L’effetto delle regole contabili sul funzionamento dei mercati e la stabilità finanziaria

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Abbiamo parlato più volte in passato dell’impatto delle regole contabili sul funzionamento dei mercati finanziari, con il caso limite di chi suggeriva di cambiare le regole contabili per risolvere i problemi di solidità delle banche. Le regole contabili infatti guidano la valutazione dei vari asset, con effetti non trascurabili sul bilancio — e quindi sulla solidità patrimoniale della banca o del soggetto economico in generale. La valutazione di un asset (sia esso un portafoglio di titoli di stato, di obbligazioni, azioni ecc.) è infatti tutt’altro che univoca, specie se ci sono dubbi sulla solvibilità dell’emittente: quanto vale ad esempio un’obbligazione emessa da un’impresa a rischio di fallimento? A che valore va mantenuto in bilancio? Va da sé che se da un lato la sottovalutazione è penalizzante perché “danneggia” il bilancio del soggetto, una sopravvalutazione lo è altrettanto (e forse lo è ancora di più a livello sistemico) dato che si può poi trovarsi a dover affrontare le svalutazioni “in una volta sola”. Che è quel che è successo nel 2007  con i mutui subprime.

Anna Maria Tarantola, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, è intervenuta proprio su questo tema qualche giorno fa, in occasione dell’evento celebrativo per il decennale dell’Organismo Italiano di Contabilità (OIC), offrendo qualche spunto che ci sembra interessante riportare.

 

In occasione della crisi finanziaria, il modello di banca commerciale (su cui si fonda il nostro comparto creditizio) si è rivelato un importante elemento di tenuta del sistema. Questo modello deve essere correttamente e coerentemente rappresentato sul piano contabile; occorre in particolare evitare che rapporti finanziari destinati a produrre reddito principalmente sotto forma di interessi vengano valutati sulla base di risultati di breve periodo, che potrebbero ingenerare una volatilità dei valori di bilancio che non riflette le modalità con cui vengono nel concreto gestite le relazioni. Una elevata variabilità dei valori di bilancio e dei risultati economici, oltre ad avere riflessi sulle decisioni degli investitori, può indurre le banche a seguire politiche di erogazione del credito anch’esse orientate al breve periodo o basate su indicizzazioni finanziarie, che non sempre corrispondono alle esigenze di finanziamento espresse dalle imprese e dalle famiglie.

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Una applicazione troppo ampia del criterio del fair value, estesa anche agli strumenti finanziari illiquidi, ha molte possibili implicazioni negative: accresce l’incertezza della valutazione dei prodotti più complessi; può indurre a vendite forzate di strumenti poco liquidi, accentuando gli effetti depressivi sui prezzi e alimentando anche per questa via la volatilità dei risultati economici e del capitale. Nei periodi di crisi, un uso eccessivo del fair value – non solo a fini contabili – può contribuire all’instabilità del sistema economico e finanziario e favorire, indirettamente, fenomeni di restrizione del credito; simmetricamente, nei periodi di espansione ciclica esso tende ad amplificare la crescita dei profitti e la dimensione dei bilanci bancari. Per questi motivi, nel settembre 2009 il Financial Stability Board nell’ambito delle proposte di riforma presentate al G-20 ha sottolineato i rischi di una eccessiva estensione dell’ambito di applicazione del fair value.

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Anche le regole contabili concernenti l’impairment possono risultare procicliche. Se le rettifiche a fronte dell’attività d’intermediazione creditizia avvengono quando le difficoltà dei prenditori sono ormai conclamate si ingenera una significativa incongruenza dei risultati di bilancio: nelle fasi espansive si ha una sovrastima del risultato netto di periodo e del grado di patrimonializzazione degli intermediari; nelle fasi recessive si generano repentine riduzioni dei livelli reddituali e patrimoniali, con impatto rilevante sul finanziamento all’economia.

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In materia di impairment dei crediti, è in corso un progetto per la definizione di un nuovo odello maggiormente forward-looking, basato sulle “perdite attese”, che consenta di mitigare il problema della prociclicità degli accantonamenti riscontrato durante la crisi. Il processo sta però procedendo con lentezza e in maniera particolarmente articolata.

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