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La preoccupazione per la crisi dei conti della Grecia è ampiamente diffusa. Secondo qualcuno però i timori sono fin troppo elevati, dato che in realtà la “dimensione” dell’economia greca è piuttosto ridotta, e quindi il suo peso a livello economico sull’Europa. Un paese piccolo può davvero innescare una crisi mondiale, come qualcuno teme? Armando Carcaterra di Anima Sgr approfondisce la questione.

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D1. Oggi gli occhi della finanza mondiale sono puntati sulla Grecia. Ma non è un’attenzione sproporzionata?

In effetti la Grecia è un piccolo paese, il cui PIL vale il 2,5% di quello europeo. Tuttavia sembra che le sue sorti tengano sotto scacco l’intera finanza mondiale. I mercati reagiscono ormai a onde emotive profonde prima ancora che a ragionamenti razionali. E, da molti mesi, l’atteggiamento prevalente dei mercati sembra incline al pessimismo.

La crisi si era manifestata nell’autunno del 2009 quando il nuovo governo greco aveva rivelato che i dati del suo disavanzo pubblico erano falsi e che in realtà erano tre volte più ampi.

Ciò ha generato sui mercati un’ondata speculativa che, se l’Europa avesse avuto la volontà politica, avrebbe potuto rapidamente arginare. L’Unione Europea era, però, paralizzata dalle clausole del Trattato di Maastricht ed era frenata dalla riluttanza tedesca ad effettuare qualunque tipo di salvataggio nell’Eurozona: nei mercati si è insinuato quindi il dubbio che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’euro. Così la crisi della Grecia si è trasformata nella crisi di credibilità della Moneta Unica.

 

 

D2. E se la Grecia fosse rimasta fuori dall’euro?

In tal caso la crisi greca sarebbe rimasta un caso isolato, grave certamente, ma non necessariamente contagioso per gli altri paesi. Il Paese avrebbe potuto svalutare la propria moneta con il duplice effetto di ridurre il valore esterno del debito e di rilanciare le proprie esportazioni sostenendo la crescita del Pil. Poiché la sostenibilità del debito è misurata dal rapporto tra debito e Pil, la riduzione del valore del debito e l’aumento del Pil avrebbero insieme contribuito ad accelerare il risanamento.

Con l’euro invece c’erano solo 3 strade da percorrere:

 

  1. salvare la Grecia, finanziando il salvataggio con risorse europee;
  2. mantenere la Grecia nell’euro e gestirne in modo ordinato il “default” (cioè concordare con i creditori tagli al valore di rimborso dei titoli);
  3. lasciare uscire la Grecia dall’euro e abbandonarla al suo destino.

 

 

D3. Quale strada è stata scelta?

Un anno fa l’Europa aveva scelto la prima via, decidendo di concedere un prestito di 110 miliardi alla Grecia e varando un fondo di salvataggio per gli altri paesi nel frattempo contagiati (Irlanda e Portogallo). Oggi è chiaro che quel piano non ha funzionato ed i governi europei stanno discutendo come gestire un “default” della Grecia. I mercati intanto sono inclini al pessimismo e temono che, alla fine, prenda il sopravvento la terza opzione: l’uscita della Grecia dall’euro.

La rottura dell’euro sarebbe però un evento traumatico senza precedenti e questo varrebbe per il mondo intero. Sicuramente a soffrirne di più sarebbe la Grecia, perché i capitali fuggirebbero e si potrebbe materializzare il fallimento delle sue banche. Il contagio ad altri paesi europei periferici diventerebbe irresistibile e spingerebbe anche altri paesi fuori dalla moneta unica, con la conseguente deflagrazione di una crisi bancaria non solo nei paesi che escono dall’euro, ma anche nei paesi forti, come Germania e Francia, le cui banche sono pure fortemente esposte sui titoli di Stato di Paesi periferici. I capitali in fuga dai Paesi deboli si riverserebbero in gran parte sui “mercati rifugio” (in primo luogo i titoli tedeschi e americani) provocando un fortissimo apprezzamento del loro cambio, che ne strozzerebbe le esportazioni e la crescita economica. È inoltre difficile immaginare che le banche americane possano rimanere immuni da uno shock di queste proporzioni. Le onde lunghe della crisi potrebbero attraversare l’Atlantico e forse anche il Pacifico.

Parafrasando Keynes: mai come oggi la stabilità dei mercati può dipendere dal “semplice battito d’ali di una farfalla”. Greca questa volta.

 

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