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Una delle voci più importanti della spesa pubblica è la spesa sanitaria, che da sola impegna circa il 7% del PIL. Proprio per le sue dimensioni, è una sorta di candidata naturale per tagli che permettano di risparmiare diversi miliardi di euro. Ma di contro, da essa dipende la salute dei cittadini, tanto più se si tiene conto delle prospettive di invecchiamento della popolazione.

La sfida è dunque cercare di contenere la spesa sanitaria, senza andare a penalizzare la qualità dei servizi erogati. Si tratta di una sfida impossibile? Secondo uno studio condotto dai ricercatori Maura Francese e Marzia Romanelli, sembrerebbe di no. La ricerca ha confrontato gli andamenti della spesa sanitaria nelle varie Regioni d’Italia dai primi anni novanta al 2006, per individuare che la differenza nella nella spesa sanitaria pro  capite sono solo in parte riconducibili a differenze nelle  determinanti della domanda di prestazioni (ad esempio la struttura demografica o lo stato di salute della popolazione), o a differenze nella qualità dei servizi percepita dagli utenti.

Ci sono grandi differenze di costi che sembrerebbero riconducibili all’applicazione di “buone pratiche gestionali”: dall’uso di farmaci generici ad un più attento controllo dell’appropriatezza dei trattamenti in ambito ospedaliero. La scelta dei farmaci impiegati appare un aspetto importante dato che i differenziali di spesa tra le regioni non sarebbero distribuiti uniformemente tra le varie voci del bilancio, ma sono concentrati su alcune categorie come appunto la spesa farmaceutica.

L’aspetto positivo dello studio è che emerge un sostanziale margine di miglioramento per l’efficienza dell’utilizzo delle risorse pubbliche, che permetterebbe significativi risparmi di fondi pubblici senza ridurre la quantità e la qualità dei servizi forniti ai cittadini.

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