“Torniamo al baratto!”, parte II

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Torniamo di nuovo sul tema del ritorno al baratto, per un altro aspetto interessante collegato. E cioè che in realtà attualmente siamo molto più vicini al baratto di quanto molti si rendono conto. Il punto è però il “solito” fraintendimento su che cos’è la moneta. In molti continuano a cadere nell’equivoco che “sarebbe corretto” che la moneta debba rappresentare delle riserve in oro. In realtà, non c’è nessun motivo per cui l’oro debba avere un valore intrinseco proprio, eccetto quello generato (come per tutti gli altri beni e servizi) dal bilanciamento di domanda ed offerta. Ovviamente, l’oro può essere utilizzato come moneta anch’esso, ma sostanzialmente non c’è nessuna differenza se il credito viene rappresentato da un pezzo di metallo giallo, un foglio di carta, oppure bit. Il “valore”, come abbiamo più volte sottolineato, è concentrato sui due estremi dello scambio, e non sull’intermediario. La quantità di moneta deve essere invece proporzionale al numero di transazioni, ed è proprio sulla base di questo legame che sono stati abbandonati i vincoli tra monete nazionali ed oro, che non hanno di significato.In quest’ottica, proprio per la “concentrazione” del valore si può dire che la logica somiglia al baratto.

Aggiungiamo anche una piccola nota aggiuntiva: chi “ha i soldi” non li investe in unità monetarie, ma (più o meno consapevolmente) in beni concreti: le azioni (che rappresentano quote di possesso ) ne sono un esempio, così come le commodities, principalmente materie prime (tra cui c’è ovviamente anche l’oro, ma in quanto materia prima, come rame, platino o ferro).

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