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Ieri il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è intervenuto di fronte alle Commissioni riunite di Camera e Senato per commentare la manovra finanziaria. Ci sembra interessante riproporre alcuni dei passaggi più interessanti, che esprimono alcuni dubbi della Banca d’Italia sull’efficacia della manovra. I dubbi sono di due ordini: il primo, riguarda il fatto che la manovra fa poco per la crescita, che invece è il problema di fondo dell’economia italiana, ma anzi rischia di rallentarla ulteriormente. Il secondo riguarda il fatto che alcune misure sono definite di “attuazione incerta”, con il rischio che i ricavi ipotizzati non siano raggiunti.

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Eventuali cambiamenti nella struttura della manovra dovrebbero andare nella direzione di ridurre il  peso degli aumenti delle entrate, accrescere il ruolo delle misure strutturali, minimizzare gli effetti negativi  sul prodotto, contenere l’incertezza circa l’attuazione di alcune misure (quali la delega fiscale e  assistenziale e le modalità con cui verrà esercitata la relativa clausola di salvaguardia).

Da molti anni la crescita economica è in Italia inferiore a quella degli altri paesi dell’Unione europea. L’aggiustamento dei conti, necessario per evitare uno scenario ben più grave, avrà inevitabilmente effetti restrittivi sull’economia. La crescita del commercio mondiale difficilmente tornerà nei prossimi anni sugli elevati livelli precedenti la crisi. Rischiamo quindi  una fase di stagnazione, che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito sul PIL.

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A due anni dall’avvio della ripresa, il PIL in Italia resta di quasi 5 punti percentuali inferiore ai livelli precedenti la crisi. L’accumulazione di capitale, che assieme alle esportazioni aveva inizialmente sostenuto l’accelerazione dell’attività produttiva, si è praticamente interrotta alla fine dello scorso anno; la spesa delle famiglie continua a essere frenata dalla perdurante debolezza del mercato del lavoro. Le  prospettive di crescita dell’economia italiana restano in buona parte legate all’andamento della domanda estera.

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In considerazione di questi fattori, in un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto, potrebbe prefigurarsi una crescita del PIL inferiore al punto percentuale nell’anno in corso e ancora più debole nel 2012. Ciò si rifletterebbe inevitabilmente sui conti pubblici, rendendo più difficile il pareggio del bilancio e rallentando la flessione del peso del debito pubblico.

Nell’attuale contesto, in cui i costi di un eventuale scostamento rispetto agli obiettivi sono molto elevati, l’entità complessiva dell’aggiustamento dei conti programmato non può quindi essere ridotta. Nel prossimo biennio si dovrà attentamente monitorare  l’efficacia delle misure ai fini del conseguimento puntuale degli obiettivi indicati dal Governo.

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Un più deciso intervento sugli apparati istituzionali darebbe risparmi significativi nel medio termine, oltre a sottolineare l’urgenza del riequilibrio dei conti pubblici. La razionalizzazione dei diversi livelli di Governo dovrebbe mirare a semplificare i processi  decisionali e a evitare duplicazioni di funzioni e sovrapposizioni di competenze. Una parte delle funzioni delle Province potrebbe essere riallocata ai Comuni, che già hanno responsabilità in materia di istruzione, cultura e beni culturali e politiche sociali.

Funzioni riferibili ad ambiti territoriali più ampi (trasporti, gestione del territorio, tutela dell’ambiente, sviluppo economico) potrebbero invece passare alle Regioni. Ciò favorirebbe una razionalizzazione degli interventi in tali ambiti. Una sostanziale riduzione delle competenze delle Province consentirebbe un significativo snellimento dei relativi apparati burocratici e degli organi rappresentativi e non trascurabili risparmi. 

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Per ottimizzare l’allocazione delle risorse è necessario  rafforzare l’utilizzo degli indicatori di efficienza delle diverse strutture pubbliche (uffici, scuole,  ospedali, tribunali) e ampliare la diffusione dell’informazione circa la qualità  dei servizi. Altre valide indicazioni operative su possibili interventi sono state in passato offerte da esercizi parziali e non continuativi di revisione della spesa. Ad esempio, il rapporto della Commissione Tecnica per la Finanza pubblica del 2007 osservava, con riferimento alle attività del Ministero della Giustizia, che recuperi di efficienza possono derivare dalla riorganizzazione geografica degli uffici giudiziari  e dal riassetto dei tribunali minori.  Nel settore delle infrastrutture la Commissione individuava debolezze nei meccanismi di selezione degli  investimenti, nell’attività di programmazione e in quelle di monitoraggio e controllo dei lavori.

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Azioni di tipo macroeconomico possono sostenere  l’economia nel breve termine; azioni di tipo microeconomico devono creare condizioni più favorevoli all’attività di impresa e all’offerta di lavoro e ad accrescere la formazione di capitale umano e fisico. Se ben disegnati e ben comunicati, oltre che sospingere la crescita nel lungo periodo, questi interventi possono generare effetti immediati migliorando la fiducia e le aspettative sull’evoluzione dell’economia italiana, innalzando la propensione  a investire e riducendo gli spread sul nostro debito pubblico.

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La ripresa dell’economia richiede servizi pubblici migliori in tutti i comparti e in tutte le aree, una riduzione degli oneri che l’inefficienza degli apparati amministrativi e l’elevata evasione fiscale impongono al sistema produttivo. Misure ad ampio spettro, volte a riportare con decisione la nostra economia su un più elevato ed equilibrato sentiero  di crescita, sono essenziali anche se i loro effetti saranno graduali nel tempo. La loro definizione nell’ambito di un disegno organico, chiaro e credibile potrà generare miglioramenti nella fiducia sulle prospettive della nostra economia, con risultati positivi per gli investimenti e lo stesso onere del debito pubblico.

 

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