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La SIAE, in risposta alle critiche sulla delibera dell’AGCOM ha lanciato una campagna con “10 domande” che vorrebbero spiegare perché l’AGCOM (e la SIAE, ovviamente) avrebbero ragione. In realtà queste domande sono poste in modo tendenzioso, come ha sottolineato Wikimedia Italia con le sue 10 contro-domande, e anche noi ci sentiamo in dovere di rispondere alle “10 domande” della SIAE, dato che avevamo già scritto in passato della necessità per gli editori a rivedere i propri modelli di business.

La questione infatti è di centrale importanza, dato che come giustamente sottolinea la SIAE, la produzione di beni immateriali costituisce un elemento fondamentale per l’economia, e che quindi deve essere sostenuto, promosso ed incentivato. Ma “sostenere, promuovere ed incentivare” non vuol dire tutelare posizioni di rendita che si sono create su logiche che potevano essere valide molte decine di anni fa.

 

1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

“Diritto d’autore” e “remunerazione” sono due concetti totalmente diversi, che vengono spesso volontariamente confusi: non a caso, il fatto che vengano usati come sinonimi viene giudicato da qualcuno come sintomo di malafede.  Ad ogni modo, quello che generalmente la SIAE chiama “diritto d’autore” in realtà è più correttamente definibile come “diritti economici di edizione”: un punto fondamentale infatti, è che gli interessi che si cerca di tutelare non sono quelli degli autori ma quelli degli editori. A questo punto è facile capire quello che è il nocciolo del problema: gli editori non sono “produttori” ma “intermediari”, e in questo senso Internet spesso richiede che gli intermediari modifichino il proprio modello di business per stare sul mercato, come è avvenuto in molti altri settori.

2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

L’uso del termine “furto della proprietà intellettuale” è improprio e sviante. Il furto consiste nella sottrazione della cosa altrui (che quindi non può più disporne). E’ intuitivo che nella grandissima parte dei casi non vi è alcun furto, ma piuttosto il mancato pagamento di royalties. Va anche aggiunto che la stima delle royalties sottratte è altamente sopravvalutata, dato che è innegabile che una parte significativa di quanti fruiscono “gratuitamente” delle opere non sarebbero disponibili a sborsare del denaro per fruirne a pagamento.

Impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente non è certamente sbagliato, ma come qualunque forma di divieto o di limitazione della libertà personale richiede che ciò avvenga in trasparenza: in altre parole, sono cose che dovrebbe decidere un giudice secondo la legge, non discrezionalmente un “autorità”.

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

La risposta è strettamente legata a quanto abbiamo detto finora, e cioè che autori ed editori sono soggetti distinti e diversi. La domanda si presta anche ad essere girata: perché dovrebbero essere tutelati dei soggetti che hanno un modello di business non più sostenibile (gli editori)? Senza contare le domande all’attuale sistema di gestione delle royalties: con che principi vengono suddivise? Perché la SIAE deve essere monopolista sulla raccolta delle royalties? Qual è il reale valore aggiunto per l’utente del lavoro degli editori, che si vogliono tutelare ad ogni costo?

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

Perché i contenuti hanno valore diverso per soggetti diversi: uno stesso contenuto può avere valore vicino allo zero per un utente, e un valore elevatissimo per un altro. La strada è riuscire a “monetizzarli” in proporzione al valore che hanno per l’utente: chiaramente questo non è possibile se si rimane ancorati al modello di gestione economica della proprietà intellettuale che è stato pensato secoli fa.

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

I compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc. non sono chiamati da nessuno “tassa” perché questi soggetti fanno un lavoro e forniscono un servizio in cambio del compenso. Il paragone però permette di mostrare la “follia” dell’equo compenso: sarebbe come se all’acquisto di una lavastoviglie vi fosse da pagare una quota da dare agli idraulici penalizzati dal fatto che qualche acquirente farà sul prodotto manutenzione non autorizzata dal produttore. La semplice definizione “equo compenso” è, perdonatecelo, una grande presa in giro.

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

Premesso che autori ed editori sono due soggetti distinti, Internet in molti settori ha portato grandi opportunità solo dopo che le aziende hanno accettato di adattare il modello di business alle novità (opportunità) che la rete porta. Chi ha voluto mantenere a tutti i costi invariato il proprio modello di business non solo ha “perso il treno” delle opportunità, ma si trova ormai fuori anche dai mercati “tradizionali”.

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

La domanda è ben posta, ma dimentica il soggetto principale a favore del quale la SIAE opera: gli editori. Che, ripetiamo, non sono gli autori. La domanda quindi diventa: a tutela di quali interessi si continua a confondere strumentalmente autori ed editori, diritti d’autore e royalties? La risposta è abbastanza facile.

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

Abbiamo già detto del “furto” e del valore dei contenuti (v. 2 e 4).

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

Sarebbe interessante capire cosa viene inteso con “industria della cultura”. Va comunque sottolineato che ci sono diversi soggetti a livello internazionale che non sono in ritardo. Ad ogni modo, la richiesta si presta ad essere letta come “garantiteci una rendita,  e poi — forse — cercheremo di innovare”. Il mondo economico purtroppo, o per fortuna, non funziona così: chi non rimane al passo rimane escluso. Il problema è che gli editori attualmente forniscono, come abbiamo già sottolineato in passato, un valore aggiunto sostanzialmente nullo, quindi non danno un valore percepito dall’utente, che quindi non è propenso a pagarli.

10.Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?

Non si capisce chi sia il soggetto della domanda, se ammettiamo che stiamo parlando della SIAE, allora è inevitabile notare come gode di posizione di monopolio nel settore della gestione delle royalties, e come operi con metodi spesso molto poco trasparenti. Per esempio, come vengono suddivisi i proventi dell’equo compenso oppure quelli provenienti dagli spettacoli dal vivo? I metodi vanno a privilegiare pochi grandi editori, spesso penalizzando i piccoli autori che operano in maniera indipendente.

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