Tensione politica sulla nomina del nuovo Governatore di Bankitalia. Ma non era una S.p.A.?

In questi giorni vi sono molte tensioni nella maggioranza di governo sulla nomina del nuovo Governatore della Banca d’Italia. Come ben saprete, Berlusconi e il PDL vorrebbero, come successore di Draghi, l’attuale direttore generale della Banca, Fabrizio Saccomanni, mentre Tremonti vorrebbe del direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli.

C’è però un risvolto positivo di questo dibattito, dato che ci sembra chiarisca una volta per tutte un noto equivoco sulla natura della Banca d’Italia. Infatti periodicamente salta fuori qualcuno che, dimenticandosi di andare a vedere lo statuto di Bankitalia, che specifica che la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, sostiene che la Banca d’Italia sia una Società per Azioni controllata dalle banche che ne deciderebbero anche il Governatore. In realtà, come abbiamo già chiarito in passato, è ver0 che le banche partecipano con i loro fondi al capitale della Banca d’Italia, ma il dibattito attuale dovrebbe chiarire che non si tratta certo di una Società per Azioni in senso privatistico.

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Rallentano i prezzi delle merci Italiane

Banca Monte dei Paschi di Siena ha reso noti i dati relativi all’Indice Sintetico Borse Merci (ISB), elaborato dalla sua Area Pianificazione Strategica, Research & Investor Relations. I prezzi mostrano un netto calo, in media del 2,0%. Ad arretrare maggiormente è il settore tessile (ISB Tessile -3,3%), ma anche quello alimentare (ISB Agricoltura -2,5%). Si tratta di valori che, se da un lato indicano che non dovremmo avere a breve un’accelerazione dell’inflazione, destano qualche preoccupazione perché potrebbero confermare un rallentamento dell’economia Italiana.

A livello mondiale, si fanno notare le forti flessioni dei metalli industriali rispetto al mese precedente: Piombo (-19%), Rame (-16,3%), Nickel (-11,6%) e Alluminio (-5,6%). Flessioni che sono certamente collegate al rallentamento a livello globale dell’economia, ma probabilmente anche a bolle speculative che si erano create su queste commodity.

 

L’andamento delle Borse Merci di Firenze, Prato, Biella e Padova segnala, nell’ultimo mese, una contrazione media del 2,0% dei prezzi delle materie prime. All’interno del paniere preso in considerazione queste le principali evidenze:

Agricoltura – Quotazioni prevalentemente in ribasso per il mercato cerealicolo, fatta eccezione per il frumento duro, il cui prezzo medio a partire dal mese di maggio ha mostrato un trend costantemente crescente fino a raggiungere nel settembre 2011 il livello di 270 €/ton. (+28,3% da fine dicembre 2010). Nel settore oleario listini sostanzialmente invariati sul mese precedente, mentre da fine 2010 si notano dinamiche divergenti: da una parte si assiste ad un apprezzabile calo (-7,8%) per l’olio di tipo extra vergine I.G.P. Toscano, causa la consistente concorrenza sia dai paesi mediterranei extra-Ue, sia dell’olio spagnolo; dall’altra all’aumento delle quotazioni dell’olio extra-vergine produzione Puglia e quello produzione Sicilia, che salgono rispettivamente del 10,6% e del 7,4%.
Quanto alle olive, a distanza ormai di un solo mese dall’avvio della campagna olearia, c’è preoccupazione sui volumi di raccolta; il caldo ha influito, infatti, sullo sviluppo colturale, determinando alcune situazioni di stress, più evidenti, per il momento, al Centro – Nord. Il fattore meteo ha condizionato anche la campagna vinicola: nel report pubblicato dalla Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) sull’annata agraria 2011 in Toscana è stata stimata una contrazione media sulla raccolta delle uve del 10%.  

Allevamento – Quotazioni stabili delle carni bovine rispetto ad agosto; di contro l’incremento della domanda, non sempre evasa integralmente, ha favorito il balzo in avanti dei prezzi dei polli (+2,2% mese/mese). La debolezza dell’offerta influisce sulle quotazioni dei suini che salgono sulla Borsa merci di Firenze del +4,3% mese/mese.

Tessile – Segnali positivi dal settore tessile italiano: nel mese di luglio si segnala una crescita del fatturato del 7,7% e degli ordinativi del 2,2% rispetto all’anno precedente. La Borsa Merci di Prato, a luglio/agosto, mostra trend in discesa per viscosa e cotone (-17,5% e -3,9% rispetto a giugno).

Combustibili – I dati di settembre della Borsa merci di Firenze mostrano andamenti sostanzialmente stabili rispetto al mese di agosto. Da segnalare il trend degli ultimi nove mesi della benzina, che è rincarata del 10,6%, complice anche l’incremento dell’accisa (a 0,613 €/lt da 0,564 €/lt del 30 Dicembre 2010).
Nel mese di settembre, infine, risulta in calo sia l’indice del clima di fiducia del settore manifatturiero, che scende a 94,5 da 98,6 del mese di agosto, sia l’indice del clima di fiducia dei consumatori, a 98,5 da 100,3 di agosto.

Sul mercato borsistico gli ETF sulle Commodity sovraperformano l’indice FtseMib, perdendo da inizio anno in media il 9,1% rispetto al -26,6% della Borsa di Milano.

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Ripudio del debito: è ipotizzabile?

Nelle discussioni sul problema del debito pubblico, non manca anche chi suggerisce di “ripudiare il debito”, sostenendo che “non siamo stati noi a crearlo”, e che l’Islanda lo avrebbe già fatto.

Va però subito precisato che l’Islanda non ha per nulla ripudiato il debito pubblico, ma (tramite un noto, ma evidentemente incompreso, referendum popolare) ha deciso di non attivare un costoso piano di copertura dei debiti fatti dalle banche islandesi. Dovrebbe essere evidente che parliamo di qualcosa di sostanzialmente diverso.

Anche il “non siamo stati noi” in realtà è ben poco sostenibile, dato che il debito pubblico è stato accumulato da decenni di cattive gestioni dei governi italiani: il Governo è eletto dal popolo, e gli impegni che i Governi si prendono, se li prende la popolazione. Piuttosto, avrebbe più senso tentare di chiedere un risarcimento danni a chi ha governato male, se si pensa che il cattivo governo è stato “colposo” o ancora peggio “doloso” — ma realisticamente è molto poco probabile ottenere un risarcimento di questo tipo.

Ma a prescindere dalle considerazioni sulla “legittimità”, ipotizziamo che il debito venga ripudiato. La prima conseguenza sarebbe verosimilmente che nessuno presterebbe mai più soldi allo stato italiano –nessuno acquisterebbe più titoli di stato italiani — dato che gli investitori rimarrebbero certamente scottati dalla perdita. Un danno certo non da poco, ma si può certamente obiettare che se il bilancio dello Stato fosse in attivo anziché in deficit (per quanto sia una situazione che raramente si è finora verificata) potrebbe teoricamente neppure servire prendere a prestito.

Veniamo però ad una domanda che però molti dimenticano di farsi: chi è che detiene i titoli di stato italiani, cioè che è creditore dello Stato? In gran parte, il debito pubblico italiano è detenuto da banche italiane e da investitori/risparmiatori italiani. Quindi “ripudiare il debito” vuol dire andare a danneggiare i risparmi di molti risparmiatori italiani, non necessariamente con grandi patrimoni (rispetto a fondi o obbligazioni, i titoli di stato sono maggiormente utilizzati anche da chi ha risparmi relativamente piccoli). Non solo, i bilanci delle banche sarebbero colpiti molto pesantemente da un ipotetico azzeramento del valore dei titoli di stato da loro detenuti: per evitare il collasso del sistema finanziario, lo Stato dovrebbe inevitabilmente intervenire per risanare i bilanci delle banche: anziché avere il costo del debito pubblico, avremmo il costo del “salvataggio” delle banche, che non sarebbe un grande affare.

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PCT Arancio: ING Direct entra nel mercato dei Pronti Contro Termine

ING Direct ha lanciato in questi giorni un nuovo prodotto: PCT Arancio, un investimento “Pronti Contro Termine” sottoscrivibile da tutti i clienti di Conto Arancio.

I PCT sono uno strumento di investimento a breve termine che molti risparmiatori trovano molto attraente per via del rendimento maggiore rispetto a soluzioni di investimento considerate comparabili, come i depositi vincolati (che però, non va dimenticato, sono strumenti di natura diversa), per quanto i PCT con la nuova agevolazione perderanno la tassazione “agevolata” rispetto ai conti di deposito (12,5% contro il 27%, aliquote che passeranno entrambe al 20%).

I PCT Arancio avranno rendimenti variabili in base alla scadenza:

  • 2,00% netto per i PCT a 3 mesi
  • 2,50% netto per i PCT a 6 mesi
  • 2,50% netto per i PCT a 9 mesi
Va sottolineato che stiamo parlando di rendimenti netti, e quindi non bisogna fare l’errore di confrontare il valore con alternative che invece pubblicizzano il lordo (il 2,00% netto equivale ad un lordo del 2,73%, tassato al 27%, ed un 2,50% netto equivale ad un 3,42% lordo tassato al 27%). Inoltre, ING Direct si impegna ad offrire i rendimenti netti promessi, e quindi si farà carico di  rialzi della tassazione.

PCT Arancio prevede però importi minimi di sottoscrizione differenziati in base al fatto che l’investitore sia cliente di Conto Corrente Arancio o meno: infatti, per i Clienti che possiedono sia Conto Arancio che Conto Corrente Arancio l’importo minimo è di 1.000 euro, che sale però a 25.000 per chi invece è esclusivamente cliente di Conto Arancio.  A carico del cliente rimane l’imposta di bollo da 1,81 euro.

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I conti deposito: rifugio contro la crisi

Gli ultimi mesi hanno messo a dura prova i risparmiatori e gli investitori, che non hanno avuto pace nella ricerca di un investimento “sicuro”. Anche l’oro, bene rifugio per eccellenza, non se la passa bene, dato che è arrivata quella pesante correzione che più di qualcuno si attendeva. Senza contare che l’incertezza dello scenario economico spinge ad accorciare l’orizzonte temporale, con la necessità di molti di mantenere una liquidità elevata. E così, i risparmiatori sembrano “fuggire” dalla gran parte delle forme di risparmio: anche i titoli di stato sono per molti meno “attraenti” dato il gran baccano circa la solidità dei conti pubblici di molti paesi europei.

E così sorprende fino ad un certo punto che in questi ultimi mesi siano stati i conti deposito ad affermarsi come bene rifugio. Rendimenti certi e sicurezza (i conti di deposito sono protetti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) sono gli elementi principali che attraggono i risparmiatori. Cui si aggiunge la possibilità di gestire in modo flessibile l’orizzonte temporale dell’investimento: più o meno tutti i conti di deposito propongono oggi un “pacchetto” composto da un conto “a vista”, e conti vincolati che offrono rendimenti crescenti all’allungarsi della scadenza del vincolo. Un altro punto di forza che molti investitori sottolineano è che non presentano “barriere all’ingresso” significative, né dal punto di vista culturale (non serve una conoscenza approfondita della finanza), né da quello finanziario (possono essere investite anche somme molto modeste).

Le banche chiaramente non stanno a guardare, con un mercato che va continuamente ampliandosi: dal famosissimo Conto Arancio, che ha di fatto introdotto in Italia nel 2001 i conti di deposito online, al nuovissimo Conto Deposito YouBanking, lanciato da Banco Popolare nel luglio di quest’anno. Una competizione crescente di cui i risparmiatori possono beneficiare, a patto però di prestare un’adeguata attenzione per orientarsi tra le diverse proposte e le diverse promozioni, e non ultimo a guardare anche “oltre” offerte e  promozioni per capire bene quali siano le condizioni offerte “a regime”.

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Gli ETF sono la nuova pietra filosofale?

Armando Carcaterra di Anima SGR parla di “finanza innovativa”, ed in particolare modo di “nuovi” ETF e dei dipartimenti “Delta One”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=QfiqOgBnSmw[/youtube]

D1. Fino a che punto si può spingere la finanza innovativa?

Per rispondere posso citare alcuni casi limite. Mentre il mondo è tenuto da mesi con il fiato sospeso dalla crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, uno sconosciuto trader, Kweko Adoboli, ha causato, la settimana scorsa alla sua banca – la svizzera UBS – la perdita colossale di 2 miliardi di dollari con operazioni di finanza innovativa estreme e spericolate. Non è la prima volta che accade. Nel 1995 un altro trader, Nick Leeson, aveva portato al fallimento la più antica e titolata banca d’investimento britannica, la Barings Bank, causando perdite per 1,4 miliardi di dollari. Nel 2008 il trader francese Jèrome Kerviel ha provocato a Societè Generale, perdite nell’ordine di quasi 7 miliardi di dollari!

In tutti questi casi, dietro alle perdite c’erano anche comportamenti scorretti ma, questi episodi eclatanti attribuibili a singoli trader, getta una luce inquietante su una parte molto ampia della cosiddetta “finanza innovativa”. Kweko Adoboli e Jèrome Kerviel lavoravano entrambi nel dipartimento Delta One.

D2. Che cos’è il Delta One?

Suona come un “corpo speciale” e, per certi versi lo è. Nelle banche di investimento, il Delta One è un dipartimento che estrae profitti per la banca attraverso “arbitraggi” e l’applicazione di algoritmi e tecniche molto sofisticate, che – come la famosa formula della Coca Cola – ogni singola banca considera proprietarie e quindi oggetto di segreto industriale. Al di là di chi ci lavora, che cosa esattamente facciano i dipartimenti Delta One, non lo sa nessuno di preciso. Il problema è che queste tecniche sofisticate e “segrete” vengono usate per generare anche prodotti strutturati che vengono distribuiti ai risparmiatori. La maggior parte di tali prodotti prendono anche la forma, ormai molto diffusa, di ETF (Exchange Traded Funds).

In origine gli ETF erano una categoria di fondi comuni che aveva la caratteristica di replicare esattamente un indice di mercato e di poter essere acquistati o venduti in borsa come un qualsiasi titolo azionario.

D3. Cosa c’entrano i dipartimenti Delta One delle banche di investimento con i fondi ETF?

L’attività di negoziazione in titoli comporta rilevanti costi di transazione: per realizzare le necessarie movimentazioni di portafoglio (che sono di norma molto numerose) e, nel contempo, ridurre al minimo i costi, i gestori di ETF tendono a utilizzare sempre di più strumenti derivati (meno costosi e più flessibili della normale compravendita di titoli sul mercato). Nel tempo sono quindi nate nuove generazioni di ETF, in cui la replica dell’indice di riferimento è affidata esclusivamente a derivati, soprattutto swaps.

Gli swaps sono semplici contratti che prevedono uno scambio tra due parti. Attraverso questi swaps gli ETF trasferiscono alla banca di investimento la propria liquidità da investire e, in cambio, la banca di investimento si impegna a pagare periodicamente all’ETF esattamente la performance dell’indice ad esso collegato. L’ETF può, così, garantire ai propri sottoscrittori la performance dell’indice, anche senza dover investire direttamente nei titoli dell’indice.
Nel gergo della finanza, il termine “Delta” indica la variazione della performance del derivato rispetto a quella dell’attività sottostante (l’asset a cui il derivato si riferisce). Delta One vuole dire quindi che la performance del derivato replica esattamente (one-to-one, 1 a 1) quella del sottostante.

La peculiarità dei dipartimenti Delta One è quella di replicare la performance di qualsiasi asset, dal petrolio all’oro, senza però investire un dollaro né in petrolio né in oro. Il risparmiatore che investe in un ETF basato sull’oro, ad esempio, sa di “comprare” la performance dell’oro ma, inconsapevolmente, ne “compra” anche le ignote tossicità ed i rischi segreti.
I dipartimenti Delta One sono quindi moderni alchimisti. Mentre i loro predecessori medioevali non hanno mai trovato la “pietra filosofale”, che avrebbe consentito di trasformare metalli vili in oro e di regalare immortalità al suo scopritore, i 2 miliardi di dollari perduti da UBS ed i 7 “bruciati” da Societé Generale ci dicono che neppure gli alchimisti del Delta One l’hanno ancora trovata.

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Nuova applicazione iPhone e iPad per Veneto Banca

L’interesse delle banche italiane per le soluzioni di “mobile banking” è sempre crescente: non certo un caso, dato che il canale degli smartphone e dei “tablet” è in continua crescita e questi dispositivi rappresentano una fetta sempre più importante del traffico internet, anche in Italia (paese peraltro storicamente molto “appassionato” di telefonia cellulare). Non sorprende che molte banche quindi cerchino di proporre applicazioni innovative che permettano di usufruire dei servizi bancari tramite dispositivi mobili, magari unendo qualche servizio innovativo.

In questi giorni è la volta di Veneto Banca di lanciare la nuova applicazione per Iphone e IpadVeneto Banca Group” disponibile gratuitamente su Itunes Store.

L’applicazione porta alcune interessanti particolarità rispetto al panorama attuale. Infatti l’applicazione vuole essere uno strumento per trovare informazioni su investimenti, prestiti e decisioni di risparmio, e si propone in questo modo non solo destinata ai soli correntisti di Veneto Banca, ma a tutti i risparmiatori.

Tra le varie funzioni offerte, particolarmente interessante è il “Check-Up Rata Sostenibile(disponibile solo sulla versione iPad), che  permette di calcolare la propria rata sostenibile in base alle proprie entrate/ uscite mensili e alle altre eventuali rate che già si sta sostenendo. Si tratta di un tipo di funzione che noi riteniamo molto importante, ed abbiamo spesso ripetuto che proprio questo dovrebbe essere uno dei primi servizi che offrire la banca (prima calcolare qual è la rata massima sostenibile, non semplicemente valutare se la rata , per aiutare i risparmiatori in un corretto approccio al credito (cosa che per molti versi finora è mancata), per prevenire il rischio che i clienti finiscano con il trovarsi in difficoltà per essere ricorsi in modo errato ai prestiti.

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I possibili sviluppi della crisi finanziaria greca

Vi segnaliamo un grafico dalla BBC, che analizza i possibili sviluppi della crisi economica greca, sulla base di come la Grecia porterà avanti le misure di austerità e di cosa deciderà la “Troika”. L’aspetto interessante è la questione del moral hazard che si creerebbe con il salvataggio della Grecia. La preoccupazione, neppure tanto tra le righe, è che un eventuale salvataggio della Grecia potrebbe portare ad un comportamento “poco attento” da parte soprattutto dell’Italia, che sarebbe poco incentivata ad attuare misure di risanamento economico, con i rischi che ne conseguono.

grecia

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I soldi pubblici devono essere spesi poco, o spesi bene?

Il dibattito sulle auto blu del comune di Milano è interessante perché dimostra ancora una volta come i problemi in Italia vengano affrontati in modo completamente distorto. In sintesi, per chi non conoscesse l’oggetto del contendere, il fatto che le “auto blu” sarebbero usate ‘troppo’, mille ore in soli tre mesi.

La questione è che il numero di ore di impiego di un’auto blu è sostanzialmente irrilevante: molto più rilevante è se quell’auto sia utilizzata per ‘qualcosa che serve’ o no. Sarebbe, a nostro parere, ora di smetterla di andare in cerca di parametri irrilevanti, o di fare considerazioni ‘a pioggia’, per fare considerazioni che entrino nel merito. Ecco, in Italia, come si dice spesso, manca la meritocrazia, ma nel senso che non si entra quasi mai nel merito delle questioni. Mille ore sono tante o poche? Dipende cosa è stato fatto in quelle mille ore.

Il problema chiaramente non riguarda solamente il dibattito sulle auto blu, ma su come vengono affrontati in generale i problemi in Italia, specialmente riguardo la spesa pubblica. I soldi pubblici dovrebbero essere prima di tutto spesi bene. E poi devono essere spesi ‘il giusto’, nel senso che se da un lato è ovvio che gli sprechi vanno tagliati, è controproducente tagliare gli investimenti o comunque le ‘spese’ che hanno un ritorno maggiore del loro costo.

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C’è default e default

Il tema del ‘default’ di alcuni stati europei è da tempo al centro dell’attenzione. Eppure, come abbiamo già sottolineato in passato, forse la preoccupazione è fin troppa. E il problema rischia seriamente di essere affrontato in modo sbagliato. Il default è presentato come una situazione “bianco o nero” — cioè o tutto bene o debiti che non vengono ripagati, con perdita totale per gli investitori — ma la situazione potrebbe essere descritta come una scala di grigi. Un default si concretizza di solito in una ristrutturazione del debito, che è una modifica alle condizioni originarie del prestito (cioè tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia). Questo può voler dire molte cose, nella pratica.Facciamo qualche esempio, “tradotto ” in termini semplici per capirci meglio.

  • ti dò tutto quello che ti devo, ma più tardi, e ti ci pago gli interessi per il tempo che trattengo il capitale
  • “ti dò tutto quello che ti devo ma più tardi, ma non ti dò nient’altro in più”
  • “ti dò tutto il capitale che mi hai prestato, ma ti dò solo una parte degli interessi che erano previsti”
  • “non ti dò tutto il capitale che mi hai prestato, ma te lo restituisco in parte, ad esempio, 80€ per ogni 100€ che mi hai prestato”
  • “non ti dò indietro niente”

È intuitivo che sono scenari estremamente diversi tra loro nelle conseguenze che comportano. Un default potrebbe non essere neppure un’opzione così dolorosa, nel migliore dei casi.

Dicevamo che il problema viene affrontato in modo sbagliato: la questione infatti è che si è cercato di intervenire esclusivamente in un ottica di breve termine, cercando di evitare un default nell’immediato. Nel caso dell’Italia questo è particolarmente evidente. Così come è evidente che è un’ottica che i mercati non sembrano avere apprezzato molto, dato che lo spread con i titoli tedeschi continua ad aumentare, come del resto è ovvio: se guardiamo ad un orizzonte di 10, 15 o 30 anni (che sono scadenze dei BTP) l’Italia rischia grosso perché non è attrezzata per crescere.

Ecco qui l’errore: il problema non doveva essere posto come “evitiamo il default e poi preoccupiamoci della crescita” ma piuttosto “lavoriamo per la crescita, e cerchiamo di evitare di dover ristrutturare il debito”. Altrimenti il default rischia di essere solo rimandato, e i mercati se ne rendono conto. È la differenza prestare dei soldi a qualcuno che vive alla giornata, che il debito di domani riesce in qualche modo a ripagarlo, e prestare dei soldi a qualcuno che magari i soldi, questa volta,  anziché domani li restituisce dopodomani, ma ha un’attività solida che in futuro gli farà sicuramente portare dei soldi a casa.

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Il sistema informatico di trading è affidabile?

Alcuni commentatori segnalano un potenziale problema  di affidabilità dei sistemi di trading di Wall Street. Il problema sollevato può apparire una pura sottigliezza: il 15 settembre scorso, alle 12:48:54.600, sono state eseguite delle transazioni sui titoli di Yahoo! a valori che “non esistevano fino a 190 millisecondi dopo”.

Come detto, una sottigliezza, ma fino ad un certo punto, perché metterebbe in dubbio l’affidabilità del sistema di marcatura temporale impiegato, sistema su cui fanno affidamento molti meccanismi (e regolamenti) del trading — senza contare la questione del “trading automatico”, dato che 190 millisecondi per un computer sono un tempo percettibile. Se la marcatura temporale delle operazioni non è corretta, il rischio è che alcuni tipi di operatori siano svantaggiati (o avvantaggiati) rispetto ad altri, cosa che (oltre ad essere poco etica) inficia il funzionamento ottimale del mercato.

A questo si aggiunge che errori nella marcatura temporale sarebbero stati individuati in diversi episodi passati di “flash crash”, cioè di situazioni in cui le quotazioni crollano improvvisamente (spesso per lo scattare di meccanismi automatici di “stop-loss”), l’ultima volta il 6 maggio 2010.

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Le banche tedesche hanno bisogno di 127 miliardi di euro per ri-capitalizzarsi

Mentre l’attenzione è centrata sulle banche italiane, è passata relativamente sotto silenzio la notizia di un’analisi dell’istituto tedesco di ricerca economica (Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung), che stima che il sistema bancario tedesco è sottocapitalizzato per circa 127 miliardi di euro.

Se il dato fosse confermato, c’è da un lato il rischio che si generi un’ulteriore ondata di panico sui mercati, dall’altro (e forse più preoccupante) c’è il rischio che si verifichi una sorta di “crisi di liquidità”, dato che potrebbe verificarsi che le banche abbiano maggiori difficoltà a raccogliere risorse (in quanto percepite come “meno solide”) e di conseguenza a prestare capitali. Non solo a famiglie ed imprese, ma anche ad altri soggetti finanziari.

In altre parole, sembra abbastanza rischioso sperare che le banche tedesche possano permettersi di esporsi troppo per “salvare” il sistema bancario europeo, o anche impedire il default della Grecia, che in quest’ottica appare sempre più probabile. E forse neppure sarebbe un male enorme, dato che abbiamo l’impressione che la paura del default e lo sforzo per impedirlo abbia fatto più danni dello stesso eventuale default.

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Il “volo senza pilota” che spaventa le borse

Quello che caratterizza l’andamento dei mercati in questi ultimi mesi non è soltanto la tendenza negativa, ma anche la volatilità. Armando Carcaterra, direttore generale di Anima, approfondisce questi due concetti, raccontandoci che cos’è la volatilità e come si misura, e quali sono le cause della preoccupazione dei mercati.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=UY3EwiRImbY[/youtube]

D1. Che cos’è la volatilità e come si misura?

La volatilità misura il grado di variabilità dei prezzi dei titoli azionari. Il Vix, indice della volatilità dei titoli della borsa americana in particolare, è considerato un vero e proprio termometro dell’ansia degli investitori o, come si usa dire in gergo, della loro avversione al rischio.

Nel corso dell’estate, l’indice Vix, è balzato oltre il 40%, livello caratteristico di tutte le crisi più acute degli ultimi decenni. Se ne deve dedurre che lo stato di preoccupazione degli investitori è oggi pericolosamente alto, nonostante le previsioni sugli utili delle imprese quotate siano ancora in larga misura favorevoli e indicatori di valore, come il rapporto prezzo/utili, si collocano secondo molte stime su livelli che -in condizioni normali- incoraggerebbero l’acquisto, non la vendita.

 

D2. Cosa preoccupa i mercati oggi?

Due elementi hanno dominato lo scenario degli ultimi mesi:

  1. la fragilità finanziaria di tutte le economie occidentali, appesantite dai debiti e indebolite dai postumi della recessione 2008-2009
  2. la caduta verticale di fiducia nella capacità dei governi di affrontare la situazione. Ed è proprio questa la vera novità!

A luglio, ad esempio, i mercati sono stati con il fiato sospeso per il rischio di “default” tecnico del debito USA. Nel caso americano non dipendeva dall’insostenibilità delle finanze pubbliche, ma dal conflitto politico che ha paralizzato il Congresso sull’approvazione del “tetto” all’emissione di nuovi titoli federali. Senza l’accordo il Governo avrebbe dovuto sospendere i propri pagamenti, non per l’incapacità di farlo, ma per la mancata approvazione di una legge. I mercati guardano ai governi come il luogo in cui nascono le soluzioni, non in cui si generano i problemi.

Nello stesso tempo la crisi del debito europea – che per un anno e mezzo era rimasta confinata a paesi minori (come Grecia, Irlanda e Portogallo) – ha contagiato anche l’Italia rendendo, per la prima volta, palpabile il rischio di implosione dell’Unione Monetaria. Le indecisioni del governo italiano hanno certamente aggravato la situazione, ma l’epicentro della crisi è stata l’assenza di un credibile quadro di riferimento politico-istituzionale a livello europeo.

L’ampliamento dei poteri della nuova agenzia c.d. “salva-stati” (cioè l’EFSF, European Financial Stability Facility), lo strumento nato per risolvere la crisi di debito dei paesi europei, è arrivato tardi e le risorse stanziate sono apparse fin da subito insufficienti.

È a questi errori di valutazione che va ricondotta la fibrillazione dei mercati: la sensazione generata da un volo senza pilota non è l’ebbrezza, ma il panico.

 

D3. Qual è la soluzione per uscire da questa situazione?

La soluzione auspicata dovrebbe essere una svolta decisa che porti alla sostituzione dei singoli debiti nazionali con un unico debito europeo, i c.d. Eurobonds. L’emissione di Eurobonds presuppone però il coordinamento delle politiche fiscali: se i Paesi in deficit (come Grecia ed Italia) devono “stringere la cinghia”, quelli in surplus (come la Germania) dovrebbero allargarla di altrettanto, per limitare le ricadute recessive dei risanamenti fiscali. In un’unione monetaria, coordinamento fiscale e trasferimenti di risorse tra Paesi sono infatti inevitabili. Se non si va in quella direzione, l’alternativa secca è quella di rinunciare all’Unione monetaria.

Quello che continua ad allarmare i mercati è proprio la resistenza della Germania a questa evidenza.

Con il coinvolgimento dell’Italia nella crisi del debito europeo, si è materializzato lo spettro di una generalizzata implosione dell’euro. Le dimensioni dell’Italia in Europa (in termini di Pil e di debito) sono infatti troppo grandi per poter essere isolate dal resto dell’Unione.

Il quadro è in straordinario movimento. Il messaggio dei mercati risuona oggi molto forte: se i governi lo ascolteranno, la paura potrebbe lasciare posto ad un grande sollievo

 

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Webank lancia la promozione “Webank mi piace”

Webank lancia una nuova promozione che vuole aumentare l'”interazione sociale” con i clienti. Infatti, la promozione è centrata sulla pagina facebook di Webank, attraverso la quale è possibile — per chi è già cliente della banca — ottenere  il “codice convenzione” della presentazione ed il “codice presentatore”, da condividere via Facebook o da inviare direttamente ai propri amici.

Ogni amico che richiederà l’apertura del conto entro il 30 di settembre (versando almeno 500 euro entro il 30 ottobre) riceverà un buono da 100€ da spendere presso MediaWorld, così come il ‘presentatore’, che riceverà un buono per ogni amico che ha aperto il conto.

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