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Armando Carcaterra di Anima Sgr ci parla dell’irrazionalità dei mercati, che sicuramente sta dominando in questo frangente. La domanda che molti si fanno: siamo vicini al precipizio? Siamo già oltre?

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Come si può spiegare l’eccezionale irrazionalità che sembra caratterizzare i mercati finanziari?

Sembra che anche la politica si sia trasformata in un imponderabile fattore di rischio, come se non fossero bastate già la grande crisi finanziaria mondiale del 2007-08 e la successiva (e tuttora perdurante) crisi dei debiti sovrani europei. Anziché essere la soluzione, spesso in questi anni la politica in Europa e negli Stati Uniti è diventata parte del problema. In alcuni casi la causa.

Il problema è, però, che all’”irrazionalità” del mercato sembra che si sia sostituita l’“irragionevolezza” della politica.

La causa è la brinkmanship, un’espressione inglese prima sconosciuta ai più ed ora diventata quasi popolare. Letteralmente significa “spingersi fin sull’orlo del precipizio”. Alcuni governi o alcune forze politiche hanno l’attitudine a lasciare che i problemi esplodano o di spingere la situazione “fino all’estremo” per spostare, dalla propria parte, l’ago della bilancia.

 Possiamo dire che ci si è spinti spesso sull’orlo del precipizio nelle scelte politiche europee durante la crisi?

Assolutamente si! Il governo tedesco di Angela Merkel si è opposto sistematicamente, nell’ultimo anno e mezzo, a tutte le soluzioni di salvataggio che via via venivano proposte nel caso della Grecia, poi dell’Irlanda, poi del Portogallo, poi di nuovo della Grecia; salvo alla fine accettare le soluzioni (spesso le medesime avanzate fin dall’inizio), ma solo quando la circostanza appariva ormai deteriorata al punto da rischiare il disastro.

Molti sostengono che non si tratti affatto di cecità o incompetenza, ma di cinico calcolo politico. Il governo tedesco si confronta con un elettorato molto ostile all’idea di aiutare i paesi europei in difficoltà e con una Corte Costituzionale che minaccia di considerare illegittimo qualunque intervento che non sia rigorosamente contemplato dal Trattato di Maastricht. La tattica di Angela Merkel sarebbe stata quella di lasciare che la situazione si deteriorasse fino al punto in cui tutti i tedeschi (elettori e Conte Costituzionale) potessero chiaramente vedere il buio del baratro, ottenendo così il consenso e minimizzando il costo politico.

Nei giorni scorsi la Grecia – e con essa l’euro – sono stati salvati da un accordo in extremis dei governi europei. L’accordo è stato raggiunto solo quando il contagio della crisi aveva cominciato ad attaccare anche l’Italia, la terza più grande economia del continente.

 

Pare che anche gli Stati Uniti vogliano spingersi sull’orlo del precipizio…

In effetti gli Stati Uniti (il cuore dell’intera finanza mondiale) rischiano tra pochissimi giorni di dover dichiarare “default”, cioè di dover sospendere il rimborso dei propri titoli in scadenza o il pagamento di cedole, salari e pensioni. Il debito degli Stati Uniti non appare, però, affatto economicamente insostenibile: il rischio di “default” è causato esclusivamente dall’esasperata brinkmanship del partito Repubblicano.

Se gli Stati Uniti dovessero “dichiarare fallimento” il motivo sarebbe puramente politico. La legge americana impone infatti al Congresso di approvare non solo il budget federale, ma anche il tetto massimo di titoli che possono essere emessi dal Tesoro. Finora, rivedere il tetto del debito, è stata una “routine”. Questa volta, però, alla vigilia della campagna presidenziale, i Repubblicani voglio mettere il Presidente Obama “nell’angolo”.

Nessun può immaginare quali potrebbero essere gli impatti di un “default” americano sui mercati mondiali, ma tutti contano sul fatto che tale “fallimento” possa alla fine fermarsi “sull’orlo del precipizio”.

Nel gergo finanziario i rischi estremi – perdite enormi, ma probabilità molto bassa di realizzarsi – vengono denominati tail risks, cioè rischi che stanno nelle “code” delle distribuzioni “a campana” della probabilità.

Europa e Stati Uniti hanno introdotto sui mercati una nuova ed inquietante dimensione del tail risk: quella legata alla possibilità che – come per Willy il Coyote del famoso cartone animato – i giochi più pericolosi sfuggano al controllo di chi li attua.

 

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