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Luca Boffa di Anima Sgr ci offre un approfondimento su un tema di grande interesse: lo spostamento del baricentro economico dai cosiddetti “Paesi sviluppati” a quelli che erano considerati Paesi “emergenti”. Scriviamo “erano” perché Paesi come Cina, India e Brasile sono sempre più Paesi “emersi“. E l’elenco dei Paesi che potrebbero essere citati è sempre più lungo…

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Sembra che i Paesi sviluppati non saranno più i protagonisti del futuro…

È ormai un luogo comune che la crescita dei cosiddetti “paesi avanzati” sia destinata a rimanere anemica ancora per molto. In parte ciò è da attribuire alla recente crisi finanziaria e ai suoi eccessi. Una quota importante di reddito non viene come prima consumato, ma risparmiato e destinato a ripagare, un po’ per volta, i debiti accumulati negli anni. Per effetto di questo processo (detto di deleveraging), le famiglie consumano meno, le imprese investono meno, la pubblica amministrazione riduce le propria spesa e le banche riducono il credito.

Vi sono tuttavia anche fattori strutturali che si sovrappongono a questo rallentamento e che pesano negativamente sulla crescita: ad esempio il progressivo invecchiamento della popolazione e la diminuzione della produttività giocano nella direzione di schiacciare su livelli cronicamente bassi i tassi di espansione delle economie occidentali.

 

È dunque inevitabile che il baricentro della crescita economica si sposti progressivamente su Paesi demograficamente più dinamici ed economicamente meno maturi?

 Direi di si. Nell’arco del prossimo decennio i Paesi emergenti potrebbero rappresentare oltre il 50% della crescita economica mondiale e ulteriori 700 milioni di persone dovrebbero accedere a livelli di reddito e di consumo analoghi a quelli occidentali. Nel 2020, l’economia cinese è attesa superare in dimensione quella americana e la stessa economia cinese potrebbe essere superata nel 2050, a sua volta, da quella indiana.

È sbagliato però pensare che per i Paesi occidentali sia sufficiente “farsi portare” dall’onda: il successo sarà molto selettivo e dipenderà dall’effettiva capacità di ciascuno di essi di posizionarsi strategicamente nei mercati a più forte espansione. Tra pochi anni, non si potrà più parlare genericamente di “paesi emergenti”,  ma bisognerà imparare a capirne le differenze e ad apprezzarne le singole potenzialità.

Cina, Brasile e India sono oggi al centro delle cronache economiche. Ma è ragionevole pensare che anche questi paesi, nell’arco di uno o due decenni, soffriranno della legge dei “rendimenti decrescenti”. Mano a mano che un Paese si sviluppa e che la sua popolazione raggiunge livelli di reddito medio più elevati, cambiano anche gli stili di vita, si riduce la natalità e si riduce la propensione al sacrificio. Si amplia cioè il mercato dei prodotti voluttuari e di consumo, ma nel contempo si attenua anche il propellente della produttività.

In alcuni paesi, come Cina e Russia, le proiezioni demografiche sono ad esempio già oggi sfavorevoli. In Russia e in Brasile, il livello di investimenti (e quindi l’accumulazione di capitale produttivo) è stato finora insufficiente mentre in altri, come la Cina, eccessivo: se  in Russia e Brasile la crescita è influenzata dai prezzi delle materie prime e ne segue la volatilità, in Cina incombe invece lo spettro della sovraproduzione.

 

C’è qualcosa oltre i BRIC?

Al di là della moda dei BRIC, tuttavia, molti altri paesi si sono già segnalati per le loro enormi potenzialità ed altri possono essere grandi promesse per il futuro. In uno studio recente, Willelm Buiter e Ebrahim Rahari, di Citigroup, hanno proiettato le previsioni di crescita di oltre 55 paesi per i prossimi 40 anni e hanno stilato una lista di quelli a potenziale più elevato. I risultati sono sorprendenti: la maggior parte dei “nuovi Paesi emergenti” si trova nel continente finora più trascurato, l’Africa. Sud Africa, Egitto, Algeria, Botswana, Libia, Marocco e Tunisia vantano già oggi un reddito procapite medio analogo a quello dei BRIC. Emergono poi con prepotenza Paesi molto grandi e di antica tradizione come la Turchia, oppure paesi tuttora ad alto rischio, ma che sembrano avviati su un sentiero virtuoso, come il Rwanda (che la Banca Mondiale considera il paese del mondo che ha avviato le riforme più favorevoli alle imprese) o il Vietnam, la cui popolazione cresce di 1 milione di individui l’anno e che ha tassi di scolarità del 90%.

Nessuno di questi è un mercato facile. Sono mercati inesplorati, proprio per le loro ancora profonde arretratezze istituzionali, culturali e infrastrutturali. Ma questo – che ci piaccia o no – è il mondo che verrà.

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