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Qualche giorno fa Corriere.it  ha pubblicato un interessante editoriale di Roger Abravanel in cui sottolinea come le piccole imprese debbano essere spinte verso la crescita, anche attraverso una “selezione naturale”. Invece, in Italia si avrebbe un atteggiamento in cui “piccolo” viene sempre considerato buono e bello, mentre “grande” è sempre sinonimo di brutto e cattivo.

La nostra interpretazione del problema è un po’ diversa da quella proposta. E’ indubbiamente vero che il “nanismo” delle imprese italiane è un problema, perché limita le risorse disponibili, non solo in senso finanziario, ma anche in termini di competenze disponibili. Un esempio banale ma facilmente comprensibile: pensate ad un’impresa che debba interfacciarsi contemporaneamente con mercati quali Europa, USA, Cina, Brasile: in una piccola azienda spesso è la stessa persona ad occuparsene, ma sarebbe qualcosa che — per essere fatto veramente bene — richiede specializzazioni distinte, basti pensare alla necessità di conoscere le diverse lingue, le diverse legislazioni, le diverse culture.

L’“antidoto” tipicamente proposto è quello della rete, cioè della collaborazione tra varie imprese specializzate in ambiti specifici. Una soluzione che — se messa in pratica concretamente e non solo a parole — può essere estremamente efficace. Ma va anche detto che la sua forza, la flessibilità della struttura così creata, è potenzialmente un fattore critico. Infatti, la “flessibilità” si ha verso “l’alto”, ma anche verso “il basso”.

Non è assolutamente vero, come sembra intendere Abravanel in qualche passaggio, che “piccolo” è sinonimo di bassa qualità, o di incapacità di innovare. Anzi, sono spesso le piccole imprese che nascono sulla base di idee innovative, o che fanno prodotti di nicchia ad elevata qualità, valorizzando nicchie di mercato che per le grandi aziende sarebbero spesso completamente antieconomiche. Il problema, semmai, è l’incapacità di crescere delle piccole imprese: un problema dovuto a fattori culturali, ma anche “ambientali”, inteso sia come contesto legislativo, che come reperibilità di finanziamenti: in Italia è quasi impossibile avere un finanziamento “sull’idea”. Significativo, in questo senso, il caso segnalatoci da un lettore di un imprenditore veneto che si è visto rifiutare un finanziamento con la motivazione che era troppo giovane e che la sua impresa cresceva troppo in fretta.

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