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Il taglio del rating del debito portoghese, apportato da Moody’s qualche giorno fa, ha riportato alla ribalta il problema delle agenzie di rating. Infatti l’accusa che viene fatta è che la decisione di dare un rating “peggiore” va direttamente a penalizzare i titoli che vengono valutati, creando così grossi problemi a chi li emette, che nel migliore dei casi si trova a pagare interessi più alti, nel peggiore può non trovare acquirenti per il proprio debito, con il rischio concreto di finire in default.

La questione delle agenzie di rating, come abbiamo visto nel corso del tempo, è piuttosto complessa, e a nostro parere è necessario fare tre ordini di considerazioni diverse.

  1. La causa della febbre non è il termometro. Allo stesso modo, il problema dei conti pubblici di molti paesi è che non sono solidi, non che c’è qualcuno che dice che non sono solidi.
  2. Fatta questa premessa, il rating è un indicatore, e come tutti gli indicatori è una sintesi “incompleta” di quello che descrive, e va perciò tenuto in considerazione per quel che è. E’ condivisibile l’idea che il rating non debba essere l’unico criterio di valutazione di un qualsiasi titolo, e ancor di più se si pretende di usare il rating di un titolo di stato per valutare la solidità dei conti pubblici di un Paese. È certamente un indicatore, ma il “fenomeno” è molto più complesso, ed è fondamentale tenerlo sempre a mente. E questo chiaramente vale anche per i sistemi di rating alternativi che qualcuno sta iniziando a proporre.
  3. Rimane chiaramente aperto il tema dell’affidabilità delle agenzie di rating e dei loro conflitti di interesse: non a caso scrivevamo ormai più di un anno fa che sarebbe opportuno un sistema di rating per le agenzie di rating. Vale però la pena di citare il fatto che nella grandissima maggioranza dei casi i comportamenti poco chiari delle agenzie di rating hanno portato a sopravvalutazione dell’affidabilità di un titolo, più che alla sua sottovalutazione.

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