Banca IFIS si prepara a lanciare “Rendimax Like”

Banca  IFIS sta per introdurre un nuovo conto di deposito della famiglia Rendimax: si tratta di rendimax Like che debutterà dal primo di dicembre. Si tratta di una tipologia di conto innovativa: un deposito libero a chiamata. Si tratta in altre parole di un conto non vincolato in senso tradizionale, perché il denaro depositato rimane sempre disponibile, ma le somme che si vogliono ritirare devono essere prenotate e saranno accreditate sul conto rendimax libero 33 giorni solari dopo (periodo nel quale continuano a godere del tasso di interesse applicato di rendimax Like). Perché il punto di forza è proprio l’elevato tasso di interesse: il 4,25% lordo (il 3,40% netto, con la nuova aliquota al 20%).

Si tratta di una interessante via di mezzo tra il deposito vincolato (che offre tipicamente elevati tassi di interesse, ma appunto impone il vincolo) ed il deposito libero (dove i soldi sono sempre disponibili ma il tasso di interesse ), di cui cerca di combinare i vantaggi. Tenendo conto anche di un aspetto importante: in realtà in molti casi l’esigenza di non vincolare i propri risparmi, o di poterli svincolare in qualunque momento è un’esigenza più psicologica che effettiva, e nella maggior parte dei casi verosimilmente le somme rimarranno depositate su un conto di questo tipo per un periodo almeno pari a quello di un tipico vincolo.

L’aspetto più interessante di rendimax Like è forse come è stato messo a punto. Infatti, Banca IFIS negli ultimi mesi ha lanciato una serie di sondaggi sui social network e su forum specializzati per capire quali fossero i desideri e le richieste dei risparmiatori, clienti di rendimax ma non solo. Non viene difficile collegare anche il nome del nuovo prodotto “Like”, al noto “Mi piace” di Facebook, e con giusta causa perché quello di Banca IFIS è un utilizzo molto innovativo e concreto del “web 2.0”. Le richieste raccolte sono appunto la possibilità di svincolare somme depositate a lunga scadenza, e di mantenere comunque il tasso elevato nel caso di svincolo. Richieste apparentemente incolmabili, che però Banca IFIS ha cercato di rendere compatibili attraverso la prenotazione del ritiro.

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Eurobonds: perché sono un obiettivo improbabile

Sono in molti a sostenere che per uscire dalla crisi finanziaria sono necessari i cosiddetti “Eurobond”, ovverosia titoli di debito pubblico emessi a livello Europeo. A nostro parere però, non è così probabile che si arrivi immediatamente ad una soluzione di questo tipo, se non al massimo in forma sostanzialmente simbolica.

Il motivo è nella stessa natura degli Eurobond, e quelli che per l’Italia, e gli altri paesi “a rischio” costituiscono i punti di forza di questa proposta. Semplificando (ma non troppo), la questione è che un titolo che fosse emesso in modo “cumulativo” da tutti i Paesi della zona Euro, avrebbe un livello di rischio (e quindi un tasso di interesse) che sarebbe la media del livello di rischio dei vari singoli Paesi, ponderata per la quota di debito.

Quindi quello che succede con gli Eurobond è che il costo del rischio viene trasferito dai paesi più “a rischio” a quelli più affidabili. Cioè, gli italiani pagherebbero un po’ meno, mentre i tedeschi pagherebbero un po’ di più, appunto perché pagherebbero anche il rischio di Paesi con conti meno solidi dei loro.  Si può facilmente intuire che non c’è ragione di aspettarsi grande entusiasmo da parte dei tedeschi nel farsi carico del costo del nostro debito.

Senza contare che tra le varie ipotesi di Eurobond ipotizzate c’è spesso la clausola della “responsabilità in solido”, che prevede cioè che ciascun Paese dovrebbe garantire tutto di tutto il debito: in altre parole, se uno o più paesi Paesi non fossero in grado di ripagare la propria parte di debito, gli altri dovrebbero rimborsarla al posto loro. E anche in questo caso, a maggior ragione, non si capisce perché la Germania dovrebbe fare la corsa ad accollarsi il debito italiano…

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Patrimoniale, giusta o sbagliata?

Una delle proposte più “gettonate” per affrontare la crisi economica italiana è quella di una tassa patrimoniale, che alcuni definiscono “doverosa” perché è giusto che chi ha di più contribuisca di più. A nostro parere la patrimoniale, più che giusta, è inevitabile, dato che la situazione economica è eccezionalmente grave, e quindi servono misure eccezionali.

In generale, però, le patrimoniali non ci viene da definirle “giuste”, perché vanno a penalizzare chi ha risparmiato e investito, anziché spendere e consumare immediatamente il proprio reddito. In altre parole, uno che negli ultimi dieci ha messo via i soldi per comprarsi casa si trova ora svantaggiato rispetto ad uno che invece ha speso tutto man mano, in vestiti, cene al ristorante, ecc. Il che non crediamo si possa definire “giusto”.

Il presupposto per cui molti invocano una patrimoniale, è che partono dal presupposto che i patrimoni non sarebbero accumulati “meritatamente”, ma sarebbero sempre frutto di evasione fiscale o di qualche altra forma di illegalità. È vero, probabilmente, che ci sono diversi casi di questo tipo in Italia, ma ci sembra il caso di sottolineare quanto abbiamo già avuto modo di sottolineare in passato, e cioè che se si parte dal presupposto che la gente si comporta in modo disonesto, vuol dire costringere la gente a farlo, dato che essere onesti diventa insostenibilmente costoso.

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Il rischio degli hedge funds? È sottostimato

Secondo una ricerca, il rischio degli hedge funds sarebbe fortemente sottovalutato da parte degli operatori finanziari. L’analisi, condotta da Antonio Di Cesare, Philip A. Stork e Casper G. de Vries, considera le misure standard  di rischio individuale (lo Sharpe ratio, il Value-at-Risk e l’expected shortfall) e di rischio  sistemico (tra cui la correlazione tra i rendimenti e l’extreme linkage measure), sia nello scenario che i rendimenti abbiano una distribuzione normale, sia in quello che abbiano una distribuzione in cui i valori estremi sono più frequenti (le cosiddette code “pesanti”). I dati teorici sono stai confrontati con i dati reali tra 1990 e 2009, ed il risultato è stato appunto che ci sarebbe una sottovalutazione del rischio degli hedge funds.

Il motivo sarebbe una sottovalutazione della autocorrelazione dei rendimenti (anche tra indici diversi), che porterebbe ad una sottostima del rischio anche del 35%.

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Baby Boomers e strategie di investimento

Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima), ci parla dei cosiddetti “baby boomers” (i nati tra il 1946 ed il 1964), e su quale potrebbe essere il loro impatto sulle strategie di investimento e quindi sulla crisi.

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D1. Chi sono i baby boomers?

Alla fine degli anni ’90, ebbe molto successo un libro di Harry Dent , secondo cui gli imminenti anni 2000 sarebbero stati un’epoca d’oro di crescita e di benessere per il semplice fatto che la generazione dei cosiddetti “baby boomers” entrava nella fase più attiva del proprio ciclo di vita.
Nel gergo degli economisti i “baby boomers” sono i nati tra il 1946 ed il 1964 e rappresentano uno tsunami demografico, un’onda anomala che, di fase in fase, ha reso dominanti nel mondo occidentale i suoi stili di vita, la sua ideologia e le sue abitudini di consumo e di investimento. Negli anni ’50-’60 erano dei teen agers, hanno imposto il rock-and-roll, la “Beatles-mania” e hanno aperto uno spazio di mercato prima inesistente: quello dei “giovani”. Negli anni ’80 e ’90, sono entrati in massa nel mercato del lavoro, hanno adottato stili di vita edonistici, iper-consumistici e innovativi, assorbendo avidamente nuove tecnologie. Negli anni 2000, sono infine arrivati alla piena maturità di carriera, di reddito e di ricchezza, gonfiando il mercato immobiliare e gli investimenti finanziari.

Secondo la teoria del “ciclo di vita” di Modigliani-Brumberg fino a che le persone non entrano nel mercato del lavoro (in media a 18-24 anni) generano un risparmio negativo, perchè già consumano ma non producono alcun reddito. Nella fase centrale della loro vita (tra 24 e 64 anni) le persone risparmiano (accumulando ricchezza o versando contributi pensionistici), perchè i loro redditi tendono a crescere più dei loro consumi. E una volta uscite dal mercato del lavoro tornano infine a generare un risparmio modesto o negativo, perchè devono sempre più finanziare i propri consumi utilizzando la ricchezza accumulata in precedenza oppure attingendo al risparmio di chi ancora lavora, attraverso la pensione.

Tra il 2010 ed il 2030 tutti i “baby boomers” andranno progressivamente in pensione: questo tzunami demografico, oltre a porre problemi di sostenibilità dei sistemi pensionistici, determina anche implicazioni di lungo periodo sui mercati finanziari.

D2. Quale sarà il loro impatto sulle strategie di investimento?

I tradizionali paradigmi dell’investimento nel lungo periodo rischiano di esserne travolti. Uno dei più diffusi e longevi è che l’investimento azionario, nel lungo periodo, abbia sempre un rendimento largamente superiore a tutte le altre asset class (e soprattutto alle obbligazioni) e che quindi, su orizzonti di investimento di 10 anni e oltre la strategia giusta sia quella buy-and-hold, cioè “acquistare e tenere”, non curandosi della volatilità di breve periodo.

Tra il 1980 e il 2000, il rendimento medio annuo del mercato azionario è stato in media (al netto dell’inflazione) del 13,5%, mentre il rendimento reale medio annuo degli investimenti obbligazionari è stato molto minore (poco meno del 3%). Nei decenni passati l’equity premium (cioè l’eccesso di rendimento delle azioni rispetto a quello delle obbligazioni) è stato molto elevato e gli investimenti azionari hanno sistematicamente reso più degli altri.

Gli anni più recenti (2000-2010) sono stati funestati da grandi turbolenze e il forte aumento della volatilità ha molto confuso la percezione dei veri trend di lungo periodo.

La demografia può però fornire una bussola: i “baby boomers” nei prossimi 20 anni usciranno dal mercato del lavoro ed esprimeranno bisogni, consumi e attitudini di investimento tipiche della fase finale del “ciclo di vita”.

Questa evoluzione demografica influenzerà molto la valutazione di medio-lungo periodo dei mercati azionari: l’equity premium sarà significativamente più basso che nel passato ed il rapporto prezzo/utili “normale” delle società quotate tenderà a scendere progressivamente . Tra vent’anni, cioè, una quotazione che oggi ci sembra sottovalutata, potrà apparirci invece sopravvalutata. E il contributo della componente azionaria al rendimento di lungo periodo del nostro portafoglio strategico sarà stata prevedibilmente molto inferiore al passato.

Alcuni sottolineano soprattutto i rischi di questa evoluzione: i pensionati, infatti, spendono e risparmiano meno, non acquistano seconde case, sono meno sensibili alle innovazioni e sono più avversi al rischio. Altri intravedono anche nuove opportunità di investimento: il pensionamento dei “baby boomers” aumenterà infatti la domanda di servizi sanitari e di assistenza, di servizi di cura della persona e di gestione del tempo libero.

Di certo: nuovi paradigmi di investimento si affacciano all’orizzonte ed esce di scena anche il comodo pilota “automatico” del “buy-and-hold”.

Il grande “bazooka”, che l’Europa non ha saputo finora evocare, potrebbe essere finalmente imbracciato.

L’importanza della relazione banca-cliente

Un recente paper di ricerca, realizzato dai ricercatori Leonardo Gambacorta (Banca dei Regolamenti Internazionali)  e Paolo Emilio Mistrulli (Banca d’Italia), conferma un fattore importante, e cioè che la relazione banca-cliente è un fattore determinante nelle decisioni relative all’erogazione di un prestito e la definizione delle relative condizioni.

La ricerca ha analizzato dati relativi a 80.000 imprese nel periodo tra giugno 2008 e marzo 2010: in seguito al peggioramento della situazione economica, l’aumento del rischio di credito si è riflesso in un significativo ampliamento del differenziale tra il costo del credito alle imprese e i tassi di mercato monetario. Oltre ai fattori già ampiamente analizzati (cioè dimensione, capitalizzazione e liquidità della banca, e rischiosità e dimensione dell’impresa), ne emerge un altro cruciale, appunto la relazione tra banca e cliente, intesa come combinazione di tre fattori: la distanza geografica tra banca e cliente, la quota detenuta dalla banca sul totale del debito  dell’impresa e la durata della relazione con il sistema bancario.

Le imprese con relazioni più strette con gli intermediari sono risultate relativamente meno esposte agli effetti della crisi: il peggioramento delle condizioni applicate ai prestiti in conto corrente nel periodo analizzato è infatti risultato minore per le imprese che hanno una relazione stretta con il sistema bancario.

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È possibile diminuire la spesa sanitaria senza diminuire la qualità dei servizi?

Una delle voci più importanti della spesa pubblica è la spesa sanitaria, che da sola impegna circa il 7% del PIL. Proprio per le sue dimensioni, è una sorta di candidata naturale per tagli che permettano di risparmiare diversi miliardi di euro. Ma di contro, da essa dipende la salute dei cittadini, tanto più se si tiene conto delle prospettive di invecchiamento della popolazione.

La sfida è dunque cercare di contenere la spesa sanitaria, senza andare a penalizzare la qualità dei servizi erogati. Si tratta di una sfida impossibile? Secondo uno studio condotto dai ricercatori Maura Francese e Marzia Romanelli, sembrerebbe di no. La ricerca ha confrontato gli andamenti della spesa sanitaria nelle varie Regioni d’Italia dai primi anni novanta al 2006, per individuare che la differenza nella nella spesa sanitaria pro  capite sono solo in parte riconducibili a differenze nelle  determinanti della domanda di prestazioni (ad esempio la struttura demografica o lo stato di salute della popolazione), o a differenze nella qualità dei servizi percepita dagli utenti.

Ci sono grandi differenze di costi che sembrerebbero riconducibili all’applicazione di “buone pratiche gestionali”: dall’uso di farmaci generici ad un più attento controllo dell’appropriatezza dei trattamenti in ambito ospedaliero. La scelta dei farmaci impiegati appare un aspetto importante dato che i differenziali di spesa tra le regioni non sarebbero distribuiti uniformemente tra le varie voci del bilancio, ma sono concentrati su alcune categorie come appunto la spesa farmaceutica.

L’aspetto positivo dello studio è che emerge un sostanziale margine di miglioramento per l’efficienza dell’utilizzo delle risorse pubbliche, che permetterebbe significativi risparmi di fondi pubblici senza ridurre la quantità e la qualità dei servizi forniti ai cittadini.

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Alcuni grafici sullo stato dell’economia italiana

Qual è lo stato di salute dell’economia italiana? Che le cose non siano rose e fiori, è evidente. Ci sembra però utile proporre alcuni grafici tratti dalla pubblicazione “L’economia italiana in breve” (numero 55) della Banca d’Italia. Ci sembra da sottolineare il fatto che il livello di fiducia dei consumatori ha già raggiunto il minimi della crisi del 2008.

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Il grande “bazooka” contro la crisi

Armando Carcaterra, direttore generale di Anima Sgr riesamina la crisi finanziaria, a partire dalla questione del “contagio” della crisi Greca al resto d’Europa.

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D1. La crisi greca è solo una questione locale?

Questa estate la crisi dei debiti sovrani ha fatto un salto che i fisici definirebbero “quantico”. La fisica quantistica spiega fenomeni che la fisica classica (ed anche il senso comune) considerava impossibili.

Da questa estate, tutti i governi hanno dovuto prendere atto che la crisi della piccola Grecia non è un problema locale, ma un grande problema mondiale. Per proprietà transitiva, il problema della Grecia ha contagiato l’Italia; l’Italia può affondare l’intera Europa e l’implosione dell’Europa trascinerebbe a fondo con sè l’intero globo. La pressione sull’Italia è diventata improvvisamente così alta perché l’Italia è la barriera anti-fuoco che deve impedire il propagarsi dell’incendio. Di Italia si è discusso anche nel G20 di Cannes.

Anche i mercati finanziari hanno annusato il pericolo ed hanno reagito in modo selvaggio. Il differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi è quadruplicato (passando in pochi mesi da 150 a quasi 600 p.b.) e la capitalizzazione di borsa si è dimezzata, individuando nell’Italia un potenziale detonatore di una nuova crisi sistemica generale.

Il “salto quantico” è stato traumatico, ma ha portato qualche provvisorio beneficio. Per scavare una trincea di sicurezza per tutti, all’Italia sono state imposte misure straordinarie e si è arrivati perfino ad una più forte garanzia a livello politico (cioè un nuovo governo di emergenza). Tuttavia il beneficio più rilevante non è il sostanziale “commissariamento” dell’Italia, ma il fatto che il mondo è pronto a fare altrettanto con l’Europa.

Negli ultimi due anni, l’Europa è apparsa incapace di una reazione lucida ed efficace alla crisi ed ha lasciato che si erodesse quasi per intero l’enorme capitale di credibilità di cui godeva l’Eurozona. Dalla nascita dell’Euro e per quasi 10 anni, il default di un paese dell’Eurozona e l’idea di una rottura della Moneta Unica sono stati da tutti considerati impossibili. Era infatti generalizzata sui mercati la convinzione che l’Europa fosse in grado di mettere in campo in ogni momento un “grande bazooka”, cioè risorse adeguate a prevenire le crisi.

D2. Quali sono le soluzioni possibili?

Nel 2009, per risolvere la crisi greca ai suoi esordi, sarebbe bastata la disponibilità dell’Europa a garantire integralmente i 300 miliardi dell’intero debito greco. Oggi invece non bastano neppure i 440 mld stanziati a luglio per il fondo EFSF (il cosiddetto fondo “salva stati”) e forse neppure i 1000 mld che l’EFSF potrebbe mettere insieme attraverso complicate ingegnerie finanziarie. Il perimetro dei paesi contagiati si è enormemente dilatato e l’entità delle eventuale salvataggio di Spagna ed Italia richiederebbe circa 2500 mld. Per essere credibile, la dimensione del “bazooka” ora eccede le disponibilità europee. Se, ad esempio, la Francia si impegnasse in una garanzia del genere, sarebbe lei stessa a risultarne danneggiata, perchè probabilmente perderebbe la sua tripla A.

Non a caso ha cominciato anche a circolare l’idea di un supporto cinese e dei paesi emergenti al fondo salva-stati europeo e il Presidente dell’EFSF è già volato in Cina ed in Giappone per verificarne la disponibilità. Il G20 di novembre ha anche affrontato il tema del coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale, non solo per il monitoraggio della crisi europea, ma anche per le modalità di finanziamento di un eventuale intervento internazionale. E si sta perfino dibattendo se consentire alla Banca Centrale Europea di intervenire sui mercati con risorse illimitate come finanziatore di ultima istanza.

Passo dopo passo è l’intero assetto del sistema finanziario internazionale che viene coinvolto.

Questo processo di allargamento del fronte delle soluzioni è in realtà un percorso all’indietro alle cause prime degli squilibri. La crisi dei paesi occidentali iniziata nel 2007 è originata dall’eccesso di debito (privato o pubblico) accumulato nei venti anni precedenti, ma il debito non vive da solo: ad ogni dollaro di debito corrisponde 1 dollaro di credito. Quando il debito diventa troppo grande, il problema si trasferisce sui creditori. Se la crisi finanziaria dilaga in Europa, i creditori non ne rimangono immuni: se il reddito del debitori crolla, crollano anche le esportazioni dei creditori; se le quotazioni di mercato ed i cambi dei debitori scendono, anche il valore delle riserve dei paesi creditori scende; infine, se le banche dei paesi creditori sono in difficoltà, esse sono costrette a rimpatriare anche capitali che prima venivano riciclati per rifinanziare la crescita dei paesi creditori.

Tre delle quattro più grandi economie del mondo -Germania, Cina e Giappone- sono i grandi creditori. Per troppo tempo, i creditori si sono illusi che il problema fosse tutto e solo dei debitori. Ma non è così. E dopo questa estate, i grandi creditori sembrano averne finalmente preso atto.

Il grande “bazooka”, che l’Europa non ha saputo finora evocare, potrebbe essere finalmente imbracciato.

Qual è il vero potere delle banche?

Sono in molti a mettere sotto accusa le banche e la finanza per la crisi economica che stiamo attraversando, e a criticare il grande potere che sarebbe in mano ad esse. Ma vale la pena fare una riflessione su questo tema, perché l’argomento sta diventando sempre più affrontato tramite luoghi comuni, ben poco utili a risolvere i problemi economici (e non solo) che stiamo attraversando.

La domanda che viene da fare è innanzi tutto: “che potere hanno le banche?”. Se ci si pensa un attimo, le banche sono in grado di influenzare il comportamento di un soggetto (persona/famiglia/impresa) sostanzialmente in un caso, e cioè che questo soggetto voglia farsi prestare dei soldi dalla banca, che può scegliere di concedere o non concedere il prestito, e  fissare le condizioni per il prestito stesso.

Però, a questo punto, va anche aggiunto che sostanzialmente il prestito viene richiesto per effettuare delle spese che sono oltre le proprie attuali possibilità. E’ davvero un diritto? Senza arrivare al caso limite di dire che uno dovrebbe spendere solo quello che ha (anche se questo è il modo per essere veramente indipendenti dalle banche), e quindi ad esempio comprarsi casa solo dopo che ha messo via i soldi per acquistarla, però è vero che c’è stata in più di qualche caso una tendenza a concedersi spese eccessive: se uno non ha nulla da parte, non sarebbe meglio comprare una casa un po’ più piccola, o un’auto un po’ meno costosa?

La crisi finanziaria attuale è nata sì per colpa delle banche, ma va ricordato che la motivazione di fondo è che queste concedevano prestiti troppo facilmente: in questo senso, non è insensato dire che, più che toglierci qualcosa che avevamo, la crisi si è ripresa qualcosa che non dovevamo avere.

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Quali sono i benefici di una maggiore concorrenza?

Il tema della concorrenza è spesso discusso quando si parla di riforme. Ma che vantaggi comporta?

Varie forme di limitazione della concorrenza sono spesso introdotte nelle economie nazionali (si pensi a vari albi e licenze), ad esempio con barriere all’entrata nel mercato di nuovi soggetti o con limitazioni alle forme di impresa, con la motivazione di “tutelare” i settori produttivi, in termini di qualità del prodotto/servizio, e delle imprese e dei lavoratori (o meglio, di quelli che già sono all’interno di tali settori).

Una limitazione eccessiva però è pericolosa, perché diversi studi hanno verificato che una concorrenza limitata porta spesso grandi svantaggi:

  • Costi dei prodotti/servizi più alti, dato che ci sono meno competitor e l’acquirente finale ha minore libertà di scelta nell’acquisto
  • Minori investimenti, dato che c’è meno urgenza di innovare e/o di migliorare il prodotto
  • Minor personale impiegato da parte delle aziende “migliori”, che in condizioni di concorrenza riescono a crescere di più (di contro, le aziende “peggiori” si trovano spesso a non dover tagliare il personale, grazie alle limitazioni nella concorrenza)

La concorrenza, per quanto temuta perché “offre meno certezze” (soprattutto per chi ha difficoltà a competere), potrebbe portare benefici enormi alla crescita. Un recente studio economico calcola che un livello di concorrenza che porti i settori attualmente non concorrenziali ad abbassare il “mark-up” al livello di quelli che invece sono sotto la pressione della concorrenza, a regime potrebbe portare ad un aumento del PIL dell’8%. Con incrementi degli investimenti del (9%), dell’occupazione (7%), delle esportazioni (5%) e dei consumi privati (5%, grazie anche al maggiore potere d’acquisto reale per le famiglie, dovuto ai prezzi più bassi). Non a caso, anche la Germania sta valutando riforme di vario tipo che consentano di aumentare la concorrenza.

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Ricerche Frequenti:

  • minori costi da maggiore concorrenza

Le banche e il cliente del futuro

Le banche italiane stanno affrontando l’ingresso sempre più massiccio sul mercato della cosiddetta “Generazione Y”, cioè i giovani di età compresa fra 15 e 29 anni. La questione interessante è che si tratta dei cosiddetti “Nativi Digitali”: cioè cresciuti “nell’era di internet e delle tecnologie”, che usano con naturalezza sia per comunicare che per gestire ed organizzare esigenze quotidiane e interessi personali: quasi il 90% dei giovani che navigano in Internet è iscritto a Facebook,  e per il 66% di loro cerca Internet ed motori di ricerca sono la principale fonte di informazione.  Il 39,5% possiede uno smartphone: una percentuale destinata probabilmente ad aumentare notevolmente negli ultimi anni. Una fetta di popolazione non trascurabile dato che i “Gen Y” sono poco meno di 10 milioni, il 16% della popolazione nazionale.

L’aspetto interessante dal punto di vista del rapporto con le banche è che questa fascia di popolazione ha un alto livello di “bancarizzazione” (circa il 90% ha un conto corrente, e rappresentano circa il 20% della clientela bancaria), ma al contrario dei loro “pigri” genitori, hanno una propensione molto più elevata a cambiare spesso banca. E per questo spesso riescono spesso a a spuntare condizioni migliori: vengono privilegiati i prodotti semplici, e c’è una ridotta propensione all’investimento e al risparmio (anche se va detto che questa fascia di popolazione soffre di un tasso di disoccupazione tra i più alti in Europa — il 29,3% — e chi lavora in molti casi ha contratti instabili).

Secondo uno studio di Area Research – Market Intelligence di Banca Monte dei Paschi di Siena le banche “possono influenzare notevolmente” la loro relazione con questa fascia di utenti (cosa che non sorprende, dato che si tratta di utenti attenti a quello che gli viene offerto, e quindi in grado di premiare o punire le proposte che vengono loro fatte). Diventa quindi fondamentale il canale di comunicazione (vanno raggiunti tramite i social network) ma anche la capacità di offrire servizi che vadano ad affiancare i giovani nei momenti chiave della vita personale e professionale, ed a supportarli nelle scelte finanziarie attraverso un’adeguata educazione finanziaria.

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Il mercato dei preziosi rifugio contro la crisi?

L’Area Research di BMPS ha elaborato il report “L’investimento in preziosi: beni rifugio d’eccellenza” che analizza gli ultimi 5 anni delle principali aste internazionali di gioielli e preziosi, attraverso l’indice MPS Jewels Index.

Il comparto dei preziosi si conferma “rifugio”, di natura anticiclica, anche se ha avuto un’influenza non trascurabile il sensibile incremento del valore della materia prima: oro, argento e pietre preziose: nel periodo di riferimento, l’oro è cresciuto del +144,4%, l’argento del +218,2%, quest’ultimo però che soffre di una maggiore volatilità per via di un mercato meno ampio. Per quanto l’oro ad esempio nel solo mese di settembre 2011 ha perso il 12%, i ricercatori di BMPS prevedono un consolidamento del movimento rialzista dei due metalli, fino almeno alla prossima primavera 2012.  Il gioiello, secondo le analisi dei ricercatori, combina le caratteristiche dell’investimento in oro e di quello in opere d’arte, e quindi si configura come un “beni rifugio d’eccellenza”. A patto che, aggiungiamo noi, il mercato non sia caratterizzato da bolle speculative.

Oltre che il “gioiello-investimento”, i ricercatori di MPS hanno analizzato anche l’industria del gioiello italiano, un settore importante del “Made in Italy” di eccellenza. La crescita registrata (in termini di valore) nella produzione e nell’export risente più del rincaro dei metalli preziosi  che da un incremento effettivo della domanda reale. La pressione competitiva sul settore è in realtà in crescita, non solo a causa di fattori quali la crescita del costo delle materie prime, e la diminuzione reddito disponibile per i beni voluttuari, ma pesa anche la volatilità dei cambi, e anche fattori quali l’assenza di economie di scala (ogni pezzo è unico o quasi). Ma il dato più preoccupante, dal nostro punto di vista, è la difficoltà reperimento manodopera qualificata, dato che senza di essa rischia di perdere di fondamento il concetto di “Made in Italy”. La prospettiva, secondo i ricercatori è che il legame tra oreficeria e fashion system sia destinato ad aumentare, almeno per i marchi storici della gioielleria tradizionale italiana e per gli operatori che insistono già su settori attigui al lusso.

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Come sviluppare l’ “economia digitale” in Italia?

Uno dei limiti, spesso ripetuti, dell’economia italiana, è l’essere troppo legata ai settori “tradizionali”, o allo status quo, abbiamo detto più volte: infatti si punta più a “fare sopravvivere” l’esistente, anziché supportare lo sviluppo di nuove imprese e nuovi settori. Eppure, “il nuovo” avrebbe un potenziale non trascurabile: la cosiddetta economia digitale negli ultimi 15 anni ha creato 700.000 posti di lavoro e contribuito al 2% del PIL, ma ha un potenziale largamente inespresso. Secondo una recente ricerca del Digital Advisory Group  (“Sviluppare l’economia digitale in Italia”), questi valori potrebbero facilmente raddoppiare, con le giuste iniziative.

La ricerca che analizza l’impatto di internet su quattro fronti: il contributo alla sviluppo economico in termini di PIL, la creazione di occupazione, lo sviluppo delle PMI e del loro export e il surplus di valore per i consumatori.

Contributo al PIL. La buona notizia è che dal 2005 al 2009 l’economia digitale ha contribuito per il 14% alla crescita del PIL italiano e continua a svilupparsi a un tasso 10 volte superiore al totale nazionale. La notizia meno buona è che attualmente l’economia Web costituisce solo il 2% del PIL (pari a circa 30 miliardi di Euro): in Francia pesa oltre il 3%, mentre Regno Unito e Svezia oltrepassano il 5%. E’ stato inoltre calcolato che Internet genera anche un impatto indiretto di ulteriori 20 miliardi di euro derivanti dagli acquisti effettuati sui canali  tradizionali successivamente a ricerche e valutazioni compiute sulla rete (effetto ROPO, Research Online, Purchase Offline).

Creazione di posti di lavoro. Negli ultimi 15 anni sono stati creati circa 700.000 nuovi posti di lavoro collegati al Web, di cui ben il 40% nell’indotto, ovvero nei settori economici a supporto indiretto dell’economia digitale. Il contributo, al netto degli impieghi persi, è stato di 320.000 unità. Questo dimostra che il digitale crea occupazione più di quanta ne “distrugga”. In Italia, in particolare sono stati creati 1,8 posti di lavoro per ogni posto eliminato, ancora poco però se guardiamo al 2,6 della media di 13 paesi sviluppati o al 3,9 dell’irraggiungibile Svezia. Gran parte della differenza si spiega con la minore capacità di creare occupazione digitale da parte delle PMI: in Italia il rapporto è 1 a 1, mentre in Francia, ad esempio, è 1,8.

Sviluppo delle PMI e delle loro esportazioni. Esiste una forte correlazione tra le aziende che utilizzano Internet in modo intensivo e la loro capacità di evolvere ed esportare: la crescita media annua per le imprese attive nella rete è stata del 10%, con esportazioni e incidenza dei ricavi oltre confine più che doppi rispetto alle aziende a bassa intensità Web. Inoltre, ben il 78% dell’impatto prodotto dall’utilizzo delle tecnologie digitali è riconducibile alle imprese tradizionali, mentre solo il 22% si riferisce ai “pure player”.

Surplus di valore per i consumatori. 7 miliardi di euro. E’ il valore attribuito dagli utenti internet ai servizi messi a disposizione gratuitamente dalla rete (qualora fosse chiesto loro di pagarli), una volta dedotti i costi associati a tali servizi. Questo si traduce in un risparmio equivalente di 21 euro mensili per famiglia connessa.

Come detto, però questi sono benefici che si possono trarre a patto di prendere le giuste iniziative. Che non si possono pensare di ignorare: è ingenuo pensare che il resto del mondo rimanga fermo e non investa in tecnologie e settori dal potenziale enorme, e il rischio concreto, in mancanza di un’azione nella giusta direzione è che l’Italia diventi un Paese arretrato.

Le 12 proposte del DAG

Migliorare l’accesso alle infrastrutture
1. Colmare il digital divide
2. Pianificare le reti di nuova generazione
Assicurare una regolamentazione favorevole all’innovazione digitale
3. Favorire l’armonizzazione della normativa digitale a livello europeo
4. Creare un advisory board strategico per le politiche digitali
Stimolare la domanda dei consumatori
5. Incoraggiare la propensione dei consumatori al web
6. Promuovere modalità innovative di consegna degli acquisti online
Ampliare l’offerta digitale
7. Lanciare road-show digitali per le PMI a livello regionale
8. Sostenere l’attività e-commerce delle PMI
Incrementare l’adozione dei servizi di e-government
9. Promuovere i servizi di e-government esistenti migliorandone la fruibilità
Accrescere le professionalità e le competenze digitali
10. Pianificare lo sviluppo di una formazione digitale di qualità
11. Costituire una Digital Experience Company
12. Incentivare le start-up digitali

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