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Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima) ci parla dei risultati di un recente studio di McKinsey che evidenzia come ci sia un’enorme fabbisogno di capitali, ma sempre meno soggetti (almeno tradizionali) che ne hanno a disposizione.

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D1. Cosa ha osservato McKinsey in un suo recente studio?

E’ noto che la crisi ha avuto origine nell’eccesso di debiti e che quindi i debiti sono destinati a ridursi. Sappiamo anche che in questi anni gli investitori privati e istituzionali sono diventati molto più avversi al rischio e che il baricentro della crescita economica si è spostato (e sempre più si sposterà) nei paesi emergenti (Cina, India, Brasile).

L’analisi di McKinsey combina questi 3 elementi e parte dall’osservazione che il mondo finanziario è affamato di capitale.

L’aumento dei rischi costringe le autorità ad imporre agli intermediari finanziari standard di patrimonializzazione sempre più elevati. La diffusione della crisi si è trasformata in uno shock sistemico proprio perchè la dotazione di capitali delle banche sembrava insufficiente a fronteggiare la montagna di perdite sui titoli tossici. Per le banche è stato quindi definito un severo standard internazionale (Basilea 3) che richiede che esse mantengano una percentuale molto più alta di capitale a fronte delle attività più rischiose, in modo da abbattere il rischio di trovarsi insolventi. Analoghi requisiti sono stati imposti anche alle assicurazioni (Solvency 2). Nei prossimi anni, banche ed assicurazioni dovranno quindi raccogliere nuovi capitali in dosi massicce.

Ma non saranno però le sole. Gli altissimi tassi di crescita dei paesi emergenti, si assoceranno infatti ad un sempre più intenso ricorso delle imprese di quei paesi al mercato azionario. Già nel 2010, più di metà delle nuove emissioni è venuto dai paesi emergenti ed è destinato a salire.

D2. Chi soddisferà questo crescente bisogno di nuovo capitale?

McKinsey calcola che a questa crescente offerta di nuovi titoli azionari farà riscontro un’allocazione dei portafogli degli investitori sempre meno orientata alle azioni. Vi sono molteplici fattori dietro a questa previsione.

Un primo motivo è che le crisi succedutesi degli ultimi dieci anni hanno lasciato il segno nelle aspettative degli investitori, i quali saranno assai più prudenti che nei decenni precedenti. L’aumento dell’avversione al rischio porta con sè anche una minore allocazione in attività rischiose, in primo luogo le azioni.

Un secondo motivo è che, nel modo occidentale, i trend demografici sono avversi all’investimento azionario: il pensionamento dei baby-boomers riduce la formazione di nuovo risparmio nei paesi sviluppati e il progressivo invecchiamento della popolazione sposta le preferenze degli individui e dei fondi pensione verso le obbligazioni a scapito delle azioni .

L’accumulazione di attività finanziarie rimarrà invece sostenuta nei paesi emergenti. Ma non abbastanza a soddisfare le maggiori richieste di capitali di banche e imprese a livello mondiale.

Gli investitori dei paesi emergenti sono infatti molto poco propensi ad investire in azioni. Mentre gli investitori europei detengono oggi il 34% delle proprie attività in azioni (e gli americani il 47%), quelli cinesi ed indiani meno del 15%.
Mc Kinsey stima che – tra il 2010 ed il 2020- a fronte ad un aumento della richiesta globale di capitali azionari da parte di banche e imprese stimata in oltre 37 trilioni di dollari, la domanda di azioni complessiva sarà solo di 25 trilioni. L’offerta di azioni supererà cioè la domanda di oltre 12 trilioni.

D3. Quali saranno le conseguenze?

Poichè ogni squilibrio tra domanda e offerta ha effetti sul prezzo, per attirare gli scarsi investitori il rendimento delle azioni deve molto salire (e quindi le quotazioni azionarie devono scendere). Un maggiore rendimento delle azioni vuole però anche dire un più elevato costo del capitale per le imprese, che preferiranno ove possibile continuare a finanziarsi con debito. I trend strutturali di lungo periodo sono quindi favorevoli ai mercati obbligazionari.

Delle tre proposizioni che abbiamo all’inizio ricordato almeno una non potrà quindi avverarsi. Crescente avversione al rischio degli investitori e successo dei paesi emergenti non appaiono infatti compatibili anche con una generalizzata riduzione del debito. Una riduzione del debito potrà invece avvenire se l’avversione al rischio diminuirà oppure se la crescita dei paesi emergenti (ed il loro fabbisogno di capitale) sarà meno esuberante del previsto. Talvolta mettere insieme i puzzle è meno ovvio di quanto appaia.