizzano approfonditamente. Variant Perception è tra quelli che hanno analizzato questo scenario, e qui sintetizziamo le conclusioni tratte.

Va però detto subito che, secondo noi, come in altre analisi si parte da un equivoco di fondo: la questione infatti non è se un Paese possa uscire dall’euro, ma se sia conveniente per i Paesi dell’area uscire dall’euro. La ragione della (probabile) tenuta dell’euro a nostro parere non è nel fatto che sia “tecnicamente impossibile” uscire, ma che l’uscita non sia vantaggiosa (specie per paesi “periferici” come la Grecia, dato che avverrebbe dichiaratamente per dichiarare un default di fatto, annacquando il debito pubblico con inflazione e oscillazioni dei cambi). Ci sono diverse cose su cui non concordiamo, a partire dall’idea che la “gestione” dei cambi può aumentare la competitività dei prodotti commercializzati da un Paese, perché trascura che ha anche effetti collaterali che non si possono trascurare (inflazione, aumento del costo del debito pubblico). Ma ci sembra comunque interessante dare spazio alle conclusioni dell’analisi:

  • La rottura dell’euro sarebbe un evento storico, ma non sarebbe la prima volta nella storia che una moneta si “rompe”. Negli ultimi 100 anni ce ne sono state 69. Spesso ci sono state uscite da una moneta unica senza “scossoni” economici violenti. Esempi precedenti di queste rotture includono l’impero Austro-Ungarico nel 1919, India e Pakistan nel 1947, Pakistan e Bangladesh nel 1971, Cecoslovacchia nel 1992, Unione Sovietica nel 1992.
  • Le esperienze precedenti di “rotture” possono dare una guida all’uscita dell’euro, dalle tempistiche dell’annuncio, alla messa in circolo di monete e banconote, alla ri-denominazione dei titoli di debito pubblico.
  • Il passaggio ad una nuova moneta può essere svolto in pochi mesi. I tempi più lunghi spesso sono legati alla stampa ed alla distribuzione fisica delle nuove monete e banconote.
  • Il problema dell’Eurozona però non è la moneta in sé, quanto la sopravvalutazione dei tassi di cambio effettivi e il debito pubblico molto elevato. Secondo gli analisti di Variant Perception, è possibile un default anche senza uscire dall’euro, ma “l’uscita dall’euro sarebbe necessaria per ritrovare competitività”.
  • I Paesi periferici dell’area euro soffrono di gravi problemi di liquidità e di solvibilità, così che i default saranno inevitabili e le uscite probabili. L’indebitamento non è uguale in tutti i Paesi, ed in alcuni è causato dal settore pubblico (Grecia o Italia, per esempio), mentre in altri paesi l’indebitamento è prevalentemente privato (Spagna, Irlanda).
  • Uscite dall’euro non farebbero altro che evidenziare squilibri esistenti e “cristallizzare” perdite che sono già presenti. I mercati infatti, avrebbero già “scontato” il deterioramento della situazione economica in Europa.
  • Default e ristrutturazioni del debito dovrebbero essere ottenuti uscendo dall’euro, ridenominando il debito in valuta locale e imponendo un “taglio” ai creditori tramite la svalutazione della moneta.
  • Un uscita dalla moneta penalizzerebbe i privati e le aziende che hanno contratto prestiti all’estero, o comunque che rimangono in euro e non vengono convertiti nella moneta locale, dato che la svalutazione moltiplicherebbe il valore del debito in valuta estera. Secondo gli analisti di Variant Perception però questi fallimenti di massa (avutesi anche nel 1997 in Asia) potrebbero essere positivi perché darebbe vita ad una nuova generazione di imprese.
  • L’esperienza di paesi emergenti mostra che gli effetti negativi della svalutazione sarebbero relativamente brevi e seguirebbe una ripresa. In diversi casi nonostante un default non si è neppure entrati in una vera recessione.

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Il problema delle imprese italiane? I ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione

Le imprese italiane sono sempre più sotto pressione anche per colpa della Pubblica Amministrazione. I ritardi nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche finiscono per creare grossi problemi di liquidità alle aziende: l’Associazione Bancaria Italiana riferisce di stime intorno ai 70 miliardi di euro di crediti che le imprese vanterebbero nei confronti della PA. Questo sarà anche uno dei temi centrali del prossimo Forum di ABI dedicato proprio ai rapporti con la PA, che si svolgerà nei prossimi giorni.

Il Presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari ha dichiarato: “Va trovata una soluzione per l’ingente mole di crediti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione. Da parte nostra c’è la volontà di coadiuvare ogni azione utile per giungere al pagamento, almeno parziale, dei debiti PA, svolgendo anche in questo caso il nostro ruolo”.

“Lavoriamo per lo sblocco dei crediti PA. Stiamo cercando una formula tecnica per risolvere il problema e definire come questi crediti possano diventare certi e quindi essere ‘mobilizzati’”.

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Visco: servono nuovi standard per la misura del rischio sovrano

Sabato scorso il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco è intervenuto al convegno Assiom Forex, parlando delle prospettive che si prospettano per le banche e per l’economia in generale. L’intervento ha avuto un certo spazio sui quotidiani, specie per quanto riguarda “l’appello” alle banche per evitare una stretta del credito — che peraltro è conseguenza della richiesta alle banche di una maggiore attenzione alla solidità dei propri conti (che vuol dire, come qualche volta si dimentica, essere meno “disponibili” nel concedere i prestiti con )

Ci sono però alcuni anche altri passaggi del suo intervento che ci sembrano interessanti. In particolare, Visco sottolinea come vi siano dei limiti nelle capacità di stima del rischio sovrano da parte degli operatori e delle agenzie di rating. Che finiscono per amplificare i timori del mercato, anziché offrire una misura “oggettiva”. Anche se, è bene ricordare sempre, il rischio sovrano non nasce per “colpa” di chi lo riscontra, ma di chi ha gestito le finanze pubbliche in modo “poco attento”.

I mercati finanziari, che avevano a lungo sottovalutato la possibilità d’insolvenza di un emittente sovrano dell’area dell’euro, al punto da escluderla tacitamente, hanno iniziato ad attribuirle probabilità eccessive, coinvolgendo paesi i cui fondamentali avrebbero dovuto suggerire valutazioni meno negative. I mercati – gli operatori, gli analisti – fanno evidentemente fatica a interpretare coerentemente tutta l’informazione disponibile, a volte incompleta o poco trasparente; soprattutto nelle fasi di elevata incertezza,  gli operatori tendono a ricorrere a comportamenti imitativi che alimentano il contagio finanziario.

La politica economica – in particolare nel contesto istituzionale dell’unione monetaria – fa a sua volta fatica, nella regolamentazione e negli interventi, a rispondere rapidamente alle fluttuazioni delle opinioni prevalenti sui mercati finanziari, a contenerne gli eccessi, a indirizzarne la risposta verso un equilibrio stabile ed efficiente. 

Valutare tempestivamente e in maniera indipendente i rischi sovrani, tenendo conto delle condizioni e delle prospettive delle finanze pubbliche, del livello e della dinamica dell’indebitamento del settore privato, delle prospettive di crescita dei paesi è un compito evidentemente difficile, richiede l’utilizzo di ingenti risorse e le agenzie di rating non sempre sono state in grado di svolgerlo adeguatamente.

Andrebbero definiti standard appropriati; sarebbe opportuno che si sviluppassero relazioni trasparenti tra le agenzie  e le istituzioni indipendenti, nazionali e sopranazionali, che svolgono per mandato analoghi compiti di valutazione.

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