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Il 2011 dei mercati finanziari è stato caratterizzato da una elevata volatilità, con le borse che segnavano continuamente record al rialzo o al ribasso. La volatilità non è di per sé cattiva o buona, ma certamente è un aspetto che va gestito. Per quanto nel 2011 si sia forse accentuato il fenomeno (ma è probabile che il 2012 segua lo stesso trend), vale la pena di spendere qualche parola sulla volatilità dato che è un aspetto fondamentale per impostare correttamente un investimento, di qualunque tipo.

La volatilità è una misura del rischio, e quindi diventa un fattore fondamentale da considerare per assicurarsi che l’investimento abbia un rapporto rischio/rendimento ottimale. L’errore comune è quello di guardare solo al rendimento, sottovalutando (ma soprattutto, non comprendendo) il rischio che è insito nell’investimento, in primo luogo come variabilità dei possibili rendimenti ottenibili. Ecco perché misurare questa variabilità, valutando la volatilità dei risultati, diventa un aspetto fondamentale. Ci sembra quindi interessante esaminare brevemente come si misura la volatilità in ambito finanziario.

Il metodo con cui più spesso si misura la volatilità è la deviazione standard, o più correttamente scarto quadratico medio. Chiaramente, il calcolo viene effettuato sulla base di serie storiche, in un intervallo di riferimento predefinito (es. l’ultimo anno). Indica che c’è una probabilità di circa 2/3 che la variazione del valore non superi lo scarto quadratico medio (con segno positivo o negativo), e una probabilità di circa il 95% che non superi un valore doppio allo scarto quadratico.

Un altro indicatore frequentemente usato è il beta: mentre lo scarto quadratico misura la volatilità sulla base della variabilità dei risultati, il beta misura la volatilità di un fondo a confronto del suo indice di riferimento o benchmark. Se il valore è pari ad 1, vuol dire che il fondo si comporta in modo totalmente analogo rispetto al benchmark: valori superiori ad 1 indicano maggiore volatilità rispetto al benchmark (un valore di 2 indica fluttuazioni attese doppie rispetto al benchmark), mentre valori inferiori ad 1 indicano una volatilità inferiore al benchmark. In questo modo, non viene solo misurata la volatilità, ma vengono fornite all’investitore delle indicazioni che utili ad essere valutate in relazione alla propensione al rischio di quest’ultimo.

L’indicatore R-quadro misura il livello di correlazione tra il fondo ed il suo benchmark, in una scala da 1 a 100. Si tratta di un valore importante perché permette di misurare fino a che punto le oscillazioni del fondo sono “spiegate” da quelle del benchmark: se il valore fosse basso, vuol dire che il benchmark non è del tutto significativo, e che quindi non lo sono  neppure i valori calcolati con riferimento ad esso, come il beta e l’alfa.

L’indicatore alfa misura il rischio residuo in relazione al mercato, ed in particolare indica se il fondo ha “sovraperformato” o “sottoperformato”, cioè se ha avuto un rendimento maggiore o minore rispetto al benchmark. Un alfa pari a 1 indica che il fondo ha “superato” il benchmark dell’1%. Un alfa negativo indica che invece il fondo non è stato gestito in modo ottimale dato che ha avuto rendimenti inferiori a quelli del mercato.

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