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Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima), ci parla dei cosiddetti “baby boomers” (i nati tra il 1946 ed il 1964), e su quale potrebbe essere il loro impatto sulle strategie di investimento e quindi sulla crisi.

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D1. Chi sono i baby boomers?

Alla fine degli anni ’90, ebbe molto successo un libro di Harry Dent , secondo cui gli imminenti anni 2000 sarebbero stati un’epoca d’oro di crescita e di benessere per il semplice fatto che la generazione dei cosiddetti “baby boomers” entrava nella fase più attiva del proprio ciclo di vita.
Nel gergo degli economisti i “baby boomers” sono i nati tra il 1946 ed il 1964 e rappresentano uno tsunami demografico, un’onda anomala che, di fase in fase, ha reso dominanti nel mondo occidentale i suoi stili di vita, la sua ideologia e le sue abitudini di consumo e di investimento. Negli anni ’50-’60 erano dei teen agers, hanno imposto il rock-and-roll, la “Beatles-mania” e hanno aperto uno spazio di mercato prima inesistente: quello dei “giovani”. Negli anni ’80 e ’90, sono entrati in massa nel mercato del lavoro, hanno adottato stili di vita edonistici, iper-consumistici e innovativi, assorbendo avidamente nuove tecnologie. Negli anni 2000, sono infine arrivati alla piena maturità di carriera, di reddito e di ricchezza, gonfiando il mercato immobiliare e gli investimenti finanziari.

Secondo la teoria del “ciclo di vita” di Modigliani-Brumberg fino a che le persone non entrano nel mercato del lavoro (in media a 18-24 anni) generano un risparmio negativo, perchè già consumano ma non producono alcun reddito. Nella fase centrale della loro vita (tra 24 e 64 anni) le persone risparmiano (accumulando ricchezza o versando contributi pensionistici), perchè i loro redditi tendono a crescere più dei loro consumi. E una volta uscite dal mercato del lavoro tornano infine a generare un risparmio modesto o negativo, perchè devono sempre più finanziare i propri consumi utilizzando la ricchezza accumulata in precedenza oppure attingendo al risparmio di chi ancora lavora, attraverso la pensione.

Tra il 2010 ed il 2030 tutti i “baby boomers” andranno progressivamente in pensione: questo tzunami demografico, oltre a porre problemi di sostenibilità dei sistemi pensionistici, determina anche implicazioni di lungo periodo sui mercati finanziari.

D2. Quale sarà il loro impatto sulle strategie di investimento?

I tradizionali paradigmi dell’investimento nel lungo periodo rischiano di esserne travolti. Uno dei più diffusi e longevi è che l’investimento azionario, nel lungo periodo, abbia sempre un rendimento largamente superiore a tutte le altre asset class (e soprattutto alle obbligazioni) e che quindi, su orizzonti di investimento di 10 anni e oltre la strategia giusta sia quella buy-and-hold, cioè “acquistare e tenere”, non curandosi della volatilità di breve periodo.

Tra il 1980 e il 2000, il rendimento medio annuo del mercato azionario è stato in media (al netto dell’inflazione) del 13,5%, mentre il rendimento reale medio annuo degli investimenti obbligazionari è stato molto minore (poco meno del 3%). Nei decenni passati l’equity premium (cioè l’eccesso di rendimento delle azioni rispetto a quello delle obbligazioni) è stato molto elevato e gli investimenti azionari hanno sistematicamente reso più degli altri.

Gli anni più recenti (2000-2010) sono stati funestati da grandi turbolenze e il forte aumento della volatilità ha molto confuso la percezione dei veri trend di lungo periodo.

La demografia può però fornire una bussola: i “baby boomers” nei prossimi 20 anni usciranno dal mercato del lavoro ed esprimeranno bisogni, consumi e attitudini di investimento tipiche della fase finale del “ciclo di vita”.

Questa evoluzione demografica influenzerà molto la valutazione di medio-lungo periodo dei mercati azionari: l’equity premium sarà significativamente più basso che nel passato ed il rapporto prezzo/utili “normale” delle società quotate tenderà a scendere progressivamente . Tra vent’anni, cioè, una quotazione che oggi ci sembra sottovalutata, potrà apparirci invece sopravvalutata. E il contributo della componente azionaria al rendimento di lungo periodo del nostro portafoglio strategico sarà stata prevedibilmente molto inferiore al passato.

Alcuni sottolineano soprattutto i rischi di questa evoluzione: i pensionati, infatti, spendono e risparmiano meno, non acquistano seconde case, sono meno sensibili alle innovazioni e sono più avversi al rischio. Altri intravedono anche nuove opportunità di investimento: il pensionamento dei “baby boomers” aumenterà infatti la domanda di servizi sanitari e di assistenza, di servizi di cura della persona e di gestione del tempo libero.

Di certo: nuovi paradigmi di investimento si affacciano all’orizzonte ed esce di scena anche il comodo pilota “automatico” del “buy-and-hold”.

Il grande “bazooka”, che l’Europa non ha saputo finora evocare, potrebbe essere finalmente imbracciato.

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