Qualcuno ci spieghi come i tetti massimi agli sconti possono favorire i consumatori

Sono molte (ma secondo qualcuno, troppo poche) le polemiche sulla legge “anti-Amazon”, la legge sulla “Nuova disciplina del prezzo dei libri”, presentata dall’On. Ricardo Franco Levi (del PD, se qualcuno fosse curioso), approvata giovedì scorso dal Senato.

La legge è molto semplice, e dice che il prezzo dei libri è fissato dagli editori, e i rivenditori (anche in caso di commercio elettronico) possono fare uno sconto massimo del 15%, con la possibilità di arrivare in qualche caso al 25%.

L’interrogativo che sorge è abbastanza ovvio: in che modo questo tetto tutela i consumatori? La risposta che viene da dare è semplice: nessuno. La norma è esplicitamente fatta per tutelare i rivenditori.

Lo dice esplicitamente l’editore Giuseppe Laterza: “La legge consente ai rivenditori indipendenti di mettersi al riparo dalla concorrenza selvaggia e dalle massicce campagne di sconto delle grandi catene, dei supermercati e dei siti di vendita online come Amazon”.

In realtà, a nostro parere, la norma non serve neppure a tutelare i rivenditori indipendenti, ma a tutelare i rivenditori inefficienti, che hanno un modello di business vecchio, e che non portano valore aggiunto ai clienti.

Si tratta di un ulteriore esempio del “vizio” italiano di puntare alla protezione dello status quo anziché promuovere uno sviluppo.

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A luglio l’indicatore €-coin scende a 0,45%

In luglio €-coin è diminuito per il secondo mese consecutivo, allo 0,45% dallo 0,52 di giugno. Questa diminuzione indica dunque un rallentamento della crescita (il dato è adesso “compatibile con un tasso di  crescita appena inferiore al 2% in ragione d’anno”).

Il calo è dovuto soprattutto al peggioramento della fiducia delle imprese, penalizzata dall’andamento delle borse e dall’ampliarsi degli spread tra tassi d’interesse a lungo e a breve termine.

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La nostra società si basa sull’eccesso di confidenza?

Un libro di alcuni ricercatori della Cornell University analizza una tesi molto interessante: dal punto di vista sociale, sarebbero favoriti i gruppi che hanno un eccesso di fiducia in sé stessi.

La ragione è facilmente comprensibile: sovrastimarsi porta a maggiore ambizione, miglior morale, caparbietà di di fronte ai problemi. In pratica, generebbe una sorta di aspettative auto-realizzanti, dove la convinzione di essere “destinati al successo” alla fine porta al successo.  Il fatto interessante è che secondo gli studi di questi ricercatori, questi fattori positivi supererebbero quelli negativi (valutazioni distorte, rischio elevato nelle decisioni), tanto che le strategie sociali “razionali” finirebbero con l’essere efficaci solo in certi casi.

Questo dato spiegherebbe allora come mai la nostra società continua ad essere “super-fiduciosa in sé stessa”, nonostante le passate esperienze di bolle di mercato e collassi finanziari.

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Rischio “Willy il Coyote” per le economie di USA ed Europa

Armando Carcaterra di Anima Sgr ci parla dell’irrazionalità dei mercati, che sicuramente sta dominando in questo frangente. La domanda che molti si fanno: siamo vicini al precipizio? Siamo già oltre?

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=JXILNtZ-9Es[/youtube]

Come si può spiegare l’eccezionale irrazionalità che sembra caratterizzare i mercati finanziari?

Sembra che anche la politica si sia trasformata in un imponderabile fattore di rischio, come se non fossero bastate già la grande crisi finanziaria mondiale del 2007-08 e la successiva (e tuttora perdurante) crisi dei debiti sovrani europei. Anziché essere la soluzione, spesso in questi anni la politica in Europa e negli Stati Uniti è diventata parte del problema. In alcuni casi la causa.

Il problema è, però, che all’”irrazionalità” del mercato sembra che si sia sostituita l’“irragionevolezza” della politica.

La causa è la brinkmanship, un’espressione inglese prima sconosciuta ai più ed ora diventata quasi popolare. Letteralmente significa “spingersi fin sull’orlo del precipizio”. Alcuni governi o alcune forze politiche hanno l’attitudine a lasciare che i problemi esplodano o di spingere la situazione “fino all’estremo” per spostare, dalla propria parte, l’ago della bilancia.

 Possiamo dire che ci si è spinti spesso sull’orlo del precipizio nelle scelte politiche europee durante la crisi?

Assolutamente si! Il governo tedesco di Angela Merkel si è opposto sistematicamente, nell’ultimo anno e mezzo, a tutte le soluzioni di salvataggio che via via venivano proposte nel caso della Grecia, poi dell’Irlanda, poi del Portogallo, poi di nuovo della Grecia; salvo alla fine accettare le soluzioni (spesso le medesime avanzate fin dall’inizio), ma solo quando la circostanza appariva ormai deteriorata al punto da rischiare il disastro.

Molti sostengono che non si tratti affatto di cecità o incompetenza, ma di cinico calcolo politico. Il governo tedesco si confronta con un elettorato molto ostile all’idea di aiutare i paesi europei in difficoltà e con una Corte Costituzionale che minaccia di considerare illegittimo qualunque intervento che non sia rigorosamente contemplato dal Trattato di Maastricht. La tattica di Angela Merkel sarebbe stata quella di lasciare che la situazione si deteriorasse fino al punto in cui tutti i tedeschi (elettori e Conte Costituzionale) potessero chiaramente vedere il buio del baratro, ottenendo così il consenso e minimizzando il costo politico.

Nei giorni scorsi la Grecia – e con essa l’euro – sono stati salvati da un accordo in extremis dei governi europei. L’accordo è stato raggiunto solo quando il contagio della crisi aveva cominciato ad attaccare anche l’Italia, la terza più grande economia del continente.

 

Pare che anche gli Stati Uniti vogliano spingersi sull’orlo del precipizio…

In effetti gli Stati Uniti (il cuore dell’intera finanza mondiale) rischiano tra pochissimi giorni di dover dichiarare “default”, cioè di dover sospendere il rimborso dei propri titoli in scadenza o il pagamento di cedole, salari e pensioni. Il debito degli Stati Uniti non appare, però, affatto economicamente insostenibile: il rischio di “default” è causato esclusivamente dall’esasperata brinkmanship del partito Repubblicano.

Se gli Stati Uniti dovessero “dichiarare fallimento” il motivo sarebbe puramente politico. La legge americana impone infatti al Congresso di approvare non solo il budget federale, ma anche il tetto massimo di titoli che possono essere emessi dal Tesoro. Finora, rivedere il tetto del debito, è stata una “routine”. Questa volta, però, alla vigilia della campagna presidenziale, i Repubblicani voglio mettere il Presidente Obama “nell’angolo”.

Nessun può immaginare quali potrebbero essere gli impatti di un “default” americano sui mercati mondiali, ma tutti contano sul fatto che tale “fallimento” possa alla fine fermarsi “sull’orlo del precipizio”.

Nel gergo finanziario i rischi estremi – perdite enormi, ma probabilità molto bassa di realizzarsi – vengono denominati tail risks, cioè rischi che stanno nelle “code” delle distribuzioni “a campana” della probabilità.

Europa e Stati Uniti hanno introdotto sui mercati una nuova ed inquietante dimensione del tail risk: quella legata alla possibilità che – come per Willy il Coyote del famoso cartone animato – i giochi più pericolosi sfuggano al controllo di chi li attua.

 

Il periodo in cui si sta maggiormente attenti alle spese? L’estate

L’Osservatorio ING Direct ha condotto una ricerca sui comportamenti di spesa degli italiani, da cui emerge un dato interessante. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, in estate il numero di quanti stanno attenti alle spese infatti cresce nel periodo estivo al 49% rispetto al 45% della rilevazione primaverile (+4%) e aumenta allo stesso modo anche il controllo sulle spese familiari e l’adozione di strategie per l’amministrazione del denaro. 

Una tendenza, è bene sottolineare, che non appare legata unicamente allo scenario economico incerto. La questione è piuttosto che anziché un periodo di “lassismo” del risparmio, dovuto a “vacanze, viaggi, saldi, piccole follie” che si associano con l’estate, le famiglie sembra abbiano già la testa a quando l’estate sarà finita. Ed ecco allora che diventa fondamentale poter affrontare con sicurezza spese quali rette scolastiche, acquisto di libri (che hanno un peso elevato, tanto che il 34% di chi dovrà affrontare questa spesa cercherà di acquistare libri usati), ripetizioni e lezioni private, ma anche vacanze studio “last minute”.

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L’Internet banking continua a crescere in Italia

Gruppo Montepaschi ha rilasciato alcuni dati molto interessanti circa l’utilizzo dei servizi “multicanale”, che mostrano come l’utilizzo dei servizi bancari via internet (web e “mobile”)  e telefono sia in continua crescita. Da maggio 2010 a giugno 2011 il numero di utenti attivi (quelli che hanno effettuato almeno un’operazione online negli ultimi 6 mesi) è aumentato del 15%. Una percentuale decisamente notevole, tanto più se si considera come qualcuno iniziava a sostenere che il potenziale “mercato” delle banche online era vicino alla saturazione — cioè quasi tutti quelli che potevano essere interessati ad usare l’internet banking ormai lo usavano. Un’idea che evidentemente sottostimava il bacino di utenza potenziale.

Il tasso di crescita dei clienti possessori del servizio Multicanalità Integrata è aumentato nel I° semestre 2011, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 13% e contemporaneamente è incrementato (+40%) il tasso di crescita dei clienti che hanno scelto di attivare gratuitamente il servizio documenti online, un’opzione che permette di eliminare completamente la corrispondenza della banca potendola consultare direttamente all’interno dell’internet banking, con possibilità di notifica via sms o via mail ad ogni nuova informativa messa a disposizione, nonché archiviazione elettronica del materiale. Con documenti online si riduce notevolmente l’utilizzo di carta e si ottimizza la gestione del proprio rapporto bancario, riducendone al contempo i costi.

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Polemiche per l’annullamento dell’asta dei BTP poliennali di agosto

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha annullato la prevista asta dei BTP poliennali prevista per agosto. Una mossa che alcuni analisti hanno contestato. Perché la motivazione vera sembra quella di non voler avere un incremento dello spread rispetto ai Bund: quindi quale strada migliore che evitare direttamente l’asta?

Da qui le critiche: l’Italia anziché risolvere i problemi punta a nasconderli. Vero, ma allo stesso tempo è una mossa che non ci sentiamo di criticare a priori. Evitare, o almeno ridurre, gli effetti di panico “ingiustificato” non è sbagliato, se si pensa che questo “panico” rientrerà a breve, dall’altro non si può certo pensare che sia una scelta che può essere mantenuta all’infinito, e quindi al limite posticiperà di poco eventuali problemi reali.

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I rendimenti dei BOT semestrali salgono ma non “esplodono”

Nell’asta di ieri, i BOT semestrali hanno toccato un rendimento record per gli ultimi tre anni (2,282% – rendimento lordo composto). Un aumento che però non è nulla rispetto alla vera e propria impennata che hanno avuto i BOT annuali nell’asta di due settimane fa (dove hanno toccato un rendimento lordo composto del 3,669%).

Chiaramente, l’incremento è dovuto al maggior rischio percepito sulla solidità dei conti italiani: il dato positivo è che però questa “maggiorazione” sembra proporzionalmente minore rispetto ad un paio di settimane fa, un dato che si presta ad essere letto come un parziale “rientro” del panico sui conti italiani.

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Vi insegniamo una parola: volatilità

Venerdì i titoli dei giornali sottolineavano con entusiasmo la performance record tra quelle europee della borsa di Milano, che segnava il +3%. Lunedì si gettavano nel panico, con Milano che era la borsa che segnava la perdita più elevata in Europa (-2,48%).

Allora cosa si dovrebbe pensare? Dobbiamo essere entusiasti? Dobbiamo lasciarci prendere dal panico? Nessuno dei due: la chiave di lettura non è il fatto che la borsa italiana è la migliore o la peggiore d’Europa. La questione è che la borsa italiana presenta una elevata volatilità in questo ultimo periodo. Le variazioni appaiono “esasperate” sia in positivo che in negativo.

E’ la volatilità che va esaminata (maggiore percezione di incertezza sull’economia italiana? minore capitalizzazione della borsa italiana rispetto alle principali borse europee?), non semplicemente la performance del singolo giorno (tanto più se si tiene conto del fatto che si ripete spesso che andrebbe incentivata negli investitori una logica di lungo periodo).

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Il tetto al debito USA è un problema che non aveva ragione di porsi?

Una breve nota sul tema del giorno, il problema del tetto della spesa pubblica USA. Infatti, alcuni analisti e commentatori (con un po’ di ritardo…) stanno iniziando a sottolineare che la norma che impone un tetto al debito pubblico USA sarebbe incostituzionale. Oltre che poco intelligente, dato che il rispetto o meno di un tetto del debito non ha relazione diretta con la capacità di ripagare il debito.

Il punto infatti è che la costituzione americana vieterebbe di mettere in dubbio la “validità del debito nazionale”, che in pratica viene considerato una sorta di divieto di default.  Oltre a ciò, c’è il fatto che le leggi di aumento della spesa pubblica sono successive a quelle di restrizione della spesa (che quindi annullerebbero) .

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Crisi dell’Italia o crisi dell’Europa?

Armando Carcaterra di Anima Sgr approfondisce il “come mai” sembra che i mercati “attacchino” in nostro Paese, e su quali comunque siano le differenze tra l’Italia di oggi e l’Italia del 1996, che riuscì ad entrare nell’Euro.

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Sembra che adesso tocchi all’Italia avvertire il morso della crisi europea. Come è successo?

Per oltre un anno l’Italia era stata preservata dalla crisi e tutti da tempo ne attribuivano il merito alla politica di moderato ma costante rigore perseguita dal Ministro dell’Economia. Poi, venerdì 8 luglio 2011, i primi attacchi contro i titoli italiani. La manovra destinata a portare il bilancio italiano in pareggio entro i prossimi 3 anni è stata approvata immediatamente, con una reazione del mondo politico esemplare. Tuttavia i mercati non si sono calmati.
L’apparente inefficacia della manovra segnala che il problema è più ampio. E forse anche diverso.

Perché allora i mercati “attaccano” l’Italia?

In generale i mercati “attaccano” ovunque individuino un’incoerenza. Da un anno – incalzati dalla Germania – i governi europei insistono esclusivamente sul rigore di bilancio come unica medicina: gli evidenti insuccessi insinuano il dubbio che la medicina sia sbagliata (o insufficiente).
È una questione aritmetica. Per diminuire il debito non basta aumentare le tasse e tagliare pensioni e stipendi pubblici. Bisogna anche che il mercato reagisca riducendo i tassi di interesse.
Il debito cresce, infatti, per effetto di due elementi complementari, ma diversi. Il deficit “primario”, ovvero la differenza tra entrate fiscali e spese pubbliche diverse dagli interessi (investimenti pubblici, pensioni, salari pubblici, ecc.); e il deficit “secondario”, ovvero la spesa per interessi. Aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica abbassa il deficit “primario”, rimangono però le spese da interessi. Per fermare la crescita del debito è necessario arrivare ad un surplus “primario” grande almeno quanto la spesa per interessi.
Per entrare nell’euro, l’Italia si è già trovata a dover affrontare aggiustamenti fiscali di grandi dimensioni. Il debito italiano era già allora agli stessi livelli di oggi (circa 120% del Pil). Secondo i parametri di Maastricht entrare nell’euro richiedeva un disavanzo non superiore al 3% del Pil, ma nel 1996 -a tre soli anni dalla scadenza- il disavanzo italiano era al 7%. I mercati erano però convinti che, se l’Italia fosse entrata nell’euro, i suoi tassi di interesse sarebbero poi scesi molto rapidamente, fino ad allinearsi a quelli tedeschi. Il debito italiano avrebbe ereditato quindi la “credibilità” di quello tedesco. L’euro era infatti percepito come la costituzione, attorno ai paesi ad altro debito come l’Italia, di una cintura di “sicurezza”.
Il Governo italiano di allora accettò la sfida e, con una manovra fiscale molto coraggiosa e aggressiva, ampliò enormemente l’avanzo “primario”, rientrando nei parametri di Maastricht. La riduzione dei tassi avrebbe poi reso sempre meno necessario il rigore fiscale e incoraggiato la crescita del Pil.
Quella scommessa fu vinta e da allora i tassi italiani, francesi, spagnoli e greci sono sempre rimasti quasi “incollati” a quelli tedeschi.

Che cosa è successo quindi a partire dal 2009?

La crisi greca (e poi irlandese e portoghese) ha cambiato radicalmente la prospettiva, rivelando ai mercati che l’Euro-area non è affatto un sistema finanziario integrato; che l’architettura istituzionale europea non prevede meccanismi sovranazionali di “solidarietà” o di “salvataggio” tra paesi; che la governance è ostaggio degli umori nazionalistici di alcuni paesi (in primo luogo tedeschi) e che i governi non sanno trovare una via comune per fronteggiare la crisi neppure di piccoli paesi. I mercati hanno scoperto cioè che l’euro è un “gigante con i piedi di argilla”.
Questa Euroarea frammentata e incerta appare ai mercati un pericoloso epicentro di rischi sistemici, a fronte dei quali richiedere tassi sempre più alti. Il progetto Euro, che riuscì a vincere la fiducia dei mercati nel periodo dal ’96 al ’99, oggi non è più credibile.
L’Italia ha oggi un bilancio pubblico già in pareggio, se si escludono le spese per interessi. Queste però rappresentano il 4,5% del Pil. Se le prospettive dei tassi di interesse fossero decrescenti, le politiche fiscali restrittive adottate sarebbero credibili.
Anche per l’Italia, come per gli altri paesi, il rigore quindi non basta: la vera soluzione sta nel restaurare in fretta la credibilità perduta dell’euro.

Rendimax aumenta i tassi: dal 21 luglio il deposito non vincolato al 2,50% lordo

Banca IFIS ha deciso un aumento dei tassi di interesse applicati al conto di deposito Rendimax, che entra in vigore da oggi e riguarda sia il deposito “libero” che le varie scadenze del deposito vincolato. Una decisione che la banca motiva con la volontà di festeggiare i tre anni di attività del conto di deposito Rendimax, anche se a noi sembra anche una risposta ad una serie di promozioni che diverse banche online stanno lanciando in questo periodo (spesso dedicate anche a chi è già cliente o a clienti selezionati) e che quindi rischiano di sottrarre clienti a Rendimax.

Il conto “a vista” (quello non vincolato, per intenderci) sale al 2,50% lordo (1,842% netto) dal precedente 2,30% lordo. Come abbiamo anticipato, anche i tassi sui depositi vincolati vengono aumentati, e diventano i seguenti (che saranno applicati sui nuovi vincoli):

  • Rendimax “a vista”: 2,50% lordo (1,842% netto)
  • Rendimax Vincolato 30gg: 2,65% lordo (1,958% netto)
  • Rendimax Vincolato 60gg: 2,75% lordo (2,031% netto)
  • Rendimax Vincolato 90gg: 3,15% lordo (2,327% netto)
  • Rendimax Vincolato 180gg: 3,35% lordo (2,466% netto)
  • Rendimax Vincolato 270gg: 3,50% lordo (2,566% netto)
  • Rendimax Vincolato 365gg: 3,80% lordo (2,774% netto)
  • Rendimax Vincolato 540gg: 4,00% lordo (2,892% netto)
  • Rendimax Vincolato 730gg: 4,30% lordo (3,074% netto)

Rendimax continua pertanto nella sua mission  di collocarsi come uno dei conti di deposito che, se non si considerano le promozioni, offre il rendimento più elevato: una scelta che premia, dato che finora ha “conquistato” 33.000 clienti, con una raccolta complessiva di 1,4 miliardi di euro.

Banca IFIS ha anche annunciato alcune novità: la prima è la Disposizione Trasferimento Automatico (DTA), che sarà disponibile a breve, e consentirà al cliente di spostare automaticamente a date prefissate delle somme, senza ricorrere al bonifico, in modo da creare un sistema che agevoli il risparmio.

La seconda è che presto sarà online la nuova pagina Facebook dove sarà possibile interagire direttamente con il team di Rendimax  per dare feedback o avere risposta a dubbi o domande, oltre che ovviamente essere aggiornati sul tutte le novità del Gruppo.

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Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani: i dati della ricerca 2011

Il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi e di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con la Doxa, ha realizzato l’Indagine 2011 sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani. Il quadro che ne emerge è di una situazione economica che pare in miglioramento, anche se la crisi economica (inevitabilmente) pesa molto sulle tasche delle famiglie italiane: un dato che cambia anche l’approccio al risparmio. Al rendimento, infatti si preferisce sempre di più la sicurezza e la liquidità.

La ricerca mostra come nel 2011 sia cresciuto da 45,1 a 53,4 il saldo tra la percentuale di intervistati che ritiene sufficiente il proprio reddito e quello di chi lo giudica insufficiente. Si registra dunque un lieve miglioramento rispetto al 2009, ma secondo il 45 per cento degli intervistati la crisi non è terminata e persisteranno effetti sui bilanci di famiglia del 2011.

Solo il 19 per cento del campione, infatti, non ha mutato per nulla il proprio tenore di vita. Per contrasto, a causa della crisi il 21 per cento ha rinviato l’acquisto di una casa, il 38 quello di un’auto e il 44 per cento è stato costretto a intaccare i propri risparmi. Il saldo sulla sufficienza del reddito all’età della pensione è di 27 punti percentuali peggiore rispetto al saldo sul reddito corrente.
Raggiungono nel 2011 il massimo storico sia le indicazioni di utilità del risparmio (96,7 per cento) sia le dichiarazioni di impossibilità di risparmiare (52,8 per cento). La impossibilità di risparmiare è più alta nel Mezzogiorno (67,6 per cento). I risparmiatori sono solo il 47,2 per cento del campione e il tasso medio di risparmio (dei risparmiatori) scende al 9 per cento. È lievemente superiore alla media fra i trentenni e i laureati.

Il risparmio intenzionale, cioè di coloro che risparmiano per un obiettivo preciso (26,8 per cento), prevale ancora su quello non intenzionale (20,4 per cento) e tra le motivazioni al risparmio è dominante quella precauzionale (48,1 per cento). Cresce, sia pure di poco, la motivazione previdenziale (13,8 per cento) mentre si riduce il motivo ereditario (il risparmio per i figli scende al 12,7 dal 18,1 per cento).

La prima cosa da fare, dopo aver messo da parte un po’ del reddito, è proteggerlo. La “sicurezza” è il principale obiettivo degli impieghi del risparmio (58,3 per cento) seguito dalla liquidità (15,9 per cento dei consensi, in crescita dall’11,7 per cento del 2006). Per contro cala sia il rendimento immediato (14,8 per cento) sia il rendimento di lungo termine (indicato come obiettivo ormai solo dal 7,8 per cento). Il 70,4 per cento degli intervistati ha un orizzonte degli investimenti limitato a 3 anni o meno.

Gli intervistati sono consapevoli che le riforme pensionistiche confineranno il tasso di rimpiazzo del reddito sotto il 60 per cento (media = 57,2 per cento). Tuttavia in media gli intervistati dichiarano un’attesa di 1,7 fonti aggiuntive/integrative della pensione. Per questa ragione, oltre che per via della insufficienza dei redditi da accantonare (38 per cento) e per una sottovalutazione dei rendimenti dei fondi pensioni, solo il 12,6 per cento degli intervistati dichiara di avere acceso un fondo pensione o una forma previdenziale equivalente. Inoltre, l’indagine fa emergere che solo gli ultraquarantenni “pensano” attivamente alla previdenza integrativa, mentre gli ultracinquantenni spesso dichiarano di essere troppo anziani per pensarci. Tra i “difetti” dichiarati dei fondi pensione la mancanza di una garanzia governativa e la impossibilità di liquidarli, a differenza del TFR.

Solo il 12,5 per cento degli intervistati ha compravenduto attivamente azioni negli ultimi 5 anni. Poco più di un terzo di quanto accadeva nel 2003. Più che di una disaffezione si tratta di una selezione. Il mercato delle azioni interessa gli investitori (pochissimi) che investono attivamente e speculativamente, mentre è quasi scomparso  il comportamento del cassettista. Per le posizioni di lungo termine,  comunque limitate, i risparmiatori preferiscono il risparmio gestito.

Il 18 per cento degli intervistati ha posseduto forme di risparmio gestito negli ultimi 5 anni, una percentuale in crescita dal 15,9 per cento precedente. È maturato culturalmente l’approccio al risparmio gestito, in quanto la protezione dal rischio (27 per cento) è oggi il motivo prevalente della sottoscrizione, superiore all’extra rendimento che i fondi possono produrre (17 per cento).
Quella delle obbligazioni è la asset class più diffusa (24,6 per cento di investitori). Cresce tuttavia la percezione che le obbligazioni non siano strumenti finanziari sicuri in sé. Il 39,9 per cento le ritiene potenzialmente rischiose, contro il 16 per cento di dieci anni fa.

Il 74 per cento degli italiani abita in una casa di cui è proprietario. Il 4,2 per cento ha acquistato un immobile negli ultimi dodici mesi e il 22,3 per cento ha in corso il pagamento di un mutuo. Per l’82 per cento del campione la casa resta l’investimento più sicuro e per il 65 per cento è l’ investimento migliore. Il saldo tra soddisfatti e insoddisfatti (+89,8) cresce rispetto al 2007, nonostante la flessione dei prezzi immobiliari di mercato.

Il 60 per cento degli intervistati tiene più del 10 per cento delle proprie sostanze sul conto corrente in banca. Il 30 per cento lascia sul conto corrente addirittura un terzo della propria ricchezza finanziaria. La fuga nella liquidità è un comportamento coerente con l’incertezza. In ogni caso, il 79,3 per cento degli intervistati si dichiara soddisfatto dei servizi del proprio intermediario bancario. La penetrazione dell’internet banking si impenna, raddoppiando in tre anni e raggiungendo il 25 per cento dei correntisti.

L’82,4 per cento del campione dedica non più di un’ora alla settimana a informarsi sull’economia e gli investimenti. I risparmiatori preferiscono i suggerimenti e la delega. Tra i “suggeritori” dei risparmiatori, diminuiscono i giornali e la TV, mentre aumentano le informazioni da Internet e quelle che si possono avere dalla propria banca o dal proprio promotore.

[..]

L’epoca dell’entusiasmo per la modernizzazione finanziaria, che ha prevalso dalla fine degli anni ottanta fino al 2000, è tramontata. Dal 2000 in avanti, le crisi finanziarie e la crisi dell’economia reale hanno messo in luce come la finanza, da sola, non possa risolvere problemi come l’insufficienza del reddito. Negli anni, i risparmiatori hanno visto rivelarsi la regola che i rendimenti sono sempre associati ad esposizioni rischiose . Ne è scaturita non tanto una ritirata dalla finanza, quanto una maggiore consapevolezza dei suoi limiti. È così che i risparmiatori hanno tagliato drasticamente gli orizzonti dei propri  impieghi e hanno ripiegato sulla liquidità. Le loro necessità future che sembra di poter leggere attraverso i risultati sono essenzialmente due:

– più tutela dei propri investimenti, ossia una domanda di gestione attenta del rischio associato agli investimenti

– più informazione e consulenza, per orientarsi e cercare di commettere meno errori possibile.

Ovviamente, su tutto emerge la necessità che una ripresa del reddito porti sollievo ai bilanci di famiglia colpiti dalla crisi.

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Fineco rinnova il sito, per una “nuova relazione” con i clienti

Finecobank ha completamente rinnovato il suo sito internet, per la parte pubblica, con l’obiettivo di rivedere completamente lo stile di comunicazione e le modalità di navigazione, e “di allontanarsi da ciò che fino ad oggi è stata la tradizionale concezione di sito internet di una banca”. Si tratta di una evoluzione degna di nota dato che Fineco è la prima banca diretta in Italia e primo broker online in Europa.

Il nuovo sito (che, la banca tiene a sottolineare, è stato realizzato internamente) è stato sviluppato non solo sulla base delle intuizioni e idee del team di sviluppo, ma anche su quella dei suggerimenti pervenuti nel tempo dai clienti. “La navigazione del sito si è fatta più snella, intuitiva, ricca di immagini e divertente da esplorare”, sottolinea il comunicato stampa di Fineco: il sito infatti è stato innanzi tutto “razionalizzato”, rendendo più intuitiva e meno dispersiva la distribuzione dei contenuti e delle informazioni. Una evoluzione che qualcuno può bollare semplicemente come un “adeguamento allo stato dell’arte” del web, ma in realtà ci sembra sia un segnale di ricerca da parte del mondo delle banche di una relazione più stretta e trasparente con il cliente, nella crescente consapevolezza dell’importanza del valore della relazione.

Tra le novità più curiose:

  • la sezione “Esplora Fineco”: un percorso di 8 focus point navigabili in modo piacevole in cui viene presentata l’offerta Fineco e le sue eccellenze;
  • area didattica Webinar (Web Based Seminar): possibilità di frequentare i seminari formativi di Fineco via web, collegandosi direttamente al pc del docente;
  • Bottoni Social: collegamento ai social network Twitter e Facebook, e alla pagina ufficiale di Fineco su Twitter @FinecoLive, per la condivisione delle informazioni e per agevolare il passaparola che da sempre premia Fineco e i suoi clienti.

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