Lungo periodo e “slow finance”

Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima) ci parla di un problema di cui abbiamo discusso spesso: l’eccessiva attenzione al breve termine di investitori, risparmiatori e pubblico (in alcuni casi con effetti tali da rasentare il ridicolo di confondere la volatilità con continue inversioni di trend).

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D1. Cosa si intende per veduta corta?

La traduzione italiana più efficace del termine inglese “short-termism” è “veduta corta”. E’ un termine coniato da Tommaso Padoa-Schioppa nel suo ultimo saggio per indicare la sindrome del nostro tempo, in cui l’ansia da prestazione accorcia gli orizzonti della verifica del successo e dell’insuccesso e porta tutti a valutare sul metro dei mesi – se non addirittura dei giorni o delle ore – prospettive la cui evoluzione naturale sarebbe di anni o addirittura di decenni.

La “veduta corta” è una malattia contagiosa a cui- soprattutto negli ultimi anni- è diventato sempre più difficile sottrarsi. Le notizie viaggiano per il mondo in tempo reale e le reazioni dei mercati sono immediate. I mercati si comportano cioè come se il “dopodomani” dovesse materializzarsi “oggi”. Il prodotto della “veduta corta” è dunque l’esasperata volatilità di breve periodo a cui stiamo assistendo.

Tutte le malattie generano però anticorpi. Lo stress della vita moderna ha ad esempio diffuso una nuova attenzione al benessere del corpo e della mente. Anche nel mondo della finanza molti sentono ormai il bisogno di sottrarsi all’ansia e di recuperare la giusta prospettiva, ritrovando alcuni sani, vecchi principi dell’investimento da cui la “teoria dei mercati efficienti” ci ha a lungo separato.

D2. Cosa dice la teoria dei mercati efficienti e cosa comporta?

La teoria dei mercati efficienti postula che le quotazioni di mercato incorporano già in sè tutte le informazioni disponibili e che quindi nessuno sia in grado di battere i mercati, se non per caso. In un mondo di mercati efficienti ha senso solo seguire il mercato, non cercare di distinguersi da esso.

Cercare di “farsi trascinare dal mercato” è l’obiettivo delle strategie cosiddette di “momentum”. Le strategie di “momentum” non cercano la selezione dei titoli migliori, cercano soltanto il “momento giusto” per entrare o uscire dal mercato nel suo insieme e sono esse stesse ad un tempo causa ed effetto della “veduta corta” che affligge i mercati finanziari.
Forse, per qualcuno, le strategie di “momentum” hanno pagato nel breve periodo, ma nel medio periodo esse hanno sicuramente prodotto solo risultati deludenti e talvolta disastrosi.
Guardare al lungo periodo richiede un atteggiamento molto diverso. Il lungo periodo è l’orizzonte delle opportunità più preziose, le quali vanno selezionate e coltivate con cura, come i vini migliori.ù

D2. Cosa si contrappone alle strategie di momentum?

I mercati finanziari non sono affatto efficienti. La “veduta corta” porta spesso i mercati a valutare male le opportunità: il prevalere di comportamenti imitativi nasconde a molti le differenze tra investimenti buoni e investimenti cattivi. Concentrarsi sulle differenze che il mercato non vede e soppesarne il valore è la filosofia delle strategie cosiddette “value” (cioè di ricerca del “valore”). Al contrario delle strategie di “momentum”, le strategie “value” si basano sull’analisi accurata delle prospettive di ciascuna azienda alla ricerca delle società che, nel medio periodo, saranno capaci di creare valore, indipendentemente dalle vicende del resto del mercato.

Andare a cercare singoli titoli sottovalutati può produrre performance di medio periodo molto più elevate, soprattutto in fasi di grande volatilità -come quella che attraversiamo oggi.

Infatti, quando la volatilità è alta, la maggioranza degli operatori fugge dal rischio indiscriminatamente e la quotazione di molte aziende meritevoli scende al di sotto del valore che sarebbe giustificato dalle loro reali prospettive reddituali. Poi -nel lungo periodo- quando la paura si attenua o l’euforia si spegne, le aziende davvero meritevoli riconquistano tutto il valore che prima il mercato non sapeva riconoscere.

L’investitore “value” sceglie con attenzione, ma deve poi saper aspettare. Il mercato corregge infatti i propri errori, ma i tempi della correzione non sono sempre rapidi. Il perseguimento di strategie “value” presuppone cioè una “veduta lunga”.

Come la salute del nostro corpo dipende da una dieta lenta e bilanciata (cioè da quello che oggi viene chiamato “slow food”), anche la salute dei nostri investimenti dipende da una finanza pacata e riflessiva. Perchè non chiamarla anche noi: “slow finance”?

Fino a che punto è possibile “non licenziare”, e fino a che punto è giusto licenziare?

Il tema dei licenziamenti è tornato di attualità (se mai avesse smesso di esserlo), dopo la lettera italiana all’Unione Europea. Chiaramente, l’idea dei “licenziamenti facili” non è esattamente di quelle che genera entusiasmo nell’opinione pubblica. Eppure, anche qui è una questione di sostenibilità del sistema, ed inevitabilmente bisogna rendersi conto che è necessario un equo compromesso.

Partiamo dalla considerazione che il licenziamento “all’americana”, dove il datore di lavoro può decidere da un giorno all’altro di lasciare a casa un dipendente, senza dover avere particolari motivi, è insostenibile, perché genera una precarietà le cui conseguenze sono facilmente intuibili e spesso discusse.

Ma l’estremo opposto, dove non è possibile licenziare del tutto, è sostenibile? A nostro parere, prima di dire “non si può licenziare in nessun caso” bisogna riflettere bene. Perché ci sono diversi casi particolari che non possono essere trascurati. Ecco allora qualche spunto di riflessione (alcuni dei quali “ispirati” da mail di qualche lettore), che non pretendono di dare una risposta in un senso o nell’altro, quanto stimolare il dibattito.

  • Va fatta una doverosa premessa: nelle passate proposte che sono state etichettate come “licenziamento facile”, era sempre previsto che l’impresa “risarcisse” il lavoratore per il licenziamento, con un certo numero di mensilità (spesso 24) aggiuntive, oltre chiaramente al TFR, e non a “lasciare per strada” da un giorno all’altro i dipendenti. Bisogna riconoscere che sono due scenari ben diversi.
  • Il “caso particolare” più significativo è sicuramente quello di un’impresa “strutturalmente in crisi”, dove l’attività (per validi motivi) sia cambiata in modo sostanziale, e ad esempio venga dismessa una linea produttiva. È ragionevole pretendere che l’azienda sia costretta ad impiegare dei dipendenti che non può più permettersi, per fare delle cose di cui non ha più bisogno?
  • Una maggiore possibilità di licenziare potrebbe portare anche ad un minor “timore” nell’assumere? Non si può guardare al mercato del lavoro pensando solo ai dipendenti a tempo indeterminato. Ora come ora, le aziende cercano di evitare il più possibile di assumere dei dipendenti, per le rigidità che comporta. Se il mercato del lavoro fosse un po’ più flessibile, si può ottenere che una parte dei “precari” venga assunta  (con i benefici che ciò comporta in termini ad esempio di accesso al credito, contributi, ecc.). Può avere senso un quadro in cui si accetta di essere tutti un po’ più precari, ma non ci sono precari “a vita”?
  • Una riflessione che suggeriva un lettore con cui discutevo qualche tempo fa, è questa: l’impossibilità di licenziare è contraria alla meritocrazia. Un lavoro non lo fa chi è più bravo, ma chi “lo faceva ieri”. Il che va visto anche dal punto di vista di chi cerca lavoro, e da quello dell’efficienza del sistema totale. È una considerazione forse “estrema”, ma spinge a qualche riflessione.
  • Più che tutelare il lavoro nel senso di “impedire il licenziamento”, non sarebbe meglio favorire l’occupazione nel senso di “ricollocare velocemente” chi fuoriesce da un’azienda?

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La politica degli interessi personali

No, non stiamo scrivendo un post su Berlusconi. O almeno, non solo. Però non si può non spendere qualche riga per invitarvi a riflettere la situazione politico-economica italiana, che molti definiscono dominata da “interessi personali”. Il che è vero probabilmente in misura molto maggiore di quanto molti si rendano conto, anche se con una declinazione un po’ diversa.

La questione infatti è che in Italia quasi chiunque  bada esclusivamente al proprio tornaconto personale immediato. E inevitabilmente la classe politica riflette questa mentalità. Quando si vota, si sceglie il candidato/partito/movimento che promette i benefici immediati più diretti: chi ha un’impresa vuole poterla gestire “come vuole lui”, chi ha un lavoro dipendente vuole avere tutelata la stabilità del lavoro, chi sta per andare in pensione vuole poterlo fare prima possibile, e così via .

Si tratta tutti di interessi sostanzialmente legittimi, ma il problema è che nessuno sembra interessato alla sostenibilità dei propri “desideri”. L’impressione però è che la somma dei singoli interessi non coincida con l’interesse collettivo. Le politiche, economiche e non, vanno (ri)pensate  in ottica di funzionamento “sistemico” e non semplicemente come insieme di azioni per accontentare ora questa ora quella categoria. Soprattutto perché non conta solo l’interesse collettivo “attuale”, ma anche le prospettive future, e quindi le scelte devono essere molto più “consapevoli” e ragionate di quanto è avvenuto finora: altrimenti il rischio è quello di continuare a trovarsi di fronte ad una politica di veti incrociati.

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Il ritorno degli investimenti nel fotovoltaico

L’Area Research di Banca Monte dei Paschi di Siena ha elaborato uno studio sul settore del fotovoltaico, le energie “alternative” (e quella solare in particolare) continuano ad avere una crescita notevole in Italia, anche a confronto dei paesi “leader” del settore. Ecco qualche passaggio di quanto pubblicato da i ricercatori di MPS

[…] nei primi 9 mesi dell’anno, risultano entrati in esercizio quasi 117.000 impianti per una potenza allacciata di oltre 7 GW (più del doppio dell’intero 2010). Secondo il GSE (Gestore dei Servizi Energetici), la potenza fotovoltaica installata alla fine del 2011 potrebbe raggiungere i 12 GW e il numero di impianti salire a 350.000 unità: l’Italia si porterebbe al primo posto nella graduatoria mondiale della potenza entrata in esercizio nel 2011, superando di tre volte il corrispondente dato della Germania, Paese leader del mercato del fotovoltaico.

[…] investire nel fotovoltaico offre un rendimento intorno al 5% in termini reali, con un vantaggio economico soprattutto se l’intervento viene effettuato nel 2011 (piuttosto che nel 2012); anticipare infatti l’attivazione dell’impianto di pochi mesi determina un break even inferiore, proprio a causa della riduzione delle tariffe incentivanti di circa il 15% nel primo semestre 2012. In particolare, nel caso di un impianto ad uso domestico con scambio sul posto (compensazione tra i valori dell’energia elettrica prodotta e quella prelevata), se si realizza l’investimento ad ottobre 2011, il pay back è di 14 anni, posticipando l’investimento nel 2012 il pay back è di 15 anni. Anche il tasso interno di rendimento in termini reali, dei due investimenti, a 30 anni, è diverso; nel primo caso è di 5,22%, nel secondo di 4,66%. Se il calo del costo iniziale dell’impianto, in sei mesi, fosse tale da compensare l’effetto della minore incentivazione, la redditività del progetto rimarrebbe costante o subirebbe una lieve riduzione.

[…]

Nell’analisi effettuata emerge inoltre come il rendimento economico sia fortemente influenzato anche dalla posizione dell’impianto. A causa del diverso irraggiamento solare dell’Italia, a parità di caratteristiche tecniche, gli impianti fotovoltaici hanno infatti una maggior resa al Sud, determinando così un diverso ritorno dell’investimento a seconda della zona geografica interessata.  Al Nord prevalgono i piccoli impianti su tetti (lastrici o coperture varie) a carattere familiare scambio sul posto, mentre al Sud prevalgono i grandi impianti (c.d. “centrali fotovoltaiche”), progettate per l’immissione totale in rete. Ipotizzando un investimento di 20.000 euro, al Nord si ha un pay back di 15 anni e un TIR (Tasso Interno di Rendimento) del 4,84%, mentre al Sud con lo stesso investimento iniziale, si ha un pay back di 11 anni e un TIR del 7,83%. Un dato molto significativo: ritorno economico e tempi di break even migliorano rispettivamente del 62% e del 30%.
Resta comunque preponderante il ruolo del Nord nei pannelli fotovoltaici; infatti secondo i dati del GSE  alla fine del 2010, nel Nord risultava ubicato circa il 58% delle installazioni, mentre nel Sud il 25%. Infatti, la Lombardia è la regione con il maggior numero di impianti ma, in termini di potenza installata, il primato spetta alla Puglia.
L’analisi prende anche in considerazione i rendimenti economici di diverse tipologie di impianti (ad uso domestico e grandi impianti) assistiti da finanziamenti bancari. Nonostante il costo del finanziamento, il TIR in termini reali a 30 anni, è di circa il 4% (3,69%) per gli impianti ad uso domestico, e per i grandi impianti di circa il 3% (al lordo della tassazione sul reddito).

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Le banche e la crisi: chi sbaglia paga?

Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima) discute di un tema  interessante: da un lato è corretto che “chi sbaglia paghi”. La sua opinione si sintetizza con l’ultima frase, che anticipiamo: “Gli eccessi possono portare all’infarto, ma lasciare che il cuore si fermi non è la cura

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D1. È sempre giusto che chi sbaglia deve pagare?

Gli “indignados” considerano le banche il nemico. Ad esse rimproverano di avere provocato la crisi più devastante dell’ultimo secolo e di essere state salvate dai governi aumentando a dismisura il debito pubblico.
Alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers insigni economisti liberisti e conservatori esprimevano concetti analoghi: nella loro visione, il capitalismo è efficiente perchè “chi sbaglia paga” (cioè è lasciato fallire). Secondo questa visione, salvando le banche che avevano assunto rischi eccessivi, le si sarebbe incoraggiate a prendere rischi ancora più grandi. In omaggio a questa filosofia, Lehman Brothers fu lasciata fallire, ma la lezione che è possibile trarne è stata un’altra ed opposta: i fallimenti bancari non sono salutari, ma disastrosi non solo per le banche, ma per l’intera economia.

D2. Cosa succederebbe al sistema bancario, in caso di default dei paesi a rischio?

Le apprensioni dei mercati e l’accentuata volatilità che li caratterizza dipendono non soltanto dalla difficoltà di gestione dei debiti pubblici, ma dal fatto che eventuali “default” dei paesi a rischio (Grecia, Portogallo, Spagna e in certa misura anche Italia) si trasferirebbe automaticamente sui bilanci delle banche, che sono le principali detentrici di titoli pubblici. Un eventuale “default” di un paese sovrano si porterebbe dietro quello di alcune banche. Alcuni osservano che un eventuale “default” della sola Grecia sarebbe quantitativamente sopportabile, mentre l’impatto del contagio ai paesi più grandi (Italia e Spagna soprattutto) spingerebbe sicuramente al fallimento molte banche europee.

Gli investitori reagiscono immediatamente alla paura che il contagio possa avere luogo e stanno vendendo a piene mani le azioni delle banche europee: la capitalizzazione di queste ultime, infatti, si è quasi dimezzata nel corso dell’estate, erodendo le linee di difesa delle banche..stesse. Per questo i mercati azionari hanno reagito con inattesa euforia quando -pochi giorni fa- il Presidente della Commissione Europea ha annunciato che era allo studio un piano di ricapitalizzazione delle banche europee ed è per questo, al contrario, che i mercati hanno poi reagito molto male quando il Cancelliere tedesco ha precisato che ci vorrà tempo per approntare quel piano. Mettere al più presto in sicurezza il capitale delle banche appare oggi ai mercati un’assoluta priorità.

D3. Che ruolo hanno avuto e hanno tuttora le banche nelle crisi finanziarie?

Le banche possono essere il veicolo di una reazione a catena dagli sviluppi sistemici incontrollabili. Nelle economie moderne ed in un contesto finanziario ormai totalmente globalizzato, non è più il destino della singola banca che conta, ma è la sua collocazione nella complessa innervatura del sistema che rende irrinunciabile la sua stabilità.
Una ricerca condotta da studiosi del MIT e dell’Università di Venezia1 ha tracciato quantitativamente i legami multilaterali che, attraverso molteplici canali, collegano operativamente le principali banche, assicurazioni, fondi hedge e banche di investimento a livello mondiale.
I risultati della ricerca mostrano che nelle ultime due crisi finanziarie, l’epicentro non sono stati gli hedge funds, ma proprio le banche. Mentre infatti le difficoltà degli hedge funds tendono a rimanere isolate al comparto dei fondi dello stesso tipo, gli shocks che hanno origine nelle banche generano invece un’onda d’urto che tende a colpire tutti gli angoli del sistema.
Gli “indignados” hanno certamente ragione a lamentare che la crisi finanziaria del 2007-08 è stata generata da comportamenti sconsiderati, da innovazioni finanziarie tossiche e da eccessi di deregolamentazione che devono oggi essere contrastati e corretti.
Non è però il fallimento delle banche la strada per ottenere un mondo migliore. Nelle economie moderne, il sistema finanziario ha ormai assunto il medesimo ruolo che, nel corpo umano, è svolto dal sistema cardiocircolatorio.
Gli eccessi possono portare all’infarto, ma lasciare che il cuore si fermi non è la cura.

I pagamenti con il cellulare in crescita in Italia

Visto che ieri scrivevamo di innovazioni di Intesa Sanpaolo, ci sembra interessante parlare anche dei servizi di Mobile Payment che la banca ha da poco inaugurato da poco. Il mobile payment è un sistema di pagamento che permette di effettuare i pagamenti tramite il telefono cellulare, semplicemente avvicinandolo al POS. Si tratta di una tipologia di pagamenti da molto tempo vista (praticamente, da quando esistono i telefoni cellulari) con interesse da parte di molti esperti, perché consentirebbe di effettuare micro pagamenti in formato elettronico, con la massima semplicità ed usando uno strumento che l’utente ha già con sé: tanto più che gli smartphone moderni superano diversi limiti tecnologici che avevano frenato la diffusione del mobile payment nel passato.

Nonostante questo, il mobile payment è rimasto (soprattutto in Italia) un qualcosa di sostanzialmente teorico. Ecco perché è interessante il lancio di un sistema di questo tipo da parte di una grande banca: Move and Pay, la piattaforma presentata da Gruppo Intesa Sanpaolo, ha già 2.000 esercenti convenzionati (che non sono tantissimi in senso assoluto, ma sono una buona base per la partenza del servizio), e il gruppo conta di incrementare sostanzialmente questo numero nel giro di pochi mesi.

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Intesa Sanpaolo lancia il “Progetto Filiale Paperless”

Avevamo parlato qualche giorno fa di come la tecnologia abbia permesso di rinnovare l’organizzazione interna delle banche, ed in questo senso vale la pena segnalare un progetto che sta portando avanti Intesa Sanpaolo: si tratta del Progetto Filiale Paperless, che come il nome fa intuire, punta a ridurre drasticamente l’uso di carta nelle filiali.

Il progetto (che non comporta costi per i clienti) “si basa sull’utilizzo in filiale di una innovativa tecnologia che permette di sottoscrivere la documentazione bancaria direttamente sullo schermo di un tablet (tavoletta digitale) con una firma elettronica, eliminando la necessità di stampare ordini e ricevute cartacee da conservare o consegnare al cliente. La firma posta dal cliente sul tablet viene racchiusa e sigillata elettronicamente con sofisticati programmi informatici che garantiscono la massima sicurezza e tutela della privacy del cliente. La  ricevuta viene inviata direttamente sulla casella di posta elettronica del cliente che la può eventualmente conservare”.

In questo modo si evita di utilizzare un modulo cartaceo. Un effetto importante poiché il consumo di carta da parte delle banche ha anche risvolti ambientali tutt’altro che trascurabili: secondo quanto comunica Intesa Sanpaolo, le operazioni allo sportello rendono necessario l’utilizzo di distinte o altri moduli cartacei che comportano un consumo di carta estremamente elevato, quantificabile per Intesa Sanpaolo in circa 1.600 tonnellate l’anno, l’equivalente di circa 24.000 alberi abbattuti.

Ma oltre al risparmio di carta, Intesa Sanpaolo ritiene che il sistema garantisca una maggiore sicurezza, ed un notevole incremento di efficienza dato che l’archiviazione è immediatamente elettronica (consentendo quindi anche una gestione più rapida dei dati ed una loro ricerca quando necessario).

Il nuovo strumento consente al cliente di svolgere le operazioni allo sportello con una maggiore sicurezza e velocità, evitando la stampa della contabile, e di avere meno carte da archiviare e più facilità nell’eventuale ricerca della documentazione bancaria. I clienti che eventualmente volessero disporre della ricevuta cartacea possono comunque richiederla secondo le modalità tradizionali.

Quello di Intesa Sanpaolo sarà probabilmente solo il primo di progetti di questo tipo, dato che i clienti hanno dimostrato un grande interesse verso questa tecnologia. Infatti, il tablet è stato testato per sei mesi in 13 filiali di Bologna e Modena di Carisbo, la banca del Gruppo che opera in Emilia Romagna, registrando subito un ottimo successo con il 96% dei clienti che hanno aderito al servizio e con l’82% delle operazioni di cassa svolte senza stampare un solo foglio di carta.

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Studio OCSE: amministrazioni fiscali e settore bancario devono aumentare la collaborazione

Gli scorsi 10 e 11 ottobre, rappresentanti delle amministrazioni fiscali, del settore bancario e dell’OCSE si sono incontrati a Roma per la conferenza “Developing the enhanced relationship in the banking sector”.

È emersa la convinzione che sia necessario rafforzare la cooperazione tra amministrazioni finanziarie e settore bancario, anche sulla base di esperienze da alcuni Stati OCSE. Una cooperazione di questo tipo ha permesso in altri paesi di diminuire il numero di controlli, e allo stesso tempo di aumentarne di gran lunga l’efficacia. Un tema che non riguarda soltanto i correntisti (per i quali si pone un problema di privacy), ma anche le stesse banche. In particolare, è l’internazionalizzazione dei gruppi bancari che pone dei problemi non banali di “pianificazione fiscale aggressiva”, e se da un lato è necessario prevenire l’elusione fiscale, dall’altro è indispensabile evitare di irrigidire “a prescindere” la normativa, magari sulla base di conoscenze superficiali del settore.

Tra le altre cose, il Rapporto raccomanda alle amministrazioni fiscali di migliorare le capacità del personale e la loro comprensione dei mercati finanziari e bancari, di provvedere a fornire certezza alle banche, di migliorare la valutazione dei rischi e di attuare una compliance fiscale trasparente. Il Rapporto ha anche individuato una serie di raccomandazioni per le banche, come il fatto che le decisioni del dipartimento fiscale delle banche in merito a una operazione non dovrebbero essere ignorate, ma necessitano di essere considerate a livello di CEO, di un maggiore grado di trasparenza, considerando i benefici che una relazione rafforzata con le amministrazioni finanziarie può apportare se i rischi fiscali sono considerati nel processo di governance.

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I covered bond riserva di liquidità per le banche

Arrivano segnali positivi dal mercato dei Covered Bonds, infatti nonostante la crisi il mercato delle obbligazioni bancarie garantite (OBG) continua a svilupparsi, anche se le banche hanno dovuto offrire rendimenti più alti che nel passato, a fronte del maggiore rischio percepito dagli investitori.. Si tratta di un dato importante perché è un canale sempre più importante per gli istituti bancari italiani per raccogliere liquidità, e di conseguenza la sua stabilità si traduce in una maggiore solidità delle banche.

Le OBG stanno sempre più sostituendo le cartolarizzazioni, che invece hanno ancora qualche difficoltà della ripresa, anche se l’Italia è un po’ indietro rispetto agli altri Paesi europei, anche per il fatto che in Italia la legislazione in materia è stata completata a fine 2007, quando la crisi iniziava a farsi sentire.  Tra gennaio e agosto 2011 le banche italiane hanno emesso OBG per circa 21 miliardi: in tutto il 2010, il valore era di “soli” 15 miliardi. Una crescita importante, come dicevamo, e che le banche sperano che che tali volumi crescano ancora, fino a sfruttare compiutamente il potenziale del mercato domestico, che è stimato in oltre 200 miliardi di euro.

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Cambia la comunicazione delle banche. Anche quella interna.

L’ABI in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha pubblicato il Rapporto 2011 “La comunicazione interna delle banche italiane”, che analizza l’evoluzione della comunicazione interna nelle banche italiane. Infatti, la struttura delle banche è non poco cambiata negli ultimi anni, e la figura del bancario è piuttosto diversa da quella “tradizionale” di dieci o venti anni fa, anche perché cambia il suo ruolo dato che per le operazioni “standard” si fa sempre più affidamento sugli ATM evoluti.  Oltre a questo importante fattore, c’è anche una maggiore richiesta di trasparenza nei rapporti con i clienti, che vuol dire anche essere in grado  di traferire al cliente informazioni chiare ed aggiornate. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui è anche aumentata la quantità e la varietà di informazioni che i dipendenti delle banche devono gestire.

Come “fattori abilitanti” per il cambiamento ci sono due elementi importanti degli ultimi anni: da un lato l’evoluzione della tecnologia, dall’altro le fusioni e riorganizzazioni che le banche hanno avviato negli ultimi anni, che hanno creato un’occasione per modificare la struttura interna. E così, oggi Il 64% degli istituti italiani ( dispone ormai di una struttura dedicata alla comunicazione interna: erano il 23% nel 2002.

Lo studio ha anche approfondito i diversi approcci alla comunicazione interna, individuando quattro macro-tipologie di “comunicatori”:

Alla prima appartengono gli “informatori”, il cui obiettivo primario è la sola diffusione di messaggi alla comunità aziendale, senza puntare sul coinvolgimento emotivo delle persone. Svolgono una funzione diversa gli “attendisti”, professionisti che in fasi critiche di riorganizzazione aziendale sono chiamati principalmente a un’attività di consulenza e ausilio comunicazionale verso altre unità organizzative della banca. Più attivi gli “efficienti”, che sostengono l’utilizzo di innovazione tecnologica e la formazione sui temi della comunicazione come leve per impattare positivamente sulla produttività aziendale. Alla quarta famiglia, infine, appartengono i “trascinatori”, per i quali socializzazione e condivisione sono il cuore di una mission che punta direttamente al miglioramento del clima interno e alla valorizzazione delle individualità presenti in azienda.

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La finanza e il “Millennium Bridge”: la differenza tra rischio e incertezza

Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima), approfondisce un concetto molto interessante ed importante: la differenza tra rischio ed incertezza. Si tratta di una distinzione molto importante per affrontare un investimento, o in generale un problema. Si tratta della differenza tra quello che in inglese viene chiamato “known unknown” e “unknown unknown“.

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D1. Qual è la differenza tra rischio e incertezza?

La finanza moderna distingue il concetto di rischio da quello di incertezza. L’incertezza rappresenta lo stato d’animo di chi contempla tutte le traiettorie possibili e non sa quale delle infinite possibilità si realizzerà davvero. Il rischio è invece il tentativo di individuare, tra le traiettorie possibili, quelle che hanno maggiore probabilità di realizzarsi. L’incertezza è uno stato di natura, il rischio una costruzione umana.

Il rischio è cioè quantificabile sulla base di metodologie statistiche. Sulla base dell’analisi del passato la frequenza di certi eventi viene catturata da distribuzioni di probabilità, alla cui formulazione matematica sono attribuite caratteristiche generalizzabili. Fino a poco tempo fa, la misura del rischio era una specialità per pochi addetti ai lavori (i cosiddetti risk manager). Oggi sta diventando conoscenza diffusa anche tra i risparmiatori. L’informazione sui prodotti finanziari si è infatti arricchita di indicazioni sulla loro rischiosità, come ad esempio la volatilità, cioè la variabilità media dei prezzi di mercato o il VaR (Value-at-Risk o valore a rischio), cioè la misura delle perdite (o guadagni) potenziali a cui ci si espone investendo in quello strumento.

Tuttavia, siccome le misure di rischio sono approssimazioni probabilistiche della realtà, esse sono in grado di catturare aspetti ricorrenti in condizioni di mercato normali, non di abbracciare anche situazioni eccezionali.
Durante le crisi finanziarie il rischio ritorna ad essere incertezza: cioè ritorna ad essere uno stato della natura che la matematica fatica a modellare e il rischio diventa endogeno (cioè si autogenera).

D2. Come funziona il meccanismo di auto alimentazione?

L’esempio più illuminante per spiegare questo meccanismo di autoalimentazione del rischio durante le crisi finanziarie è quello del Millennium Bridge . Il Millennium Bridge è un ponte pedonale sul Tamigi a Londra, ad una sola campata di 325 metri, sospeso senza supporti, progettato e testato per resistere a qualunque sollecitazione. Tuttavia, il giorno dell’inaugurazione, quando il pubblico fu ammesso per la prima volta ad attraversarlo a piedi, il ponte cominciò a vibrare violentemente. Così violentemente da fare perdere l’equilibrio ai passanti che lo stavano attraversando. Il ponte fu immediatamente chiuso e fu poi riaperto solo quando la causa della vibrazione fu finalmente compresa.

Si scoprì che la causa della vibrazione non erano nè difetti di costruzione, nè l’eccesso di peso, ma il modo di camminare del pubblico che stava attraversando il ponte.

Un debole vento aveva provocato infatti impercettibili vibrazioni del ponte. E, inconsapevolmente, il passo di tutti coloro che stavano sul ponte aveva assunto una cadenza compensativa di quella piccola vibrazione iniziale. Poichè tutti i passanti tendevano ad uniformare il loro passo e ad assumere lo stesso ritmo compensativo, la piccola vibrazione iniziale ne risultava amplificata. Via via, più la vibrazione si ampliava, più tutti i pedoni accentuavano il loro movimento compensativo ed il moto sincrono dei pedoni aumentava di intensità, come in un circolo vizioso.

Le crisi finanziarie sistemiche tendono a funzionare nello stesso modo perverso. Lo shock iniziale su un mercato (di per sè isolatamente misurabile e sopportabile) tende a propagarsi ad altri mercati perchè tutti hanno contemporaneamente le medesime reazioni.
Come le vibrazioni del Millennium Bridge, anche il rischio finanziario non è un’entità autonoma e invariante, ma dipende -giorno dopo giorno- dai comportamenti di tutti noi.

 

Le imprese italiane hanno bisogno di crescere

Qualche giorno fa Corriere.it  ha pubblicato un interessante editoriale di Roger Abravanel in cui sottolinea come le piccole imprese debbano essere spinte verso la crescita, anche attraverso una “selezione naturale”. Invece, in Italia si avrebbe un atteggiamento in cui “piccolo” viene sempre considerato buono e bello, mentre “grande” è sempre sinonimo di brutto e cattivo.

La nostra interpretazione del problema è un po’ diversa da quella proposta. E’ indubbiamente vero che il “nanismo” delle imprese italiane è un problema, perché limita le risorse disponibili, non solo in senso finanziario, ma anche in termini di competenze disponibili. Un esempio banale ma facilmente comprensibile: pensate ad un’impresa che debba interfacciarsi contemporaneamente con mercati quali Europa, USA, Cina, Brasile: in una piccola azienda spesso è la stessa persona ad occuparsene, ma sarebbe qualcosa che — per essere fatto veramente bene — richiede specializzazioni distinte, basti pensare alla necessità di conoscere le diverse lingue, le diverse legislazioni, le diverse culture.

L’“antidoto” tipicamente proposto è quello della rete, cioè della collaborazione tra varie imprese specializzate in ambiti specifici. Una soluzione che — se messa in pratica concretamente e non solo a parole — può essere estremamente efficace. Ma va anche detto che la sua forza, la flessibilità della struttura così creata, è potenzialmente un fattore critico. Infatti, la “flessibilità” si ha verso “l’alto”, ma anche verso “il basso”.

Non è assolutamente vero, come sembra intendere Abravanel in qualche passaggio, che “piccolo” è sinonimo di bassa qualità, o di incapacità di innovare. Anzi, sono spesso le piccole imprese che nascono sulla base di idee innovative, o che fanno prodotti di nicchia ad elevata qualità, valorizzando nicchie di mercato che per le grandi aziende sarebbero spesso completamente antieconomiche. Il problema, semmai, è l’incapacità di crescere delle piccole imprese: un problema dovuto a fattori culturali, ma anche “ambientali”, inteso sia come contesto legislativo, che come reperibilità di finanziamenti: in Italia è quasi impossibile avere un finanziamento “sull’idea”. Significativo, in questo senso, il caso segnalatoci da un lettore di un imprenditore veneto che si è visto rifiutare un finanziamento con la motivazione che era troppo giovane e che la sua impresa cresceva troppo in fretta.

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Come risparmiare sul conto corrente? Basta qualche piccola attenzione.

Quasi metà degli italiani spende per il conto corrente quasi il 50% in più di quello che potrebbe. Infatti, secondo i dati raccolti dalla Banca d’Italia, la spesa media annuale per i conti aperti prima del 2000 (che sono il 42% del totale dei conti correnti) è di 122,2 Euro, contro i 79,6 Euro dei conti aperti nel 2009. La motivazione della differenza di costo è semplice: nel corso degli anni, le banche hanno aumentato la competizione tra loro, con proposte commerciali sempre più economiche, e trasferendo almeno in parte ai clienti la maggiore efficienza consentita anche dall’uso delle nuove tecnologie. Sono così diminuiti i costi per i prelievi bancomat, per i bonifici, per disporre di una carta di credito.

Ma chiaramente, si tratta di proposte che si applicano a chi apre un nuovo conto corrente, e non a chi un conto corrente lo ha già aperto, e quindi “si tiene” le condizioni del momento dell’apertura. Facile dare la colpa alle banche, ma è impossibile negare che i correntisti debbano fare autocritica per la pigrizia che li porta a spendere di più. Non stiamo parlando infatti di cambiamenti che avvengono da un giorno all’altro, ma del fatto che per anni e anni non ci si è più preoccupati di valutare se vi fossero soluzioni più vantaggiose, ed eventualmente cambiato il tipo di conto, o al limite cambiato banca. La “pigrizia” dei consumatori è un problema che sottolineiamo da molto tempo, me devono essere gli stessi consumatori a fare un salto di qualità nel loro atteggiamento, trasformandosi da consumatori passivi, a consumatori attivi.

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Cala la fiducia degli Italiani nel mercato immobiliare: i prezzi delle case sono destinati a scendere?

La fiducia degli italiani verso il mercato immobiliare è tornata a calare negli ultimi mesi: secondo l’indice di fiducia dei consumatori elaborato  da immobiliare.it, a ottobre 2011 solo il 45,3% degli italiani considera quello attuale come un buon momento per comprare casa, in netto calo rispetto al 54,0% di giugno. Secondo la rilevazione, che ha coinvolto un campione di circa 5.000 soggetti, ad influire non solo il contesto economico nel suo complesso, ma anche la politica di tagli che ha caratterizzato la manovra finanziaria.

È pero interessante notare che a fronte di una minor voglia di comprare, si ha una minor voglia di vendere (il 66% del campione ritiene che quello attuale non sia un buon momento per vendere), perché i venditori vogliono evitare il più possibile di “svalutare” gli immobili, e sono disposti per questo ad accettare tempi di vendita più lunghi o a rimandare la vendita a un momento più favorevole. Questo atteggiamento ha un effetto importante sul mercato immobiliare, perché fa sì che i prezzi tendano a non scendere: infatti, in un contesto (come quello attuale) in cui i prezzi tenderebbero a scendere, di fatto diminuisce l’offerta, creando così una spinta verso l’alto per i prezzi.

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