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Quando si parla della salute dell’economia di un Paese, è giusto guardare ai soli conti pubblici? In realtà no, dato che non è solo lo Stato che “partecipa” all’economia del Paese stesso, ma vi sono anche (e, forse, soprattutto) le famiglie e le imprese. E quindi sarebbe importante sommare, nel conteggio del debito, anche quello di famiglie ed imprese. Gli italiani sono poco propensi all’indebitamento, e se si tiene conto di questo il debito italiano non si scosta particolarmente dalla media degli altri paesi OCSE.

Il seguente grafico mostra il dunque il totale del debito pubblico, delle famiglie e delle imprese nei principali paesi OCSE,  sulla base dei dati di un paper di Stephen G Cecchetti, M S Mohanty e Fabrizio Zampolli.  Evidenziati ci sono i valori della media pesata (in base al PIL), della media semplice, e della mediana. L’Italia si colloca appena sopra la media pesata, e sotto la media semplice.

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Va però anche notato come la Grecia si collochi esattamente tra Germania e USA, cosa che quindi deve spingere ad evitare eccessive semplificazioni delle interpretazioni possibili.

Ad ogni modo, il paper di Cecchetti, Mohanty e Zampolli è interessante perché analizza quello che è il livello accettabile dell’indebitamento del settore pubblico, delle imprese e delle famiglie, partendo dalla considerazione che livelli moderati di debito sono positivi in quanto consentono un “effetto leva” sugli investimenti, ma un livello troppo elevato diventa invece un peso. Il risultato è che ciascun settore (pubblico, imprese, famiglie), non dovrebbe avere un debito superiore all’85% del PIL (è accettabile un 90% per quanto riguarda le imprese) per un’efficacia massima sulla crescita.

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