Le fluttuazioni economiche e la loro trasmissione attraverso il commercio estero e i legami domestici

Gran parte delle difficoltà economiche dell’Italia derivano oggi dalle difficoltà globali, che si ripercuotono sul Paese in primo luogo attraverso una riduzione della domanda estera di prodotti e servizi, e l’elevato debito pubblico crea preoccupazioni sulla capacità dell’Italia di affrontare una situazione di crisi di questo tipo.

Verrebbe da pensare, però, che a subire maggiormente gli effetti di queste fluttuazioni economiche dovrebbero essere principalmente le regioni maggiormente orientate al commercio con l’estero, in cui le esportazioni rappresentano una importante percentuale del PIL. Regioni la cui economia è maggiormente basata sulla domanda interna (quali le regioni meridionali) dovrebbero apparentemente subire conseguenze minori da una riduzione globale dell’export.

In realtà, così non è, e se finora a questa conclusione si giungeva principalmente tramite una valutazione empirica, una recente ricerca ha approfondito il tema tramite strumenti statistici, evidenziando che i legami tra le diverse regioni sono più forti di quanto spesso ritenuto. A costituire questo legame, probabilmente, non c’è solo la domanda delle imprese, volta a soddisfare l’export, ma anche quella degli abitanti della regione (che tendono a ridurre la loro domanda se vedono ridursi le loro prospettive di reddito), ma anche i lavoratori emigrati da una regione all’altra (che tendono a ridurre i loro consumi per gli stessi motivi).

I risultati ottenuti mostrano che:

1) Gli shock locali hanno effetti significativi sia sul prodotto sia sulle esportazioni delle altre regioni. In particolare, gli shock al PIL, che nel modello riflettono le variazioni della domanda interna per consumi e investimenti, si propagano anche alle regioni molto distanti. Gli shock locali all’export, interpretabili come variazioni della competitività delle produzioni locali sui mercati internazionali, appaiono invece esercitare un’influenza più contenuta sulle economie delle altre regioni.

2) Gli shock globali – come, ad esempio, la caduta del commercio internazionale – incidono su una regione sia direttamente, perché ne riducono le esportazioni, sia indirettamente, perché diminuiscono le vendite sul mercato nazionale, a causa della contrazione della domanda di input intermedi e di beni di consumo da parte delle altre regioni che deriva dallo shock esterno. La somma dei due effetti risulta di entità elevata, sufficiente a spiegare il forte calo del PIL recentemente registrato anche nelle regioni meno orientate alle esportazioni, in seguito alla caduta del commercio internazionale.

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Lo spread: tra ragione e sentimento

Si parla molto di spread  in queste settimane, con l’argomento che è diventato un tema centrale della cronaca non solo strettamente economica. Armando Carcaterra di Generale Anima SGR approfondisce l’argomento, discutendo su cosa misura lo spread e sull’avversione al rischio.

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D1. Cosa misura realmente lo spread?

Lo spread, cioè la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato italiani ed il rendimento dei titoli di stato tedeschi, è stato ultimamente interpretato in molti modi: talvolta come indicatore di credibilità, talaltra come voto di fiducia sui governi.
Lo spread è tuttavia solo la misura del “premio al rischio” richiesto dal mercato per detenere titoli italiani. Poiché ai titoli di stato tedeschi (i Bund) è attribuito lo status di titoli “privi di rischio”, lo spread misura quanto più altro è il rendimento che i titoli italiani devono offrire per poter compensare la “percezione” della loro rischiosità, non necessariamente la loro “effettiva” rischiosità.
Lo “spread” può infatti dipendere congiuntamente da due fattori: dall’effettivo maggiore rischio che il mercato associa ai titoli italiani (cioè il rischio che l’Italia diventi insolvente e non rimborsi il suo debito) oppure da un cambiamento di atteggiamento degli investitori (cioè da un cambiamento della loro avversione al rischio).

D2. Che cos’è l’avversione al rischio e come si misura?

E’ l’atteggiamento psicologico soggettivo degli investitori, cioè la loro attitudine a tollerare rischi crescenti di qualunque tipo. Individui con attitudini o “avversioni al rischio” differenti, di fronte ad un medesimo evento, si comporteranno in modo diverso.
L’”avversione al rischio” degli investitori può modificarsi anche in maniera radicale, soprattutto di fronte ad eventi traumatici o ad andamenti di mercato anomali. Quando ad esempio le bolle speculative si gonfiano (come nel caso dei titoli internet negli anni ’90) l’euforia abbassa drasticamente l’”avversione al rischio” media; viceversa, quando le bolle scoppiano, il pessimismo si diffonde e l’”avversione al rischio” diventa molto elevata.

Tecnicamente, il grado di “avversione al rischio” è misurabile sulla base del rapporto tra rendimento richiesto per investire in un’attività e la sua rischiosità: ad un investitore poco avverso al rischio basterà un piccolo incremento del rendimento per tollerare un incremento di rischiosità; viceversa un investitore molto avverso al rischio richiederà un rendimento proporzionalmente molto più alto.
Può però succedere che, anche senza variazioni sostanziali della rischiosità “effettiva” di un investimento, cambi in misura significativa l’atteggiamento “soggettivo” degli investitori.

Nel corso di quest’anno è accaduto qualcosa del genere sul mercato dei titoli di stato italiani, quando all’improvviso, i rendimenti dei BTP sono schizzati verso l’alto, senza che le condizioni sottostanti di rischiosità del debito pubblico fossero cambiate in modo così radicale.

D3. Per quale motivo i rendimenti dei BTP si sono impennati?

Fino a giugno, lo spread dei BTP sui Bund era infatti rimasto sempre stabile tra i 150 ed i 170 punti base, nonostante le turbolenze che da due anni avevano investito altri debiti sovrani europei (Grecia, Portogallo, Irlanda). Tuttavia – senza alcuna apparente spiegazione- è raddoppiato nella prima decade di luglio ed è poi costantemente peggiorato, sfiorando-a inizio novembre- i 600 punti base.

Il nostro deficit era sotto controllo, il debito pubblico appariva sostenibile nel tempo ed il governo ha messo in atto misure di aggiustamento fiscale draconiano, addirittura anticipando il promesso pareggio di bilancio. Nonostante ciò, si è avuto un improvviso crollo di fiducia degli investitori, cioè è radicalmente aumentata la loro “avversione al rischio”.

Alcuni sostengono infatti che, nel valutare le prospettive dei debiti sovrani, i mercati guardano alla crescita prospettica dell’economia, non solo all’entità del debito. Paradossalmente, proprio i tagli fiscali estivi possono avere drasticamente peggiorato le prospettive di crescita e spaventato gli investitori. Fino a due secoli fa, i medici prescrivevano ai malati salassi anzichè ricostituenti, convinti di liberarli dal “sangue impuro”. Di salasso in salasso il paziente spesso alla fine moriva.

Se genera recessione, l’eccesso di restrizione fiscale non rassicura, ma allarma. Forse l’”avversione al rischio” degli investitori non si placa con ulteriori salassi, ma con potenti ricostituenti, cioè con più coraggiose e credibili politiche di espansione.

Il problema è che ci sono troppi ricchi?

Con l’acutizzarsi della crisi finanziaria (o, se volete, con l’ampliarsi della sua consapevolezza), sono molti a “prendersela” con i ricchi, considerati categoria in qualche modo “da punire” . Il problema sembrerebbe essere, secondo qualcuno, che ci sono troppi ricchi. A nostro parere la questione è diversa: il problema piuttosto è che ci sono troppi poveri. È un discorso forse banale, ma l’impressione è che sia molto più semplice cadere in trappole demagogiche in cui è più facile lottare contro la ricchezza che contro la povertà.

Permetteteci una provocazione, che crediamo utile a stimolare qualche riflessione.

La questione infatti è che, dato che l’Italia non può che puntare su prodotti “di eccellenza”  i ricchi sono i nostri “clienti”. Senza gente che si compra lo yatch, i cantieri navali chiudono. Se nessuno compra abiti di marca (e magari tutti si accontentano di capi “Made In China”) le industrie dell’abbigliamento chiudono. Se nessuno va più al ristorante, i ristoranti chiudono. C’è poi il discorso delle innovazioni in generale: se nessuno fosse stato disposto a pagare diverse migliaia di euro per un televisore LCD, quando questi erano appena stati introdotti sul mercato, nessuno li avrebbe prodotti e fatti evolvere, e adesso non ci sarebbero neppure i televisori LCD economici a poche centinaia di euro.

Per mantenere uno stile di vita “da paese avanzato”, vanno prodotti prodotti e servizi “di valore”, che vuol dire che sono destinati “ai ricchi”

Quindi è indubbiamente corretto voler “punire” chi guadagna in modo scorretto, quando non illegale, ma attenzione a non iniziare una lotta tout court contro una categoria che, piaccia o no, costituisce il nostro target di clientela, come Paese, perché se l’alternativa è quella di puntare a un target  di fascia bassa, non possiamo pensare di poter avere uno stile di vita migliore di paesi come Cina o India, che si rivolgono a quel target.

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Parlando di meritocrazia: le valutazione dei docenti universitari da parte degli studenti

Si parla spesso di meritocrazia, e di come la sua carenza vada spesso a penalizzare non solo i giovani che non riescono ad emergere, ma anche l’economia nel suo complesso dato che non essendo “i migliori” ad emergere, si perde in competitività.

Uno degli ambiti in cui spesso l’argomento meritocrazia viene sollevato è il mondo dell’Università, dove più di qualche cattedra sarebbe in mano a “baroni” anziché a figure meritevoli e preparate.Quando si parla di meritocrazia, però, è fondamentale definire il criterio in base al quale si misura il merito, dato che è basilare per poi capire chi merita e chi no.

Una recente ricerca offre spunti di riflessione interessanti. La ricerca riguarda le le valutazioni che i docenti universitari ricevono dai loro studenti. Infatti, in molte Università italiane e straniere si usa un sistema di questionari anonimi in cui gli studenti valutano i loro professori.

È quasi superfluo sottolineare come la qualità del docente sia determinante per quella che sarà la preparazione degli studenti. Non solo all’interno della loro carriere universitaria, ma anche all’interno della “vita lavorativa”: la ricerca mostra infatti come avere sostenuto certi esami con alcuni professori anziché altri poi si possa riflettere anche in un divario salariale (misurato in media pari all’1,4% della retribuzione). Questo perché alcuni professori riescono a trasmettere con maggiore efficacia conoscenze che hanno valore in ambito lavorativo.

Non solo, un bravo docente trasmette anche nozioni utili per gli esami successivi, che quindi saranno affrontati dagli studenti con maggiore facilità e quindi avranno voti mediamente più alti di chi magari ha superato il medesimo esame ma senza comprendere altrettanto bene l’argomento.

Che tipo di relazione hanno le valutazioni degli studenti rispetto a questo tipo di indicatori, in un certo senso “oggettivi”? Non solo la correlazione è bassa, ma addirittura si registra una correlazione negativa: i docenti che sembrano essere più efficaci sono anche quelli che tendono ad avere giudizi più negativi. La spiegazione è facilmente intuibile, solo che mancava una conferma di quella che è una sensazione comune: gli studenti infatti tenderebbero a dare una valutazione più elevata ai professori ai cui esami prendono voti più alti, e nei quali incontrano minori difficoltà nello studio. Docenti che invece richiedono un impegno maggiore agli studenti invece vengono penalizzati, a prescindere dal fatto che ciò consenta agli studenti di acquisire conoscenze utili nel prosieguo degli studi e nel mondo del lavoro.

Si tratta di un fattore interessante, perché illustra un comportamento — quello degli studenti — che a nostro parere è molto comune, e cioè quella di privilegiare il vantaggio immediato rispetto a benefici di medio-lungo periodo, spesso anche per una certa incapacità a valutare la dimensione di tali benefici.

La ricerca suggerisce anche alcuni metodi per migliorare la qualità delle docenze:

[…] limitare gli esami a risposta chiusa disincentiverebbe lo svolgimento di lezioni finalizzate al mero superamento dei corsi. Se i voti d’esame fossero assegnati da docenti diversi da quelli che tengono le lezioni si scoraggerebbero taciti scambi tra i voti degli insegnanti e le valutazioni degli studenti. Sarebbero utili, inoltre, misurazioni della performance degli insegnanti basate sulla valutazione dei colleghi (peer review), in linea con l’approccio utilizzato nel campo della ricerca scientifica.

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La ricchezza media delle famiglie italiane è 350.000 euro. Ma come è concentrata?

Torniamo sull’argomento della ricchezza delle famiglie italiane, che ha destato un certo interesse. Innanzi tutto un dato sicuramente interessante: la ricchezza media delle famiglie italiane è pari a circa 350.000 euro. Un valore che può sembrare elevato, ma non va dimenticato che in questo valore si considerano anche le “attività reali”, in primo luogo la casa di proprietà. Come abbiamo già detto, la ricchezza in rapporto al reddito disponibile è sopra la media, nel confronto internazionale.

In molti osservano che non conta solo la ricchezza, ma conta molto come è distribuita. Come è facile immaginare, la ricchezza non è uniformemente distribuita, ma è concentrata in un numero relativamente ristretto. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza però è meno elevata che nella maggior parte degli altri paesi.

La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all’opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata. Le informazioni sulla distribuzione della ricchezza – desunte dall’indagine campionaria della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane – indicano che alla fine del 2008 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva. L’indice di Gini, che varia tra 0 (minima concentrazione) e 1 (massima concentrazione), risultava pari a 0,613. Seconde stime provvisorie, nel 2010 sarebbe cresciuto a 0,624, un aumento presumibilmente attribuibile agli effetti della grande recessione che, tuttavia, lo riporta in linea con i valori della fine degli anni novanta.

Il numero di famiglie con una ricchezza netta negativa, alla fine del 2008 pari al 3,2 per cento, risulta invece in lieve ma graduale crescita dal 2000 in poi. Secondo le stime disponibili, nel confronto internazionale l’Italia registra un livello di disuguaglianza della ricchezza netta tra le famiglie piuttosto contenuto, anche rispetto ai soli paesi più sviluppati.

Per quanto vada evidenziato come i confronti internazionali devono essere effettuati con molta cautela, dato che i dati e le informazioni disponibili non sono sempre omogene, nelle classifiche dei Paesi in base al coefficiente di Gini (un indicatore che misura il grado di concentrazione di una distribuzione: più basso è il valore ) — ad esempio qui trovate la lista pubblicata su wikipedia — l’Italia è tra i paesi al mondo per cui il coefficiente è più basso. Nella lista (che però ha dati di qualche anno fa) l’Italia è settima al mondo per uniformità di distribuzione della ricchezza. Per un confronto, la Germania è 39esima, mentre gli USA sono 146esimi (su 150 paesi), ad indicare un livello di concentrazione della ricchezza tra i più elevati al mondo. Il dato dovrebbe anche fare riflettere sul fatto che non è possibile trasporre né le soluzioni, né i problemi, tra contesti che sono in realtà profondamente differenti.

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Ricerche Frequenti:

  • ricchezza media in italia

Debiti e capitale: i risultati di uno studio di McKinsey

Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima) ci parla dei risultati di un recente studio di McKinsey che evidenzia come ci sia un’enorme fabbisogno di capitali, ma sempre meno soggetti (almeno tradizionali) che ne hanno a disposizione.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=DYcwMxa_o04[/youtube]

D1. Cosa ha osservato McKinsey in un suo recente studio?

E’ noto che la crisi ha avuto origine nell’eccesso di debiti e che quindi i debiti sono destinati a ridursi. Sappiamo anche che in questi anni gli investitori privati e istituzionali sono diventati molto più avversi al rischio e che il baricentro della crescita economica si è spostato (e sempre più si sposterà) nei paesi emergenti (Cina, India, Brasile).

L’analisi di McKinsey combina questi 3 elementi e parte dall’osservazione che il mondo finanziario è affamato di capitale.

L’aumento dei rischi costringe le autorità ad imporre agli intermediari finanziari standard di patrimonializzazione sempre più elevati. La diffusione della crisi si è trasformata in uno shock sistemico proprio perchè la dotazione di capitali delle banche sembrava insufficiente a fronteggiare la montagna di perdite sui titoli tossici. Per le banche è stato quindi definito un severo standard internazionale (Basilea 3) che richiede che esse mantengano una percentuale molto più alta di capitale a fronte delle attività più rischiose, in modo da abbattere il rischio di trovarsi insolventi. Analoghi requisiti sono stati imposti anche alle assicurazioni (Solvency 2). Nei prossimi anni, banche ed assicurazioni dovranno quindi raccogliere nuovi capitali in dosi massicce.

Ma non saranno però le sole. Gli altissimi tassi di crescita dei paesi emergenti, si assoceranno infatti ad un sempre più intenso ricorso delle imprese di quei paesi al mercato azionario. Già nel 2010, più di metà delle nuove emissioni è venuto dai paesi emergenti ed è destinato a salire.

D2. Chi soddisferà questo crescente bisogno di nuovo capitale?

McKinsey calcola che a questa crescente offerta di nuovi titoli azionari farà riscontro un’allocazione dei portafogli degli investitori sempre meno orientata alle azioni. Vi sono molteplici fattori dietro a questa previsione.

Un primo motivo è che le crisi succedutesi degli ultimi dieci anni hanno lasciato il segno nelle aspettative degli investitori, i quali saranno assai più prudenti che nei decenni precedenti. L’aumento dell’avversione al rischio porta con sè anche una minore allocazione in attività rischiose, in primo luogo le azioni.

Un secondo motivo è che, nel modo occidentale, i trend demografici sono avversi all’investimento azionario: il pensionamento dei baby-boomers riduce la formazione di nuovo risparmio nei paesi sviluppati e il progressivo invecchiamento della popolazione sposta le preferenze degli individui e dei fondi pensione verso le obbligazioni a scapito delle azioni .

L’accumulazione di attività finanziarie rimarrà invece sostenuta nei paesi emergenti. Ma non abbastanza a soddisfare le maggiori richieste di capitali di banche e imprese a livello mondiale.

Gli investitori dei paesi emergenti sono infatti molto poco propensi ad investire in azioni. Mentre gli investitori europei detengono oggi il 34% delle proprie attività in azioni (e gli americani il 47%), quelli cinesi ed indiani meno del 15%.
Mc Kinsey stima che – tra il 2010 ed il 2020- a fronte ad un aumento della richiesta globale di capitali azionari da parte di banche e imprese stimata in oltre 37 trilioni di dollari, la domanda di azioni complessiva sarà solo di 25 trilioni. L’offerta di azioni supererà cioè la domanda di oltre 12 trilioni.

D3. Quali saranno le conseguenze?

Poichè ogni squilibrio tra domanda e offerta ha effetti sul prezzo, per attirare gli scarsi investitori il rendimento delle azioni deve molto salire (e quindi le quotazioni azionarie devono scendere). Un maggiore rendimento delle azioni vuole però anche dire un più elevato costo del capitale per le imprese, che preferiranno ove possibile continuare a finanziarsi con debito. I trend strutturali di lungo periodo sono quindi favorevoli ai mercati obbligazionari.

Delle tre proposizioni che abbiamo all’inizio ricordato almeno una non potrà quindi avverarsi. Crescente avversione al rischio degli investitori e successo dei paesi emergenti non appaiono infatti compatibili anche con una generalizzata riduzione del debito. Una riduzione del debito potrà invece avvenire se l’avversione al rischio diminuirà oppure se la crescita dei paesi emergenti (ed il loro fabbisogno di capitale) sarà meno esuberante del previsto. Talvolta mettere insieme i puzzle è meno ovvio di quanto appaia.

La ricchezza delle famiglie italiane: i dati a dicembre 2011

La Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati circa la ricchezza delle famiglie italiane: si tratta di dati molto interessanti per capire qual è lo stato effettivo dell’economia italiana. La ricchezza è la somma delle cosiddette “attività reali” (principalmente, le case ed i terreni) e delle “attività finanziarie” (depositi, azioni, titoli, ecc.), meno le passività finanziarie (i mutui e i prestiti).

A fine 2010, la ricchezza delle famiglie italiane era pari a circa 8.460 miliardi di euro, praticamente invariata rispetto a fine 2009, dato che l’aumento delle attività reali (+1,1%) è stato accompagnato dalla diminuzione delle attività finanziarie (-0,8%) e da un aumento delle passività (+4,2%). Nel primo semestre di quest’anno, la ricchezza, in base ai dati provvisori sarebbe leggermente cresciuta  (+0,4%), in valori nominali, grazie all’aumento delle attività sia reali che finanziarie, nonostante un significativo incremento dell’indebitamento.

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La variazione della ricchezza complessiva, in termini reali, può essere attribuita a due fattori: il flusso di risparmio (al netto degli ammortamenti) e i capital gains, che esprimono le  variazioni dei prezzi delle attività reali e di quelle finanziarie, al netto della variazione del deflatore dei consumi. Nel 2010 il risparmio delle famiglie è ammontato a circa 50 miliardi di euro; i  capital gains sono stati invece negativi (circa 180 miliardi di euro), principalmente a causa del forte calo dei corsi azionari avvenuto nel corso dell’anno.

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Le famiglie italiane si caratterizzano, nel confronto internazionale, per una ricchezza più elevata, specie se sul fronte delle “attività reali”, e per un grado di indebitamento più ridotto.

Alla fine del 2009 la ricchezza netta era pari a 8,3 volte il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane, rapporto in linea con quello del Regno Unito (8), lievemente superiore a quelli della Francia (7,5) e del Giappone (7) e significativamente superiore a quelli del Canada (5,5) e degli Stati Uniti (4,9) […]

Le attività reali in rapporto al reddito disponibile lordo detenute alla fine del 2009 dalle famiglie italiane (5,6) superavano quelle delle famiglie residenti in Francia (5,5), nel Regno Unito (5,1) e soprattutto quelle negli Stati Uniti (2,1), in Giappone (3,3) e in Canada (3,4).

Si conferma per l’Italia una maggiore propensione all’investimento immobiliare, che riflette tra l’altro una struttura del sistema produttivo che vede la preponderanza delle microimprese familiari, per le quali gli immobili costituiscono capitale d’impresa.

Alla fine del 2009 le attività finanziarie delle famiglie italiane risultavano pari a quasi 3,5 volte il reddito disponibile, un rapporto inferiore a quello di Giappone, Stati Uniti e Regno Unito, in linea con quello del Canada ma superiore a quello di Germania e Francia. Contribuisce a questo risultato la relativa minore rilevanza del sistema pensionistico pubblico nei paesi anglosassoni, che implica un maggior investimento in riserve tecniche di assicurazione.

Sempre alla fine del 2009 l’ammontare di passività delle famiglie italiane era l’82 per cento del reddito disponibile, il valore più basso tra i paesi considerati: tale rapporto risultava pari a circa il 100 per cento in Germania e Francia, a quasi il 130 per cento negli Stati Uniti e in Giappone, al 150 nel Canada e al 170 nel Regno Unito 21.

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Le banche chiedono una revisione di Basilea 3, per tenere conto del peggioramento del ciclo economico

L’Associazione bancaria italiana chiede (finora senza successo) una revisione delle regolamentazioni introdotte da Basilea 3, in considerazione del peggioramento del ciclo economico. Il punto infatti è che le nuove regole impongono sì maggiore solidità alle banche, ma questo — oltre ad essere di per sé “complicato” in questo momento economico — limita la capacità delle banche di erogare prestiti alle imprese, specie medio e piccole, finendo secondo ABI per il penalizzare i tessuti produttivi anziché supportarli.

Il direttore generale dell’ABI, Giovanni Sabatini, ha dichiarato “Non condividiamo l’approccio dell’Eba nel metodo perché prevede un cambiamento di regole senza che vi sia stata né una preventiva consultazione né un’analisi di impatto, nel merito perché proprio in questo momento il problema principale delle banche è quello della liquidità e nei tempi d’attuazione poiché procede senza la necessaria gradualità che era stata prevista, invece, dal Comitato di Basilea”.

[…]

Un aspetto su cui bisogna intervenire – ha aggiunto Sabatini – è la creazione del cosiddetto level playing field, ovvero regole applicate in modo omogeneo per tutti. Un sistema finanziario sano, robusto e ben regolato è motore di crescita. Oggi viviamo un contesto d’incertezza che alimenta le aspettative degli investitori sulla necessità di capitale aggiuntivo per le banche, accentua le preoccupazioni degli investitori sui titoli di stato e, soprattutto, non individuano mira a rimuovere le vere cause della malattia che ha colpito l’Europa e dunque non adottano consente di adottare le terapie appropriate”.

[…] Tra queste l’SMEs Supporting Factor, un fattore che immunizza l’aumento quantitativo del capitale da detenere a fronte dei crediti delle Pmi, lasciandolo invariato al livello pre-crisi dell’8%. L’iniziativa, che ha come obiettivo garantire con le nuove norme la maggiore stabilità del sistema bancario ma al contempo anche la ripresa e la crescita dell’economia europea, ha già raccolto il supporto di altre associazioni bancarie e di settori imprenditoriali e produttivi internazionali. […]

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Lo scaricabarile della crisi: in molti hanno già dimenticato la gravità della situazione?

Come era prevedibile, sono molte le contestazioni alla manovra finanziaria, che viene accusata di essere iniqua, di colpire le fasce più deboli, e molto altro. Diciamo “prevedibile” perché finché si parla in astratto di sacrifici per “salvare il paese”, tutti concordano e tutti sono d’accordo sul fatto che sia giusto fare sforzi. Quando si arriva al dunque, tutti sostengono che i sacrifici dovrebbero farli gli altri, e loro dovrebbero invece essere “risparmiati” perché di sacrifici ne fanno già molti. “Tutti” vuol dire proprio tutti: dai politici, ai taxisti, alle province, ai dipendenti, ai pensionati.

L’impressione è che la maggior parte delle persone sembrano avere già dimenticato la gravità della situazione economica attuale. Il punto del problema non è andare in pensione un anno prima o un anno dopo, il problema è che si rischia seriamente che fra due-tre-cinque anni, non si siano più soldi per pagare le pensioni, oppure che quei soldi abbiano un potere d’acquisto sostanzialmente nullo. Purtroppo, la maggior parte delle persone non sembra cogliere questo aspetto, complice anche la notoria ignoranza finanziaria degli italiani.

Non è nostra abitudine citare i politici, ma Monti ha detto una cosa a nostro parere molto corretta ai politici che ne contestavano l’operato: “Se pensavate che la manovra fosse semplice, potevate farla voi”. La manovra finanziaria è inevitabilmente imperfetta, figlia della fretta e dell’emergenza. È un po’ ingenuo pensare che in un paio di settimane il nuovo governo possa fare qualcosa di più “giusto” ed “equo” di quello che si sarebbe dovuto fare nel corso degli ultimi cinque anni, e che non è stato fatto.  E’ bene ricordare che lo scopo della manovra non è essere equa, o giusta, è quello di evitare il collasso dell’economia italiana.

Siamo sul Titanic, e l’iceberg lo abbiamo già incontrato, da tempo: ora si sta cercando di tappare la falla, prima di affondare del tutto. Ma molti passeggeri stanno ancora litigando sul menu del ristorante.

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Credito cooperativo: quali prospettive?

Il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, è intervenuta al Congresso Nazionale del Credito Cooperativo, sul tema delle prospettive che ha per il futuro questa particolare forma bancaria. Ci sembra interessante riproporre alcune parti dell’intervento, dove si parla sia della cooperazione che della crisi più in generale. Il contesto infatti sta cambiando, e se mentre fin qualche tempo fa le banche di credito cooperativo avevano la capacità di “portare i servizi bancari dove altrimenti non arriverebbero”, grazie ad un legame maggiore e più diretto con il territorio, sostenendo iniziative imprenditoriali anche individuali e favorendo lo sviluppo economico delle piccole comunità, ora — con i vincoli stringenti sulla solidità patrimoniale che diventano sempre più prioritari, rischiano di essere penalizzate dalle loro dimensioni.

Occorre valutare attentamente la sostenibilità dei rapporti che le BCC intrattengono con il territorio.  I vincoli e le aspettative che sorgono all’interno della comunità sono importanti, ma non possono  allontanare le politiche del credito dalla sana e prudente gestione. I finanziamenti non possono costituire, come spesso è successo in passato, i principali ammortizzatori di gravi situazioni di crisi  nel tessuto produttivo delle economie locali. 

Sulla capacità di generare reddito delle BCC gravano inefficienze non sempre ricollegabili alla  contenuta dimensione. In connessione con l’emergere degli effetti della crisi, la rigidità dei costi ha  portato a un forte aumento del  cost/income ratio, che a giugno del 2011 ha raggiunto il 74,2 per  cento, quasi dieci punti percentuali in più rispetto a tre anni prima.

[…]

Dalle analisi emerge che gli istituti centrali, che gestiscono i flussi finanziari per la categoria, e un  quinto delle BCC potrebbero incontrare difficoltà nell’adeguarsi al nuovo ratio di breve periodo. Le  carenze complessive di liquidità, stimate sulla base dei dati di dicembre 2010, ammonterebbero a 6 miliardi di euro, di cui poco meno di 5 attribuibili agli istituti centrali. Vi sarebbe però  un’eccedenza di liquidità superiore ai 10 miliardi da parte delle rimanenti BCC. In presenza di un  network operativo conforme ai criteri previsti da Basilea 3, che potrebbe essere rappresentato dal  Fondo di Garanzia Istituzionale, l’impatto sulla situazione di liquidità non si modificherebbe, ma si  potrebbe realizzare una significativa crescita di efficienza. 

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Grafici: andamento aste BOT 2002-2011, aggiornamento dicembre 2011

In questo post trovate i grafici aggiornati dei rendimenti dei BOT, aggiornati con i dati dell’asta di ieri. Non c’è molto da dire sull’andamento dell’asta, che non sia già stato ampiamente ripetuto qui o altrove. Difficile valutare l’effetto del cosiddetto “BOT day”, dato che al contempo, come saprete, la BCE ha diminuito gli acquisti di titoli di stato italiani.

L’unica nota che ci viene da fare è che ci sembra un po’ ingenuo lamentarsi del fatto che la BCE non faccia la corsa a comprare il debito italiano: a parte le generali considerazioni sull’acquisto di debito pubblico da parte di una banca centrale, vale la pena che da molti punti di vista equivale a voler spostare il costo ed il rischio del debito italiano sugli altri Paesi europei, che non ci sembra un’ipotesi che possa generare entusiasmo al di fuori dall’Italia.

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Grafici: composizione delle entrate e della spesa pubblica nei paesi dell’area Euro

Vi segnaliamo qualche interessante grafico tratto dall’audizione del neo-governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, alla commissione della Camera sulla manovra finanziaria, di cui avrete sicuramente letto fino alla noia.

Vale la pena però innanzi tutto sottolineare come, se è vero che la Banca d’Italia sottolinea come la manovra sia di per sé “restrittiva”, “l’impatto potrebbe essere in larga parte compensato se il calo dei rendimenti sui nostri titoli decennali osservato nei giorni immediatamente successivi all’emanazione del decreto si confermasse e si estendesse all’intero arco della curva per scadenza”.

Tornando ai grafici, il primo che vi proponiamo riguarda la composizione delle entrate nei Paesi dell’area euro, con la suddivisione tra Imposte dirette, Imposte indirette, Contributi sociali, Altre correnti, Entrate in conto capitale. L’Italia, come sapete, ha raggiunto una pressione fiscale pari a circa il 45% del PIL, che però in realtà è appena sopra la media dell’area euro.

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Il secondo grafico riguarda la composizione della spesa pubblica: si può notare come l’Italia sia caratterizzata da un elevato costo degli interessi sul debito (superata solo dalla Grecia).

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Ci sembra interessante proporvi anche il grafico delle entrate tributarie, dato che parlare in termini di percentuale sul PIL è sicuramente interessante, ma è utile ricordare anche che i valori assoluti cambiano in relazione alla congiuntura economica. In altre parole, se l’economia va male, lo stato incassa anche meno tasse.

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Per chiudere due grafici sullo spread tra i titoli pubblici di Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, rispetto ai titoli di stato tedeschi.

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Che manovra finanziaria vi aspettavate?

Prevedibilmente, la pesante manovra finanziaria ha scontentato molti. Diciamo “prevedibilmente”, perché è ovvio che una manovra di queste dimensioni vada a toccare le tasche e gli interessi di molte persone, che è inevitabile che non siano contente. Apparentemente, tutte le categorie hanno di che lamentarsi — il che in un certo senso è però un indicatore di una certa equità della manovra: se scontenta tutti, allora forse vuol dire che “colpisce” tutti.

Ci sembra doveroso fare una precisazione: spesso si parla degli interventi indicati nella manovra finanziaria dicendo che sono cose che “ce le ha chieste l’Europa”. Non è esattamente così: l’Europa ci ha chiesto di non collassare, e la medicina (amara) serve per la nostra salute, non per “far piacere” all’Europa.

Certamente, si potevano fare manovre finanziarie migliori, ma la domanda che veramente viene da fare è che tipo di manovra ci si aspettava? Domanda un po’ provocatoria e un po’ no, nel senso che cercando di guardare con occhio esterno l’impressione è che la risposta vera alla domanda “chi dovrebbe ‘tirare fuori i soldi’ per fare quadrare i conti italiani” sia “tutti eccetto che io/noi”.

In altre parole, non basta, come si è sempre fatto, semplicemente dire “no”, serve proporre alternative serie e concrete, oltre che efficaci. Tenendo presente che siamo già oltre tempo massimo: ora si stanno facendo in pochi giorni interventi che dovevano essere diluiti nel tempo negli anni precedenti. Il sistema pensionistico, ad esempio, non è sostenibile così come è: l’aumento della durata della vita, e al contempo la diminuzione della percentuale della popolazione attiva (dovuta all’aumento dell’età media della popolazione): se si fosse intervenuto 5 anni fa, adesso non si rischierebbe la “beffa” per molti lavoratori.

Il rischio è quello di perdere il senso del problema. Ad esempio si parla tanto di “costi della politica”, che è un discorso (giusto) che ha però significato prevalentemente simbolico (quello id condividere i sacrifici “con chi ha fatto i danni”), perché non è quello il “buco” principale dei conti pubblici — tra l’altro va anche detto che molti conti sui possibili risparmi che sarebbero consentiti dai tagli alla politica sono basati su conti spesso errati, che sovrastimano di grosso i risparmi effettivamente ottenibili.

La morale: se la riforma delle pensioni non piace, serve proporre un’altra riforma delle pensioni, non semplicemente cercare capri espiatori.

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Rilancio dell’Italia: Partiamo dalla ripresa dei consumi [guest post]

Da oltre quattro anni, toccati dalla crisi degli USA, tutti i Paesi europei sono stati contagiati e sono rimasti inceppati in una gravissima crisi economica e finanziaria (sotto molti aspetti simile a quella avvenuta nel 1929). L’Italia è stata ripetutamente accusata da capi di Stato europei, in particolare dal Cancelliere tedesco Merkel e dal Capo del Governo francese Sarkozy. Questi, che si erano permessi di sfiduciare l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, oggi sono anch’essi molto preoccupati perchè la loro situazione finanziaria è stata negli ultimi mesi nascosta, non tenendo conto della crisi in cui sarebbe entrato il loro sistema economico finanziario. Lo spread è una prova lampante: ha colpito i titoli del loro debito pubblico al punto che in Germania circa il 40% dell’ultima emissione di titoli di Stato non è stato sottoscritto.

Le vicende riguardanti le ultime settimane li conosciamo tutti: Napolitano ha scelto il senatore Monti per la formazione e guida di un nuovo Governo. Da quello che abbiamo appreso ultimamente, l’orientamento è di assicurare nuove entrate soprattutto con l‘estensione dell’applicazione dell’ ICI sulla prima casa, sostenuta dalla revisione delle rendite catastali, con l’introduzione di una patrimoniale con un prelievo strutturale sui patrimoni di oltre un milione di euro, con la “sacrosanta” lotta all’ evasione, con lo smobilizzo di immobili di proprietà dello stato, con la riduzione dei costi della politica, con interventi mirati sulle pensioni.

Per quanto riguarda l’applicazione dell’ ICI sulla prima casa sarebbe opportuno prevedere un tetto di non imponibilità per i meno abbienti. Deve essere priorità assoluta attuare una coraggiosa politica di rilancio del paese, formata dal risanamento dei conti pubblici e dai provvedimenti per la crescita centrati sulla ripresa della domanda interna. Difficilmente ci sarà crescita, se i consumi interni non verranno rilanciati, proprio per questo si dovrebbero attuare misure che diano ossigeno al potere d’ acquisto delle famiglie. Esistono utili riforme a costo zero: le aperture dei negozi la domenica, norme che agevolano l’avvio al lavoro dei giovani, il part-time flessibile, ma soprattutto meno burocrazia che mortifica e scoraggia la nascita di nuove idee e imprese.

 

Fabio Nicolosi,
Articolista di finanziarie.cerkalo.it